In Il ciclostile, n. 19 dicembre 2025, Sergio Dalmasso, Comandante Che Guevara. La vita, le battaglie e il pensiero politico di un rivoluzionario. Presente anche in Schede e recensioni.
Roma, RedStarPress, 2025, pp. 314, 120 fotografie in b/n, 20 euro
Il ciclostile recensisce il libro di Sergio Dalmasso Comandante Che Guevara n.19 dicembre 2025
A quasi 60 anni dalla morte, la grande figura di Che Guevara continua a vivere nella coscienza collettiva per il grande esempio che ha trasmesso, per l‘immagine pura e non corrotta dal potere, per il legame continuo tra quanto pensato, detto, messo in atto.
Nella attuale crisi frontale di ipotesi alternative, nel crollo di riferimenti, nell‘affermarsi di una destra suprematista, razzista, neofascista, ma anche di una pseudo sinistra liberista, atlantista, totalmente omologata, nella progressiva scomparsa di speranze di trasformazione, la sua immagine il suo volto sembrano costruire una alternativa ancor oggi viva.
Affascinano il disinteresse, la continua volontà di rimettersi in discussione,
il cominciare dal nulla, vincere, divenire ministro e il rinunciare a tutto, partendo per imprese disperate, a 37 anni, con pochi uomini, gravato da una malattia che lo accompagna dai primi anni di vita.
Il libro ripercorre le interpretazioni, le letture, la “fortuna” del Che nei vari decenni, la sua vita dall‘Argentina ai viaggi, dalla vittoria a Cuba all‘attività di ministro, dalle missioni internazionali alla decisione di creare nuovi fronti contro l‘imperialismo, dal fallimentare tentativo in Congo a quello, tragico, in Bolivia.
Ricostruisce le diverse letture date dalla sinistra italiana (PCI, riviste, Trotskisti, “filocinesi”) nel 1967, dopo la morte e l‘immagine del Che attraverso film, canzoni, poster, anche gadget, veicolata, non sempre positivamente, dai media.
Si chiude con una commovente e profonda lettera di Frei Betto, il cui afflato cristiano si lega all‘amore per il rivoluzionario marxista.
Caratteristica del libro è non essere centrato sull‘interpretazione del guerrigliero eroico, per anni prevalente anche a Cuba.
Questa lettura, pur comprensibile, cancella, anche per comodità, gli aspetti fondamentali del pensiero e dell‘opera di un marxista critico.
La corazzata Potemkin (1926) di Sergej M. Ejzenstein, per anni considerata la più grande opera della storia del cinema, è oggi conosciuta soprattutto per la divertente, ma molto discutibile, parodia di Paolo Villaggio.
È lo spirito del nostro tempo.
Il film è stato progettato nel 1925 come parte di un affresco storico per celebrare la rivoluzione russa del 1905, ma ne è rimasto l’unica opera.
La prima, al teatro Bol’soj di Mosca,
il 21 gennaio (anniversario della morte di Lenin) 1926, fu accolta trionfalmente (oggi si dice da pubblico e critica),
a dimostrazione del clima rivoluzionario ancora esistente e della creatività innovativa della concezione marxista e della cultura russa (si pensi alle arti figurative o alla poesia), sino alla imbalsamazione dogmatica degli anni successivi.
Il film racconta l’ammutinamento della corazzata, il rifiuto, da parte del plotone di esecuzione, di fucilare i marinai, colpevoli di avere rifiutato il rancio avariato.
Gli ufficiali vengono gettati in mare, uno dei capi della rivolta viene ucciso.
Sulla scalinata di Odessa la folla solidarizza con gli insorti, ma i cosacchi la massacrano (è la scena più nota e drammatica, forse la più citata nelle storie del cinema).
Dalla nave si sparano cannonate sul palazzo del Quartier generale del comando,
ma interviene la flotta zarista e la Potemkin deve prendere il largo, innalzando la bandiera rossa e passando indenne tra la flotta che non osa colpirla. Anzi, dalla nave ammiraglia imperiale si leva il messaggio Fratelli!,
manifesto politico finale dell’opera.
Il film parte dalle esperienze innovative del Cine occhio di Dziga Vertov,
le supera verso il realismo, in una coralità ed epicità che il regista, alla sua seconda opera (la prima, Sciopero, è stata sottovalutata), ritroverà con il successivo Ottobre (1928),
celebrazione del decennale della rivoluzione, eccezionale opera corale che sarà, però, criticata dal “partito” per l’eccesso di similitudini, allusioni e per l’uso del montaggio che esce dai canoni tradizionali 1.
Gianfranco Vanni, fumettista, dopo esperienze nel clima bolognese di fine anni ’70 e la lunga collaborazione a Frigidaire (editore Primo Carnera), con lo pseudonimo “Collirio” è autore di molte opere che hanno toccato, fra le tante, anche tematiche politico-sociali (Storia di Ferrara a fumetti, l’omicidio di don Minzoni, Lettere dal Vietnam).
