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Fonte, http://www.comune.bologna.it/iperbole/asnsmp/rifondaredifficile.html

Sergio Dalmasso, Rifondare è difficile. Rifondazione comunista dallo scioglimento del PCI al “movimento dei movimenti”, Torino, Edizioni Centro di Documentazione di Pistoia e CRIC, 2002

Dieci anni dopo la nascita di Rifondazione Comunista giunge puntuale il libro di Sergio Dalmasso sulla storia del partito che ricostruisce, con la pazienza verso i fatti

che si dovrebbe pretendere sempre dagli storici, i passaggi politici più importanti di questa vicenda inserendola nella cornice nazionale e internazionale. Un’opera meritevole, la prima che affronta in termini esaurienti e complessivi l’intero percorso compiuto in questo decennio denso di avvenimenti nazionali e internazionali che hanno accompagnato la nascita e il percorso del PRC.

Poco finora si è scritto sul PRC e la sua storia, e quel poco è stato spesso stimolato da bisogni di affermare la propria identità politica che hanno stravolto quella che è la serena, per quanto possibile ai contemporanei, ricostruzione dei fatti e delle loro successioni intrinseche. Nell’introduzione l’autore cita due di questi esempi: il libro dei fratelli Diliberto, Oliviero e Alessio, La fenice rossa (Robin, 1998), e quello di Alessandro Valentini, La vecchia talpa e l’araba fenice (Città del sole, 2000), entrambi testi di “storia militante” di una stessa corrente, quella cossuttiana, spaccatasi in due dopo la scissione operata da Cossutta e Diliberto nel 1998. L’attuale segretario del PdCI e suo fratello promettevano in quarta di copertina di svelare la “storia segreta della nascita del PRC. Gli antefatti, gli incontri clandestini, chi era dentro, chi era fuori. I documenti riservati, gli appunti dei capi”. La pubblicazione offriva il pretesto ad Alessandro Valentini per mettere mano a carte e documenti e scrivere un saggio al fine di confutare imprecisioni, inesattezze e superficialità contenute nell’opera dei fratelli Diliberto, i quali avrebbero prodotto, secondo il parere di Claudio Grassi, “un piccolo bignami dell’opportunismo” («Liberazione», 5 febbraio 2000).

Fuori di quest’ambito, tutto interno alla ricostruzione della storia della corrente cossuttiana e del suo ruolo giocato nella fondazione del PRC, si muove il lavoro di Dalmasso che ha come scopo primo l’esposizione e la narrazione dei fatti e degli eventi. Il libro inizia delineando la crisi interna che lacera il PCI prima del cambiamento del nome, il sorgere delle correnti (fenomeno maledetto e combattuto come “frazionismo” nei decenni precedenti) che costituirono il Movimento per la Rifondazione Comunista e il PRC nel corso del primo congresso del 1991. Prosegue analizzando il dibattito interno al partito, sempre vivace e prolifico, soprattutto in concomitanza con le varie assisi congressuali, la prima vittoria delle destre nel 1994, il passaggio da Berlusconi al governo dell’Ulivo e la desistenza elettorale praticata dal PRC nelle elezioni del 1996, la rottura successiva col governo Prodi del 1998, la scissione dei comunisti italiani, il difficile riposizionamento del partito, la seconda vittoria delle destre e al ritorno di Berlusconi a capo del governo, i fatti di Genova del luglio 2001 e, infine, il dibattito attorno alle tesi dell’ultimo congresso. Capitolo dopo capitolo sono raccontate le vicende che hanno attraversato, tra slanci, delusioni e scissioni, la storia di questo partito nato dalla crisi del PCI e, più in generale, dei partiti italiani i quali, nel 1991, stavano per essere travolti da tangentopoli.

Il termine Rifondare connotava già fin dall’inizio l’intenzionalità dell’opera. Non si trattava di ricostruire il partito comunista, ma di rifondarlo, considerando in ogni modo conclusa quell’esperienza nata e sorta in un arco storico del secolo 900 che, con la fine dell’URSS (1991), stava esaurendosi. La stessa chiusura della formula PCI era l’espressione delle trasformazioni strutturali, politiche e culturali della società italiana negli anni Ottanta e della crisi in cui precipitava il movimento dei lavoratori dopo l’ascesa degli anni Settanta, che si accompagnava all’inadeguatezza della strategia del compromesso storico e dei governi di solidarietà nazionale nel garantire un processo di trasformazione dei meccanismi statali e capitalistici. Un pezzo di storia nazionale che si affiancava alla destrutturazione dell’equilibrio internazionale stabilito ai tempi della guerra fredda, provocato dalla crisi e dalla caduta dei regimi cosiddetti socialisti. Il crollo del muro di Berlino e quella dell’URSS rappresentavano per i comunisti italiani la fine di un’epoca che si era aperta a Yalta con la spartizione del mondo in zone d’influenza. Infine, si delineava una ridisegnazione del funzionamento del capitalismo internazionale che apriva la via alla globalizzazione dell’economia.

 
Per anni la politica del PCI aveva dovuto tener conto della convergenza di tre grandi variabili: la presenza dei movimenti di massa, la politica estera della direzione sovietica e gli interessi specifici di autoconservazione degli apparati di partito. Alle soglie degli anni Novanta, la dinamicità dei movimenti di massa era molto ridimensionata, l’URSS scompariva dallo scenario internazionale, rimanevano gli interessi specifici di un ceto politico e degli apparati di partito che provavano a giocare la carta della ricollocazione in un “nuovo mercato” politico liberandosi di un nome e di una tradizione che giudicavano conclusa e ingombrante. Un’operazione non facile nel breve e nel lungo periodo, ne sono d’esempio le ultime sfortune elettorali dei Democratici di Sinistra; così come non era semplice rifondare il comunismo.

