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La liberazione

La Liberazione libera anche chi ne abusa

Franco Di Giorgi

La liberazione libera anche chi ne abusa

Ivrea, partigiani in piazza di città

Senza la Liberazione dell’Italia dal nazifascismo, compiuta il 25 aprile del 1945 in virtù della resistenza e della lotta opposta da una minoranza eroica sostenuta dagli Alleati, a nessun Italiano oggi sarebbe possibile esprimersi liberamente anche contro di essa.

Ad ogni modo, proprio in quella data fondativa (che gli storici preferiscono indicare in cifre romane), la Liberazione diede la libertà a coloro che, malgrado i governi liberali di una monarchia illuminata, non sapevano nemmeno che cosa fosse, anche se, specie durante il Ventennio, ogni tanto la vivevano meravigliati in sogno o la incontravano altrettanto stupiti tra i versi di qualche poeta classico, negli sguardi e nei giochi dei bambini, oppure ne sentivano intimamente il gusto ascoltando della musica o intonando qualche motivo popolare.

Per secoli gli Italiani erano stati avvezzi alla sudditanza, e quindi all’inizio, sebbene la Costituzione parlasse molto chiaro, non sapevano come fare con quella libertà, con quella nuova possibilità esistenziale, non sapevano come approcciarla e in che misura disporne.

Ecco perché, come Adamo nell’Eden, presi dall’ingordigia, dalla tracotanza, andarono incontro ai primi erramenti, commisero le prime intemperanze, si abbandonarono ai primi eccessi.

Giacché la intesero come la libertà di dire e di fare tutto ciò che si voleva, anche, appunto, contro la stessa Liberazione.

Col rischio pertanto di perderla, come era in parte già successo circa un secolo prima ai contadini siciliani di Bronte.

La Liberazione, dunque, conferì innanzitutto ad ognuno la libertà di esprimersi liberamente, però entro una certa misura prevista dalla legge e dalla Costituzione, che è quanto di più misurato ed equilibrato un documento fondativo possa rappresentare ed esprimere. Ma non mancò subito qualche ribaldo che, approfittando delle garanzie offerte dalla democrazia, non perse tempo ad eccedere capricciosamente quella misura.

E poi, al di là di ciò e nonostante ciò, la Liberazione libera tutti. D’altronde deve essere così, se no non è libertà.

Essa ha infatti liberato sia quelli nati prima del fascismo, sia quelli nati durante sia quelli venuti al mondo dopo la dittatura fascista.

Ha persino liberato dopo quelli che prima volevano negare la libertà agli altri facendone una cosa propria.

Come pure liberò quelli che, durante, in vario modo, restarono a guardare, ad attendere, con le braccia conserte o con le mani giunte e nervose, che passasse la nottata e che uscirono solo alla fine sui balconi a salutare i giovani partigiani dal volto serio che scendevano finalmente in città lasciandosi alle spalle le vicine montagne.

La Liberazione del 25 aprile ha in altre parole amnistiato gli Italiani dal reato di minorità (di Unmündigkeit diceva Kant), emancipandoli ed innalzandoli di colpo a uno stato giuridico responsabile e di maggiore consapevolezza.

Anche se non tutti, naturalmente, raggiunsero e maturarono quella cognizione, quel senso di responsabilità, insomma quella coscienza necessaria per il giusto uso della libertà.

Non tutti riuscirono ad elevare la propria realtà umana a quell’ideale spirituale di libertà.

Come tanti piccoli e grandi Prometeo, i partigiani avevano lottato per strappare quell’ideale agli dei e ora lo recavano agli uomini, solo che non tutti ne furono all’altezza.

Essa liberò pertanto anche quelli che ne hanno abusato e libera quelli che ancora ne abusano; quelli che in generale hanno concepito egoisticamente il dono come un “condono”, perché a differenza di coloro che l’avevano sperimentato sulla propria pelle, questi altri non sanno, non hanno ancora piena cognizione di quel dolore che comporta il non essere liberi, questi ancora oggi non si sono emancipati perché, pieni e inebriati dalla propria tracotanza all’interno della stessa libertà che respirano, non hanno ancora superato quello stato di minorità.

Come i Millennials sono nati nell’epoca del web, così tutti quelli che sono nati dopo il 25 aprile del ‘45, dopo il 2 giugno del ’46, dopo il ’47 e soprattutto dopo il 1º gennaio del ‘48, sono nati alla libertà e alla democrazia.

