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E’ uscito oggi, pubblicato con puntualità svizzera, da Punto rosso di Milano, il terzo volume sulla storia di Rifondazione, dopo quelli precedenti comparsi nel 2002 (il primo decennio) e nel 2021 (il secondo).
Gli anni trattati vanno dal 2011 al 2025.
La Traversata nel deserto. Rifondazione comunista dalla chiusura di Liberazione al Congresso di Montecatini
La trattazione inizia dalla drammatica sconfitta della “Sinistra Arcobaleno”, passa per la scissione vendoliana, il tentativo di rilancio con la “Federazione della sinistra”, la chiusura di “Liberazione”, il calo degli iscritti, il crescere dei problemi finanziari.
Quindi, per i tentativi di aggregazione attraverso “Rivoluzione civile” (Ingroia), l'”Altra Europa” (Tsipras), le scelte per “Potere al popolo”, “Unione popolare”, sino a “Pace, Terra, Dignità”.
Oltre a trattare vicende interne (congressi, componenti, dibattiti…),
il testo tenta di inserire le vicende del PRC nel contesto nazionale (governi, situazione sociale, movimenti) e internazionale (guerre, modificazioni del quadro globale).
Lo completa e arricchisce il primo tentativo di ricostruire, anche se parzialmente, la storia dei/delle Giovani comunisti/e, opera di Paolo BERTOLOZZI e Nicolò MARTINELLI.
Prefazione severa, ma da discutere, di Matteo PUCCIARELLI, giornalista e autore di molti libri su formazioni e figure della sinistra (DP, Avanguardia operaia, Tsipras, Podemos, 5 stelle…).
Postfazione di Giovanni RUSSO SPENA, diversa per impostazione e prospettiva.
Auspichiamo che questo libro “La Traversata nel deserto” (riferimento a un testo della grande Rosa Luxemburg), sia usato da circoli, federazioni, dipartimenti nazionali, nelle feste, ma anche da associazioni, biblioteche, archivi storici, ARCI, ANPI, centri sociali…
Credo che RIFONDAZIONE, al di là dei diversi giudizi sui suoi 35 anni e sulle difficoltà e divergenze attuali, sia stato il maggiore tentativo per legare la tradizione comunista alle emergenze e ai movimenti sociali.
Riflettere sulle sue vicende non è solamente archeologia storiografica, ma ha ben altro valore.
Fate sapere che il testo esiste, recensitelo anche criticamente, discutiamolo insieme.
Pronto, con i miei giovani amici, ad andare ovunque.
Pronto sempre a presentare e discutere il recente testo su CHE GUEVARA (Redstarpress, Roma), di grande attualità per i nodi che pone.
Comandante Che Guevara. La vita, le battaglie e il pensiero politico di un rivoluzionario di Sergio Dalmasso. Nota di Fabrizio Leccabue
Perché il libro di Sergio Dalmasso, Comandante Che Guevara. La vita, le battaglie e il pensiero politico di un rivoluzionario (Red Star Press, 2025) va letto!
Le ragioni sono molte: la principale è che il Che è stato un riferimento politico e di azione per una generazione di giovani militanti, anche se a volte hanno sottovalutato il suo pensiero rigoroso e la sua persona, intransigente con gli altri e con sé stesso … e a 60 anni dalla morte continua a essere presente, nonostante i periodi bui e drammatici che stiamo vivendo.
Su Che Guevara abbiamo letto molti libri,
il merito del Che di Dalmasso è di essere un libro completo, ricco di bibliografia, di foto e, soprattutto, contestualizzare le scelte del Che nei suoi diversi momenti: a Cuba, in Congo, in Bolivia… e nelle sue relazioni internazionali.
Sembra che gli ‘ismo’ del secolo passato, con i loro contenuti politico ideologici – imperialismo, capitalismo, comunismo, socialismo, colonialismo – siano stati sostituiti dagli ’ica’:
Si prefigurava già la società ‘stupida’ dell’intelligenza artificiale!
Se si ripercorre la vita e il pensiero del Che dobbiamo affrontare, e qui sta l’attualità, temi come l’internazionalismo, la critica al socialismo reale, la battaglia contro la burocrazia, la società socialista e l’uomo nuovo, o il ‘senza perdere la tenerezza’ (Paco Ignacio Taibo II).
Capire il passato, studiare il presente, prefigurare il futuro è l’insegnamento del Che, fuori da ogni logica ideologica dogmatica.
Brevi osservazioni:
1.
Saverio Tutino, giornalista de L’Unità, e Sergio De Santis, giornalista di Mondo Nuovo, due grandi giornalisti, e Dalmasso li cita, hanno sostenuto che probabilmente il Che abbandona Cuba per contrasti con Fidel Castro e per un certo ‘isolamento’ che aveva avuto sui problemi della politica economica.
Non sono completamente sicuro che la scelta del Che fosse dovuta a contrasti interni con dirigenti della Rivoluzione cubana, che potevano anche esserci.
Quello che è certo è che il Che e Fidel avevano due caratteri diversi, due prospettive di vita diverse, due sensibilità politico culturali diverse. Per il Che ‘la mia patria è il mondo intero’; per Fidel, Cuba:
deve gestire, siamo nel 1966, la Rivoluzione e gli enormi problemi che si presentano quotidianamente e in prospettiva;
2.