Superato, non senza difficoltà, l’atteggiamento di chi pensava che tutto fosse come prima, una volta scrollatosi di dosso la polvere provocata dal crollo del muro di Berlino, iniziava un difficile cammino in un contesto sociale e politico che non facilitava certo l’impresa. Non a caso e opportunamente, fin dal titolo, siamo avvertiti della difficoltà insita nell’opera intrapresa; rifondare è stato ed è difficile perché il processo politico di costruzione del partito avviene in un quadro nazionale e internazionale segnato, nell’ultimo decennio, da una netta inversione dei rapporti di forza tra le classi a tutto vantaggio di quelle dominanti, sotto il segno del nuovo imperialismo nella versione modernissima della globalizzazione. Una rifondazione che cerca di combinare resistenza e offensiva politica, che deve fare i conti con le lotte e la pratica quotidiana per tenere in vita il partito e la ricerca teorica e ideologica, indispensabile in una situazione storica e politica completamente nuova rispetto agli assetti che regolavano il mondo dopo la seconda Guerra mondiale.

Un partito e una rifondazione che hanno dovuto imparare a rapportarsi con sedimentazioni di culture politiche non sempre omogenee tra loro, perché provenienti da forme organizzative e ideologiche diverse, di cui Dalmasso segnala citando riviste e appartenenze, il contributo, a volte critico, apportato. Un processo di ricostruzione politica e organizzativa che ha comportato, in determinati e difficili passaggi, rotture, lacerazioni nei gruppi dirigenti e nella base.

Un libro da cui partire per capire la storia del PRC, riflettere sulle vicende accadute per cominciare a trarre un bilancio; un libro che si spera sia di stimolo anche alla riflessione storica, alla ricerca, alla nascita di una memoria collettiva del proprio passato, feconda di identità, solidarietà e appartenenza; in questo senso, fa ben sperare la decisione finalmente presa, come si è letto su «Liberazione» nei giorni del quinto congresso, di costituire un archivio centrale che raccolga tutti i materiali e i documenti prodotti dal partito e dalle sue varie sensibilità e/o tendenze.

Aprile 2002

Diego Giachetti

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Il libro è stato ristampato nel 2005 nel Quaderno CIPEC 31

Un utile libro sulla storia di Rifondazione Comunista

di Rosario MARRA

Il 2021 è stato un anno attraversato da importanti anniversari per coloro che si richiamano al comunismo: i 150 anni della Comune di Parigi, i 100 anni dalla fondazione del PCI, ma anche i 30 anni dalla nascita del PRC, una delle varie (forse troppe) formazioni comuniste del nostro Paese. Inoltre, l’anno che volge al termine ha visto anche alcune scadenze congressuali: in queste settimane s’è avviata la fase congressuale del PCI e si sono già tenuti i congressi nazionali di Sinistra Anticapitalista e del PRC.

Per quanto riguarda quest’ultimo Partito, la recente uscita del libro di Sergio Dalmasso (“Rifondazione comunista”, edizioni Red Star Press) è stata pressoché coincidente con entrambe le occasioni: da un lato, il trentennale del  Partito, nato nel dicembre 1991, dall’altro, la citata scadenza dell’ XI Congresso nazionale del PRC conclusosi lo scorso ottobre. Nell’approccio storico, uno degli scogli che tradizionalmente s’incontra è sicuramente la scelta del tipo di periodizzazione per individuare le caratteristiche di questa o quella fase nel suo collegamento con il contesto sociale, istituzionale, nazionale e internazionale. L’autore ha scelto la suddivisione decennale della storia di Rifondazione. L’attuale volume è così il secondo dell’opera e affronta il periodo 2001-2011 (il sottotitolo è “Dal Movimento dei Movimenti alla chiusura di Liberazione, storia di un Partito nella crisi della sinistra italiana”). Il precedente volume, Rifondare è difficile, uscito nel 2002, si soffermava sul primo decennio: dal 1991 al 2001.

È ovvio che le periodizzazioni, per quanto utili, sono convenzionali, e quelle riguardanti l’arco temporale decennale sono una delle più usate (non a caso, ad esempio, si parla di anni ’60, anni ’70, ecc.). C’è chi nella storia dei Partiti lega le periodizzazioni soprattutto ai Congressi o ai cambi di segretario, o, ancora, ai risultati delle varie scadenze elettorali, alle scissioni o alle fusioni con altre forze. L’approccio di Dalmasso cerca però di evitare un’eccessiva accentuazione di questo o quell’aspetto della storia del PRC, pur individuando con chiarezza i punti di snodo del dibattito e degli orientamenti politici assunti nell’arco del decennio. In effetti, l’autore fornisce una sorta di guida per approfondire l’aspetto o gli aspetti della vita del Partito che maggiormente possono interessare i lettori.

Il libro ha tre introduzioni (Musacchio, Russo Spena, Dalmasso stesso ) ed è articolato in sei capitoli e delle conclusioni. È corredato da una robusta bibliografia di oltre 200 articoli di riviste, quotidiani e volumi che vengono parzialmente passati in rassegna nell’introduzione dell’autore.

È proprio dall’iniziale rassegna storico-critica (ma, ancora di più, dalla lettura del testo) che si comprende l’impostazione data alla pubblicazione. Ad esempio, si criticano alcuni scritti su Rifondazione – citandone titoli ed autori – evidenziando magari che si tratta di un testo “tutto autocentrato e insufficiente nel motivare i continui passaggi politici oppure che siamo in presenza di un lettura tutta soggettiva e di parte. Ma, contemporaneamente, non si lesinano apprezzamenti ad altri lavori di ricostruzione critica. Bartolino, ad esempio, viene lodato perché costruisce “un lavoro organico e approfondito sul partito e permette di comprenderne modificazioni, comportamenti, strutture, come pure si valuta positivamente lo studio del sociologo Fabio De Nardis perché segue con attenzione il dibattito del settimo Congresso (2008)  la dialettica interna, i meccanismi di elaborazione e funzionamento”. Parimenti elogiati sono i contributi di Raul Mordenti, soprattutto Non è che l’inizio.- Vent’anni di Rifondazione Comunista”.