Pur vissuti nella povertà, nei rifugi antiaereo e tra le macerie dei bombardamenti, per tutti costoro è stato e continua ad essere naturale disporre della libertà, perché la trovano come un dato naturale.

Anche perché nessuno gliene rende conto, nessuno vuole niente in cambio per essa.

Se non il giusto rispetto della legge e dei valori sanciti dalla Costituzione.

Con la libertà si ha infatti a che fare con un valore inalienabile, perché si tratta di un vero dono disinteressato ricevuto sia dai partigiani, che hanno messo a disposizione non la vita genericamente intesa ma la loro propria vita, sia dai padri e delle madri costituenti che, sebbene con visioni politiche differenti e per quanto necessitati a sedersi attorno a un tavolo sotto la grave pressione dello scontro Usa-Urss, si sono dati, sacrificati e impegnati per far sì che tutti quei loro sforzi trovassero finalmente un solco comune e sintetico (perché solo l’intelligenza è capace di sintesi), affinché quel dono spirituale prendesse forma, anima e corpo nella nuova Costituzione (che è sintesi delle sintesi) e nella Repubblica democratica (che esprime quella forza sintetica capace di conciliare gli opposti, la singola res con la pluralità del démos).

La scuola e l’istruzione, specie la disciplina della storia, hanno in particolare il delicatissimo compito di ricordare ai figli e ai nipoti dei liberati (mentre se ne servono respirandola avidamente come l’aria, come qualcosa di cui non possono più fare a meno) che la libertà di cui si giovano pur essendo un dono, una donazione, una per-donazione, non è affatto un dato naturale, bensì sempre e a qualsiasi latitudine il frutto, il risultato di una lunga e dolorosa conquista dello spirito umano.

La scuola, peraltro, ci può anche far comprendere che la libertà così acquisita può avere anche un prezzo, nel senso che può venire limitata e condizionata anche dagli stessi Alleati.

Ecco perché, crisi o non crisi, la formazione culturale e intellettuale, cioè non solo tecnica, dei giovani dovrebbe essere considerata dal sistema politico non come la ruota di scorta, ma come uno degli assi portanti della Repubblica.

Ma forse, nonostante i molti annunci con aumenti-elemosina da parte del ministero della pubblica istruzione, a qualcuno delle cosiddette “élites” italiche fa comodo che la scuola nel nostro Paese resti ben chiusa nel cofano del carrozzone Italia.

Ci si libera sempre in ogni caso con le proprie mani, ognuno con il proprio cric – lo sapevano bene i partigiani e tutti coloro che li hanno sostenuti – e ciò vale sia per il singolo che per i popoli.

La libertà si raggiunge solamente quando si è mossi, si viene mossi da un ideale, in ogni caso da qualcos’altro da sé, da qualcosa che avvertiamo dentro di noi e che pure ci trascende mettendo in crisi il nostro ego, la nostra esistenza buia, bassa e senza scopo.

Ecco perché essa, la libertà, in quanto frutto di una lotta di Liberazione, non è soltanto una questione politica, ma è anche e soprattutto una “questione privata”.

La prima questione è sempre intrecciata con la seconda.

Non si può difatti lottare per la Liberazione degli altri se prima non ci si è liberati del proprio egoismo, né viceversa possiamo liberarci del nostro egoismo se non facciamo l’esperienza purificante e autentificante della lotta di Liberazione per tutti gli altri. È in questo chiasmo esistenziale che matura l’auto-emancipazione dell’uomo e degli Stati.

La via che ha condotto alla libertà e che noi vediamo (quando la vediamo) sempre percorsa da un lungo e interminabile tappeto rosso, è in realtà cosparsa del sangue purpureo donato da quella minoranza di maturi e di auto-emancipati che ci ha preceduto, come pure da quegli Alleati caduti per il nostro Paese, povero ma ricco d’arte.

Quella via, per noi esseri viventi liberi, è in realtà ricoperta di morti, la cui cenere il vento ha disperso da tempo. I loro nomi tuttavia si possono ancora leggere andando per via o girovagando per le piazze.

Le loro immagini, i loro sguardi, le loro azioni e le loro parole sono ancora incise nella memoria di chi ha sentito o letto quelle parole, ammirato quelle azioni, scrutato quegli sguardi, conservato quelle immagini.

Una memoria che, per il timore di perderla, ora può venire conservata su supporti informatici, forse meno insicuri delle umane capacità ritentive.