Credo inoltre che vada sottolineato come i Partiti comunisti latino americani, in particolare quello boliviano (Dalmasso lo sottolinea), non abbiano aiutato la guerriglia,
anzi su questa linea, è sintomatico come alcuni dirigenti comunisti italiani (vedi Gerardo Chiaromonte, allora direttore de L’Unità) abbiano definito il Che e la sua teoria pratica del ‘foco guerrillero’:
“… misconoscimento del valore della democrazia politica, della necessità,
non eludibile per un movimento rivoluzionario, della ricerca del consenso, e anche (mi si consenta) del disprezzo elitario per una dote che è essenziale per un rivoluzionario,
cioè quella “pazienza democratica” intesa come lucida volontà di costruire in una lunga e complessa “guerra di posizione”, in rapporto con le forze favorevoli al progresso sociale e al rinnovamento politico”.
Ma queste, che a me sembravano allora, e sembrano oggi, caratteristiche negativa pericolose – le cui esasperate e abnormi conseguenze hanno portato successivamente, da una parte al terrorismo e dall’altra alla dispersione di gruppi importanti e vasti di giovani – furono alla base del fascino grande che il “Che” esercitò in quegli anni…”.
E ancora: “che le stesse esperienze latino americane del trascorso ventennio dimostrino come non possono essere percorse scorciatoie più o meno romantiche e più o meno di avventura…” (G. Chiaromonte, Che Guevara, L’Unità editrice 1987).
La vita e il pensiero del Che
appartengono alla storia del marxismo del ‘900 che, in opposizione alle cristallizzazioni del pensiero sovietico dominante negli anni staliniani, ha generato figure,
ad esempio, come Rosa Luxemburg, Antonio Gramsci, Victor Serge e indirettamente come Patrice Lumumba, Frantz Fanon, Thomas Sankara…
Rileggere la sua vita, la sua azione, il suo pensiero ‘incompiuto’, viene assassinato a 39 anni, è fondamentale per ipotizzare una ripresa di pensiero critico marxista e della prassi per la liberazione dell’umanità.
In questa società triste, omologata, individualista, in questa Europa impregnata di neoliberismo, tutta impegnata a distruggere lo stato sociale e a riarmarsi,
cosa possiamo dire alle nuove generazioni senza prospettive reali e che si arrangiano come possono?
Quali risposte? Quali idee proporre? Quali azioni? Come organizzarsi?
Ripeto: dalla vita e dal pensiero del Che emerge un’etica, una consapevolezza, un essere comprometido e parafrasando Boaventura de Suoza Santos: “È arrivato il tempo di formare ribelli competenti”.
Democrazia Proletaria è vissuta dal 1978 al 1991, caratterizzandosi come l’ultima formazione della nuova sinistra, davanti alla dissoluzione di più esperienze (Lotta Continua, Potere operaio, i gruppi m- l…), vivendo nella tenaglia fra la crescita del PCI, con la proposta di compromesso storico, e la deriva terroristica (lotta armata), nel riflusso delle spinte sociali e in una fase in cui la proposta organizzativa e la strutturazione partitica era fortemente messa in discussione.
Dopo anni vi è una relativa ripresa di studi su questo piccolo partito:
al pionieristico Camminare eretti (Milano, Punto rosso, 1996), centrato su un bilancio, ma soprattutto sull’apporto della cultura di DP al processo di rifondazione comunista, si sono aggiunti, nel tempo, Democrazia Proletaria. La nuova sinistra tra piazze e palazzi di William GAMBETTA (Milano, Punto rosso, 2010, seconda edizione Bologna, Derive e approdi), accurata ricostruzione della fondazione e dei primi anni, Gli ultimi mohicani di Matteo PUCCIARELLI (Roma, Alegre, 2011), L’agile mangusta. Democrazia proletaria e gli anni Ottanta di Alfio NICOTRA (Roma, Alegre, 2021), occasione di molte presentazioni in tutta Italia e quindi di incontro della vecchia “comunità”.
A questi testi si aggiungono studi locali,
sulle specificità delle singole DP, sull’impegno generoso e continuo, controcorrente, di tant* giovani, sulle tematiche (lavoro, ambiente, scuola, temi sociali…) affrontati nel corso degli anni.
Per tutti, ricordo Giovani, ribelli e sognatori. Una generazione non raccontata che sognava la rivoluzione negli anni ‘80, a cura di Italo DI SABATO e Marco PEZZI,Scritti eretici, dall’alluvione di Firenze alla caduta del muro (Milano, Punto rosso, 2024), articoli, saggi e relazioni di una delle figure più attente della nuova sinistra non solamente locale.
Si collega direttamente a questa pubblicazione, Quelli di via San Carlo, opera collettiva che ricostruisce quattordici anni di vita e attività di Rifondazione a Bologna (la sede era, appunto, in via San Carlo), contestualizzata nel panorama nazionale, internazionale, ma soprattutto ricordata per le sue specificità che la rendono atipica rispetto alle scelte e alle pratiche del partito nazionale.
DP si caratterizza come “federazione di federazioni”,
con forti differenze interne, date dalla diversità di formazione di dirigenti e militanti. L’introduzione schematizza i “movimentisti” a Roma, gli “operaisti” a Torino, i “partitisti” a Milano”, i “moderati” in Trentino.