Insomma, Dalmasso fornisce anche una sintetica bibliografia ragionata per chi vuole approfondire la storia di Rifondazione e giungere ad un serio bilancio critico ed autocritico. Va comunque sottolineato che il libro, per una chiara e condivisibile scelta dell’autore, non prende parte per nessuna delle posizioni politiche interne al dibattito del PRC, né vuole trarre conclusioni su quanto accuratamente descritto. È una scelta che va apprezzata, poiché, a parere di chi scrive, il compito di un bilancio è sì sempre prevalentemente politico, ma deve anche colmare la mancanza di “uno studio che racconti nel modo più oggettivo possibile la storia, i fatti, per dirla con l’introduzione stessa di Dalmasso.

Peraltro, è proprio su come intendere il bilancio critico ed autocritico che si situa uno dei limiti maggiori della storia di Rifondazione. Un esempio, per chiarirci: il problema non è, riferendoci alle “innovazioni teoriche” del periodo bertinottiano, di criticarle mummificando l’esperienza novecentesca del Movimento operaio con atteggiamenti nostalgici e folcloristici; e, parallelamente, verso il secolo scorso non si può nemmeno dare l’impressione di una posizione “filo-veltroniana” di sinistra, dove può sembrare che il vero scopo non sia tanto la riflessione teorica e strategica, bensì rendersi politicamente affidabili verso il centro-sinistra dell’epoca.

Sul piano dell’autocritica ragionata, uno dei più noti dirigenti del PRC, Paolo Ferrero, riferendosi al Movimento No Global – che per quanto sviluppatosi solo nei primi anni del decennio ha avuto conseguenze politiche che temporalmente sono andate ben oltre – ha puntualmente osservato (sulla rivista “Su la testa” del luglio 2021):

Sul piano istituzionale, lo sbocco proposto da Rifondazione fu quello di costruire il programma comune con il centro-sinistra in vista di un’alleanza di governo… Pensavamo che si potesse determinare un circolo virtuoso e, invece, si determinò un riflusso del Movimento e una limitata capacità contrattuale sul piano politico. Si può discutere a lungo dei singoli errori tattici, ma a me pare che il problema stesse nel manico e cioè nell’aver pensato di poter far vivere l’alternativa dentro l’alternanza. È stato un errore drammatico e a vincere è stato il bipolarismo e il liberismo”.

In realtà, uno dei problemi politici dei bilanci autocritici è che non sempre ad una correttezza formale degli stessi corrispondono comportamenti conseguenti, e ciò sia detto senza alcun intento polemico, ma come mera constatazione del fatto incontestabile che il “governismo” rimane una politica dura a morire.

In ogni caso, al di là delle singole questioni, il fattore “bilancio” è uno dei contributi che può dare un’attenta lettura del libro, soprattutto per chi ha vissuto direttamente o indirettamente le vicende del 2001-2011. E tuttavia ci sono altri fattori non meno importanti che rafforzano l’utilità del lavoro di Dalmasso: mi riferisco alla costruzione/ricostruzione di una memoria storica attiva e dinamica seppure su un periodo temporalmente abbastanza recente. Per lettori e lettrici più giovani, la trasmissione della memoria soprattutto rispetto a quei momenti che hanno visto il protagonismo di una nuova generazione, come avvenne a Genova 2001 e nei Social Forum, può aiutare, entro certi limiti, anche la pratica, ad esempio, dalle recenti mobilitazioni contro il G-20.

Ho già detto che le periodizzazioni, per quanto utili, sono convenzionali. E forse possono essere eccessivamente schematiche. In questo caso, sarebbe utile rileggere/procurarsi anche il primo volume del 2002, opportunamente richiamato dall’autore, e ciò per avere una visione unitaria dei primi venti anni del PRC. Infatti, è chiaro che tra il primo e il secondo decennio della storia del PRC, come ci sono elementi di diversità, così ce ne sono di continuità. Ad esempio, la segreteria Bertinotti, durata ben 12 anni dal 1994 al 2006, attraversa entrambi i decenni. E in entrambi i decenni si colloca anche la maledizione delle scissioni, i cui nodi sono sostanzialmente sempre gli stessi: il rapporto coi Democratici di sinistra prima e col PD dopo, così come il rapporto col governo Dini prima e quello coi governi Prodi e d’Alema nel secondo decennio.          

Va altresì detto che il periodo 2001-2011 si caratterizza anche per un tentativo di inversione della tendenza alla frammentazione: l’esperienza della Federazione della Sinistra incentrata soprattutto su PRC e Comunisti Italiani. Si trattò di un’esperienza nata già in una fase calante della sinistra d’alternativa e, in particolare, dei comunisti, e dopo alcuni anni cadde sia sul problema delle cessioni di sovranità” dai singoli Partiti alla Federazione e sia, ancora una volta, per visioni diverse sul rapporto col centro-sinistra.

Ma va comunque ricordato il buon risultato che ebbe la Federazione della Sinistra nelle amministrative del 2011 proprio a Napoli, dove riuscì ad avere un ruolo rilevante nell’avvio di quella esperienza di rottura che è stata la prima giunta De Magistris. Riflettere su quella esperienza federativa, di cui i promotori non hanno mai fatto un bilancio comune, ci sembra importante se si vuol rilanciare una politica di unità dei comunisti che, altrimenti, si riduce a mero auspicio.