Ad ogni modo, malgrado le sbruffonate di qualcuno che si prende e si arroga la libertà di inneggiare alla non libertà, di qualcuno che non ha ancora maturato in sé la comprensione di quello che significa non esser liberi, speriamo che in futuro non ci sia più bisogno di un’altra lotta di Liberazione (anche per noi, purtroppo, diventata pure guerra civile), intesa come ennesima lezione, come ripasso da dare agli immaturi irriconoscenti dalla coscienza inguaribilmente divisa e divisiva.

Non si può scherzare, non si può giocare infine con la libertà. E sarebbe meglio non transigere su queste irriverenti spacconate. Sebbene ne offra seriamente la possibilità, la libertà non è affatto un gioco.

Soprattutto non è un gioco solitario, individuale, perché la sua serietà presuppone sempre l’altro, tutti gli altri e quindi la solidarietà e il rispetto. O si è liberi tutti oppure nessuno lo è.

Giacché si è uguali nella libertà. Essa si realizza pertanto solo attraverso l’eguaglianza.

E quindi non ci può essere vera e concreta libertà senza uguaglianza dinanzi alla legge, senza parità di diritti, senza solidarietà.

La nostra Repubblica non deve poi aver paura di affermare con giustizia, chiarezza e rigore questi suoi valori costituzionali, questi preziosi e inestimabili doni ereditati dalla Resistenza, giacché la sua lenta e incerta azione sanzionatoria può talora essere intesa come invito a continuare ad abusare della libertà.

(27.04.2019)

Icona pdfLa Liberazione libera anche chi ne abusa

L’Italia civile a Milano per ribadire un solo principio:

“Prima le persone!”

Una riflessione/testimonianza di Franco Di Giorgi

 

L’Italia civile a Milano per ribadire un solo principio Prima le persone

 

 

L’Italia ‘civile’, certo, non è tutt’altra cosa dall’Italia ‘politica’.

Ne è solo l’altro volto: il volto civile, appunto, il volto pulito e onesto, il volto vero.

Ma tutti quei 200 mila Italiani che sabato 2 marzo hanno sfilato per le vie di Milano, assieme ai loro amici immigrati, hanno potuto vederlo quel volto vero, hanno potuto vedersi.

200.000 persone alla manifestazione antirazzista di Milano

Provenendo da ogni parte della penisola, sono confluiti e si sono ritrovati congiunti lì per ribadire un solo principio: ‘Prima le persone’.

Il momento rivelativo di questo sorprendente auto-rispecchiamento, di questo ravvedimento, di questa presa di coscienza era quello in cui tutti i milanesi che accorrevano incuriositi ai bordi delle strade o che si trovavano a passare di lì per i loro improcrastinabili affari affannosi si fermavano e si mettevano all’improvviso ad applaudire, a unirsi ai canti o a rimarcare con forza quel “Siamo tutti antifascisti!”, oppure quell’ “Oggi e sempre Resistenza!” che si innalzavano dalle file dell’Anpi, da quel corteo civile di manifestanti che procedeva lento e pacifico al ritmo di tamburi festosi.

E ciò stava a significare che in tutti loro, dentro di loro, malgrado il forte vento che continua a spirare dall’aspro e ottuso fronte della politica, la fiammella della pietas e della solidarietà, ossia delle radici dell’umanità, non si è affatto spenta. Stava a significare che in tutti quegli Italiani, in quella bella rappresentanza dell’Italia vera, il desiderio, la pulsione per un impegno civile e disinteressato non è stato del tutto represso.

È rispecchiandoci infatti in questa bell’Italia che possiamo sperare finalmente di ritrovarci, di riscoprire il nostro naturale altruismo, il nostro spirito di accoglienza, e riconquistare così la fiducia in noi stessi.

ANPI IVREA amici Di Giorgi, Giovanni Savegnago e altri

Sì, noi Italiani, in questo nostro magnifico Paese, che è uno dei fondatori dell’Unione europea, depositario dei più alti valori culturali e civili europei.

Lo sguardo di coloro che osservavano quella fiumana colorata, una volta giunta alla fine del suo percorso, si colmò di stupore quando l’acustica della famosa Galleria milanese si mise ad amplificare le note di “Bella ciao”.

Qual era il messaggio che, proprio dinanzi alla Scala, questo canto universale rilasciava nell’aria tiepida? Era comprensibile a tutti: solo il tu, solo l’altro può far riscoprire il vero volto dell’io, solo l’altro ci può salvare.

E non solo a noi Italiani.

Lunedì 4 marzo 2019

Franco Di Giorgi

Video della manifestazione del 2 marzo 2019 a Milano

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Rosa Luxemburg e imborghesimento del proletariato

ROSA LUXEMBURG
E LA QUESTIONE DIALETTICA DELL’IMBORGHESIMENTO
DEL PROLETARIATO

di Franco Di Giorgi

Rosa Luxemburg

 

ANPI Ivrea, 15 febbraio 2019.