Nel suo racconto per immagini della Corazzata Potemkin 2, il disegnatore segue lo schema del film.
La finalità della pubblicazione, non a caso edita dalla Redstarpress
che ha frequentemente usato il fumetto, strumento di facile accesso per i giovani, per narrare fatti storici, è di evidenziare come la rivoluzione russa del 1917 abbia un retroterra profondo.
Non a caso, il testo è aperto dalla frase di Trotskij che era posta all’inizio del film (ovviamente censurata nella sua versione definitiva):
“Lo spirito dell’insurrezione aleggiava sulla terra russa…L’individuo si stava dissolvendo nella massa, e la massa si stava dissolvendo in quella deflagrazione”.
Tra il 1904 e il 1905 l’impero zarista subisce una umiliante sconfitta nella guerra contro il Giappone. Il peggioramento delle condizioni di vita della popolazione provoca scioperi e manifestazioni. Il 9 gennaio 1905, una manifestazione che intende presentare una petizione allo zar è oggetto di un massacro (centinaia di morti).
Si susseguono le proteste, operaie e contadine.
I Soviet divengono strutture di democrazia di base, un embrione di contropotere. I partiti socialisti sono divisi e dispersi, I dirigenti sono maggioritariamente in esilio.
Il caso della Potemkin si colloca in questo quadro e si lega ad un sciopero in corso (giugno 1905) nella città di Odessa.
L’ammutinamento della corazzata non produce risultati, ma assume valore simbolico in un anno in cui Lenin propone la dittatura democratica rivoluzionaria degli operai e dei contadini, in cui Trotskij esalta la funzione dei Soviet e lo zar è costretto a concedere diritti civili e politici, ipotizzando il passaggio a una monarchia costituzionale.
Il testo segue lo schema del film,
tentando di riprodurne scelte tecniche (il montaggio per attrazione), la presentazione di alcuni motivi centrali (l’occhio, i vermi nella carne, metafora della corruzione della società zarista…).
Il disegno tenta di riprodurre i volti dei marinai, del popolo di Odessa (la scalinata), il bianco e nero di un grande capolavoro cinematografico.
Libro da conoscere per ripensare ad un fatto storico e alla sua grande rappresentazione cinematografica. Anche per superare i luoghi comuni.
1 Gianfranco Vanni Collirio, La corazzata Potemkin, Roma, Redstarpress, 2026.
2 Tutta l’opera successiva del regista sarà segnata da problemi con la censura, dall’impossibilità di dar vita a molti progetti, ai limiti imposti alla sua ricerca teorica. Analoghi problemi avrà nella sua avventura americana, in particolare nella realizzazione, incompiuta, di Que viva Mexico!
Vittorio Bellavite “La mia storia culturale, professionale e politica raccontata alla mia famiglia – a cura di Sara Bellavite e Giuseppe Deiana”, Noi Siamo Chiesa, 2025.
La recensione della biografia di Vittorio Bellavite, come anticipato la scorsa settimana1, dà conto dell’interesse per la storia di Democrazia Proletaria (1978-1991).
Vittorio Bellavite (1938-2023) racconta la propria vita, in poche e semplici pagine, pubblicate dalla figlia Sara e da Giuseppe Deiana2, base per un libro più ampio che dovrebbe raccogliere numerose testimonianze sulle varie fasi del suo impegno e comparire tra un anno.
V i t t o r i o Bellavite
Vittorio racconta il proprio percorso scolastico sino al liceo, dai gesuiti, l’università frequentata poco diligentemente, negli anni della Chiesa pacelliana (rigidità dottrinale, tomismo, scarsa ricerca critica) che produce un insegnamento rigido ed autoritario.
Diventa segretario dell’Intesa, l’associazione cattolica degli universitari, quindi degli studenti della Cattolica, anche in contrasto con il Senato accademico.
Arrivano i primi lavori. La famiglia qui appena accennata, ma il cui ruolo (si vedano le fotografie) è fondamentale nella sua vita.
Inizia l’impegno nelle ACLI,
associazione atipica con la quale la Chiesa cattolica ha una presenza nel mondo del lavoro, non legata direttamente al sindacato. Sono gli anni in cui molti schemi saltano.
È enorme l’influsso del Concilio Vaticano II, ci si interroga sul collateralismo con la DC, le ACLI iniziano ad affermare la propria autonomia, nascono ovunque gruppi spontanei, si vive lo scandalo della povertà nel mondo.
Bellavite è funzionario, per due anni a Roma, dirige, per lungo tempo, l’Ufficio studi provinciale, sino alla nascita dell’ACPOL prima e- quindi- del MPL, fondato da Livio Labor,
nella speranza di costituire una alternativa alla DC nel mondo cattolico che non ne accetta più il conservatorismo.
