In data 25 dicembre 2025 alle ore 22:56, usando in GEMINI (di GOOGLE) il semplice PROMPT “Info sullo storico Sergio Dalmasso” ho avuto da essa la seguente risposta, meritevole di divulgazione, (Domenico Capano, 4 gennaio 2026):
Sergio Dalmasso a Cuneo in occasione della presentazione del suo nuovo libro su Che Guevara, 2025
Sergio Dalmasso e la storiografia del movimento operaio: un’analisi sistematica tra militanza, ricerca archivistica e memoria politica
L’opera e l’itinerario biografico di Sergio Dalmasso si pongono come un punto di intersezione fondamentale nella cultura politica italiana, rappresentando un tentativo coerente di coniugare la ricerca storica rigorosa con l’impegno civile diretto. Nato a Boves, in provincia di Cuneo, nel 1948, Dalmasso ha attraversato la seconda metà del Novecento e il primo quarto del ventunesimo secolo non soltanto come testimone oculare delle trasformazioni della sinistra, ma come uno dei suoi principali cronisti e teorici “eretici”. La sua formazione, profondamente radicata nel territorio cuneese ma aperta alle influenze cosmopolite dell’università genovese degli anni della contestazione, ha prodotto una produzione storiografica che si distingue per la capacità di recuperare le vicende delle classi subalterne e delle formazioni politiche minori, spesso trascurate dalla storiografia ufficiale dei grandi partiti di massa.
Radici biografiche e formazione intellettuale
Il percorso di Sergio Dalmasso non può essere compreso senza considerare l’ambiente originario di Boves, una comunità segnata indelebilmente dalla memoria della Resistenza e dal primo eccidio nazista in Italia. Figlio di un impiegato, ex partigiano delle formazioni “Giustizia e Libertà” (GL), e di madre genovese, Dalmasso cresce in un nucleo familiare dove i valori dell’antifascismo e della democrazia repubblicana costituiscono il fondamento dell’educazione civile.
La sua formazione scolastica prosegue a Cuneo e culmina negli studi universitari a Genova tra il 1967 e il 1971. Questo quadriennio è cruciale: Genova è uno degli epicentri del movimento studentesco e delle lotte operaie che preludono all’autunno caldo. Presso l’ateneo genovese, Dalmasso consegue la laurea in Filosofia e successivamente quella in Storia, sviluppando tesi che già prefigurano i suoi interessi futuri: i movimenti socialisti non stalinisti degli anni Cinquanta, la genesi del gruppo de “il manifesto” e la crisi del Partito Comunista Italiano (PCI) nel 1956, innescata dall’uscita di Antonio Giolitti a seguito della repressione sovietica in Ungheria.
La scelta di tornare sui banchi universitari anni dopo per conseguire una laurea in Lettere Moderne testimonia una curiosità intellettuale insaziabile e il rifiuto di una specializzazione accademica chiusa in se stessa, preferendo una visione umanistica integrata che abbraccia la letteratura, la filosofia e la storia politica come strumenti complementari per la comprensione della realtà sociale. … CONTINUA
Indice generale
Sergio Dalmasso e la storiografia del movimento operaio: un’analisi sistematica tra militanza, ricerca archivistica e memoria politica pag. 1
Radici biografiche e formazione intellettuale pag. 1
La pedagogia della militanza: quarant’anni di insegnamento pag. 2
Tra storiografia ed eresia: il percorso politico pag. 2
Il mandato nel Consiglio Regionale del Piemonte (2005-2010) pag. 3
Il CIPEC: un laboratorio di storia e politica pag. 3
Analisi tematica dei “Quaderni CIPEC” pag. 4
La storiografia delle figure “eretiche” pag. 5
Lelio Basso: il socialista della ragione militante pag. 5
Rosa Luxemburg: il comunismo della libertà pag. 5
Lucio Libertini e le Tesi sul Controllo pag. 5
Comandante Che Guevara: l’attualità del pensiero rivoluzionario pag. 5
Metodologia e storiografia dei “vinti” pag. 6
L’Archivio Sergio Dalmasso e la democrazia del sapere pag. 7
La saggistica recente e le nuove sfide teoriche pag. 8
Seminari, conferenze e il legame con il territorio pag. 8
Gruppo al monumento Giovanni, Spartaco Barale e Giacomo Rigoni.
Martedì 30 dicembre 2025, l’ANPI di Nervi (Genova) ha organizzato un viaggio a Boves (Cuneo) sui luoghi partigiani.
Visita al paese incendiato il 19 settembre 1943, alle frazioni colpite dalla battaglia del 31 dicembre 1943/1 gennaio 1944, all’esposizione di quadri della pittrice Adriana Filippi.
Per ultimo, sosta al monumento che ricorda la morte, il 1 gennaio 1944, di Giovanni Barale, artigiano, segretario del partito comunista clandestino, ucciso con il figlio Spartaco e Giacomo Rigoni (“Tommasina”) che tentavano di portarlo in salvo.
Ho ricordato molto velocemente questa bella figura su cui, fra alcuni mesi, verrà ripubblicata una breve biografia.
Sergio Dalmasso
La targa del monumento ha la scritta: GIOVANNI BARALE SPARTACO BARALE GIACOMO RIGONI PARTIGIANI GARIBALDINI TRUCIDATI IL 1-1-1944 DALLA RABBIA NAZIFASCISTA MA RESI IMMORTALI
Sergio Dalmasso al Monumento Giovanni Barale Boves (Cuneo)
Nasce dal rifiuto della socialdemocrazia e delle deformazioni positivistiche.
Nel secondo dopoguerra, la socialdemocrazia è strumento di integrazione della classe e si piega al neocapitalismo.
Al tempo stesso, Basso rifiuta il frontismo, l’appiattimento sull’URSS, il maoismo, spesso chiesastico.
Migliori strumenti per comprendere il suo pensiero sono la insuperabile introduzione agli Scritti politici di Rosa Luxemburg (1966) e Socialismo e rivoluzione, purtroppo incompiuto.