I.

Per quanto diverse sul piano della consistenza e dello sviluppo interno, le due recenti monografie che Sergio Dalmasso ha approntato e dato alle stampe nel 2018 per la Redstarpress – la prima dedicata a Lelio Basso (Lelio Basso. La ragione militante: vita e opere di un socialista eretico) e la seconda a Rosa Luxemburg (Una donna chiamata rivoluzione. Vita e opere di Rosa Luxemburg) – hanno tuttavia nella questione storico-sociale dell’emancipazione del proletariato la radice che le accomuna.

Tale radice affonda nel terreno stesso in cui è cresciuta la pianta del socialismo europeo: è il terreno della dialettica hegeliana Signoria-Servitù.

Questa non è che una delle molteplici figure dialettiche di cui Hegel ha tracciato la fenomenologia e che nel loro insieme formano la filosofia della storia hegeliana. Come sappiamo, Marx ha ripercorso a modo suo la storia di quella dialettica: l’ha ripercorsa però non secondo l’idea spirituale, ma seguendo l’idea materiale, tenendo conto cioè dei diversi modi di produzione che hanno condizionato nel tempo e nella storia il rapporto tra Signoria e Servitù.

La dialettica che contraddistingue questo rapporto, detto in estrema sintesi, presuppone l’inevitabile e quindi ontologico ribaltamento dei ruoli: con il tempo e soprattutto con la dura esperienza della dipendenza e della sottomissione, la storia vedrà il Servo emanciparsi e da schiavo, da servo della gleba e da proletario esso diventerà prima liberto, poi vassallo e infine borghese e citoyen.

Ma già nella forma di semplice arbusto, quella pianta del socialismo, vale a dire nel Manifesto dei Comunisti del 1848, Marx ed Engels si erano accorti di una prima grave e profonda contraddizione interna a quella dialettica, perché il borghese (ossia il proletario emancipato) è divenuto nel frattempo il nemico del proletariato stesso.

Imborghesizzandosi, cioè, il proletariato si autoannienta. In altre parole: la borghesizzazione del proletariato, vista come momento coessenziale e imprescindibile dall’economia capitalistica, costituisce la negazione e non l’affermazione del proletariato.

E ciò nel senso del principio spinoziano ripreso prima da Hegel e poi da Marx, secondo cui omnis determinatio est negatio.

Il proletariato non dovrebbe dunque emanciparsi per affermarsi nella storia. Il che, secondo la filosofia hegeliana e dell’evoluzionismo in generale, non sembra essere possibile. Già sul nascere, pertanto, si profila per esso, un destino tragico.

Inoltre, come nella prima modulazione di quel rapporto Signoria-Servitù, il Signore non annienta il Servo pur potendolo fare – nello scontro a morte tra le due Autocoscienze che lottano per la sopravvivenza e l’affermazione di sé, quella che ha paura della morte tuttavia non muore, perché viene graziato dal suo avversario, e in tal modo però questo, assurgendo a Signore, lo asservisce a sé, lo rende Servo –, così, in una specie di eterno ritorno dell’uguale, di ereditarietà ontologica, di destino, anche il borghese, pur potendolo fare, non si libera affatto del proletario (vale a dire di se stesso in quanto altro da sé), ma, mediante il sistema capitalistico, lo asservisce a sé, lo strumentalizza per realizzare i suoi scopi, in primis il plusvalore.

Siamo quindi dinanzi a uno sviluppo emancipatorio che si può interpretare come una specie di travestimento che si tramanda nella storia. Siamo dinanzi a un proletario che la storia traveste da borghese e che, come borghese non può evitare di sottoporre a sé il suo se stesso come proletario.

Già, perché secondo l’Aufhebung, cioè secondo il meccanismo della hegeliana filosofia della storia e la sua implicita teoria dell’emancipazione, nulla viene mai obliato e superato dalla storia, ma tutto viene trasformato e conservato in essa e con ciò stesso inverato.

Il borghese emancipato vede insomma nel proletario apparentemente superato e surclassato il se stesso arretrato a quella condizione servile alla quale esso non vuole assolutamente più essere ridotto e ricondotto.

Ma, se proviamo a spostare la nostra attenzione su un contesto diverso e più generale, quello che concerne l’attuale fenomeno migratorio, quel timore del borghese emancipato e insignorito nei confronti del proletario arretrato e asservito non è forse lo stesso di quello che blocca gli europei e in particolare buona parte degli italiani rispetto al problema dell’accoglienza?