Alle elezioni politiche del 1972, la delusione è enorme. 119.000 voti, all’interno di una dispersione di circa un milione (PSIUP, manifesto, Servire il popolo).
Una parte del MPL decide di proseguire il cammino senza aderire a PSI o PCI.
Si incontra con la sinistra (Foa, Miniati…) del PSIUP, anch’esso sciolto dopo la mazzata elettorale. Nasce il PdUP.
Le vicende politiche (il referendum sul divorzio, la fusione del PdUP con il manifesto) si intrecciano con l’inizio dell’insegnamento che lo accompagnerà sino alla pensione.
I vorticosi anni ’70 lo vedono dirigente, tra la dimensione locale e quella nazionale (la specificità di credente e i temi a questa connessi).
Nel 1973 è tra i fondatori di “Cristiani per il socialismo”. È nel PdUP per il comunismo e quindi, dopo scissioni e ricomposizioni, in Democrazia Proletaria, quando altre formazioni si dissolvono.
In DP è incaricato di seguire la “questione cattolica”,
attento alla laicità dello Stato, ai rapporti con i gruppi di base, alla critica all’insegnamento della religione cattolica nella scuola. Il massimo impegno, con scarsa attenzione del partito, è rivolto alla critica al nuovo Concordato, craxiano, nel febbraio 1984 e alla successiva legge che prevede l’otto per mille.
Convegni, dibattiti, viaggi in tutta Italia.
Il libro non dice (modestia?) che nel 1980 è il secondo, per preferenze, alle elezioni regionali in Lombardia, ma che Molinari, eletto al parlamento europeo (giugno 1984) non si dimette dal consiglio regionale, cosa che avrebbe permesso un anno di mandato. Peccato.
Nel 1991 DP decide di entrare nel processo costituente di Rifondazione. Bellavite è contrario, con altri. Rifondazione non rispecchia la pluralità di posizioni e le specificità che DP ha tentato di rappresentare. Così è per la formazione di Punto rosso, vicino alla scelta del PRC.
È necessario, invece, continuare interlocuzioni più ampie, attenzioni a più correnti e sollecitazioni culturali. Continua, per anni, il lavoro con il CIPEC che deve esprimere, dialogando, le posizioni di tutt*, entrat* o meno in Rifondazione, rifiutando l’“ortodossia”.
Inizia una stagione “senza partito”,
di impegno sociale, in cui prevale la tensione ecclesiale: Radio popolare, Assopace, formazione, immigrazione, seminari, i tanti viaggi nel mondo, Africa, Asia, Palestina, America Latina.
Nel 1996, nasce “Noi siamo Chiesa” di cui diventa coordinatore nazionale nel 2004, in un costante impegno di dialogo (“Beati i costruttori di pace”, “Pax Christi”) di lotta contro le guerre (Iraq, Kosovo), contro i rischi di regressione presenti nella Chiesa.
La vicinanza alle scelte di papa Francesco si sposa alle coraggiose posizioni sul caso Englaro, contro il sistema enfatico delle santificazioni, contro la presenza del crocifisso negli spazi pubblici, alla richiesta di una legge sulla libertà religiosa.
Una vita rigorosa e coerente, “in basso a sinistra”, nella proposta di un cristianesimo dei poveri, del pacifismo,della nonviolenza, dell’ambientalismo.
Mi fa piacere, partendo da matrici diverse, aver condiviso con lui parte consistente della mia modesta attività politica ed averlo avuto amico (ne accennerò in altra sede).
Scheda di Sergio Dalmasso pubblicata in Transform!italia 12 novembre 2025
Continua l’interesse storiografico per la storia di Democrazia Proletaria (1978-1991).
Ai testi di Matteo Pucciarelli, di William Gambetta e di Alfio Nicotra, al lavoro collettivo che ha prodotto Camminare eretti (Milano, Punto rosso, 1996) si aggiungerà, a breve un testo frutto di interviste di decine e decine di militanti, richiesti di discutere sulla propria formazione, sull’impegno nel piccolo partito, su un bilancio complessivo.
Di questo, e non solo, trattano le due interessanti biografie di Emilio Molinari e Vittorio Bellavite, recentemente scomparsi, che hanno attraversato decenni di impegno politico e culturale.
Emilio Molinari, La fabbrica, la politica, i beni comuni. Autobiografia di un comunista dolce, Roma, Redstarpress, 2025.
Emilio Molinari. La fabbrica, la politica, i beni comuni. Autobiografia di un comunista dolce
Da alcuni anni sto scrivendo di me stesso. Sono vecchio e, giusto o sbagliato, è il solo modo per riguardare la mia vita.
Così iniziano i ricordi di Emilio Molinari, pubblicati il mese successivo alla sua scomparsa.