Il libro si chiude con la fine delle pubblicazioni di “Liberazione”, il quotidiano del Partito. Si tenterà l’avventura di un’edizione online, ma anche quella non sarà coronata da successo. In sintesi, sull’insieme del volume, penso che si possa condividere la valutazione di Russo Spena: “Il lavoro certosino di Dalmasso è importante perché riannoda i fili di una memoria che ci appare confusa, fagocitata dall’ipostatizzazione del presente senza futuro. È essenziale, poi, per Rifondazione Comunista che ha avuto come orizzonte il “comunismo diffuso”.

L’augurio, ora, è che l’autore proceda anche col terzo volume per il successivo decennio 2011-2021, in modo da fornire un ulteriore contributo per il bilancio condiviso di un’esperienza ancora in corso.

Fonte Lef La rivista, 5 dicembre 2021.

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Rosario Marra Rifondazione Comunista Dalmasso

Rifondazione Comunista

Dal movimento dei movimenti alla chiusura di “Liberazione”, storia di un partito all’interno della crisi della sinistra italiana.

Recensione su Amazon di un lettore

Il libro di Sergio Dalmasso sulla storia di Rifondazione dal 2001 (con i fatti del G8 di Genova) al 2011 (chiusura – dopo l’avvento al governo di Montidel quotidiano Liberazione) acquistato in Amazon, è arrivato in tempi brevi e da me letto in questo triste fine e inizio anno 2021/2022 che stiamo vivendo per la pandemia Covid-19.

Periodo quello raccontato nel testo (che si aggancia coerentemente al decennio precedente narrato nel suo libro Rifondare è difficile (2002)) di fervido protagonismo della formazione politica RC con a guida Fausto Bertinotti, a mio avviso, con la sua ondivaga linea politica e con la difficile guida di Paolo Ferrero.

Difficile in seguito alle scissioni di pancia e provocate, avvenute queste ultime in seguito al forte attacco alla formazione comunista da parte del PD governista, liberista, centrista e bipolarista.

Dalmasso racconta con maestria di questo decennio facendo parlare i protagonisti della storia, NON interpretandoli, con i principali fatti avvenuti perfettamente incastonati cronologicamente nel contesto italiano e mondiale e dati al lettore usando come linea guida il quotidiano ufficiale del partito “Liberazione”, ma non soltanto – la bibliografia è molto ricca.

Mancano nel libro i racconti orali (le interviste ai protagonisti della storia – quel che avveniva dietro le quinte tra i protagonisti) che alcuni ritengono potrebbero arricchire maggiormente la storia di Rifondazione.

Non necessariamente, io penso, poiché il libro, dà ugualmente al lettore nelle sue 303 pagine la possibilità di comprendere gli avvenimenti accaduti, di valutare i pro e i contro e di farsi un’autonoma idea cogliendone i meriti e i demeriti di ognuno se non, diversamente da quanto con modestia sostiene l’autore nelle sue conclusioni, dare indicazioni sul come proseguire positivamente la storia evitando gli errori commessi.

Consiglio di acquistare il testo principalmente se si vogliano comprendere i travagli che hanno portato gli attori del recente passato a delle scelte, senza fermarsi alla superficialità con cui sono stati e sono ancora narrati dalle fonti mediatiche di parte.

Avvenimenti occorsi in Italia in quel decennio che hanno ripercussioni nell’attualità politica dell’oggi, nella vita delle persone di oggi.

Torino, 8 gennaio 2022

Domenico Capano

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Recensione Amazon

A partire dal giorno 19 dicembre e fino al giorno 6 gennaio sarà possibile visitare la mostra fotografica sui trenta anni di Rifondazione Comunista nella provincia di Grosseto.

Domenica 19 dicembre 2021 è stato presente Sergio Dalmasso dalle ore 15:00 con il suo libro sulla storia Rifondazione Comunista (da Genova 2001 alla chiusura del quotidiano di partito Liberazione 2011.

Foto evento presentazione libro di Sergio Dalmasso al circolo PRC di Grosseto

L’ingresso alla mostra è consentito con mascherina ed esibendo green pass in corso di validità.

Calendario della federazione di Rifondazione Comunista della provincia di Grosseto, calendario che ripercorre la storia della federazione del PRC di Grosseto dalla fondazione ai giorni nostri ; ogni copia può essere richiesta al prezzo di € 10 ciascuna. Chi fosse interessato contatti la segretaria di federazione Stefania Amarugi.

Presentazione del libro moderata da Alessio Buzzani.

Circolo PRC Grosseto

Libro storia di Rifondazione Comunista Dalmasso

Vita sociale in occasione della festa per i 30 anni di Rifondazione a Grosseto 19-12-2021

Festa dei 30 anni di Rifondazione al circolo PRC Grosseto

Dieci anni di Rifondazione Comunista raccontati da Sergio Dalmasso

di Franco Ferrari

24/11/2021

Sergio Dalmasso prosegue da anni il suo prezioso impegno di ricostruzione di aspetti più o meno noti delle vicende della sinistra italiana con una particolare attenzione a tutte quelle correnti che vanno dal socialismo di sinistra al dissenso comunista e alla nuova sinistra sorta negli anni sessanta. Lo sguardo è quello di chi, pur essendo anche militante, riesce ad osservare gli eventi, le idee, i personaggi con il giusto distacco critico, senza farsi coinvolgere dal desiderio di tifare per l’uno o per l’altro.

Morto Paolo PietrangeliUn addio a Paolo Pietrangeli

Tra gli “oggetti” a cui ha dedicato la propria attenzione vi è anche il Partito della Rifondazione Comunista. Dopo un precedente lavoro (Rifondare è difficile) nel quale aveva seguito le premesse della nascita del PRC, maturate già nella storia finale del Partito Comunista Italiano, fino all’emergere del movimento “altermondialista” all’inizio del nuovo millennio, ora ne riprende la storia e la ricostruisce per un ulteriore decennio.