Il pensiero di Marx è cancellato dalla socialdemocrazia che lo trasforma in ideologia, eliminandone la sintesi dialettica.
Engels non è esente da una lettura scientista; leninismo e maoismo piegano il marxismo a condizioni specifiche.
La concezione leninista della coscienza esterna deriva da Kautsky e dal populismo russo ed è il prodromo di degenerazioni future.
Se al potere va un’avanguardia, la degenerazione burocratica è inevitabile. La dittatura del proletariato non è la negazione della democrazia.
Rosa Luxemburg
Rosa è l’unica autentica continuatrice del pensiero dialettico di Marx.
Sono gravi il silenzio, durato decenni, sulla sua figura e le accuse di spontaneismo, romanticismo, trotskismo…) Basso poi recupera la categoria lukacsiana di totalità che può essere interpretata solo da un’altra totalità concreta,
quella della classe, dai primi scritti (1946, 1949) alla riscoperta negli anni ’60, con la pubblicazione in Italia delle opere di Luxemburg curate, non a caso, da esponenti del socialismo di sinistra, Luciano Amodio e- appunto- Basso (1966).
Il socialismo luxemburghiano, antitetico a quello staliniano, implica libertà e autogestione che possono essere praticate solamente dal proletariato.
La rivoluzione non è atto, ma un processo e non può essere opera di una minoranza. Il partito è strumento, sintesi fra il sociale e la direzione politica.
I leader debbono formare le masse, non sostituirsi ad esse.
Vi è divergenza totale fra capitalismo e democrazia di cui il socialismo è la forma più alta.
Nel suo ultimo discorso, venti giorni prima della morte, questi temi vengono sintetizzati nella proposta consiliare.
La fede di un laico
L’interesse per la tematica religiosa, per l’aspetto etico/coscienziale caratterizza tutto il percorso bassiano che sempre rifiuta l’anticlericalismo e l’identificazione di fede religiosa con un partito
(anche da qui la sua opposizione ai rapporti governativi con la DC e all’ipotesi di compromesso storico).
Giovanili sono la collaborazione con la rivista protestante “Conscientia” e la seconda tesi di laurea sul teologo luterano Rudolf Otto,
cui seguono l’interesse per Thomas Münzer, soprattutto nell’interpretazione di Ernst Bloch che ne esalta il messianismo. Sempre nettissima la critica alla DC, partito falsamente democratico e falsamente cristiano.
Occorre spezzarla per liberare le forze progressiste e socialmente avanzate.
Il papato di Giovanni XXIII sembra aprire una nuova strada, con le encicliche, con il dialogo cristiani-marxisti.
Basso è l’unico laico ammesso a seguire i lavori conciliari.
La difesa della comunità cristiana dell’Isolotto di Firenze avviene nello spirito conciliare.
È singolare, in un non credente, l’affermazione della superiorità della assemblea dei fedeli rispetto alle istituzioni tradizionali. È crescente, in seguito, la preoccupazione per il progressivo ritorno della vecchia Chiesa.
Nei suoi ultimi anni, è l’America latina a dargli nuove speranze, con la mobilitazione di grandi masse, l’intreccio di movimenti cristiani e marxisti, la Teologia della liberazione.
Proprio all’America latina, al terzo mondo in cui continua a inseguire le sue utopie, si richiama il suo ultimo discorso parlamentare,
in cui riprende il vecchio impegno contro il regime concordatario, in nome della laicità e dell’eguaglianza, citando una Epistola paolina.
Costituzione, democrazia radicale
Basso è tra i maggiori artefici della carta costituzionale che deve superare i limiti dello Stato liberale e del regime fascista.
La sua originale ipotesi di transizione prevede che essa avvenga attraverso un processo in cui si affermano forme sociali nuove già presenti nel vecchio ordinamento (transizione tra società feudale e borghese, ruolo dell’Illuminismo…).
Occorre, quindi, introdurre princìpi di socializzazione e norme che prefigurino un nuovo ordine sociale.
È artefice (con Dossetti) dell’articolo 3 che ritiene il più importante della Carta, dell’art. 49 che esalta il ruolo del partito politico, strumento di partecipazione attiva e continua, non limitata al solo voto.
È sfortunato l’impegno contro l’art 7 che introduce nella Costituzione il regime concordatario.
Erra il PCI nell’accettare il compromesso, resta la concezione dello statuto albertino per cui il cattolicesimo è religione di Stato, violando l’eguaglianza fra i cittadini.
Resta in vigore l’art. 18 del Concordato per cui l’insegnamento della dottrina cristiana cattolica è coronamento dell’istruzione pubblica.
Garantismo, libertà politica e di stampa, autonomia della persona umana, rapporto fra proprietà privata e funzione sociale, finalità del carcere sono al centro del suo intervento del 6 marzo 1947 e torneranno nell’impegno costante dei trenta anni successivi contro le inadempienze che caratterizzano tutta la storia repubblicana.
La voluta non attuazione di molti princìpi della Costituzione significa attentato alle istituzioni, trasformazione in regime, colpo di stato clericale.
La sua concezione della democrazia deriva da riferimenti atipici: Rousseau, Gobetti, Mondolfo, Otto Bauer, Rosa Luxemburg nell’intreccio fra lotta quotidiana e obiettivo finale.
La democrazia è partecipazione diretta, nello sviluppo della coscienza e coincide con il socialismo, risultato finale di un processo di crescita progressiva della classe operaia, antitesi alla socialdemocrazia, allo stalinismo, a concezioni nazionalistiche ed eurocentriche.
Da qui la sua proiezione internazionale,
la partecipazione al Tribunale Russell, l’attenzione alle lotte dei popoli del terzo mondo, la preoccupata analisi del neocapitalismo, per l’intreccio tra meccanismi di integrazione, depoliticizzazione, americanizzazione della vita politica:
“Abbandonate le scelte ideologiche, ridotto tutto ad un problema di buon funzionamento tecnico e di saggia amministrazione, non vi è logicamente più posto per una pluralità di partiti, a meno che il partito non diventi anch’esso un fatto tecnico e istituzionalizzato.