Ricordi che implicano un bilancio critico sulla sinistra “grande” che è ritornata al liberismo ed ha abbandonato il soggetto che l’aveva generata e quella alternativa, prigioniera di immobilismi ideologici, rituali… sino al finale:Sono stato sconfitto, la mia storia è stata sistematicamente cancellata, la politica va ricostruita.
È figlio di famiglia operaia e comunista,
padre schedato e confinato, morto, prematuramente, nel 1947, che vive la guerra, l’antifascismo, le lotte operaie delle fabbriche milanesi e la repressione del dopoguerra. Il corso da perito industriale (al serale), la scuola aziendale, l’ingresso in fabbrica, alla Borletti, l’incontro con i comunisti cheemanano l’appartenenza a una classe e a una morale.
La stagione di lotte operaie, la splendida figura di Rina Barbieri (anche lei, recentemente scomparsa), le prime partecipazione dei tecnici, l’incontro con Tina, la donna della sua vita.
La formazione dei CUB segna la prima fase dell’attività di Molinari, coincide con l’autunno caldo e precede la costituzione di Avanguardia operaia, una delle formazioni più significative della nuova sinistra italiana, nata direttamente dalle esperienze maturate nei luoghi di lavoro.
Le pagine sono anche una storia, “in soggettiva” degli esaltanti, ma drammatici anni milanesi, i CUB, il movimento studentesco, i sindacati (una CISL milanese ben diversa da quella di oggi), le assemblee in fabbrica, il tragico inizio della stagione delle bombe, le contraddizioni nello stesso movimento (le posizioni ideologiche, le tendenze violentiste, scelte estremiste).
Seguono i tentativi di aggregazione tra formazioni politiche, unificazioni e scissioni, le riserve, anche a distanza di anni, sul femminismo:ideologia liberale radicale che ha egemonizzato la grande questione femminile irrisolta in tutte le rivoluzioni… Ha cancellato storie di lotte, sangue e carceri del passato e lotte sindacali…,
le spinte libertarie (o falsamente libertarie) e gli inni alla felicità che dividono ulteriormente le formazioni politiche (si veda la parabola di Corvisieri), la teoria del proletariato giovanile, l’estremizzazione della stessa Comune di Fo e Rame.
La storia italiana scorre nel racconto di Molinari: le reazioni al golpe in Cile, l’esaurirsi progressivo dei CUB, le divisioni in Avanguardia Operaia che pareva impermeabile alle contraddizioni interne, la formazione di Democrazia Proletaria che rimane, di fatto, l’ultima espressione di nuova sinistra in una fase di regressione e di affermazione di posizioni conservatrici (Reagan, Thatcher, sconfitta operaia…).
Molinari è consigliere comunale, poi regionale.
Dopo la sconfitta alle politiche del 1979 (NSU) è coordinatore nazionale di una realtà che sembra sfaldarsi, stretta fra l’ipotesi di compromesso storico e le scelte del brigatismo e degli Autonomi, figli di Toni Negri e di Oreste Scalzone, sino alle caricature, come la banda Bellini di Casoretto, mentre tanti ex rivoluzionari iniziano luminose carriere.
Il rilancio di DP, sull’ipotesi di centralità operaia, sembra pagare, ma pare non essere sufficiente davanti a nuove contraddizioni, temi sottovalutati che esplodono. L’ancoraggio marxista gli pare vecchio e tale da non rispondere al disastro ambientale e al disastro morale della politica.
Si fanno strada altre ipotesi.
Non sono condivisibili né quella cossuttiana (la storia del PCI è diversa dalla nostra) né quella verde,né di destra né di sinistra.
Capanna, per anni identificato con DP, lascia la segreteria.
Lo sostituisce Giovanni Russo Spena. Si produce una frantumazione che dà vita ai Verdi Arcobaleno, mentre il PCI inizia a trasformarsi in una sorta di partito “radicale” e parte di DP guarda alla sua possibile rottura.
L’esperienza verde è negativa:I Verdi sono modernità e facciata, non hanno anima… non sono la sede per costruire quel soggetto rosso- verde…
Molinari è al Senato, mentre il sistema sta crollando: attentati, scandali, Berlusconi alle porte; Rifondazione è un intreccio di sicurezza e di conservazione.
Nascono nuovi impegni: i rifiuti, la sanità, il nucleare, Punto rosso, la Convenzione per l’alternativa, il Forum sociale mondiale, in prospettiva l’acqua e i beni comuni.
È l’ultimo periodo della sua vita,
fatta di lavoro continuo, di viaggi, incontri (lo testimoniano le fotografie), di riflessioni anche autocritiche, di valutazioni su esperienze internazionali (Chiapas, Kurdistan, Amazzonia, mobilitazione sull’acqua), di riflessioni sul fallimento del comunismo, e sul vuoto lasciato dalla caduta dell’URSS, su una sconfitta: la mia storia è stata sistematicamente cancellata che non annulla la speranza in un rilancio, come nella Prima Internazionale del 1864 e la certezza che leragioni ideali, politiche e sociali per cui mi sono impegnato non sono venute meno.