La realtà di Bologna è ancora diversa, perché unisce una pratica operaia continua, una azione sociale conflittuale, una visione rigida del partito, la comprensione dell’importanza della comunicazione ad azioni “situazioniste” provocatorie e scandalose.
Il contesto è quello di un fortissimo Partito comunista, egemone nella società e nelle istituzioni, della proposta di compromesso storico, dalla compromissoria politica sindacale (l’EUR), dal progressivo affermarsi del craxismo, dalla spinta autonoma che nega valore alla forma partito, dalla presenza brigatista che ipotizza soluzioni a breve termine. Per ultima, l’ascesa dei Verdi, con una ipotesi che sottovaluta la dimensione del lavoro e dell’intervento sulla realtà operaia.
Quelli di via San Carlo è quindi il racconto di una eresia, di una pratica di massa, di una concezione rivoluzionaria in una fase, non breve e contingente, di riflusso, di pratiche anticonformiste e singolari.
Le circa duecento pagine ripercorrono l’attività del piccolo partito dalla grandi ragioni per tutto l’arco della sua esistenza, dalla fondazione, nei drammatici giorni del sequestro Moro, dopo la difficile fase seguita allo scacco delle elezioni del 1976 e alla successiva frammentazione della nuova sinistra (PdUP, DP).
Il primo tema è dato dalle lotte operaie
e testimonia una reale presenza nella realtà locale, nel periodo segnato dall’unità nazionale, dalla politica dei due tempi, dall’opposizione alle scelte sindacali, dai referendum sociali su su DP si rilancia nel 1981, dal referendum contro l’accordo di S. Valentino.
È morta a Torino ADRIANA STEVANIN. Operaia, militante del PCI, della Cgil e di Rifondazione. La sua vita è quella di tante lavoratrici, emigrate dal Veneto, passate per l’estero e finite a Torino, quando le fabbriche richiamavano lavoratori/tri da tutta Italia.
Adriana Stevanin a Torino durante una manifestazione di Rifondazione Comunista
Nata nel 1937, a otto anni lavora in campagna, dai 14 ai 18 è mondina nel vercellese. Avviamento professionale, frequentato la sera “perché di giorno dovevo lavorare”. Lavora per una fabbrica tessile che porta il lavoro a casa, nel 1957 sposa Benito Garbin di Montagnana (Padova), emigrato in Piemonte, poi minatore in Germania, poi a Torino (FIAT). Quando nasce il figlio, la famiglia vive in un sottoscala, in via Barbaroux.
Nel 1967 Adriana entra in una fabbrica tessile. Forma la CGIL: 200 tessere al sindacato e 200 al partito. Ricorda, con commozione, la festa per gli 80 anni di Rita Montagnana.
Poi, gli anni ’80 e le trasformazioni nel PCI:
“Ho sofferto moltissimo, me la sono presa. Ho pensato: Qui stiamo diventando tutti matti. Se tornasse in vita mia madre! Trovarsi così dopo aver tanto lavorato per il partito! Poi la speranza in Rifondazione e la delusione per la diaspora: “Era sbagliato dividere il partito. Ho iniziato a preoccuparmi. Ho sofferto per tutte le scissioni e polemiche ancor più che per la fine del PCI”.
La malattia negli ultimi anni e la morte improvvisa, il 17 marzo, a quasi 89 anni di età. Potete trovare il racconto della vita sua e del marito, nel n. 52 dei Quaderni del CIPEC (scaricabili on line).
Al caro amico Benito Garbin (92 anni) che, questa sera, mi ha telefonato piangendo, un saluto ed un abbraccio.
Di Adriana riporto le ultime parole della sua testimonianza (anni fa), quasi un testamento umano e politico: “Sono contenta della mia vita. La politica ha dato un senso alla mia vita, ho sentito sentimenti di fratellanza“.
È la generazione che mi ha direttamente preceduto e da cui ho imparato molte cose, soprattutto la coerenza, la fratellanza, l’impegno per un mondo diverso.
Sergio Dalmasso, Comandante Che Guevara. La vita, le battaglie e il pensiero politico di un rivoluzionario, Roma, RedStarPress, 2025, pp. 314, 120 fotografie in b/n, 20 euro.
Comandante CHE GUEVARA. La vita le battaglie e il pensiero politico di un rivoluzionario di Sergio Dalmasso
A quasi 60 anni dalla morte, la grande figura di Che Guevara continua a vivere nella coscienza collettiva per il grande esempio che ha trasmesso, per l’immagine pura e non corrotta dal potere, per il legame continuo tra quanto pensato, detto, messo in atto.
Nella attuale crisi frontale di ipotesi alternative, nel crollo di riferimenti, nell’affermarsi di una destra suprematista, razzista, neofascista,
ma anche di una pseudo sinistra liberista, atlantista, totalmente omologata, nella progressiva scomparsa di speranze di trasformazione, la sua immagine il suo volto sembrano costruire una alternativa ancor oggi viva.
Affascinano il disinteresse,
la continua volontà di rimettersi in discussione, il cominciare dal nulla, vincere, divenire ministro e il rinunciare a tutto, partendo per imprese disperate, a 37 anni, con pochi uomini, gravato da una malattia che lo accompagna dai primi anni di vita.
Il libro ripercorre le interpretazioni, le letture, la “fortuna” del Che nei vari decenni, la sua vita dall’Argentina ai viaggi, dalla vittoria a Cuba all’attività di ministro,
dalle missioni internazionali alla decisione di creare nuovi fronti contro l’imperialismo, dal fallimentare tentativo in Congo a quello, tragico, in Bolivia.
