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Sferini Libertini

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Lucio Libertini: “Una cosa è rifondarsi, altra è abiurare”

di Marco Sferini

 

Sferini foto Lucio Libertini

su La sinistra quotidiana

 

27 anni fa mi trovavo in Trentino, in vacanza.

Dal televisore dell’albergo un mesto Tg2 diede la notizia in poche parole, mostrando questa foto di Lucio Libertini.

Era morto un socialista vero che non si era mai mosso più di tanto dalla posizione in cui aveva fatto crescere e maturare i suoi ideali.

“Sono i partiti che sono cambiati attorno a me”.

Ed infatti Lucio si riferiva alla mutazione del PSI, del PCI in PDS e alla sua personale scelta di rimanere invece convintamente comunista.

Lui riconosceva – scrisse – il diritto a Napolitano di dirsi socialista riformista.

Chiedeva che gli venisse riconosciuto altrettanto il diritto di dirsi ed essere nell’Italia del 1991 ancora, liberamente comunista.

Libero dalle catene in cui il comunismo era stato imprigionato dall’esperienza dei paesi dell’Est Europa, dell’Urss stessa.

Libero di rifondare pratica e pensiero dei comunisti nel Paese che aveva conosciuto per primo il fascismo e che i comunisti avevano contribuito in larga parte a sconfiggere con la Resistenza.

Grazie anche a lui, il Partito della Rifondazione Comunista può oggi rivendicare una sua vena libertaria e una ispirazione già allora antistalinista, costretta indubbiamente a convivere con posizioni molto contrastanti tra loro.

La dialettica del resto era e rimane non solo il motore della storia e dell’evoluzione umana, ma anche la dinamica con cui le tesi diventano sintesi.

Lucio scomparve mentre stava lavorando proprio alle tesi del congresso nazionale del Partito.

Nel settembre di quell’anno la consueta grande manifestazione a Roma dove convergevano oltre 300.000 compagne e compagni, ricordo Lucio in tanti interventi.

Mi mancò molto in quell’agosto, che ricordo con piacere per altri motivi, la figura di Lucio Libertini.

Come mi manca ancora oggi.

Perché era un compagno onesto moralmente e intellettualmente parlando.

Andai a cercare “Liberazione” a Trento, perché a Faedo non si trovava, la lessi freneticamente e la custodii nella copia della settimana precedente che invece avevo comperato a Savona.

Ogni tanto la riprendo in mano, così come alcuni scritti che reputo importanti: tra gli altri spiccano le “Sette tesi sul controllo operaio”.

Se posso consigliare alcune letture su Libertini, direi che sono un buonissima ricostruzione del suo pensiero quello uscito nell’autunno del 1993, edito da “Liberazione” stessa (“Lucio Libertini, 50 anni nella storia della sinistra”) oramai credo introvabile se non presso qualche circolo o federazione provinciale del PRC, e quello scritto dal caro amico e compagno Sergio Dalmasso, “Lucio Libertini, lungo viaggio nella sinistra italiana”, che potete acquistare anche su Amazon.

Libro su Libertini di Dalmasso

MARCO SFERINI

7 agosto 2020

***

Per comprendere la lotta che Libertini visse, come tante decine di migliaia di compagne e di compagni vissero, in quella transizione storica tra PCI e Partito Democratico della Sinistra, dopo il crollo del Socialismo reale sovietico e dei suoi paesi satelliti, riportiamo di seguito un intervento scritto per “l’Unità”, il 14 dicembre 1990:

Nei congressi sentiamo ripetere frequentemente un ritornello banale: il nome non conta, andiamo al di là del sì e del no.

E, a ben vedere, una affermazione inconsistente o pretestuosa, perché ciò che è in discussione non è un nome, ma, con un nome, una identità culturale e politica, e ogni contenuto, ogni programma, ha la sua radice in una identità.