Svuotata ideologicamente e politicamente, la sinistra non è più una alternativa alla destra, ma è soltanto una diversa faccia della destra.
Una sinistra politicamente forte ed efficace tende sempre più a scomparire.” (1)
Sono passati sessant’anni.
(1) Lelio BASSO, Neocapitalismo e “socialisti moderni”, in “Problemi del socialismo”, n. 9/1966. Cfr, per i temi toccati, Lelio BASSO, Il principe senza scettro, 1958, ristampa 1998, su democrazia e Costituzione; Neocapitalismo e sinistra europea, 1969, sulle novità indotte dal neocapitalismo; i postumi Socialismo o rivoluzione, 1980, sua interpretazione del marxismo e Scritti sul cristianesimo, 1983.
Vittorio Bellavite “La mia storia culturale, professionale e politica raccontata alla mia famiglia – a cura di Sara Bellavite e Giuseppe Deiana”, Noi Siamo Chiesa, 2025.
La recensione della biografia di Vittorio Bellavite, come anticipato la scorsa settimana1, dà conto dell’interesse per la storia di Democrazia Proletaria (1978-1991).
Vittorio Bellavite (1938-2023) racconta la propria vita, in poche e semplici pagine, pubblicate dalla figlia Sara e da Giuseppe Deiana2, base per un libro più ampio che dovrebbe raccogliere numerose testimonianze sulle varie fasi del suo impegno e comparire tra un anno.
V i t t o r i o Bellavite
Vittorio racconta il proprio percorso scolastico sino al liceo, dai gesuiti, l’università frequentata poco diligentemente, negli anni della Chiesa pacelliana (rigidità dottrinale, tomismo, scarsa ricerca critica) che produce un insegnamento rigido ed autoritario.
Diventa segretario dell’Intesa, l’associazione cattolica degli universitari, quindi degli studenti della Cattolica, anche in contrasto con il Senato accademico.
Arrivano i primi lavori. La famiglia qui appena accennata, ma il cui ruolo (si vedano le fotografie) è fondamentale nella sua vita.
Inizia l’impegno nelle ACLI,
associazione atipica con la quale la Chiesa cattolica ha una presenza nel mondo del lavoro, non legata direttamente al sindacato. Sono gli anni in cui molti schemi saltano.
È enorme l’influsso del Concilio Vaticano II, ci si interroga sul collateralismo con la DC, le ACLI iniziano ad affermare la propria autonomia, nascono ovunque gruppi spontanei, si vive lo scandalo della povertà nel mondo.
Bellavite è funzionario, per due anni a Roma, dirige, per lungo tempo, l’Ufficio studi provinciale, sino alla nascita dell’ACPOL prima e- quindi- del MPL, fondato da Livio Labor,
nella speranza di costituire una alternativa alla DC nel mondo cattolico che non ne accetta più il conservatorismo.
Alle elezioni politiche del 1972, la delusione è enorme. 119.000 voti, all’interno di una dispersione di circa un milione (PSIUP, manifesto, Servire il popolo).
Una parte del MPL decide di proseguire il cammino senza aderire a PSI o PCI.
Si incontra con la sinistra (Foa, Miniati…) del PSIUP, anch’esso sciolto dopo la mazzata elettorale. Nasce il PdUP.
Le vicende politiche (il referendum sul divorzio, la fusione del PdUP con il manifesto) si intrecciano con l’inizio dell’insegnamento che lo accompagnerà sino alla pensione.
I vorticosi anni ’70 lo vedono dirigente, tra la dimensione locale e quella nazionale (la specificità di credente e i temi a questa connessi).
Nel 1973 è tra i fondatori di “Cristiani per il socialismo”. È nel PdUP per il comunismo e quindi, dopo scissioni e ricomposizioni, in Democrazia Proletaria, quando altre formazioni si dissolvono.
In DP è incaricato di seguire la “questione cattolica”,
attento alla laicità dello Stato, ai rapporti con i gruppi di base, alla critica all’insegnamento della religione cattolica nella scuola. Il massimo impegno, con scarsa attenzione del partito, è rivolto alla critica al nuovo Concordato, craxiano, nel febbraio 1984 e alla successiva legge che prevede l’otto per mille.
Convegni, dibattiti, viaggi in tutta Italia.
Il libro non dice (modestia?) che nel 1980 è il secondo, per preferenze, alle elezioni regionali in Lombardia, ma che Molinari, eletto al parlamento europeo (giugno 1984) non si dimette dal consiglio regionale, cosa che avrebbe permesso un anno di mandato. Peccato.
Nel 1991 DP decide di entrare nel processo costituente di Rifondazione. Bellavite è contrario, con altri. Rifondazione non rispecchia la pluralità di posizioni e le specificità che DP ha tentato di rappresentare. Così è per la formazione di Punto rosso, vicino alla scelta del PRC.
È necessario, invece, continuare interlocuzioni più ampie, attenzioni a più correnti e sollecitazioni culturali. Continua, per anni, il lavoro con il CIPEC che deve esprimere, dialogando, le posizioni di tutt*, entrat* o meno in Rifondazione, rifiutando l’“ortodossia”.
Inizia una stagione “senza partito”,
di impegno sociale, in cui prevale la tensione ecclesiale: Radio popolare, Assopace, formazione, immigrazione, seminari, i tanti viaggi nel mondo, Africa, Asia, Palestina, America Latina.
Nel 1996, nasce “Noi siamo Chiesa” di cui diventa coordinatore nazionale nel 2004, in un costante impegno di dialogo (“Beati i costruttori di pace”, “Pax Christi”) di lotta contro le guerre (Iraq, Kosovo), contro i rischi di regressione presenti nella Chiesa.
La vicinanza alle scelte di papa Francesco si sposa alle coraggiose posizioni sul caso Englaro, contro il sistema enfatico delle santificazioni, contro la presenza del crocifisso negli spazi pubblici, alla richiesta di una legge sulla libertà religiosa.
Una vita rigorosa e coerente, “in basso a sinistra”, nella proposta di un cristianesimo dei poveri, del pacifismo,della nonviolenza, dell’ambientalismo.