Ricostruisce le diverse letture date dalla sinistra italiana (PCI, riviste, Trotskisti, “filocinesi”) nel 1967, dopo la morte e l’immagine del Che attraverso film,
canzoni, poster, anche gadget, veicolata, non sempre positivamente, dai media. Si chiude con una commovente e profonda lettera di Frei Betto, il cui afflato cristiano si lega all’amore per il rivoluzionario marxista.
Caratteristica del libro è non essere centrato sull’interpretazione del guerrigliero eroico, per anni prevalente anche a Cuba.
Questa lettura, pur comprensibile, cancella, anche per comodità, gli aspetti fondamentali del pensiero e dell’opera di un marxista critico.
° L’internazionalismo.
La scelta per il comunismo nasce dalla scoperta della realtà sociale dell’America latina e delle sue vene aperte.
Nelle sue prime missioni internazionali, in cui incontra i maggiori leader del mondo, si dichiara entusiasta del socialismo realizzato e degli aiuti che URSS, paesi dell’est Europa e Cina offrono a Cuba.
Il dissenso inizia a manifestarsi nel 1962, dopo la “crisi dei missili” e il cedimento dell’URSS, legata alla politica di coesistenza pacifica, di fronte alle minacce statunitensi.
Si accresce e si manifesta negli anni successivi e viene espressa in scritti e soprattutto nei tre discorsi all’ONU, alla Società delle Nazioni e ad Algeri (24 febbraio 1965).
Nel terzo in particolare, l’accusa ai paesi che non appoggiano sino in fondo le lotte di liberazione anticoloniali, nazionali e le spinte rivoluzionari è nettissimo.
Così è netta la critica alla sinistra “ufficiale” nel Messaggio alla Tricontinentale (Creare due, tre, molti Vietnam) disegno politico antimperialista che mira ad unificare le emergenze dei paesi poveri di America latina, Africa, Asia,
nel momento in cui lo scontro in Vietnam è frontale, e la guerriglia si allarga a tutto il sud America, crescono le lotte in altri paesi, l’Africa sembra esplodere e non manca una forte radicalità nera negli stessi Stati Uniti.
° La critica al socialismo realizzato.
Dopo la ricordata esaltazione di URSS, Cina e repubbliche popolari nei primissimi anni ’60, il Che è il primo a cogliere nelle loro scelte economiche e nei mancati livelli di partecipazione democratica il rischio di una involuzione profonda e di restaurazione del capitalismo.
Alle debolezze e difficoltà, il sistema socialista risponde con il ritorno a meccanismi capitalistici e con la assenza di formazione di coscienza politica.
Nella stessa Cuba, si sommano l’impreparazione tecnica, il “guerriglierismo amministrativo”, l’inamovibilità dei funzionari, lo spirito di autoconservazione, la mancanza di coscienza.
Si legga Il socialismo e l’uomo a Cuba che chiede partecipazione consapevole, nella prospettiva dell’uomo nuovo, in un richiamo al dibattito marxista dell’epoca (richiamo alle opere giovanili, al concetto di alienazione…).
° La battaglia contro la burocrazia
è legata a questo, nel timore di una involuzione della stessa Cuba, in concomitanza con il dibattito sulle scelte economiche dell’isola in cui le sue posizioni sono emarginate da scelte più ortodosse (si veda Carlos Tablada, Economia, etica e politica nel pensiero di Che Guevara).
La burocrazia non scompare con l’estinzione delle categorie mercantili, ma tende ad ampliarsi e a riprodursi.
Si vedano i suoi scritti durante gli incarichi ministeriali, i dialoghi dal Ministero dell’Industria, gli articoli del Granma, certamente da lui ispirati, Contro la burocrazia una battaglia decisiva, Feltrinelli, 1967).
La vita e il pensiero del Che appartengono alla storia del marxismo del ‘900 che, sottratto al dogmatismo e alle cristallizzazioni della vulgata sovietica, ha offerto figure come Rosa Luxemburg, Gramsci, la Scuola di Francoforte, Victor Serge e indirettamente da Lumumba, Fanon, Sankara…
Rileggere la sua vita, la sua azione, il suo pensiero incompiuto è fondamentale per ipotizzare una ripresa del pensiero marxista e della prassi per la liberazione dell’umanità.
Tornare ancora al Che, quindi, non è nostalgia, è un imperativo dettato dalla tragica realtà in cui viviamo.
In IL LAVORATORE, di Trieste n. 2 marzo 2026, presente nel sito in Archivio, Scritti storici, Schede e recensioni.
GIANNI BOSIO, L’INTELLETTUALE ROVESCIATO
di Sergio Dalmasso
Una vita troppo breve
a) un lavoro politico storiografico Gianni Bosio nasce nel 1923 ad Acquanegra sul Chiese, comune del mantovano (allora circa 5.000 abitanti, oggi meno di 3.000). Carattere anticonformista, al Collegio vescovile rifiuta la comunione.
Antifascista da sempre, già nel 1939 si segnala per propaganda fra i giovani coscritti della classe 1922. Nel 1943, all’università di Padova, aderisce al Partito socialista; partecipa alla resistenza tra mantovano e milanese.