Non a caso, o per capriccio, da anni è in corso una massiccia campagna dei grandi mezzi di informazione, diretta ad indurci ad abbandonare il nome comunista e la nostra identità di comunisti italiani, perché così si tagliano gli ancoraggi ideali e si diviene più facilmente preda di una deriva verso destra.

In realtà la questione di fondo che è in discussione e che investe l’intera sinistra europea (ma, ovviamente, in modo più diretto il Pci) e sulla quale occorre pronunziarsi con nettezza, riguarda un interrogativo centrale: se la vicenda di questo secolo, con il tragico fallimento dei regimi dell’Est, segni la vittoria definitiva del capitalismo, che diviene un limite insuperabile della storia umana, seppellendo la questione del socialismo; o se invece la tragica degenerazione di un grande processo rivoluzionario, che comunque ha inciso sulla storia del mondo, e le nuove gigantesche contraddizioni del capitalismo, a scala planetaria, ripropongano in termini nuovi la questione del socialismo e dell’orizzonte ideale, assai più lontano, del comunismo.

Molti di noi hanno rifiutato da tempo (chi scrive da sempre) di definire socialisti e comunisti quei regimi pur se ne riconoscevamo alcune storiche realizzazioni; ed è singolare che essendo stato per questo definito nel passato un revisionista e quasi un traditore, ora mi si voglia fare apparire un «conservatore» stalinista perché rifiuto di seppellire il socialismo sotto le macerie dell’Est.

Ecco, dunque, la questione.

Una questione che la proposta di Occhetto scioglie in una direzione ben precisa, perché da essa è assente ogni riferimento al comunismo ed al socialismo: perché la suffragano confusi discorsi su di una prospettiva che sarebbe «al di là del socialismo»; perché la identificano le dichiarazioni esplicitamente anticomuniste e antisocialiste di numerosi esponenti della cosiddetta sinistra sommersa, pronti ad essere cooptati nel gruppo dirigente del nuovo partito; perché il modello organizzativo che si propone ha caratteri sin troppo significativi, di ispirazione democratico-radicale.

Non a caso essa ha suscitato l’opposizione di Bassolino, che si è accorto, sia pur tardi, dei contenuti moderati dell’operazione, e la riserva, destinata a diventare dissenso esplicito, dell’area socialista-riformista, che da solco del movimento socialista europeo non intende uscire.

Tutto ciò – la perdita della identità e del riferimento al socialismo – spiega il processo di disfacimento che la «svolta» ha indotto sul piano organizzativo ed elettorale.

Una crisi ci sarebbe comunque stata in ragione della vicenda storica che attraversiamo, ed una rifondazione era comunque necessaria, ma la «svolta», per i suoi contenuti, trasforma la crisi in disfatta.

Proprio perché abolire una identità sostituendola con una fuga nel vuoto, mette in causa gli ideali che ci hanno fatto stare e lottare insieme, fuggendo dalla questione dei contenuti del socialismo, invece di affrontarla.

Ecco, dunque, perché considero con interesse la posizione, sia pure ancora ambigua, di Bassolino e di altri compagni, lo stesso emergere di un’area socialista riformista, e la posizione di tanti compagni che, pur accettando il PDS, non vorrebbero rinunciare al socialismo.

E perché considero la rifondazione comunista non una mozione, ma un impegno culturale e politico di lunga lena, attorno alla quale costruire un movimento, non ristretto all’ambito organizzativo del PCI attuale (dal quale è fuoriuscita una vasta area di comunisti e che ha perso il rapporto con le nuove generazioni).

Siamo in campo per evitare che il congresso segni una svolta irreversibile nel senso che ho indicato.

Ma siamo in campo, ancor di più, per porre in Italia la questione dell’esistenza di una forza politica e sociale che, partendo dalle grandi e crescenti contraddizioni del capitalismo – la questione Nord-Sud, la questione ambientale, la questione di classe, i processi di emarginazione, l’intreccio con la grande questione femminile – riproponga in termini nuovi e avanzati la questione del socialismo.