Nella figura dell’immigrato noi non vediamo forse quel nostro sé arretrato e servile da cui crediamo di esserci definitivamente emancipati e alla cui condizione non vogliamo essere ricondotti e dalla quale pertanto arretriamo terrorizzati?

CONTINUA

LELIO BASSO TRA IERI OGGI E DOMANI

DI FRANCO DI GIORGI

Franco Di Giorgi alla sede ANPI di Ivrea 6 dicembre 2018

Franco Di Giorgi

1. Il testo che Sergio Dalmasso dedica a Lelio Basso (Lelio Basso. La ragione militante: vita e opere di un socialista eretico, Red Star Press, Roma 2018) non è solo una monografia politica, è anche una biografia che, attraverso la ricostruzione della vita di un’importante figura della scena politica italiana del recente passato – dal 1921 (anno in cui il diciottenne varazzino prende la sua prima tessera socialista) al 1978 (anno della morte) – ci parla sia del nostro più vicino presente sia dell’inquietante futuro che ci si prospetta.

L’orizzonte storico e culturale relativo a quel periodo, a partire almeno dal primo dopoguerra, presenta condizioni e aspetti che caratterizzano anche la nostra contemporaneità. Pur cambiando i personaggi, le problematiche che tale orizzonte apre delineano un medesimo scenario – quello che vedrà l’insorgenza e l’affermazione del fascismo e con esso, naturalmente, anche la diffusione del razzismo come suo naturale corollario; vedrà, insomma, l’avvio di una fase drammatica della nostra storia.

In effetti, guardare al passato, dicono gli storici, «serve anche a comprendere meglio il presente» (Claudio Vercelli, Francamente razzisti, Edizioni del Capricorno, Torino 2018). Certo, è vero. Ciò tuttavia solo in linea teorica, giacché ogni contemporaneità, compresa la nostra, mostra sempre a chiare lettere che la comprensione o l’interpretazione del presente non basta perché non serve a cambiare il modo di pensare negli uomini e a farli maturare, al fine di evitare di ricadere negli stessi errori da essi compiuti nel passato.

Ma c’è dell’altro. C’è dell’altro nella vita di questo socialista eretico. Eretico per vari motivi. Ad esempio perché pur criticando le posizioni liberali di Gobetti, – che vede nell’individuo il soggetto del mutamento della storia – del giovane letterato torinese il giovane Basso condivide la lettura storico-politica dell’Italia: Paese nel quale il cattolicesimo, insensibile alla voce della coscienza protestante, ridotta da esso al silenzio (anche in questo senso Luigi Pareyson parlava di “coscienza muta”), rappresenta un presupposto dell’ubbidienza al fascismo, la predisposizione psicologica a mettere a tacere ogni rivolta nei confronti dell’autorità costituita, anche quando questa dimostra palesemente di avere come fine l’annullamento della volontà umana, sia quella che si è incarnata nel diritto sia soprattutto quella che si esprime nel dovere, inteso nel senso mazziniano e in quello kantiano e stoico. Pur da posizioni politiche differenti, pertanto – Basso, marxianamente, vede nella classe operaia il soggetto della tanto auspicata rivoluzione –, essi, antifascisti per istinto, concordano nell’analisi dell’origine del fascismo, scorgendo nella mancata affermazione del protestantesimo in Italia il peccato originale che ha impedito a questo Paese la formazione di una coscienza responsabile e seria. Per una ulteriore conferma di questa mancanza, di questa hamartía, è utile rifarsi anche al saggio del 2010 di Maurizio Viroli, La libertà dei servi, nel quale si esaminano le varie forme di intransigenza, vale a dire di quell’atteggiamento etico proprio di Gobetti e di Basso.

A proposito di intransigenza, pur in tutta la sua cieca disperazione, pur con il suo andare “alla cieca” diremmo mutuando una bella espressione di Claudio Magris, fortunatamente anche l’Italia di oggi non è solo quella che Alberto Moravia e Antonio Gramsci videro bivaccare nell’indifferenza, l’Italia che si metteva alla finestra ad aspettare e ad esultare a comando assecondando i desideri velleitari di qualcuno che amava parlare agitandosi ad arte da un balcone. L’Italia, la migliore Italia, quella a cui oggi si deve continuare ancora a guardare, è anche e soprattutto quella di Mazzini e di Gramsci, di Lelio Basso e di Piero Martinetti. A tal riguardo, dal testo di Dalmasso apprendiamo che a un esame di filosofia morale, il professor Martinetti (uno dei 12 docenti universitari che, su 1250, negò il proprio consenso al fascismo) diede il massimo dei voti al giovane venticinquenne di Varazze, perché con la sua condotta antifascista aveva saputo dimostrare che cosa intendesse in realtà Kant con l’imperativo categorico. Ancora oggi, dunque, proprio come allora – si sappia! – l’Italia continuerà a contare sul modello di intransigenza esemplarmente fornito da questi “eretici”, da questi rappresentanti di una minoranza eroica.