Mi fa piacere, partendo da matrici diverse, aver condiviso con lui parte consistente della mia modesta attività politica ed averlo avuto amico (ne accennerò in altra sede).
Il nuovo libro di Sergio Dalmasso “Comandante Che Guevara. La vita le battaglie e il pensiero politico di un rivoluzionario” sarà presentato giovedì 20 novembre 2025 alle ore 21:00 a LA PODEROSA di Torino in via Salerno n. 15a, 10152.
Con l’autore dialogherà Rocco Sproviero di Associazione Italia Cuba.
Locandina evento presentazione libro CHE GUEVARA di Sergio Dalmasso
Prima della presentazione vi sarà, alle ore 19.30, l’ apericena, con prenotazioni tramite Wathsapp.
https://www.sergiodalmasso.com/wp-content/uploads/2022/01/Sergio-Dalmasso.png00Sergio Dalmassohttps://www.sergiodalmasso.com/wp-content/uploads/2022/01/Sergio-Dalmasso.pngSergio Dalmasso2025-11-15 18:10:362025-11-21 20:11:42Comandante CHE Guevara Torino
La Comune di Parigi (18 marzo-28 maggio 1871). Tra “assalto al cielo” e dura e terrena realtà del potere e delle armi dei dominanti di Giorgio Riolo, pag. 7
Balzac e il nostro tempo di Giorgio Riolo, pag. 11
Honoré de Balzac pag. 11
Illusioni perdute e Splendori e miserie delle cortigiane pag. 13
Bibliografia minima – Honoré de Balzac pag. 17
Un altro comunismo? Il messaggio di Rosa di Sergio Dalmasso, pag. 18
La “fortuna” pag. 18
La difesa del marxismo. La totalità pag. 22
Lo scontro sull’organizzazione. Lo sciopero di massa pag. 23
L’imperialismo, la guerra pag. 26
Il cammino nel deserto pag. 27
La rivoluzione russa pag. 29
I consigli. La rivoluzione spartachista pag. 30
Due Rose? pag. 31
In sintesi pag. 32
Il “fascismo eterno” (definizione di Umberto Eco) di Francesco Barbommel, pag. 34
La querelle sullo stalinismo di Giacomo Casarino, pag. 36
LUCIO LIBERTINI l’attività a Torino di Sergio Dalmasso, pag. 39
Eugenio Colorni. Biografia di un socialista europeista di Mario Barnabé, pag. 48
Gustavo Gutierrez, la teologia della liberazione e noi. Per un mondo dal volto umano di Giorgio Riolo, pag. 51
Walter Peruzzi: il direttore, il militante di Sergio Dalmasso, pag. 54
Università via Balbi, 1967/1971 di Sergio Dalmasso, pag. 57
Scheda di Sergio Dalmasso pubblicata in Transform!italia 12 novembre 2025
Continua l’interesse storiografico per la storia di Democrazia Proletaria (1978-1991).
Ai testi di Matteo Pucciarelli, di William Gambetta e di Alfio Nicotra, al lavoro collettivo che ha prodotto Camminare eretti (Milano, Punto rosso, 1996) si aggiungerà, a breve un testo frutto di interviste di decine e decine di militanti, richiesti di discutere sulla propria formazione, sull’impegno nel piccolo partito, su un bilancio complessivo.
Di questo, e non solo, trattano le due interessanti biografie di Emilio Molinari e Vittorio Bellavite, recentemente scomparsi, che hanno attraversato decenni di impegno politico e culturale.
Emilio Molinari, La fabbrica, la politica, i beni comuni. Autobiografia di un comunista dolce, Roma, Redstarpress, 2025.
Emilio Molinari. La fabbrica, la politica, i beni comuni. Autobiografia di un comunista dolce
Da alcuni anni sto scrivendo di me stesso. Sono vecchio e, giusto o sbagliato, è il solo modo per riguardare la mia vita.
Così iniziano i ricordi di Emilio Molinari, pubblicati il mese successivo alla sua scomparsa.
Ricordi che implicano un bilancio critico sulla sinistra “grande” che è ritornata al liberismo ed ha abbandonato il soggetto che l’aveva generata e quella alternativa, prigioniera di immobilismi ideologici, rituali… sino al finale:Sono stato sconfitto, la mia storia è stata sistematicamente cancellata, la politica va ricostruita.
È figlio di famiglia operaia e comunista,
padre schedato e confinato, morto, prematuramente, nel 1947, che vive la guerra, l’antifascismo, le lotte operaie delle fabbriche milanesi e la repressione del dopoguerra. Il corso da perito industriale (al serale), la scuola aziendale, l’ingresso in fabbrica, alla Borletti, l’incontro con i comunisti cheemanano l’appartenenza a una classe e a una morale.
La stagione di lotte operaie, la splendida figura di Rina Barbieri (anche lei, recentemente scomparsa), le prime partecipazione dei tecnici, l’incontro con Tina, la donna della sua vita.
La formazione dei CUB segna la prima fase dell’attività di Molinari, coincide con l’autunno caldo e precede la costituzione di Avanguardia operaia, una delle formazioni più significative della nuova sinistra italiana, nata direttamente dalle esperienze maturate nei luoghi di lavoro.
Le pagine sono anche una storia, “in soggettiva” degli esaltanti, ma drammatici anni milanesi, i CUB, il movimento studentesco, i sindacati (una CISL milanese ben diversa da quella di oggi), le assemblee in fabbrica, il tragico inizio della stagione delle bombe, le contraddizioni nello stesso movimento (le posizioni ideologiche, le tendenze violentiste, scelte estremiste).
Seguono i tentativi di aggregazione tra formazioni politiche, unificazioni e scissioni, le riserve, anche a distanza di anni, sul femminismo:ideologia liberale radicale che ha egemonizzato la grande questione femminile irrisolta in tutte le rivoluzioni… Ha cancellato storie di lotte, sangue e carceri del passato e lotte sindacali…,
le spinte libertarie (o falsamente libertarie) e gli inni alla felicità che dividono ulteriormente le formazioni politiche (si veda la parabola di Corvisieri), la teoria del proletariato giovanile, l’estremizzazione della stessa Comune di Fo e Rame.