Siamo in campo per evitare che la democrazia sia azzoppata dal rifluire nel disimpegno e nella astensione di tanta parte del mondo del lavoro privato di vera rappresentanza, siamo in campo per costruire con le nuove generazioni una prospettiva nuova, respingendo l’omologazione ai modelli imperanti di una società dominata da una concentrazione senza precedenti del potere.

Sappiamo di indicare una via non facile e aspra, oggi controcorrente.

Una forza politica che non abbia la capacità di stare nelle ragioni di fondo della storia, e si pieghi a mode e condizionamenti esterni, va fatalmente alla deriva. Una cosa è rifondarsi, altra cosa è abiurare.

LUCIO LIBERTINI

Perché un movimento per la rifondazione comunista
l’Unità, 14 dicembre 1990

 

Interventi

È stato recuperato il file (grazie alla gentilezza degli operatori del Consiglio regionale del Piemonte) degli interventi in Consiglio regionale di Sergio Dalmasso nella VIII legislatura che è stato inserito nella seguente pagina: Interventi Consiglio.

Questi interventi potrebbero divenire un nuovo quaderno CIPEC, qualora continuassero.

Fra i tanti interventi si riporta di seguito l’intervento sulla proposta di legge contro le delocalizzazioni delle imprese, tema oggi molto attuale cavalcato da alcune forze politiche.

Esame proposta di legge n. 495, inerente a “Norme in materia di delocalizzazioni, incentivi alle imprese e sviluppo dell’autoimprenditorialità collettiva”

Grazie, Presidente.

Non intervengo sulle questioni elettorali, perché anche noi vorremmo capire che cosa succederà: ogni giorno ce n’è una nuova e chi ne sa più di noi dovrebbe spiegarcelo.

Questa proposta di legge sulle delocalizzazioni è stata presentata nell’anno 2007, sostanzialmente a metà legislatura.

La Presidenza ci darà atto che, a livello di Capigruppo e non solo, abbiamo chiesto cento volte di portarla all’o.d.g. in Commissione prima e quindi in Aula.

Se questo non è accaduto, è perché molto comunemente l’iter delle leggi è soggettivo e non sempre segue tempi che dovrebbero essere più oggettivi e legati ai tempi di presentazione o a criteri chiari.

Oggi siamo in un mondo sempre più diseguale. Ce ne rendiamo conto solamente quando capita qualche catastrofe, come ad Haiti, o quando il Terzo Mondo – come lo si chiamava impropriamente un tempo – ci giungono in casa: barconi di disperati rispediti a morire (ci sono filmati drammatici su quanto avviene nel deserto libico e africano).

I diritti sindacali sono molto differenziati; i salari sono molto differenziati; ancor di più i livelli di vita.
In molti Paesi non esistono i diritti sindacali; i salari medi si aggirano su cifre risibili, a parte il fatto che, anche in Italia, una percentuale sempre maggiore di lavoratori viene esclusa da tutti i diritti sindacali, come quelli sanciti dallo Statuto dei lavoratori, di cui spesso si è parlato in quest’Aula.

Ricordo, per inciso, che con le ultime norme sul processo breve – mi si dirà che sono fuori tema – i processi per morti sul lavoro vengono cancellati, non si terranno, tranne forse quello relativo alla Thyssen.

Ora siamo davanti ad un situazione in cui le imprese che intendono localizzarsi in un territorio hanno incentivi di vario genere: finanziamenti pubblici, patti territoriali, accordi di programma ed altro.

A fronte di questo, stiamo assistendo, in misura profondissima, ad una crisi che non cade dal cielo, ma è derivata da errori estremamente gravi compiuti negli ultimi anni: quel neoliberismo di cui abbiamo parlato e che a volte viene citato anche impropriamente, ma che è stato lodato in modi in termini e in forme estreme per tanti anni, ha fatto sì che in Italia non ci sia alcun strumento che riesca a cancellare e a prevenire il fenomeno della delocalizzazione.