Il nuovo libro, pubblicato da RedStarPress (pp. 303, € 22,00) si intitola semplicemente Rifondazione Comunista ed è aperto da due interventi di Roberto Musacchio e Giovanni Russo Spena. Se l’inizio si riallaccia alla fine del testo precedente, Dalmasso ha scelto come termine quel 31 dicembre 2011 che sancì, dolorosamente, la chiusura del quotidiano Liberazione. Nella ricostruzione di vicende ancora aperte (non quella del quotidiano, ma quella del Partito) scegliere un punto di finale è necessario, ma pone anche qualche limite, nel momento in cui alcuni degli eventi raccontati hanno prodotto conseguenze anche in una fase che fuoriesce dall’arco temporale del libro. D’altronde è questo uno degli effetti ineliminabili nel fare storiografia di eventi ancora così vicini e (fortunatamente in questo caso) non ancora conclusi.

rifondazione comunista storia sergio dalmasso

La scelta di far concedere la fine della storia raccontata con la cessazione del quotidiano del PRC è forse legata (supponiamo) al venir meno del principale strumento di lavoro, grazie al quale l’autore ha potuto ricostruire le prese di posizione del partito ed anche gran parte del suo dibattito interno che poi, in Rifondazione, tanto interno non è mai stato.

Dalmasso dichiara apertamente, nel capitoletto conclusivo, di aver voluto innanzitutto “raccontare i fatti specifici” del decennio, lasciando ad altri esprimere posizioni critiche, interpretative o “ricette per l’avvenire” (che tutti vorremmo avere ma che forse, in questo momento, nessuno ha).

Un lavoro più ampio avrebbe forse richiesto di ricorrere, per quanto le testimonianze vadano sempre prese con la dovuta prudenza, alla memoria diretta dei protagonisti e avrebbe forse aiutato ad arricchire la valutazione dei passaggi nodali del decennio, un utilizzo più ampio degli studi di taglio politologico o sociologico che, pur non abbondanti, sono comunque disponibili. Alcuni citati dall’autore, come i lavori di Bertolino e De Nardis, altri no, forse perché inseriti in testi non specificamente dedicati al PRC (come Damiani e Ignazi) o non disponibili in italiano come i capitoli dedicati a Rifondazione all’interno di ricerche che esaminano l’insieme della sinistra radicale in Europa (Chiocchetti, Newell, Hudson, Broder tra gli altri).

Il decennio ricostruito da Dalmasso è stato largamente dominato dalla leadership di Fausto Bertinotti, che è stato segretario del PRC fino al 2006, al momento in cui ha assunto il ruolo di Presidente della Camera dei Deputati. Anche da questa postazione istituzionale ha continuato a influire sulla politica del partito fino alla rottura provocata dalla sconfitta della Sinistra-l’Arcobaleno e poi la divaricazione incomponibile prodottasi con il successivo Congresso di Chianciano del 2008.

Quali sono stati i tratti caratterizzanti la direzione di Bertinotti? Innanzitutto un tentativo molto forte di rinnovare la cultura politica di Rifondazione Comunista. Questo obbiettivo si è espresso con la decisione di sostenere e partecipare attivamente al cosiddetto “movimento dei movimenti”, la prima mobilitazione di massa a livello mondiale che ha messo in discussione l’egemonia liberista e la sua proiezione globale. Questo movimento, da Seattle a Genova a Firenze, si è poi innestato con la netta collocazione contro la guerra in Irak e si è dato una forma organizzativa nello schema dei Social Forum.

Sul piano teorico Bertinotti ha cercato di individuare un asse nell’adozione della teoria della nonviolenza, vista come passaggio per una revisione dell’idea del potere, all’interno di una sostanziale archiviazione di gran parte dell’esperienza storica del movimento operaio e comunista del novecento. Veniva in sostanza individuata la necessità di mettere in atto delle cesure ideologiche e simboliche (non solo nei confronti dello stalinismo) e di costruire una nuova strumentazione per rilanciare una forza politica antagonista a partire dai due punti cardine: l’opposizione al liberismo e alla guerra.

Per far questo era necessario rivedere anche la struttura organizzativa del partito introiettando alcuni degli elementi apportati dalle teorie elaborate dai “nuovi movimenti sociali” (femminismo, ambientalismo, ecc.). Questa revisione ha portato la direzione di Bertinotti a considerare inevitabile un superamento di Rifondazione Comunista, come ricostruisce Dalmasso, prima attraverso la cosiddetta “sezione italiana della Sinistra Europea” e poi, sull’onda dei mutamenti in atto nel sistema politico (formazione del PD veltroniano con “vocazione maggioritaria” e superamento della coalizione di centro-sinistra) per dar vita ad un nuovo soggetto di sinistra. Questa nuova formazione veniva sollecitata dalla confluenza elettorale dei vari soggetti politici esistenti a sinistra del PD ma veniva azzoppata dal catastrofico risultato elettorale del 2008.

Questa prospettiva strategica, che si sviluppava con una certa coerenza di fondo, si intrecciava con una svolta politica tale da determinare la partecipazione del PRC all’Unione (vasta ed eterogenea coalizione di centro-sinistra) e poi al governo diretto da Romano Prodi. L’idea portante era che lo sviluppo dei movimenti anti-liberisti dell’inizio del nuovo millennio richiedesse una rappresentanza politica in sede istituzionale (Parlamento e Governo) e che a loro volta, la presenza di questi stessi movimenti potesse modificare i rapporti di forza all’interno della coalizione tra forze moderate e forze radicali.