Si può discordare su alcuni passaggi (la scissione Verde Arcobaleno), su alcuni giudizi (la negazione delle potenzialità iniziali di Rifondazione), ma la lettura delle 300 pagine è appassionante, ci riporta alla nostra vita e ai nostri scacchi, offre continuamente sollecitazioni e ci obbliga a prendere posizione su questioni vitali, riconfermando che “l’Emilio” è stata una delle maggiori figure di una lunga e intensa stagione su cui, senza nostalgie, spirito di parte o pentimenti, occorre ancora riflettere.
Scheda libro Le atrocità di Mussolini, di Sergio Dalmasso pubblicata su transform! italia, 8 ottobre 2025
La storia di questo libro (Roma, Alegre, 2024) è singolare e sintomatica di una grave rimozione.
Negli anni ’80, Michael Palumbo, storico italo- statunitense porta alla luce migliaia di documenti, per anni nascosti o non divulgati, sui crimini di guerra compiuti dall’esercito fascista.
Le atrocità di Mussolini. I crimini di guerra rimossi dell’Italia fascista.
Ne nasce il documentario Fascist legacy- l’eredità fascista, prodotto dalla BBC.
La RAI ne compra i diritti, ma ne vieta la diffusione, tanto che è stato trasmesso, dopo anni, solamente da una TV privata o, parzialmente, su YouTube.
Il libro di Palumbo, tradotto in italiano, dalla Rizzoli viene immediatamente bloccato e le copie stampate (8.000?) finiscono al macero,
forse per timore di querele, denunce, ma anche e soprattutto perché ripropongono un problema scomodo e mai affrontato, quello delle responsabilità italiane nella guerra e dei delitti commessi in più paesi, dalle nostre truppe.
È chiaro che pesi il clima della guerra fredda che fa anche dimenticare molti crimini tedeschi (l’armadio della vergogna),
è chiaro che dei governi italiani facciano parte alcuni degli autori di queste nefandezze, è chiaro che l’esercito si ricostruisca, dopo il conflitto, in perfetta continuità con quello precedente,
come la quasi totalità delle istituzioni statali (magistratura, scuola, prefetture, questure, polizia, carabinieri…).
È, però, ovvio che il paese non voglia assumersi gravi responsabilità, non sia disponibile ad un esame di coscienza,
tenda a scaricare su altri la colpa di fatti noti, cancellando o rimuovendo totalmente quelli non conosciuti.
Mussolini ha fatto cose buone, ma ha commesso l’errore di allearsi con Hitler,
l’antisemitismo italiano è nato solamente per imitazione e conseguenze di quello tedesco,
la Repubblica sociale ha attenuato il peso dell’occupazione tedesca, le nostre truppe non hanno ucciso, incendiato, stuprato…
Dagli anni ’90, fortunatamente, alcuni storici (Giorgio Rochat, Nicola Labanca, Carlo Spartaco Capogreco…) hanno iniziato a divulgare ricerche sui crimini di guerra fascisti.
Più di ogni altro, ha avuto peso per le sue opere e per essere entrato nel dibattito pubblico,
Angelo Del Boca (1925- 2021) che è riuscito a far passare a livello di giornali e TV la verità sull’uso delle armi chimiche nella guerra di Etiopia (si ricorda la sguaiata polemica di Indro Montanelli) e con Italiani brava gente?
ha sintetizzato molti studi sui singoli conflitti, smentendo, almeno storiograficamente, un mito ed un luogo comune.
Luogo comune che si è riproposto, come scrive Eric Gobetti nella bella prefazione al testo,
negli anni successivi, con film quali Mediterraneo, Il mandolino del capitano Corelli…,
con le opere di Giampaolo Pansa, già autore di tesi di laurea sulla resistenza nell’alessandrino e parlamentare indipendente nelle liste PCI,
con la istituzione (sciaguratamente votata a larghissima maggioranza) del giorno del Ricordo delle vittime delle foibe,
resa possibile dalla mancanza di contestualizzazione su quanto drammaticamente avvenuto prima di quei fatti.
È chiaro che la stagione berlusconiana, la fine del paradigma antifascista, la progressiva riabilitazione del Ventennio,
la visione macchiettistica del regime siano fra le cause dell’attuale egemonia dell’estrema destra,
a dimostrazione della frase di Primo Levi, con cui Gobetti chiude la prefazione: Tutto questo è avvenuto, quindi può accadere di nuovo.
L’autore ricorda la storia della propria ricerca,
documenta gli insabbiamenti angloamericani di delitti e stragi, la genesi di Fascist legacy, le progressive difficoltà incontrate,
le cancellazioni delle richieste di processo per i delitti, i rischi corsi, il fatto che l’ambasciatore italiano nel Regno unito (fine anni ’80) chieda la sua espulsione,
il rifiuto da parte della stampa italiana di parlare di genocidio per i comportamenti delle nostre truppe.