2. Alla mancata formazione storico-culturale della coscienza in senso protestante corrisponde in Italia anche la mancata comprensione della praxis in senso marxista. Giacché se la conoscenza è prassi – ovvero indispensabile condizione spirituale di cambiamento materiale e quindi rivoluzionario – , questa conoscenza non può essere prassi, non può costituire una tale condizione, se non, appunto, in quanto fondata sulla coscienza formata in senso protestante. Vale a dire: non ci può essere vera edificazione storica del movimento operaio italiano e dell’Italiano in generale (edificazione anche nel senso kierkegaardiano), perché manca ad essi quel solido fondamento della coscienza pietista su cui poter edificare in sicurezza. Gli Italiani sì, possono costruire – e in effetti molto hanno costruito in maniera variegata, manieristica e barocca, molte e diverse sono le torri che essi hanno innalzato –, ma tutte le loro costruzioni edili, proprio come quella del Costruttore Solness ibseniano, a causa della mancanza di un fondamento di serietà, di un vero Grund soggettivo e interiore, sono destinate a crollare perché è come se fossero state costruite sulla sabbia, come se si trattava solo di castelli di carta o, peggio ancora, di castelli in aria. Sicché, come non c’è praxis, non c’è fare concreto e socialmente incisivo senza conoscenza, senza autentica gnosis (anche in senso gnostico, perché nella gnosi vi è un’eco viva dello gnoti seauton, del delfico “conosci te stesso”), così non si può dire sia conoscenza vera quella che non è capace di fare, di operare, di incidere pragmaticamente nella realtà. Di conseguenza, una conoscenza non può mai essere pratica e operativa, nel senso di fattiva e attuativa, se non è fondata sulla libertà di coscienza o sulla coscienza libera. Se questa coscienza non è libera, infatti, la conoscenza, per quanto teoreticamente profonda, non potrà mai fattivamente operare e incidere nella realtà concreta e sociale. Ragion per cui il suo fare non potrà che essere falso, infondato e quindi apparente e appariscente. E questa falsificazione del fare in una pseudo-praxis avrà come corrispettiva conseguenza non solo la perdita della personalità individuale, cioè del proprio Se stesso, ma anche la falsificazione della volontà, vale a dire la velleità.

E cos’è stato infatti il fascismo se non l’incarnazione e l’istituzionalizzazio­ne del velleitarismo, ossia di quella aspirazione, arrogante e prepotente, al fare, senza poter e senza saper fare? Per questo ogni velleitarismo italiano è destinato a fallire, sebbene i danni che esso arrecherà saranno ogni volta tanto gravi quanto lungo sarà il tempo che passerà prima che gli individui prenderanno coscienza della propria servitù e passività. Due sono stati i momenti della nostra storia nei quali gli Italiani si sono resi conto di questa loro soggezione: il Risorgimento e la Resistenza. Pensiamo a Dei doveri dell’uomo di Mazzini, ma anche alla fatticità di un Pisacane a cui, tra l’altro, Basso guardava con ammirazione per il suo culto dell’azione. Pensiamo ai partigiani, ai deportati, alle staffette e alle donne deportate, che hanno sovrumanamente resistito e combattuto per un’idea nuova di Italia.

Continua …

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LELIO BASSO TRA IERI OGGI E DOMANI

di Franco Di Giorgi

Per la presentazione della monografia di Sergio Dalmasso su Lelio Basso

Ivrea, sede Anpi – 6 dicembre 2018)

Il volume è presente in libreria e su Amazon, ecc:

Libro Lelio Basso. di Sergio Dalmasso

Report di un incontro alla Sede dell’Anpi, giovedì 6 dicembre 2018

Una riflessione del professor Di Giorgi

… ogni contemporaneità, compresa la nostra, mostra sempre a chiare lettere che la comprensione o l’interpretazione del presente non basta perché non serve a cambiare il modo di pensare negli uomini e a farli maturare, al fine di evitare il ricadere negli stessi errori da essi compiuti nel passato…