La decisione di partecipare al governo costituiva un indubbio ripensamento rispetto a quanto veniva detto da Bertinotti in occasione del quinto Congresso del 2001 (e citato da Dalmasso a pag. 42) sulla natura “rifondativa” della precedente rottura con Prodi. Una cesura anche con quella che veniva considerata come “l’eredità togliattiana”. Interpretata questa (in modo riduttivo, a mio modesto parere) come individuazione del terreno del governo come ambito prioritario dell’agire politico mentre si doveva puntare a spostare l’attenzione “dal piano politico parlamentare a quello politico-sociale”. La scelta di partecipare al governo Prodi è stata quella su cui più si sono appuntate le critiche e le autocritiche successive, sia interne che esterne al PRC.

Un altro elemento sul quale è stata rivendicata da Bertinotti una rottura con la tradizione dominante del PCI ha riguardato il cosiddetto metodo del “rinnovamento nella continuità”, considerato inadeguato a far fronte ai mutamenti della società e del rapporto tra società e politica che richiedeva invece delle rotture radicali.

La fase della leadership di Bertinotti è quella che, essendosi conclusa, permetterebbe una riflessione complessiva più approfondita e anche meno condizionata dai conflitti del tempo. Il libro di Dalmasso offre molti elementi di fatto su cui poterla costruire.

Un bilancio non dovrebbe essere solo misurato sull’esito della sconfitta della lista elettorale del 2008 ma misurarsi con i diversi aspetti della direzione di fondo perseguita dall’ex leader di Rifondazione.

A me pare che alcune scelte mantengano una loro validità: 1) la netta rottura con lo stalinismo; 2) la decisione di essere pienamente interni al movimento altermondialista dei primi anni 2000; 3) l’impulso determinante a dar vita al Partito della Sinistra Europea. Mentre vedrei molto più criticamente un eccesso di foga liquidatoria verso le esperienze politiche del Novecento come anche, nella gestione del partito, una personalizzazione molto spinta della leadership (pur in presenza di una indubbia dotazione di carisma spendibile nel dibattito pubblico) che non ha aiutato a radicare nel senso collettivo alcune acquisizioni positive di cultura politica.

Lo stesso rapporto con i movimenti dai quali sarebbe dovuto emergere una nuova leva di dirigenti politici tale da rinnovare ed allargare il partito è rimasta una vicende irrisolta e nella quale si sono evidenziati anche non pochi limiti e contraddizioni.

Dalmasso ricostruisce con molto scrupolo le vicende successive alla sconfitta elettorale, con il Congresso di Chianciano del 2008 che portò ad una spaccatura verticale di Rifondazione Comunista aprendo una lunga crisi non solo di quel partito ma dell’intera sinistra radicale. Le ragioni del conflitto fra la componente raccolta attorno a Vendola e le varie anime e correnti che poi si raccoglieranno nell’elezione di Ferrero a Segretario, si concentravano su un punto principale: se la costruzione di un’aggregazione della sinistra radicale dovesse portare al superamento di Rifondazione Comunista per dar vita ad un nuovo soggetto politico o dovesse assumere una forma federativa.

Una scelta che implicava anche un problema di identità, presumendo da un lato la necessità di un partito che si definisce “comunista” dall’altro la possibilità di far confluire e diluire questa identità in un partito che non sia più tale. Successivamente alla divisione tra PRC e SEL si è andata anche consolidando una diversa visione rispetto alla partecipazione o meno ad una nuova coalizione di centro-sinistra.

La parte finale del libro di Dalmasso è quindi dedicata alla scissione “al rallentatore” che portò alla fuoriuscita di chi diede vita a SEL (“ancora una scissione” è il titolo sconsolato del capitolo che ne ricostruisce i passaggi) e poi alla formazione della “Federazione della Sinistra”, per la quale l’autore prende atto che “non decolla” e tutti sappiamo quale ne sia stato l’esito finale.

Il Partito uscito da Chianciano fortemente indebolito, individuava tre assi principali: 1) quello della costruzione federativa di un soggetto unitario di sinistra, in piena autonomia dal PD; 2) l’idea del “partito sociale” attraverso il quale si è ritenuto di poter spostare il centro dell’azione dalla rappresentanza istituzionale alla costruzione di forme di solidarietà e di mutualismo; 2) il passaggio da una gestione di maggioranza degli esecutivi del partito ad una condivisa tra tutte le correnti o frazioni.

La fase avviata con il Congresso di Chianciano, che è poi una fase di crisi e frammentazione della sinistra radicale, è ancora aperta e quindi va molto oltre l’arco temporale trattato dall’autore. Anche in questo caso sarebbe necessario provare a tracciare un bilancio adeguato che non sia né liquidatorio, né consolatorio. E’ fuor di dubbio che il contesto sociale e politico complessivo non abbia certo aiutato una ripresa della sinistra ma è anche vero che non tutto può essere messo in carico alla situazione nella oggettiva. Ho già provato in altri occasioni su questo sito ad esprimere qualche opinione in merito e non ci ritorno. La lettura del libro di Dalmasso non che può stimolare un bilancio che è ancora in larga parte da tracciare.