La colpa di Palumbo?
Avere portato alla luce documenti che attestano come il governo italiano, dopo la caduta di Mussolini, sia stato composto da criminali di guerra fascisti,
protetti da britannici e statunitensi, per impedire un governo comunista in Italia.
Questo aiuta a spiegare il riemergere del fascismo in Italia nel nostro tempo… Resiste il mito del fascismo italiano meno malvagio del nazismo austro- tedesco…
È una tragedia che Trump esprima apertamente ammirazione per il Duce (p. 25).
Non vi è qui lo spazio per analizzare i singoli capitoli del testo: – le origini culturali del fascismo – il colonialismo in Libia – l’Etiopia (significativi il titolo,
Vendetta per Adua e la dichiarazione del generale Rodolfo Graziani: Il Duce avrà l’Etiopia con o senza gli etiopi) – la repressione in Etiopia –
la tragedia greca, guerra contro la Grecia ed occupazione – la Venezia Giulia, occupazione, lager e selvaggia repressione della resistenza e della popolazione:
Vidussoni vuole ammazzare tutti gli sloveni. “Bisogna fare come gli ascari e sterminarli tutti” (Galeazzo Ciano, Diario, 5 gennaio 1943) – la Croazia:
Dobbiamo finalmente porre fine alla fama che gli italiani non sanno essere crudeli (Benito Mussolini),
Il regime di terrore che gli italiani hanno istituito in alcune zone della Croazia elude ogni descrizione (Josef Gobbels) –
a repressione in Montenegro: Soldati d’Italia, non impietositevi della miseria della popolazione. Ricordatevi che val meglio essere temuti che disprezzati (generale Alessandro Pirzio Biroli) –
la Repubblica di Salò, l’antisemitismo, le stragi di civili – i nuovi alleati (Regno unito e USA), i mancati processi, l’impunità concessa ai criminali di guerra, ai collaborazionisti, ai gerarchi fascisti.
I processi, con conseguenti sconti di pena,
rinvii, lievi condanne e liberazioni anticipate, sono la dimostrazione di complicità, di quella “continuità dello Stato” che ha pesato grandemente sulla nostra democrazia, della riabilitazione di Badoglio, Graziani, Roatta…
del rifiuto, assecondato da Gran Bretagna e US, di rispondere positivamente alle richieste di Jugoslavia, Albania, Etiopia a processi che svelino i crimini e ne condannino i responsabili.
Il testo si chiude con un drammatico bilancio dei crimini di guerra italiani:
• Libia 75.000 – Etiopia 300.000 – Grecia 100.000 – Jugoslavia 250.000 – Albania, Francia 100.000 – Russia, Spagna, Somalia, Eritrea 150.000 per il totale di un milione circa.
Le cifre sono certo discutibili, ma, in ogni caso, servono a cancellare il consueto mito, autogiustificatorio,
di Italiani brava gente (la storica Elizabeth Wiskemann, in un testo del 1966, arriva a definire gli italiani: Gentili per natura e del tutto umani!
È uscito, presso l’editore Mimesis, di Milano, un testo, da me curato, che raccoglie scritti di André Tosel e alcuni saggi sulla sua figura.
Tosel nasce a Nizza nel 1941. Il padre è impiegato ed ha un passato “vichysta” che il figlio apprenderà con stupore e dolore.
La militanza politica. Al liceo, aderisce alla Jeunesse etudiante chretienne (JEC), vicina alla rivista “Temoignage chretienne” e al pensiero di Emmanuel Mounier.
Componente dell Ufficio nazionale della JEC, ne esce soprattutto per il trauma prodotto dalla guerra in Algeria (massacro di Charonne, 8 febbraio 1962).
All’Ecole normale superieure segue i corsi di Althusser, Bourdieu, Derrida, Deleuze, scopre Bachelard, Foucault, Levi Strauss, Lacan: Che confusione nella mia testa! Tesi di laurea su Spinoza.
La scelta per le formazioni marxiste- leniniste nasce dalla speranza di trovare nelle posizioni cinesi un’uscita a sinistra dallo stalinismo.
Tosel è insegnante in un liceo di Nizza e, quindi, assistente all’università, dove vive il maggio ’68.
Data al 1973 la sua adesione al Partito comunista, dopo la costatazione dell’ideologismo e dell’inefficacia delle formazioni “cinesi” e l’affievolirsi del “vento dell’est” proveniente dalla Cina. Ha incarichi politici (segretario nazionale della sezione Lettres) e sindacali (Consiglio nazionale universitario).
Si allontana dal partito nel 1988. Sono venute meno le speranze suscitate dalla presidenza Mitterand (1981). Il PCF si è logorato in due anni di governo e anche il suo passaggio all’opposizione non ha segnato una inversione a livello organizzativo, elettorale, culturale. Vi è legame tra la gestione burocratica e la assenza di una politica di trasformazione. Nel governo prevale la politica di rigore imposta dalla Unione europea cui i socialisti hanno aderito totalmente.