Sergio Dalmasso all’ANPI di Ivrea con un libro su Lelio Basso

Franco Di Giorgi, Sergio Dalmasso, Mario Beiletti

Da sinistra: Franco Di Giorgi, Sergio Dalmasso e Mario Beiletti

Il testo che Sergio Dalmasso ha dedicato a Lelio Basso (Lelio Basso. La ragione militante: vita e opere di un socialista eretico, RedStar Press, Roma 2018) e che ha presentato giovedì 6 dicembre 2018 all’Anpi di Ivrea non è solo una monografia politica: è anche una biografia che, attraverso la ricostruzione della vita di un’importante figura della scena politica italiana del recente passato – dal 1921 (anno in cui il diciottenne varazzino prese la sua prima tessera socialista) al 1978 (anno della sua improvvisa morte) – parla al contempo del nostro presente prefigurando in filigrana persino l’inquietante futuro che si prospetta. L’orizzonte storico e culturale relativo a quel periodo, a partire almeno dal primo dopoguerra, presenta infatti condizioni ed elementi che connotano anche la nostra contemporaneità. Pur cambiando i personaggi e nonostante l’affannoso mutamento dei tempi, le problematiche che tale orizzonte disvela delineano in effetti un medesimo scenario: quello che vedrà l’insorgenza e l’affermazione del fascismo e con esso, naturalmente, pure del razzismo come suo naturale corollario; vedrà insomma l’avvio di una fase drammatica della nostra storia. Guardare al passato, continuano a suggerirci gli storici, «serve anche a comprendere meglio il presente» (Claudio Vercelli, Francamente razzisti, Edizioni del Capricorno, Torino 2018). Certo, è vero. Ciò tuttavia solo in linea teorica, giacché ogni contemporaneità, compresa la nostra, mostra sempre a chiare lettere che la comprensione o l’interpretazione del presente non basta perché non serve a cambiare il modo di pensare negli uomini e a farli maturare, al fine di evitare il ricadere negli stessi errori da essi compiuti nel passato.

Il saggio monografico di Dalmasso consente altresì di apprendere il fermento oppositivo (politico e culturale) che si agitava e ribolliva, pur in tutti i suoi limiti, all’ombra del ventennio fascista. Si trattava di un’opposizione che, malgrado la costante aspirazione alla costruzione di una solida unità delle sinistre, non era tuttavia in grado di edificare nulla, perché quel mero tentativo ricostruttivo era in realtà fondato su una profonda e insanabile ferita, quella che era stata arrecata nel corpo del socialismo italiano nel gennaio del 1921 al congresso di Livorno. Una ferita che verrà riaperta nel 1947 da Saragat con la rottura di palazzo Barberini, a Roma, tra Psi e Psdi, e che, anche dopo quarant’anni, verrà persino ostentata versus i fratellastri del Pci da Craxi negli anni Ottanta con la “Milano da bere”. Oggi, dopo il ventennio berlusconiano, non c’è più motivo per lottare e accapigliarsi per quell’unità delle sinistre perché non c’è neppure una sola sinistra, non c’è neppure lo spettro inquietante, l’ombra della sinistra. Eppure di motivi per rivendicarne l’esistenza e per auspicarne la resurrezione ce ne sarebbero e come! Oggi l’eretico Lelio Basso nella terra desolata della politica si aggirerebbe come un Don Chisciotte o come l’ibseniano Peer Gynt, di sicuro come un anacoreta.