Avvengono spesso contrattazioni in cui si limitano i danni: 500 esuberi, magari ridotti a 300 o a 250, utilizzo di ammortizzatori sociali, qualche prepensionamento ed altri espedienti di questo tipo.

A differenza di molti, non pensiamo che il confronto, a livello internazionale, con Paesi dove non esistono diritti e dove i salari sono da fame, debba avvenire riducendo i diritti e i salari di chi lavora in Italia, cosa che oggettivamente, soprattutto nel primo caso, ma parzialmente anche per il secondo, sta accadendo sempre di più.

Vorrei ricordare tanti casi che abbiamo avuto nella nostra zona, ma mi fermo ad uno: la Lactalis di Moretta.

Quante volte siamo andati, non solo i Consiglieri di Cuneo ma anche altri (la Presidente Bresso compresa) in questa fabbrica.

C’è stato l’interessamento di molti.

Si tratta di un’azienda che è arrivata dalla Francia, che ha comprato a raffica, nel nostro Paese, caseifici che appartenevano a ditte differenti, che ha mantenuto marchi come Invernizzi, Galbani e Cademartori… (quelli a cui siamo legati fin da quando eravamo ragazzini), ma che ad un certo punto ha chiuso una serie di fabbriche per andarsene dopo aver avuto forti incentivi, dopo aver avuto piani regolatori modificati, dopo aver avuto Comuni che hanno fatto salti mortali perché il lavoro potesse rimanere sul loro territorio.

Centinaia di persone sono state cacciate dopo anni di lavoro, si sono trovate in mezzo alla strada da un giorno all’altro nonostante le varie promesse fatte.

Ho sentito con interesse gli interventi del collega Giovine, del collega Vignale e del collega del Partito Democratico, Larizza.

Credo che il Consigliere Giovine parlasse di procedure e di regolamenti, tutte cose che possono essere avviate se questa legge passasse, cosa della quale purtroppo dubitiamo tutti.

Sulle considerazioni che il Consigliere Larizza ha svolto e che rispetto molto, è chiaro non sono mai le leggi scritte che di per s determinano le questioni, ma sono i rapporti di forza, le mobilitazioni, le spinte, la coscienza collettiva e la cultura in senso lato che esiste intorno alla difesa dei diritti civili e sociali, cosa che negli ultimi tempi sta scomparendo notevolmente.

Chiaro che anche nel 1970, quando si approvò lo Statuto dei lavoratori, di cui abbiamo parlato, furono fatte alcune osservazioni – il collega Larizza sicuramente le ricorda, perché era in fabbrica in quegli anni – che dicevano che questa legge sostanzialmente avrebbe congelato i rapporti di forza così come erano e sarebbe servita a poco.

Noi pensiamo che potrebbe essere uno strumento utile e lo pensiamo anche alla luce di tre fatti.
Innanzitutto la Regione Marche, ha una legge più semplice di questa e meno articolata, fatta di tre o quattro articoli, che però contiene sostanzialmente lo stesso principio contenuto nella nostra legge.

Se alcuni ritengono la legge delle Marche una bizzarria, com’è stato detto non in questo Consiglio, ma a livello politico, vorremmo sapere perché una Giunta simile come formazione alla nostra ha compiuto un atto di questo tipo.

In secondo luogo, abbiamo avuto la presenza di alcune fabbriche davanti a questo Consiglio.

Tutti i martedì ci troviamo davanti a casi drammatici: oggi, ad esempio, le persone che hanno avuto uno sfratto, altre volte le persone licenziate, fabbriche in crisi oppure i genitori che volevano una legge che è stata poi fortunatamente fatta e mille altri.

I genitori separati chiedevano sostanzialmente che questa legge passasse, perché la vedevano come uno strumento utile.