La non iscrizione non significa avvicinamento a posizioni riformiste. Nel 1987, appoggia la candidatura alle presidenziali di Pierre Jucquin, identificato come rinnovatore della tradizione comunista e della sinistra. I risultati e la sua parabola successiva sono, però, molto deludenti.
L’impegno diviene soprattutto teorico e filosofico nelle università di Parigi, Digione e Nizza.
Il ritorno al “partito” avviene solamente nel 2012, sull’onda delle speranze suscitate dalla nascita del Front de Gauche e della prima candidatura di Melenchon alle presidenziali.
Non mancano i dubbi sui ritardi, soprattutto culturali, del PCF, sulla sua struttura, ma questa sembra essere l’unica formazione capace di riproporre l’unità della sinistra e l’attenzione alle trasformazioni (ecologismo, pensiero di genere, globalizzazione).
Continua ed assidua è la sua attività costituita da scritti, conferenze, presenza nell’associazionismo democratico. Nel febbraio 2017 viene eletto presidente degli Amis/es de la liberté.
Il suo ultimo intervento pubblico, lo stesso mese, è davanti al Tribunale di Nizza, al termine di una manifestazione di solidarietà con i cittadini della valle Roja, processati per l’aiuto prestato ai migranti alla frontiera italo- francese.
Traspare il dolore per la barbarie delle istituzioni, ma anche la speranza nella solidarietà e in atti collettivi che ridiano senso all’umano.
André se ne va improvvisamente, tradito dal cuore, il 14 marzo 2017, a 75 anni di età.
Il pensiero filosofico. Il primo interesse è per Baruch Spinoza. Sulla scia di Althusser, Spinoza non è solamente una tappa del pensiero che porterà a Marx, ma il critico di elementi idealisti ancora presenti nel Capitale.
L’analisi si approfondisce nel 1994 con Du materialisme de Spinoza e continuerà, per decenni con convegni e scritti, sino a Spinoza ou l’autre (in)finitude, centrato sui temi della globalizzazione, della finitudine e della alienazione.
È fondamentale, però, la scoperta di Antonio Gramsci, che il partito ha sempre sottovalutato e di cui, in Francia, esistono poche e insufficienti traduzioni.
Per Tosel, che ne sarà il maggior conoscitore nel suo paese, Gramsci è il maggior interprete di Marx e l’intreccio filosofia/storia/politica costituisce l’equazione che accompagnerà tutti i suoi studi sul comunista italiano.
È Gramsci ad operare quell’analisi concreta delle situazioni concrete che va dalla questione meridionale alla vittoria del fascismo, dall’analisi sul movimento comunista internazionale a tutti i temi che emergono dai Quaderni (Risorgimento, intellettuali, Machiavelli, fordismo, Croce, senso comune, critica a Bucharin…).
Nel 1991, l’anno della scomparsa dell’URSS, pubblica due testi L’esprit de scission e Vers un communisme de la finitude.
Spirito di scissione è rifiuto totale del presente, è la necessità di produrre una critica complessiva del capitalismo, divenuto mondo.
Il comunismo della finitudine nasce dalla sconfitta del comunismo politico, ma la lezione marxiana è attuale per combattere il nichilismo della produzione capitalistica che produce una barbarie inedita.
La democrazia liberale non sa allargarsi a democrazia sociale (Democratie et liberalisme, 1995).
Il suo interesse si sposta sempre più sull’analisi della mondializzazione capitalistica e sulla ricerca di possibili alternative.
Lo testimoniano la collaborazione a molte riviste, Un monde en abime. Essais sur la mondialisation capitaliste (2008) e Scenarios de la mondialisation capitaliste (2011).
Si ripropongono, nella sua riflessione, il ritorno del religioso, cui dedica saggi e conferenze e la critica alla vulgata marxista (storicismo, economicismo, politicismo): Post- marxismo o rifondazione del marxismo?
Gli ultimi anni sono segnati da una riflessione tra analisi della rivoluzione conservatrice, arretratezza della sinistra fallimento del comunismo storico e scacco della socialdemocrazia) e speranza nella pluralità di resistenze al capitalismo globale (socialismo del XXI secolo in America latina, eco socialismo in Europa…).
Ritorna Gramsci, Etudier Gramsci. Pour une reprise critique de la révolution passive capitaliste (2016) che, nonostante le enormi differenze rispetto alla tematica dei Consigli di fabbrica (1920), pone domande fondamentali (rivoluzione passiva del capitalismo, scacco dell’esperienza sovietica) elabora – la teoria del blocco storico – un pensiero non economicista né determinista – l’ideologia del senso comune – concetti di egemonia e di rivoluzione passiva…
Il grande pensatore italiano può essere strumento per:
Elaborare il pensiero critico del nostro mondo e per uscire dalla rivoluzione passiva andando verso l’egemonia delle masse subalterne1
Esce, poche settimane dopo la sua morte, la sua prefazione dell’edizione francese de La città futura di Gramsci che comprende quell’Odio gli indifferenti, con cui Tosel aveva iniziato una delle sue ultime conferenze, a Nizza, nel dicembre 2016.