Fonte Transform! italia

Tranform Italia

Download articolo di Franco Ferrari

Storia di Rifondazione comunista

di Diego Giachetti

Rifondazione Comunista Dalmasso

Se le memorie, i “mi ricordo” e i “secondo me” spesso non si conciliano e Libro Sergio Dalmasso sulla Storia di Rifondazione Comunistaannullano la costruzione di una conoscenza condivisa e attendibile, la storia e la storiografia possono impegnarsi a chiarire l’andamento dei fatti in tutti i loro risvolti. Non è cosa da poco, anzi è essenziale ed è ciò che Sergio Dalmasso ha fatto con questo libro sulla storia di Rifondazione comunista (Redstarpress, Roma 2021) nel decennio compreso tra l’ascesa del movimento dei movimenti e la chiusura del giornale «Liberazione» nel 2011. Una storia ancora in farsi, difatti Rifondazione comunista vive ancora e se ne trova anche traccia nelle molteplici anime sparpagliate della diaspora di quel settore della sinistra. Trent’anni di vita di Rifondazione comunista sono la sofferta verifica empirica delle difficoltà a fare i conti col fallimento dei tentativi novecenteschi dell’uscita dal capitalismo. È un problema che riguarda tutti, sia quelli “dentro” che quelli “fuori”, a testimonianza che la difficoltà non è stata superata cambiando strumento e sigla.

L’autore affronta il secondo decennio di vita di questo partito sfuggendo con eleganza alla lusinga ingannatrice del presentismo storico che ipoteca il passato nell’odierno senza divenire. Non ha voluto fare il “tifo” per questa o quella posizione, né impugnare la bacchetta del maestro che giudica e interpreta. Uno sforzo di avalutatività ammirevole da parte di chi ha partecipato alla storia narrata, per lasciare il posto ai “protagonisti” con le loro analisi, interpretazioni, strategie e tattiche politiche, così come sono emerse nel corso del farsi degli eventi raccontati.

Rifondare è difficile

Il libro si pone in continuità col precedente lavoro, pubblicato nel 2002, nel quale aveva ricostruito la storia dei primi dieci anni di vita di Rifondazione comunista, con un titolo premonitore circa le difficoltà che l’impresa incontrava e avrebbe incontrato: Rifondare è difficile (Centro di documentazione di Pistoia-Cric editrice). In quel lavoro aveva ricostruito i passaggi politici più importanti della vicenda inserendola nella cornice nazionale e internazionale: crollo del muro di Berlino (1989), fine dell’Unione Sovietica (1991), scioglimento del Pci, nascita del Partito democratico di sinistra e, per reazione contraria, costituzione del Prc. Si avviò la rifondazione mentre la storia voltava le spalle e procedeva sulla via della restaurazione neoliberista, della globalizzazione capitalistica, con la lotta di classe rovesciata dall’alto verso il basso.

Il termine “rifondazione” connotava l’intenzionalità del disegno politico. Non si trattava di ricostruire il partito comunista, ma di rifondarlo, considerando conclusa l’esperienza cresciuta in un arco storico del secolo Novecento. La fine per scelta presa a maggioranza del Pci segnava la cesura con una parte importante della storia contemporanea italiana. D’altro canto, chi non si rassegnò al progetto dei democratici di sinistra, intraprese un percorso di rifondazione in un contesto nazionale e internazionale segnato da una netta inversione dei rapporti di forza tra le classi a tutto vantaggio di quelle dominanti. Col senno di poi si può dire che allora era già in corso l’offensiva neoliberista, ma non era ancora paragonabile alla “sfacciataggine” assunta con la crisi del 2007-2008, con le relative politiche di austerità decise e invasive. Anche il movimento operaio, i suoi sindacati e la sinistra stavano mutando pelle, tuttavia ancora rimanevano parti consistenti di strutture organizzate della classe lavoratrice e la frattura tra la sinistra e vasti settori sociali non aveva ancora le dimensioni odierne. Rifondazione poteva quindi proporsi di operare per riorientare le forze del movimento operaio e rilanciare le lotte in una prospettiva antisistema, combinando resistenza e offensiva politica, costruire il partito nella pratica quotidiana delle lotte e produrre ricerca teorica più che mai necessaria per orientarsi in un contesto nuovo rispetto agli assetti geopolitici che avevano regolato il mondo dopo la Seconda guerra mondiale.

La storia continua

Il libro appena pubblicato racconta di un partito che ha dovuto rapportarsi con sedimentazioni di culture politiche non sempre omogenee tra loro, perché provenienti da forme organizzative e ideologiche diverse. Un processo di ricostruzione che ha comportato, in determinati e difficili passaggi, rotture, lacerazioni nei gruppi dirigenti e nella base, che l’autore indaga e descrive così da consentire, per chi vuole farlo, una riflessione sulle vicende accadute, trarre un bilancio e “rifondare” una memoria collettiva del proprio passato, che recuperi solidarietà e appartenenza.

Alle soglie del nuovo millennio Rifondazione comunista è partecipe e protagonista del movimento altermondialista, presente nel corso delle giornate di protesta genovesi dell’estate 2001. Si intravvede la possibilità di fare un salto di qualità e quantità nella partecipazione ai movimenti contro le politiche neoliberiste e dell’Unione europea, per dare linfa a un soggetto rivoluzionario che integri le nuove forze movimentiste giovanili, nelle quali Rifondazione si qualifica per credibilità e presenza con la sua organizzazione giovanile radicata dentro il movimento dei movimenti. Partecipa attivamente ai successivi movimenti contro la guerra e non solo. Il sindacato metalmeccanici della Fiom-Cgil manifesta contro le politiche di concertazione con le scelte padronali e governative; la stessa Cgil, attaccata dal governo di centro destra presieduto da Berlusconi, organizza nel 2002 una grande manifestazione (si disse di tre milioni di manifestanti a Roma) per la difesa dello Statuto dei lavoratori. Sull’onda di queste mobilitazioni il partito promuove un referendum per l’estensione ai lavoratori delle piccole aziende delle tutele dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, che non ottiene un risultato utile perché solo il 25% degli aventi diritto va a votare.