La storia italiana scorre nel racconto di Molinari: le reazioni al golpe in Cile, l’esaurirsi progressivo dei CUB, le divisioni in Avanguardia Operaia che pareva impermeabile alle contraddizioni interne, la formazione di Democrazia Proletaria che rimane, di fatto, l’ultima espressione di nuova sinistra in una fase di regressione e di affermazione di posizioni conservatrici (Reagan, Thatcher, sconfitta operaia…).
Molinari è consigliere comunale, poi regionale.
Dopo la sconfitta alle politiche del 1979 (NSU) è coordinatore nazionale di una realtà che sembra sfaldarsi, stretta fra l’ipotesi di compromesso storico e le scelte del brigatismo e degli Autonomi, figli di Toni Negri e di Oreste Scalzone, sino alle caricature, come la banda Bellini di Casoretto, mentre tanti ex rivoluzionari iniziano luminose carriere.
Il rilancio di DP, sull’ipotesi di centralità operaia, sembra pagare, ma pare non essere sufficiente davanti a nuove contraddizioni, temi sottovalutati che esplodono. L’ancoraggio marxista gli pare vecchio e tale da non rispondere al disastro ambientale e al disastro morale della politica.
Si fanno strada altre ipotesi.
Non sono condivisibili né quella cossuttiana (la storia del PCI è diversa dalla nostra) né quella verde,né di destra né di sinistra.
Capanna, per anni identificato con DP, lascia la segreteria.
Lo sostituisce Giovanni Russo Spena. Si produce una frantumazione che dà vita ai Verdi Arcobaleno, mentre il PCI inizia a trasformarsi in una sorta di partito “radicale” e parte di DP guarda alla sua possibile rottura.
L’esperienza verde è negativa:I Verdi sono modernità e facciata, non hanno anima… non sono la sede per costruire quel soggetto rosso- verde…
Molinari è al Senato, mentre il sistema sta crollando: attentati, scandali, Berlusconi alle porte; Rifondazione è un intreccio di sicurezza e di conservazione.
Nascono nuovi impegni: i rifiuti, la sanità, il nucleare, Punto rosso, la Convenzione per l’alternativa, il Forum sociale mondiale, in prospettiva l’acqua e i beni comuni.
È l’ultimo periodo della sua vita,
fatta di lavoro continuo, di viaggi, incontri (lo testimoniano le fotografie), di riflessioni anche autocritiche, di valutazioni su esperienze internazionali (Chiapas, Kurdistan, Amazzonia, mobilitazione sull’acqua), di riflessioni sul fallimento del comunismo, e sul vuoto lasciato dalla caduta dell’URSS, su una sconfitta: la mia storia è stata sistematicamente cancellata che non annulla la speranza in un rilancio, come nella Prima Internazionale del 1864 e la certezza che leragioni ideali, politiche e sociali per cui mi sono impegnato non sono venute meno.
Si può discordare su alcuni passaggi (la scissione Verde Arcobaleno), su alcuni giudizi (la negazione delle potenzialità iniziali di Rifondazione), ma la lettura delle 300 pagine è appassionante, ci riporta alla nostra vita e ai nostri scacchi, offre continuamente sollecitazioni e ci obbliga a prendere posizione su questioni vitali, riconfermando che “l’Emilio” è stata una delle maggiori figure di una lunga e intensa stagione su cui, senza nostalgie, spirito di parte o pentimenti, occorre ancora riflettere.
https://www.sergiodalmasso.com/wp-content/uploads/2022/01/Sergio-Dalmasso.png00Sergio Dalmassohttps://www.sergiodalmasso.com/wp-content/uploads/2022/01/Sergio-Dalmasso.pngSergio Dalmasso2025-11-13 00:51:432025-11-13 00:51:43La fabbrica, la politica
Sabato 22 novembre 2025 alle ore 17 a Cuneo presentazione del nuovo libro di Sergio Dalmasso COMANDANTE CHE GUEVARA. La vita, le battaglie e il pensiero politico di un rivoluzionario.
L’evento si svolgerà presso il Circolo “Rosa Luxemburg” in via Saluzzo n. 28, CUNEO.
L’autore dialogherà con Fabio Panero segretario del Circolo PRC “Rosa Luxemburg”.
Locandina presentazione a Cuneo del libro di Sergio Dalmasso: COMANDANTE CHE GUEVARA.
Evento è promosso da: Associazione Nazionale di Amicizia Italia Cuba, Circolo Rosa Luxemburg, ARCI, Rifondazione Comunista.
A seguire vi sarà una cena di autofinanziamento, con prenotazione tramite Whatsapp.
Sergio Dalmasso a Cuneo durante la presentazione del libro Comandante Che Guevara.
Pubblico, attento, durante la presentazione del libro Comandante Che Guevara 22.11.2025
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Dettagli libro
Editore : Red Star Press Data di pubblicazione : 29 ottobre 2025 Lingua : Italiano Lunghezza stampa : 320 pagine ISBN-10 : 8867184571 ISBN-13 : 978-8867184576 Peso articolo : 380 g Dimensioni : 12.2 x 2.6 x 19.6 cm
Ci sono ancora cose da scrivere, mostrare, leggere su Che Guevara?
Il bel libro che Sergio Dalmasso ci regala a due anni da quello che sarà il sessantesimo anniversario della morte del Rivoluzionario, dice di sì. “Comandante Che Guevara”, “La vita, le battaglie e il pensiero politico di un rivoluzionario”, titolo e sottotitolo del libro appena uscito con Redstarpress, ci dicono di sì.
COMANDANTE CHE GUEVARA di Sergio Dalmasso
“Vale la pena di lottare per le cose senza le quali non vale la pena di vivere” è la frase del Che, riassunto di una vita, che Dalmasso mette in controcopertina.