Nel dopoguerra, su proposta di Lelio Basso, diviene redattore della rivista “Quarto stato”. Lavora nella federazione di Mantova e nel suo comune. Si trasferisce dall’università di Padova a quella milanese.
Il suo interesse è immediatamente rivolto alla storia del movimento operaio con predilezione per le tematiche sociali ed economiche, lo scontro di classe, con oggettiva critica alla storiografia prevalente che bada soprattutto agli aspetti politici, ideali, alle correnti di partito…
Non a caso ipotizza, in un primo tempo, una tesi di laurea sulla storia del marxismo italiano sino al 1892 (fondazione del partito socialista). Su queste basi, nel 1949, fonda la rivista “Movimento operaio”
che raccoglie studiosi di diversa provenienza, da vecchi socialisti “prefascisti” come Renato Carli Ballola, Luigi Dal Pane (il maggior studioso di Labriola) alla generazione più giovane (Franco Della Peruta, Gastone Manacorda, Ernesto Ragionieri, Renato Zangheri…).
Collabora anche Lelio Basso, direttore di “Quarto stato”. La finalità è riportare alla luce pagine dimenticate della storia del movimento operaio e contadino italiano, a partire dall’Ottocento, dalle Società operaie, dalle prime forme organizzative e associative. Bosio cura studi sul socialismo pre1892, dà molta attenzione alla figura di Andrea Costa, organizza nel cinquantenario della fondazione del PSI, la mostra Genova 1892, la nascita del PSI. Dal 1952 la rivista è edita dalla Feltrinelli. Non mancano, però, contrasti che, dietro le polemiche storiografiche, nascondono diverse letture politico-partitiche. Bosio recupera la storia del movimento di classe con scrupolose ricerche dirette, valorizza la Prima Internazionale, le leghe di resistenza, i processi di creatività spontanea, la crescita autonoma di forme organizzative che il movimento si è dato nel corso della sua storia.
Questa impostazione contrasta con la rigidità della politica culturale comunista e della ricerca storica che da questa deriva.
Spontaneismo ed anarchismo sono passaggi che il pensiero comunista (stalinista?) pensa di avere definitivamente superato. Il richiamarsi a queste correnti (comprese le varie anime socialiste che precedono la formazione del partito) contrasta con una lettura del Risorgimento, praticata dal PCI, per cui vi è una continuità storica, nazionale che il partito esprime, con le correnti risorgimentali
e con il pensiero democraticolaico.
L’offensiva del PCI porta alla “defenestrazione” di Bosio, accusato di “filologismo”. Gli viene proposto di mantenere la direzione della rivista, ma con altra impostazione e con un “controllo” da parte della redazione. Ovvio è il suo rifiuto. Il PSI si piega alla decisione, in nome della “politica unitaria”.
Il tentativo di Panzieri presso la commissione culturale del PCI (Alicata, Salinari) non ottiene risultati. Addirittura, Carlo Salinari rimprovera a Bosio le simpatie “bassiano-luxemburghiane” che lo renderebbero inaffidabile. La rivista, affidata ad Armando Saitta, cambia redazione e impostazione; chiuderà nel 1956.
CONTINUA …
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DANILO MONTALDI
di Sergio Dalmasso
È segno dei tempi il fatto che Danilo Montaldi sia stato a lungo interpretato come una delle fonti della nuova sinistra, mentre oggi l’attenzione maggiore sia rivolta alla sua ricerca sul campo e al ruolo, indubbio, che questa assume nella nascita della sociologia in Italia.
Nasce a Cremona, nel 1929. Il padre, anarchico, lavora in fabbrica ed ha vivaci interessi culturali, la madre è di schietta matrice contadina e ha forse influenza sugli interessi del figlio per questo mondo e per le trasformazioni strutturali dell’area.
A quindici anni, nel 1944, entra nel Fronte della gioventù (per l’indipendenza nazionale e per la libertà) e collabora con il movimento partigiano, trasportando materiale illegale. La fine del fascismo sembra coincidere con un periodo di solidarietà collettiva, di speranza: “…Agli angoli delle strade si tessevano i fili rossi della rivolta. Perché chi stava male e ci pensava e chi stava male e lavorava, non voleva abituarsi… Col pensiero rivolto alla Spagna, sapendo che c’erano stati i consigli in Russia e in Europa, che bisognava farli ancora, presto, contro i padroni…”
Si iscrive al PCI insieme al padre che, però, ne viene espulso già nell’autunno 1945. Se ne va anche Danilo, totalmente critico verso la togliattiana politica unitaria e non classista. Poco dopo, si avvicina, senza mai farne parte organicamente, alle formazioni bordighiste, anche per l’amicizia con Giovanni Bottaioli, operaio tornato dall’esilio in Francia. Nella rottura del bordighismo italiano, ad inizio anni ’50, collaborerà con il Partito comunista internazionalista di Onorato Damen (organi “Battaglia comunista” e “Prometeo”) e anche con i Gruppi anarchici di azione proletaria (GAAP). Dopo un ricovero per malattia polmonare, compie, nel 1953, il primo viaggio a Parigi, fondamentale per la sua formazione. Entra in contatto con il gruppo di “Socialisme ou barbarie” (Edgar Morin, Claude Lefort, Cornelius Castoriadis), rivista eretica e antistalinista.