Come terza questione, vi sono anche alcuni Consigli comunali – e noi purtroppo, come sapete, non abbiamo maggioranze in Consigli comunali e provinciali – che hanno chiesto che questa legge o una legge che contenga questi principi possa passare.

Sono queste le motivazioni e rinunceremo alla dichiarazione di voto, a meno di fatti nuovi, che fanno sì che noi speriamo ed auspichiamo che non solo ci sia una discussione, ma che alcuni Consiglieri votino liberamente al di là dei vincoli elettorali e delle “discipline di partito”.

Da parte nostra, l’abbiamo presentata tre anni fa, quindi non credo che sia una manovretta o una marchetta elettorale.

Sergio Dalmasso

Luxemburg Grosseto

Sergio Dalmasso presentazione libro

Una donna chiamata rivoluzione

Vita e opere di Rosa Luxemburg

di Sergio Dalmasso

 

Luxemburg Grosseto

GIORNO: SABATO 30 MARZO 2019 alle ore 18:00

Video dell’evento:


La cultura della politica … la politica della cultura
PRESENTAZIONE DEL LIBRO:
“UNA DONNA CHIAMATA RIVOLUZIONE. VITA E OPERE DI ROSA LUXEMBURG”
interverranno:

SERGIO DALMASSO

Saggista, storico – Autore del libro

ADRIANO POLETTO

LUOGO: Capannone viale Europa 65 – Grosseto

ORGANIZZATO dalla Federazione Provinciale di Rifondazione Comunista Grosseto

A SEGUIRE PER CHI LO DESIDERA
Alle ore 20.00
Cena di auto finanziamento – Prezzi popolari

***
Sergio dalmasso: Nato a Boves, in provincia di Cuneo, nel 1948, è impegnato in politica fin dai tempi della scuola superiore e del Movimento Studentesco.
Militante del Pdup e, in seguito, di Democrazia Proletaria, è stato segretario provinciale di Rifondazione Comunista dal 1991 al 1995 e dal 2003 al 2005. Consigliere regionale Piemonte dal 2005-2010.
Parallelamente, sia come presidente del CIPEC di Cuneo, sia come collaboratore avendone ceduto le redini al giovane Nello Fierro, porta avanti un’intensa attività di studio e divulgazione della storia e della cultura del movimento operaio con i quaderni del CIPEC (e non soltanto) arrivati al 25-esimo anno di pubblicazione. Quasi un record oggigiorno tra le riviste.
Tra le sue pubblicazioni, per Red Star Press, anche il volume Lelio Basso. La ragione militante: vita e opere di un socialista eretico (2018).

Ha inoltre insegnato lettere per 40 nelle scuole superiori.

Luxemburg Grosseto locandina dell’evento

 

Locandina presentazione Rosa Luxemburg

Convegno Rosa Luxembug

 100 ANNI DOPO

Tessera 2019 PRC Rosa Luxemburg

 

Convegno Rosa Luxemburg 100 anni dopo. Roma, sabato 16 marzo 2019 ore 10:00 al Centro Congressi Cavour in via Cavour 50/a

Introducono:

Eleonora Forenza, parlamentare GUE/NGL

Paolo Ferrero, vicepresidente Sinistra Europea/European Left

Lidia Menapace su Rosa (video)

Relazioni:

Imma Barbarossa: Genere e Classe, individuale e collettivo

Giovanna Capelli: La rivoluzione e la democrazia

Sergio Dalmasso: Classe, Consigli, Partito

Guido Liguori: Nazionalismo, internazionalismo e guerra

Conclusioni di Maurizio Acerbo, segretario nazionale PRC-SE

Convegno di Rifondazione Comunista del 16 marzo 2019 con Sergio Dalmasso, Maurizio Acerbo, Eleonora Forenza, Paolo Ferrero, Imma Barbarossa, Giovanna Capelli, Guido Liguori e in video Lidia Menapace

Fonte:

Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea

Gruppo parlamentare europeo GUE/NGL

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Rosa Luxemburg, in polacco Róża Luksemburg (Zamość, 5 marzo 1871 – Berlino, 15 gennaio 1919), è stata una filosofa, economista, politica e rivoluzionaria polacca naturalizzata tedesca, teorica del socialismo.