Può motivare il grande e perenne “successo romantico” di un “eroe” che “vive” nello spazio e nel tempo. Come Rosa Luxemburg e Antonio Gramsci, scrive Dalmasso nella sua introduzione al libro. Immuni dal “peccato” del “reale”, anche grazie alla morte.
Dalmasso però non indulge sul romanticismo, che pure non esorcizza. Ci porta nel libro dicendo delle tantissime possibilità di leggere il Che. Molte teoriche, sul socialismo e l’economia ad esempio.
Come sempre, Dalmasso è ricchissimo di conoscenze, che offre a tutti noi. Motivato da un bisogno di Rivoluzione che resta impellente. Forte di una propria cultura. Capace di conoscere e “rispettare” gli “altri”.
Il tutto immergendosi umanamente e letterariamente nelle Storie e nei Personaggi che racconta. Il libro è molto bello, anche per la presenza di una raccolta di fotografie splendide.
Quando ho scritto su fb un post per preannunciare questa recensione mi è stato chiesto se era un libro nuovo. Sì, lo è.
Perché, come dice l’introduzione, in un’epoca così difficile per i Rivoluzionari, cercare ancora, e dunque rileggere ciò che è stato provando a camminare nella lettura domandando è prezioso. Se chi si prende l’onere è mosso da spirito di ricerca, vero motore della rivoluzione.
Dalmasso non solo cerca ma accompagna.
E quindi col libro ci riporta nella vita e nel pensiero di Guevara ma in tutto ciò che con quel pensiero e quella vita si è cimentato. Le fasi e le culture politiche. Il cinema e la musica. Tutti, anche Gabriella Ferri e Jovanotti.
Non in modi eclettici ma fornendo informazioni, bibliografie, chiavi interpretative.
Live Comandante Che Guevara: Nando Mainardi intervista Sergio Dalmasso sul suo libro “Comandante Che Guevara. La vita, le battaglie e il pensiero politico di un rivoluzionario” (Red Star Press, 2025).
Presentazione Dignità TV libro: Comandante CHE GUEVARA.
“Sergio Dalmasso collabora con diverse riviste di carattere politico e storico. In questi ultimi anni ha scritto libri su Lelio Basso, Rosa Luxemburg e su Rifondazione Comunista.
Ne “Il Comandante Che Guevara”, Dalmasso racconta la vita del grande rivoluzionario contestualizzandola e “immergendola” nella storia latinoamericana e nel dibattito dell’epoca sul presente e le prospettive del socialismo.”
https://www.sergiodalmasso.com/wp-content/uploads/2022/01/Sergio-Dalmasso.png00Sergio Dalmassohttps://www.sergiodalmasso.com/wp-content/uploads/2022/01/Sergio-Dalmasso.pngSergio Dalmasso2025-10-25 18:30:412025-10-25 19:39:43Dignità TV CHE GUEVARA
Presentazione CHE GUEVARA Rapallo. Altri mondi possibili (Laboratorio politico culturale) e Rifondazione Comunista Circolo “Gianna Cassani” organizzano la presentazione del libro: COMANDANTE CHE GUEVARA. La vita, le battaglie e il pensiero politico di un rivoluzionario.
Noi, a differenza del Comune, esprimiamo solidarietà agli studenti che occupano scuole e università
Foto Università di Genova con striscioni del rettorato occupato
A differenza di quanto espresso dal Consiglio comunale genovese, in modo unanime, il Partito della Rifondazione Comunista esprime la propria solidarietà agli studenti e studentesse che hanno occupato il rettorato di via Balbi, ragazzi che, mettendoci menti e corpi,
hanno dimostrato a molti politicanti cosa significhi fare politica, avere una visione internazionalista, antirazzista e anticolonialista, ricondurre il no alle spese per guerra e riarmo al disastro in cui siamo precipitati con lo stato sociale, ai salari, ai diritti di tutti.
I ragazzi hanno occupato solo spazi pubblici, per fare controinformazione in un mondo completamente alternativo al pensiero unico e all’informazione “blindata” che ci sommerge.
Siamo altresì al fianco delle occupazioni portate avanti dagli studenti medi.
Condanniamo pertanto le dichiarazioni di molti dirigenti scolastici, che chiedono alle autorità interventi repressivi e schedature di massa.
Siamo fieri di quei ragazzi, siamo felici che abbiano preso in mano il loro presente e il loro futuro,
e che siano stati in grado di fare richieste e denunce puntuali sul degrado delle loro scuole e sulle derive sociali nelle quali stanno vivendo.
In ultimo, restiamo perplessi sul tentativo delle giunte comunali e regionali di recuperare Leonardo quale sponsor del Festival della Scienza.
Forse non si è capito: i 50.000 di Genova e i 2.000.000 in Italia, sono ben consapevoli che il futuro (anche della Scienza) debba essere libero da qualsiasi ingerenza militarista.
Temiamo che la Giunta comunale sia sempre più orientata a smentire nei fatti, quanto da loro dichiarato in campagna elettorale e asserito quotidianamente da qualche suo esponente “illuminato”.
Ci auguriamo che non sia così, anche se molti segnali confermerebbero quanto sopra indicato:
sarebbe una riproposizione delle scellerate decisioni di quella giunta Doria che, con la sua volontà di privatizzare AMIU e AMT e di chiusura delle porte alla sinistra e alle rappresentative sindacali, determinò i successivi anni di giunte di destra.
Giù le mani dai ragazzi, essenziale equipaggio di terra della Sumud Flotilla! *** Giovanni Ferretti – segretario PRC Genova
https://www.sergiodalmasso.com/wp-content/uploads/2022/01/Sergio-Dalmasso.png00Sergio Dalmassohttps://www.sergiodalmasso.com/wp-content/uploads/2022/01/Sergio-Dalmasso.pngSergio Dalmasso2025-10-15 19:08:592025-10-25 00:01:43Al Rettore? No, grazie
La vita, le battaglie e il pensiero politico di un rivoluzionario
È stato pubblicato dalla casa editrice Red Star Press, Roma, il nuovo libro di Sergio Dalmasso Comandante Che Guevara, ottobre 2025.