Qui confronta le proprie posizioni, le proietta in un quadro non locale, conferma l’intenzione di scrivere un testo che raccolga storie di vita di militanti, contadini (il mondo di suo padre). Sviluppa l’inchiesta biografica sul campo (la conricerca, basata sullo scambio di conoscenza fra ricercatore e testimone, che è fonte di storia orale “semilavorata”). I contatti sono con Alessandro Pizzorno, Armando Guiducci, Franco Fortini e con le riviste di discussione e di elaborazione nate nel crocevia del 1956 (“Ragionamenti”, “Opinione”…)
Nel 1957, fonda a Cremona, con Bottaioli e Romano Alquati, il Gruppo di Unità Proletaria, attivo nella attività politica locale, con partecipazione alle lotte sociali, produzione di volantini, e scritti.
È un errore riferirsi a Panzieri solamente per i “Quaderni rossi” o, al massimo, per le Sette tesi sul controllo operaio.
Al contrario, la sua attività politica e culturale (i due termini sono inscindibili) inizia dal 1944, quando si iscrive all’allora PSIUP, dai suoi primi articoli nel 1945, dall’adesione alla sinistra del partito, nel 1946. Totale continuità nella sua opera o rottura?
Cercheremo di rispondere alla questione.
Nato nel 1921, quadro della sinistra socialista, è vicinissimo a Rodolfo Morandi, ministro sino al 1947, poi nettissimo nello scontro contro Saragat (scissione socialdemocratica nel gennaio 1947) e vicesegretario dal 1951, quando la corrente di sinistra, dopo una breve parentesi, torna a reggere il PSI.
Panzieri nel 1949 si trasferisce a Messina, dove, per alcuni anni è insegnante di Filosofia del diritto all’università, su indicazione di Galvano Della Volpe.
È attivissimo nelle agitazioni contadine siciliane, nelle lotte di minatori e solfatari.
Nel 1953 è nominato responsabile nazionale della sezione stampa e propaganda.
In questo ruolo, è intenso il suo impegno per una politica culturale del PSI che abbia capacità di autonomia rispetto a quella del PCI1 e proponga una “identità socialista”.
Il nodo è, però, il 1956, con lo sconvolgimento nel mondo comunista.
La scelta di autonomia del PSI nenniano ha aspetti contraddittori.
Intervenendo al Comitato centrale, in polemica con Lombardi (identificazione di stalinismo e comunismo), Panzieri sostiene che questo porti “la sinistra italiana alla divisione di un’ala estremista, rinchiusa in posizione settaria di isolamento, contrapposta ad un’ala aperta alla capitolazione riformista”.
È l’inizio di un impegno, dentro e fuori il PSI, centrato sulla necessità di “uscire dallo stalinismo, ma a sinistra”2.
Nel 1957, è nominato condirettore di “Mondo operaio”.
I due anni, sino al 1959, coincidono con la stagione più ricca e innovativa della rivista fondata da Pietro Nenni.
Al centro, la necessità di rianalizzare il capitalismo nelle sue trasformazioni, il “miracolo”, la realtà operaia, le prospettive per i partiti del movimento operaio, non in astratto, ma alla luce della condizione della classe.
I caratteri nuovi del capitalismo non attenuano la lotta di classe, ma propongono nuove contraddizioni. Il livello più avanzato del capitalismo accentua le potenzialità socialiste della lotta.
La coscienza delle masse cancella le valutazioni pessimistiche sulla loro subordinazione; si assiste, al contrario, a un progressivo processo di proletarizzazione.
Nel 1958, in un singolare sodalizio con Lucio Libertini, pubblica su “Mondo operaio” le Sette tesi sul controllo operaio,
in antitesi all’orientamento di Togliatti e Nenni, centrate sulla proposta di nuovi istituti di controllo,
sulla centralità della fabbrica, sul primato dei referenti sociali e non del partito, sulla proposta di democrazia diretta e consiliare (ritorno al Lenin di Stato e rivoluzione, in un singolare incontro fra leninismo e tradizione consiliarista).
Vi è un richiamo (soprattutto in Libertini) alla costruzione di consigli operai nei Paesi socialisti (Polonia, l’autogestione jugoslava), vi è una rivalutazione del Gramsci del movimento dei consigli, non riducibili (togliattianamente) a fase preparatoria della fondazione del partito (PcdI).
Di pochi mesi successive sono le Tredici tesi per il partito di classe, complementari alle Tesi sul controllo e finalizzate alla battaglia interna a un PSI che si avvicina, a larghi passi, al centro-sinistra.
Nel 1959, dopo il congresso nazionale di Napoli, matura la convinzione che sia insufficiente una lotta interna al PSI, ormai proiettato verso la scelta governativa e verso la totale dissociazione fra azione di massa e azione parlamentare.
Anche l’azione della opposizione interna è insufficiente. Da qui la rottura con Libertini, uomo di partito, che accetta, invece, di dirigere l’organo della sinistra del PSI, “Mondo nuovo”.
I “Quaderni rossi”
Si trasferisce a Torino per lavorare all’Einaudi, in progressivo allontanamento dal partito e dalla stessa sinistra interna che non comprende le trasformazioni strutturali e la necessità di nuovi paradigmi.
È poco conosciuto lo scontro con Nenni nel Comitato centrale socialista del 2 giugno 1960, in cui accusa il segretario socialista di voler riportare il Psi alla situazione pre 1921, rendendo inutile l’esperienza che va da Morandi a noi più giovani.