L’insieme di questi eventi consolida nella maggioranza del gruppo dirigente la convinzione che i movimenti in atto possano giocare un ruolo nel rapporto tra il nuovo centro sinistra (Ulivo) e Rifondazione a livello programmatico e di governo. Si ripropone a livello di tattica elettorale il “vecchio” tema della scelta tra presentazione autonoma o in coalizione. Una scelta coatta, imposta da un sistema elettorale bipolare con la partecipazione ad alleanze di centro-sinistra e a governi, dimostratisi poi incapaci di produrre trasformazioni reali e sempre condizionati dai poteri economici. Scelta che si rivela inefficace, quanto quella di un posizionamento politico estraneo allo scontro fra i due poli, che porta all’esclusione dalla rappresentanza parlamentare.

L’éclatement

Nell’immediato la scelta della coalizione nelle elezioni politiche del 2006 ha un successo elettorale rilevante: 2 milioni e mezzo di voti, pari al 7,4%, 41 eletti alla Camera e 27 al Senato per Rifondazione. Un’altra volta l’esito dimostra che il partito ottiene risultati elettorali migliori quando unisce la sua partecipazione alle lotte in corso con la presenza elettorale della sinistra nel centro sinistra; era già accaduto ai tempi della desistenza. Funziona la combinazione di diversi settori di elettorato della sinistra che sottostanno alla spinta unitaria mossa dallo spauracchio del centro destra, al governo con presidenza Berlusconi. Un’esigenza avvertita che ha il suo limite nel “meno peggio”, cioè il chiudere più di un occhio verso politiche antipopolari, interne ed estere, adottate dalle forze di maggioranza del centro sinistra. Nel secondo governo Prodi che si forma, Rifondazione vi entra a pieno titolo, ma ben presto le contraddizioni tra aspettative e provvedimenti governativi stridono. È che ormai si è dentro un sistema che non nega i conflitti e le tensioni, ma li risolve al suo interno, cancellando ogni possibilità di trovare soluzioni trasformative del contesto sociale dato.

Alle elezioni politiche del 2008 la lista Arcobaleno, che riunisce Rifondazione, il Partito dei Comunisti Italiani, i Verdi ed altre forze, non supera lo sbarramento del 4%. Né vanno meglio altre due liste di fuoriusciti: Partito comunista dei lavoratori e Sinistra Critica, rispettivamente allo 0,5 e allo 0,46%.

Per la prima volta nella storia del dopoguerra la sinistra non riesce ad eleggere alcun rappresentante in Parlamento. Le ricadute sono pesanti e di lungo periodo in Rifondazione e non solo. Il gruppo dirigente si divide e il congresso del luglio 2008 conta un disaccordo quasi paritario del partito. È il tempo della demoralizzazione dei settori militanti che si erano impegnati nel progetto politico organizzativo. Calano gli iscritti: 87 mila nel 2007, 71 mila nel 2008, 37 mila nel 2009. Si prospetta una unità federativa con altre forze della sinistra radicale, si cerca di tenere assieme quel che resta dopo la sconfitta. Una parte del gruppo dirigente regge, si oppone allo scioglimento del partito, prova a ricostruire un tessuto di militanza e di partecipazione in una situazione più difficile di quella già non facile degli anni precedenti. Con la chiusura del quotidiano «Liberazione», sul finire del dicembre 2011, si conclude anche la storia di Sergio Dalmasso. Non la discussione su che cosa fare e come organizzare un soggetto politico alternativo indipendente e autonomo dal polo del centro sinistra, che prosegue e attraversa quest’ultimo decennio, per trovare una via d’uscita da una società bloccata nel cambiamento di indirizzo sociopolitico e culturale.

21 Novembre 2021

Fonte dallapartedeltorto

Storia di Rifondazione comunista

Nel lontano 2002, ho pubblicato la prima puntata della storia di Rifondazione, “Rifondare è difficile” che copriva gli anni 1991/2001. (Reperibile in formato pdf nel Quaderno CIPEC  31.)

Tra pochi giorni uscirà la seconda puntata, edita dalla Redstarpress di Roma che racconta gli anni dal 2001 (Genova) al 2011 (triste chiusura di “Liberazione“, passando per il movimento dei movimenti, il ruolo di Rifondazione, la “svolta” di Bertinotti, il governo Prodi, la sconfitta del 2008, il difficile tentativo di rilancio (Chianciano 2008 e la Federazione della sinistra).

Rifondazione Comunista nuovo libro Sergio Dalmasso

 

Il libro dovrebbe arrivare, in anteprima, al congresso nazionale di Rifondazione Comunista (ancora) Chianciano tra il 22 e il 24 ottobre 2021 ed essere in libreria da novembre.

Non ha “svolazzi” interpretativi, ricette per il futuro. Semplicemente racconta i fatti, spesso dimenticati, non conosciuti, sovrapposti.

Ringrazio Giovanni Russo Spena e Roberto Musacchio che hanno scritto le due introduzioni e chi vorrà leggere, discutere, criticare, cestinare il testo.

Spero che, nella difficilissima situazione in cui siamo, possa essere strumento utile.

Disponibile, nei miei limiti (non attiro folle) a partecipare a presentazioni, discussioni, tavole rotonde, convegni, se qualcun* vorrà, dalle Alpi alla Piramidi, nella nostra piccola comunità e all’esterno di questa.

Sergio Dalmasso

Facebook, 15 ottobre 2021

PS.
Sergio Dalmasso al congresso nazionale di Rifondazione comunista a Chianciano (22 ottobre 2021) mentre firma il suo nuovo lavoro ad una lettrice

Congresso Nazionale Rifondazione Comunista Chianciano 2021 Sergio Dalmasso

Congresso di Rifondazione Comunista a Chianciano Terme 22-24 ottobre 2021

Congresso Rifondazione Comunista Chianciano 2021 Le radici e le aliFoto Mirko De Berardinis