Basso ci parla dall’interno dello stato nascente fascista – di cui ha subito a più riprese i duri contraccolpi –, ci parla dall’interno di un Paese che, a causa della sua coscienza cattolicamente intorpidita, si è entusiasmato e si è innamorato del velleitarismo fascista, il quale portava nel proprio seno la propria inclinazione al razzismo se non semitico almeno camitico, se pensiamo ai tentativi (dapprima falliti) in Africa orientale. Ma ci parla anche nello stesso tempo della necessità di guardare religiosamente alla realtà spirituale dell’interiorità come condizione imprescindibile per cambiare le cose nella realtà esteriore attraverso la lotta di classe. Una lotta che però non può e non potrà mai essere condotta a buon fine se la volontà non si fonda sulla fede in quella coscienza protestante a cui è assolutamente consustanziale lo spirito della libertà. E in ciò, in questa mancata affermazione del protestantesimo in Italia, osteggiato con una dura e lunga controriforma, in questo vero e proprio “peccato originale” della storia italiana, il socialista Basso è in perfetta sintonia con l’amico liberale Piero Gobetti. Per fortuna, però, l’Italia – ancora oggi! – non è solo quella che Alberto Moravia e Antonio Gramsci vedevano bivaccare nell’indifferenza, l’Italia che si metteva alla finestra ad aspettare e ad esultare a comando assecondando i desideri velleitari di qualcuno che amava parlare agitandosi da un balcone. L’Italia, la migliore Italia, quella a cui oggi deve ancora continuare a guardare, è anche e soprattutto quella di Lelio Basso e di Piero Martinetti. A un esame di filosofia morale, quest’ultimo (uno dei 12 docenti universitari che, su 1250, negò il proprio consenso al fascismo) diede il massimo dei voti al giovane venticinquenne di Varazze, perché con la sua condotta antifascista aveva saputo dimostrare che cosa intendesse in realtà Kant con l’imperativo categorico. Ancora oggi, proprio come allora – si sappia! – l’Italia continuerà a contare sul modello di intransigenza esemplarmente fornito da questi due eretici, da questi due rappresentanti di una minoranza eroica.

Franco Di Giorgi

La foto sopra è di Rachele Chillemi

Libro consigliato e acquistabile in libreria e anche su Amazon

Lelio Basso. La ragione militante: vita e opere di un socialista eretico

 

Cari amici, continuiamo con la nostra opera di divulgazione culturale e riflessione politico-sociale, come da tempo stiamo proponendo con gli incontri nella Sede dell’Anpi.

Nell’avanzata delle destre, nella caduta dei valori, la nostra Associazione è impegnata nel riaffermare l’antifascismo che solo può salvare la democrazia e le nostre libertà.

Mettiamo in gioco la Memoria storica ed il valore della Costituzione.

È però indubbio che sia necessario conoscere e comprendere a largo raggio ed una buona lezione di storia non potrà che essere utile a tutti noi.

Per questo non dovete assolutamente perdere l’incontro che vi proponiamo.

Mario Beiletti.

Locandina di presentazione del libro su Lelio Basso di Sergio Dalmasso a Ivrea

Un socialista “eretico”, che pensava con la sua testa, spesso mal tollerato anche dai compagni di partito. Tanto rigoroso, spesso lungimirante, tanto da non condividere nemmeno l’unione di partiti dalle varie ideologie che confluirono nel CLN durante la Lotta di Liberazione.

Dopo la guerra, fu attento critico verso ogni compromesso: “Solo una politica che si presenti come alternativa alla DC è oggi una politica che corrisponde agli interessi dei lavoratori e della democrazia…”

Fu suo il progetto, purtroppo all’epoca mai realizzato, di formare una associazione per la difesa della Costituzione… Sarà l’Anpi, mezzo secolo dopo, a riprendere il tema che, già allora, era di estrema necessità, dato che: la Costituzione è (era) “come sospesa fra due crinali. Da una parte lunghi anni di inattuazione, cominciata già all’indomani della sua promulgazione…”

“Il neocapitalismo – affermava – mette in discussione ogni reale democrazia. Sul piano economico, il processo di concentrazione a livello internazionale, pone le leve della vita economica in mano ad un numero sempre più ristretto di gruppi, sul piano politico questi stessi dominano le istituzioni che agiscono scopertamente in funzione dei loro interessi. Queste stesse forze, in collegamento organico con il capitalismo di stato, tendono a raggruppare il potere nelle mani di una ristrettissima élite, svuotando la democrazia di ogni contenuto reale…”

Sempre lucido e radicale anche verso il movimento giovanile: “Nel ’68 i giovani rifiutavano il principio d’autorità, negavano l’antica logica autoritaria… ma quando dalla protesta i giovani sono passati alle proposte, organizzandosi in gruppi, circoli, movimenti, non hanno fatto altro che impadronirsi di formule vecchie, superate, logore e riverniciarle, ma senza confrontarsi con la realtà…”

E ancora: “Se le cose dovessero continuare ancora così, noi probabilmente prima della fine del secolo vedremo il mondo dominato da pochissime multinazionali immense… grandi manager sconosciuti e inconoscibili… possono fare e disfare quello che vogliono; tutti gli altri miliardi di uomini o sono complici di questi padroni, aguzzini degli schiavi, o sono schiavi…”

Situazioni che oggi verifichiamo a livello nazionale ed internazionale, e che Basso denunciava con preveggenza, inascoltato. Vale la pena parlarne e riflettere…

Un cordiale, caloroso invito

Organizzato da Anpi Ivrea e Basso Canavese