È del 1961 il definitivo distacco dal partito.
Al congresso nazionale (Milano) non interviene e si dichiara estraneo alla stessa minoranza interna (Vecchietti, Valori, Libertini…).
L’impegno è proiettato su gruppi esterni e sulla fondazione di una rivista che, infatti uscirà nel mese di giugno.
I “Quaderni rossi” nascono dalla collaborazione dell’Istituto Morandi, di nuclei formatisi a Torino, Roma, in Veneto e della CGIL torinese (Foa, Garavini, Alasia, Pugno…) che abbandonerà, però, subito il progetto, accusato di schematismo e di semplicismo di giudizio. … CONTINUA
Note
1 Cfr. Maria Margherita SCOTTI, Da sinistra: intellettuali, Partito socialista e organizzazione della cultura, Roma, Ediesse, 2011.
2 Pino Ferraris parla di Uscita libertaria e classista dallo stalinismo.
3 Cfr. anche Romano ALQUATI, Per fare conricerca. Teoria e metodo di una pratica sovversiva, Bologna, Derive e approdi, 2022. Di grande interesse, ma discutibile in più parti, è l’intervista dello stesso Alquati, in cui sostiene che mai Panzieri ha praticato inchiesta e conricerca, che i giovani torinesi lo seguivano perché portava finanziamenti della Einaudi. Disinvolto è l’uso del termine “trotskista” riferito a Panzieri e Foa. Cfr:
4 Raniero PANZIERI, Conricerca e controllo operaio, in Paolo FERRERO (a cura di), Raniero Panzieri, Un uomo di frontiera, Milano, Punto rosso, 2006. Ferro è oggi il dirigente politico che ha prestato più attenzione alla figura di Panzieri. Cfr anche Attilio MANGANO, L’altra linea. Fortini, Bosio, Montaldi, Panzieri e la nuova sinistra, Catanzaro, Pullano ed., 1992.
In Il ciclostile, n. 19 dicembre 2025, Sergio Dalmasso, Comandante Che Guevara. La vita, le battaglie e il pensiero politico di un rivoluzionario. Presente anche in Schede e recensioni.
Roma, RedStarPress, 2025, pp. 314, 120 fotografie in b/n, 20 euro
Il ciclostile recensisce il libro di Sergio Dalmasso Comandante Che Guevara n.19 dicembre 2025
A quasi 60 anni dalla morte, la grande figura di Che Guevara continua a vivere nella coscienza collettiva per il grande esempio che ha trasmesso, per l‘immagine pura e non corrotta dal potere, per il legame continuo tra quanto pensato, detto, messo in atto.
Nella attuale crisi frontale di ipotesi alternative, nel crollo di riferimenti, nell‘affermarsi di una destra suprematista, razzista, neofascista, ma anche di una pseudo sinistra liberista, atlantista, totalmente omologata, nella progressiva scomparsa di speranze di trasformazione, la sua immagine il suo volto sembrano costruire una alternativa ancor oggi viva.
Affascinano il disinteresse, la continua volontà di rimettersi in discussione,
il cominciare dal nulla, vincere, divenire ministro e il rinunciare a tutto, partendo per imprese disperate, a 37 anni, con pochi uomini, gravato da una malattia che lo accompagna dai primi anni di vita.
Il libro ripercorre le interpretazioni, le letture, la “fortuna” del Che nei vari decenni, la sua vita dall‘Argentina ai viaggi, dalla vittoria a Cuba all‘attività di ministro, dalle missioni internazionali alla decisione di creare nuovi fronti contro l‘imperialismo, dal fallimentare tentativo in Congo a quello, tragico, in Bolivia.
Ricostruisce le diverse letture date dalla sinistra italiana (PCI, riviste, Trotskisti, “filocinesi”) nel 1967, dopo la morte e l‘immagine del Che attraverso film, canzoni, poster, anche gadget, veicolata, non sempre positivamente, dai media.
Si chiude con una commovente e profonda lettera di Frei Betto, il cui afflato cristiano si lega all‘amore per il rivoluzionario marxista.
Caratteristica del libro è non essere centrato sull‘interpretazione del guerrigliero eroico, per anni prevalente anche a Cuba.
Questa lettura, pur comprensibile, cancella, anche per comodità, gli aspetti fondamentali del pensiero e dell‘opera di un marxista critico.
Dialoga con l’autore Diego Giachetti, lo storico Sergio Dalmasso.
Appuntamento per giovedì 12 febbraio 2026 alle ore 18:00 presso il Circolo Arci Zenzero Via Torti 35 Genova (Italia).
Presentazione libro di Diego Giachetti Odio i lunedì a Genova
Con il patrocinio del Comune di Genova – Municipio Bassa Val Bisagno.
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Frugando negli anni Ottanta, gli anni del nostro scontento, quelli più stupidi del secolo, ma anche i più belli e divertenti, è impossibile non imbattersi in Vasco Rossi e nel suo sogno realizzato di vivere di musica e canzoni.
La sua produzione artistica ha un piede impigliato in quella storia, nei suoi dilemmi: svalorizzazione del lavoro, riflusso dall’impegno politico, crisi delle utopie, conquista del tempo libero e della notte, ridefinizione del rapporto uomo-donna.
La narrazione del suo viaggio negli anni Ottanta è correlata alle vicende storiche, politiche e culturali di quel periodo.