COMANDANTE CHE GUEVARA
Sinossi
Se è esistita sulla faccia della Terra una singola vita in grado di incarnare, da sola, il vento di rivoluzione che, spirando sul XX secolo, ha gonfiato come vele il cuore degli oppressi, ebbene, questa vita è quella di Ernesto “Che” Guevara.
Argentino con origini disperse tra l’Irlanda, il Paese Basco e il popolo Guaranì, trovò nel mondo intero la sua Patria, accorrendo ovunque lo portasse il desiderio e la necessità della Rivoluzione.
Da Cuba, dove sarà alla testa della colonna che entrò vittoriosa a L’Avana il 2 gennaio del 1959, al Congo, passando per tutta l’America Latina tiranneggiata e insanguinata dal colonialismo statunitense, Che Guevara continuava a ripetere che «in questa lotta fino alla morte non ci sono frontiere.
Non possiamo rimanere indifferenti di fronte a quanto accade in ogni parte del mondo.
Una vittoria di qualsiasi nazione contro l’imperialismo è una nostra vittoria, come una sconfitta di qualsiasi nazione è una nostra sconfitta».
Idolo per la gioventù ribelle che si apprestava a disselciare le strade di Stati Uniti, Francia e Italia per trasformare il 1968 in un nuovo assalto al cielo e punto di riferimento per gli operai e i contadini che, dall’Africa di Patrice Lumumba all’Asia di Ho Chi Minh, rivendicavano il diritto di decidere una volta per tutte il loro stesso destino, Ernesto “Che” Guevara sarebbe stato catturato e assassinato in Bolivia, nel corso dell’ennesima impresa al servizio del popolo, il 9 ottobre 1967.
Ma vivere nel cuore – e nelle lotte – di chi resta non è morire.
E, Sergio Dalmasso, nel ripercorrere con passione e rigore le tappe della vita e del pensiero politico di Che Guevara, dimostra come la memoria del Comandante sia ancora oggi più viva che mai.
Ernesto CHE GUEVARA
Scheda Bibliografica:
Autore: Sergio Dalmasso
Pagine: 320; illustrato con fotografie d’epoca in b/n
Il Lavoratore di Trieste ottobre 2025 prima pagina.
Socialismo di sinistra
È assente, nello tsunami politico- culturale e nella sconfitta politico- antropologica che ci hanno travolti, un qualunque riferimento al socialismo di sinistra, ad un pensiero che, pur nelle sue differenze (Morandi, Lombardi, Panzieri, il primo Libertini…,
una breve stagione di “Mondoperaio”), ha avuto ruolo importante nel dibattito politico (quando esisteva), costituendo una matrice diversa e dalla socialdemocrazia (in Italia nella sua versione peggiore, governista e atlantista) e dallo stalinismo, dogmatico, autoritario, appiattito sull’URSS,
pur se, in Italia, nella particolare interpretazione e torsione togliattiana (Magri nel Sarto di Ulm parla di genoma Gramsci).
In questa area politico- culturale, che sarebbe interessante rivalorizzare, ha ruolo importante la singolare (non catalogabile in ismi) figura di Lelio Basso.
Nato a Varazze (Savona) nel 1903, vive a Ventimiglia (Imperia), quindi a Milano che è fondamentale nella sua formazione,
nell’intreccio fra lotte operaie, guerra e impatto della rivoluzione russa.
Qui scopre il socialismo e le trasformazioni psicologiche e antropologiche che la guerra e la speranza di emancipazione hanno portato:
è rivoluzione il fatto che le donne del popolo, nelle code nei negozi, non lascino più il posto alle signore eleganti, è rivoluzione il fatto che le ragazze del mondo operaio vogliano mettere le calze di seta.
La tessera socialista.
Nel 1921, a meno di 18 anni, si iscrive al PSI, in opposizione alle posizioni riformiste,
ma anche alla scissione di Livorno cui ha aderito la quasi totalità dei giovani socialisti. Al nuovo PCd’I rimprovera la rigida accettazione delle posizioni dell’URSS e della Terza Internazionale (i 21 punti).
Si laurea in legge nel 1925 (tesi sulla concezione della libertà in Marx) e in filosofia nel 1931, dopo tre anni di confino a Ponza,
con tesi sul teologo protestante Rudolf Otto, (l’interesse per la tematica religiosa è sua caratteristica, dimostrata dalla collaborazione alla rivista battista “Conscientia”).
Scrive su “Critica sociale”, “La rivoluzione liberale” di Gobetti, “Pietre”.
La collaborazione al centro socialista interno, con Rodolfo Morandi, sono causa di nuovo arresto e di reclusione (1939- 1940) nel campo di concentramento di Colfiorito.
CONTINUA .. Download completo della scheda su Lelio Basso di Sergio Dalmasso al seguente:
Scheda libro Le atrocità di Mussolini, di Sergio Dalmasso pubblicata su transform! italia, 8 ottobre 2025
La storia di questo libro (Roma, Alegre, 2024) è singolare e sintomatica di una grave rimozione.
Negli anni ’80, Michael Palumbo, storico italo- statunitense porta alla luce migliaia di documenti, per anni nascosti o non divulgati, sui crimini di guerra compiuti dall’esercito fascista.
Le atrocità di Mussolini. I crimini di guerra rimossi dell’Italia fascista.
Ne nasce il documentario Fascist legacy- l’eredità fascista, prodotto dalla BBC.
La RAI ne compra i diritti, ma ne vieta la diffusione, tanto che è stato trasmesso, dopo anni, solamente da una TV privata o, parzialmente, su YouTube.
Il libro di Palumbo, tradotto in italiano, dalla Rizzoli viene immediatamente bloccato e le copie stampate (8.000?) finiscono al macero,
forse per timore di querele, denunce, ma anche e soprattutto perché ripropongono un problema scomodo e mai affrontato, quello delle responsabilità italiane nella guerra e dei delitti commessi in più paesi, dalle nostre truppe.