Fiera propugnatrice del socialismo rivoluzionario, oltreché tra le principali teoriche del comunismo consiliarista in Germania, che contrappose ideologicamente, rispettivamente, alle più moderate posizioni riformiste del Partito Socialdemocratico di Germania, di cui fu per buona parte della sua vita una sua esponente di spicco, e alla prassi rivoluzionaria dell’avanguardismo partitico e del conseguente centralismo democratico leninisti, fondò, assieme al sodale Karl Liebknecht, la Lega di Spartaco, col quale prese parte alla fallita rivoluzione tedesca del 1919, durante la quale fu uccisa per mano dei Freikorps.

Fonte: Wikipedia

 

Intervento di Sergio Dalmasso al convegno di Roma del 16 marzo 2019 su Rosa Luxemburg

Foto con Paolo Ferrero, Maurizio Acerbo ed Eleonora Forenza

Foto, postata in fb da Sergio Ruggieri

Dalmasso tra il pubblico foto postata su facebook da Rosa Rinaldi

Foto, postate in fb da Rosa Rinaldi

Sabato 15 settembre 2018, a Cuneo, cascina di S. Rocco, ricorderò Carlo Masoero che ci ha lasciati tragicamente (incidente in montagna) un anno fa.
Ci siamo incrociati a Genova, nel novembre 1967, nelle assemblee studentesche.
Nel 1969/1970 la comune adesione a “Manifesto”, poi il mio ritorno a Cuneo. Le cose della vita (incarico a scuola) hanno poi portato Carlo nel cuneese dove è vissuto sino alla scomparsa, sono nati i figli, è stato insegnante per decenni.
Nel 1991, siamo stati i primi a tentare di costruire, quasi dal nulla, Rifondazione. Per anni, poi Carlo ha lavorato sul tema della migrazione, fondando e dirigendo un giornale “Di tutti i colori” che è stato riferimento e punto di incontro importante.
La sua scomparsa pesa dal punto di vista politico, ma soprattutto umano, perché nessun* potrà dimenticare la generosità, l’altruismo, il disinteresse verso amici, genitori, sconosciuti (quanti ospitati in casa!)…
Ricordare Carlo significa accomunargli Vera, mancata anni fa, che lo ha accompagnato per la vita intera, la sua profonda e intensa eticità, il suo impegno sociale, la dimensione religiosa che la ha sempre resa diversa, ma complemetare rispetto a lui.
Anche in momenti tragici, il ricordo di amicizia, impegno, solidarietà… deve esserci di aiuto.

Sergio Dalmasso

Carlo Masoero

Articoli su Sergio Dalmasso de La Stampa 22 marzo 2018. Mezzo secolo dal ’68

Articolo 1: Impegno civile e passione politica di Piero Dadone.

Articolo 2: Un anno di stipendio per comprare la Fiat 850. Capelloni e minigonne anche nel Cuneese. La contestazione giovanile favor la modernizzazione di costumi sociali e culturali di Piero Dadone.

Andavano di moda gli abiti stretti, pantaloni a zampa d’elefante, le gonne delle ragazze si accorciavano fino alle modernissime minigonne, vietate a scuola e in chiesa, dove le donne portavano un velo in testa. …

Articolo 3: Al liceo classico “Pellico” di Cuneo: le prime assemlee auto-convocate per ottenere la bacheca degli studenti di Piero Dadone.

Nella primavera del 1966, come rappresentanti del consiglio studentesco del liceo classico di Cuneo, organizzammo un dibattito molto vivace sulla vicenda del giornale scolastico “La Zanzara”, del liceo Parini di Milano. …

Tre articoli de La Stampa riguardanti le lotte sessantottine di Sergio Dalmasso