Così, analizzando il rapporto tra vita e opere dell’artista, il libro guarda attraverso le esperienze di Vasco per raccontare quello strano e affascinante decennio.
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La corazzata Potemkin (1926) di Sergej M. Ejzenstein, per anni considerata la più grande opera della storia del cinema, è oggi conosciuta soprattutto per la divertente, ma molto discutibile, parodia di Paolo Villaggio.
È lo spirito del nostro tempo.
Il film è stato progettato nel 1925 come parte di un affresco storico per celebrare la rivoluzione russa del 1905, ma ne è rimasto l’unica opera.
La prima, al teatro Bol’soj di Mosca,
il 21 gennaio (anniversario della morte di Lenin) 1926, fu accolta trionfalmente (oggi si dice da pubblico e critica),
a dimostrazione del clima rivoluzionario ancora esistente e della creatività innovativa della concezione marxista e della cultura russa (si pensi alle arti figurative o alla poesia), sino alla imbalsamazione dogmatica degli anni successivi.
Il film racconta l’ammutinamento della corazzata, il rifiuto, da parte del plotone di esecuzione, di fucilare i marinai, colpevoli di avere rifiutato il rancio avariato.
Gli ufficiali vengono gettati in mare, uno dei capi della rivolta viene ucciso.
Sulla scalinata di Odessa la folla solidarizza con gli insorti, ma i cosacchi la massacrano (è la scena più nota e drammatica, forse la più citata nelle storie del cinema).
Dalla nave si sparano cannonate sul palazzo del Quartier generale del comando,
ma interviene la flotta zarista e la Potemkin deve prendere il largo, innalzando la bandiera rossa e passando indenne tra la flotta che non osa colpirla. Anzi, dalla nave ammiraglia imperiale si leva il messaggio Fratelli!,
manifesto politico finale dell’opera.
Il film parte dalle esperienze innovative del Cine occhio di Dziga Vertov,
le supera verso il realismo, in una coralità ed epicità che il regista, alla sua seconda opera (la prima, Sciopero, è stata sottovalutata), ritroverà con il successivo Ottobre (1928),
celebrazione del decennale della rivoluzione, eccezionale opera corale che sarà, però, criticata dal “partito” per l’eccesso di similitudini, allusioni e per l’uso del montaggio che esce dai canoni tradizionali 1.
Gianfranco Vanni, fumettista, dopo esperienze nel clima bolognese di fine anni ’70 e la lunga collaborazione a Frigidaire (editore Primo Carnera), con lo pseudonimo “Collirio” è autore di molte opere che hanno toccato, fra le tante, anche tematiche politico-sociali (Storia di Ferrara a fumetti, l’omicidio di don Minzoni, Lettere dal Vietnam).
Nel suo racconto per immagini della Corazzata Potemkin 2, il disegnatore segue lo schema del film.
La finalità della pubblicazione, non a caso edita dalla Redstarpress
che ha frequentemente usato il fumetto, strumento di facile accesso per i giovani, per narrare fatti storici, è di evidenziare come la rivoluzione russa del 1917 abbia un retroterra profondo.
Non a caso, il testo è aperto dalla frase di Trotskij che era posta all’inizio del film (ovviamente censurata nella sua versione definitiva):
“Lo spirito dell’insurrezione aleggiava sulla terra russa…L’individuo si stava dissolvendo nella massa, e la massa si stava dissolvendo in quella deflagrazione”.
Tra il 1904 e il 1905 l’impero zarista subisce una umiliante sconfitta nella guerra contro il Giappone. Il peggioramento delle condizioni di vita della popolazione provoca scioperi e manifestazioni. Il 9 gennaio 1905, una manifestazione che intende presentare una petizione allo zar è oggetto di un massacro (centinaia di morti).
Si susseguono le proteste, operaie e contadine.
I Soviet divengono strutture di democrazia di base, un embrione di contropotere. I partiti socialisti sono divisi e dispersi, I dirigenti sono maggioritariamente in esilio.
Il caso della Potemkin si colloca in questo quadro e si lega ad un sciopero in corso (giugno 1905) nella città di Odessa.
L’ammutinamento della corazzata non produce risultati, ma assume valore simbolico in un anno in cui Lenin propone la dittatura democratica rivoluzionaria degli operai e dei contadini, in cui Trotskij esalta la funzione dei Soviet e lo zar è costretto a concedere diritti civili e politici, ipotizzando il passaggio a una monarchia costituzionale.
Il testo segue lo schema del film,
tentando di riprodurne scelte tecniche (il montaggio per attrazione), la presentazione di alcuni motivi centrali (l’occhio, i vermi nella carne, metafora della corruzione della società zarista…).
Il disegno tenta di riprodurre i volti dei marinai, del popolo di Odessa (la scalinata), il bianco e nero di un grande capolavoro cinematografico.
Libro da conoscere per ripensare ad un fatto storico e alla sua grande rappresentazione cinematografica. Anche per superare i luoghi comuni.
1 Gianfranco Vanni Collirio, La corazzata Potemkin, Roma, Redstarpress, 2026.
2 Tutta l’opera successiva del regista sarà segnata da problemi con la censura, dall’impossibilità di dar vita a molti progetti, ai limiti imposti alla sua ricerca teorica. Analoghi problemi avrà nella sua avventura americana, in particolare nella realizzazione, incompiuta, di Que viva Mexico!