È chiaro che pesi il clima della guerra fredda che fa anche dimenticare molti crimini tedeschi (l’armadio della vergogna),
è chiaro che dei governi italiani facciano parte alcuni degli autori di queste nefandezze, è chiaro che l’esercito si ricostruisca, dopo il conflitto, in perfetta continuità con quello precedente,
come la quasi totalità delle istituzioni statali (magistratura, scuola, prefetture, questure, polizia, carabinieri…).
È, però, ovvio che il paese non voglia assumersi gravi responsabilità, non sia disponibile ad un esame di coscienza,
tenda a scaricare su altri la colpa di fatti noti, cancellando o rimuovendo totalmente quelli non conosciuti.
Mussolini ha fatto cose buone, ma ha commesso l’errore di allearsi con Hitler,
l’antisemitismo italiano è nato solamente per imitazione e conseguenze di quello tedesco,
la Repubblica sociale ha attenuato il peso dell’occupazione tedesca, le nostre truppe non hanno ucciso, incendiato, stuprato…
Dagli anni ’90, fortunatamente, alcuni storici (Giorgio Rochat, Nicola Labanca, Carlo Spartaco Capogreco…) hanno iniziato a divulgare ricerche sui crimini di guerra fascisti.
Più di ogni altro, ha avuto peso per le sue opere e per essere entrato nel dibattito pubblico,
Angelo Del Boca (1925- 2021) che è riuscito a far passare a livello di giornali e TV la verità sull’uso delle armi chimiche nella guerra di Etiopia (si ricorda la sguaiata polemica di Indro Montanelli) e con Italiani brava gente?
ha sintetizzato molti studi sui singoli conflitti, smentendo, almeno storiograficamente, un mito ed un luogo comune.
Luogo comune che si è riproposto, come scrive Eric Gobetti nella bella prefazione al testo,
negli anni successivi, con film quali Mediterraneo, Il mandolino del capitano Corelli…,
con le opere di Giampaolo Pansa, già autore di tesi di laurea sulla resistenza nell’alessandrino e parlamentare indipendente nelle liste PCI,
con la istituzione (sciaguratamente votata a larghissima maggioranza) del giorno del Ricordo delle vittime delle foibe,
resa possibile dalla mancanza di contestualizzazione su quanto drammaticamente avvenuto prima di quei fatti.
È chiaro che la stagione berlusconiana, la fine del paradigma antifascista, la progressiva riabilitazione del Ventennio,
la visione macchiettistica del regime siano fra le cause dell’attuale egemonia dell’estrema destra,
a dimostrazione della frase di Primo Levi, con cui Gobetti chiude la prefazione: Tutto questo è avvenuto, quindi può accadere di nuovo.
L’autore ricorda la storia della propria ricerca,
documenta gli insabbiamenti angloamericani di delitti e stragi, la genesi di Fascist legacy, le progressive difficoltà incontrate,
le cancellazioni delle richieste di processo per i delitti, i rischi corsi, il fatto che l’ambasciatore italiano nel Regno unito (fine anni ’80) chieda la sua espulsione,
il rifiuto da parte della stampa italiana di parlare di genocidio per i comportamenti delle nostre truppe.
La colpa di Palumbo?
Avere portato alla luce documenti che attestano come il governo italiano, dopo la caduta di Mussolini, sia stato composto da criminali di guerra fascisti,
protetti da britannici e statunitensi, per impedire un governo comunista in Italia.
Questo aiuta a spiegare il riemergere del fascismo in Italia nel nostro tempo… Resiste il mito del fascismo italiano meno malvagio del nazismo austro- tedesco…
È una tragedia che Trump esprima apertamente ammirazione per il Duce (p. 25).
Non vi è qui lo spazio per analizzare i singoli capitoli del testo: – le origini culturali del fascismo – il colonialismo in Libia – l’Etiopia (significativi il titolo,
Vendetta per Adua e la dichiarazione del generale Rodolfo Graziani: Il Duce avrà l’Etiopia con o senza gli etiopi) – la repressione in Etiopia –
la tragedia greca, guerra contro la Grecia ed occupazione – la Venezia Giulia, occupazione, lager e selvaggia repressione della resistenza e della popolazione:
Vidussoni vuole ammazzare tutti gli sloveni. “Bisogna fare come gli ascari e sterminarli tutti” (Galeazzo Ciano, Diario, 5 gennaio 1943) – la Croazia:
Dobbiamo finalmente porre fine alla fama che gli italiani non sanno essere crudeli (Benito Mussolini),
Il regime di terrore che gli italiani hanno istituito in alcune zone della Croazia elude ogni descrizione (Josef Gobbels) –
a repressione in Montenegro: Soldati d’Italia, non impietositevi della miseria della popolazione. Ricordatevi che val meglio essere temuti che disprezzati (generale Alessandro Pirzio Biroli) –
la Repubblica di Salò, l’antisemitismo, le stragi di civili – i nuovi alleati (Regno unito e USA), i mancati processi, l’impunità concessa ai criminali di guerra, ai collaborazionisti, ai gerarchi fascisti.
I processi, con conseguenti sconti di pena,
rinvii, lievi condanne e liberazioni anticipate, sono la dimostrazione di complicità, di quella “continuità dello Stato” che ha pesato grandemente sulla nostra democrazia, della riabilitazione di Badoglio, Graziani, Roatta…
del rifiuto, assecondato da Gran Bretagna e US, di rispondere positivamente alle richieste di Jugoslavia, Albania, Etiopia a processi che svelino i crimini e ne condannino i responsabili.
Il testo si chiude con un drammatico bilancio dei crimini di guerra italiani:
• Libia 75.000 – Etiopia 300.000 – Grecia 100.000 – Jugoslavia 250.000 – Albania, Francia 100.000 – Russia, Spagna, Somalia, Eritrea 150.000 per il totale di un milione circa.
Le cifre sono certo discutibili, ma, in ogni caso, servono a cancellare il consueto mito, autogiustificatorio,
di Italiani brava gente (la storica Elizabeth Wiskemann, in un testo del 1966, arriva a definire gli italiani: Gentili per natura e del tutto umani!