Il libro: Sulla crisi storica del marxismo. Saggi note e scritti italiani, Milano, Mimesis, 2025, comprende un mio saggio, la prefazione di Fabio Minazzi (università di Varese),
scritti di Tosel su Riviste italiane della allora nuova sinistra (“Alternative”, “Alternative Europa”, “A Sinistra”…), un suo lungo ripercorrere la propria militanza politica, articoli, ricordi, riflessioni che hanno seguito la sua improvvisa scomparsa.
È un omaggio doveroso ad un amico e maestro su cui non è inutile riflettere.
1 André TOSEL, De Spinoza à Marx, entretien, a cura di Gianfranco Rebecchini, http://revueperidodenet, p. 20.
Recensioni dei libri di Marco Pezzi e Dino Greco di Sergio Dalmasso pubblicate ne “il Ciclostile” n. 17, marzo 2025, intitolato “Oltre l’orizzonte dei tempi”.
(La recensione di Sergio Dalmasso: Marco Pezzi, Scritti eretici. Dall’alluvione di Firenze alla caduta del muro è stata pubblicata anche nella rivista Controvento n. 6, aprile 2025.)
1) Marco Pezzi, Scritti eretici. Dall’alluvione di Firenze alla caduta del muro, Punto Rosso, Milano 2024;
2) Dino Greco, Il bivio. Dal golpismo di Stato alle Brigate rosse: come il caso Moro ha cambiato la storia d’Italia, Bordeaux, Roma 2024.
L’Archivio storico della nuova sinistra “Marco Pezzi” di Bologna, è tra i pochi (purtroppo) oggi operanti nel recupero e valorizzazione del materiale della “stagione dei movimenti” e delle tematiche che hanno caratterizzato il lungo ‘68 italiano.
Continua il suo meritorio impegno con un progetto che mira a ricostruire le vicende di Democrazia Proletaria a Bologna nell’arco di tempo che va dalla sua fondazione ufficiale (1977) allo scioglimento (1991) per confluire nel processo di costruzione di Rifondazione comunista. …
CONTINUA
Dino Greco è stato segretario della Camera del lavoro di Brescia e direttore del quotidiano “Liberazione” dal 2009 al 2013, in edizione prima cartacea, quindi on- line.
Con Il bivio, Greco espone una tesi netta, già sintetizzata in un breve capitolo di XII disposizione,(2022), testo a cura del dipartimento antifascismo di Rifondazione, che ripercorreva la presenza della estrema destra e dello stragismo nella storia italiana del secondo dopoguerra. …
La ragazza occitana. Vita movimentata di Dominique Boschero
Nando MAINARDI, La ragazza occitana. Vita movimentata di Dominique Boschero, San Cesario di Lecce, ed. Manni, 2024.
Nando Mainardi ha al proprio attivo, oltre ad un libro sul calcio, di cui è appassionato, molti testi su figure significative della musica leggera italiana, nella profonda trasformazione che ha subito tra il genere melodico e la stagione del rock e dei cantautori.
Da qui, i due lavori su Enzo Jannacci, Il genio del contropiede (2012) e L’importante è esagerare. Storia di Enzo Jannacci (2017),
una panoramica sulla figura di Giorgio Gaber, nel suo passaggio dalla “canzonetta” al “teatro canzone” e nel suo rapporto con le trasformazioni culturali e politiche degli anni ’70: La magnifica illusione. Giorgio Gaber e gli anni ’70 (2016),
sino al personaggio di Adriano Celentano, mito del rock di fine anni ’50, sino al successo di una trasmissione televisiva, Il figlio della foca. Celentano e Fantastico (2021).
Il recente libro su Dominique Boschero è solamente in parte lontano da quelli precedenti.
Mainardi, attraverso la vita di una attrice di film che non entrano certamente nella storia del cinema, riesce a ricostruire una vicenda collettiva, le trasformazioni, non solamente del cinema, ma del nostro paese.
Parigi, Frassino.
Dominique nasce a Parigi nel 1937, da emigrati italiani, originari di Frassino, un piccolo borgo in valle Varaita (Cuneo); la famiglia è povera: il padre è guardiano in un deposito, la madre portinaia. Quattro fratelli.
Quando ha otto anni, a guerra finita, la famiglia decide che Dominique debba andare a Frassino, con le ovvie difficoltà,
il passaggio dalla grande città ad un villaggio di montagna, la non conoscenza della lingua, l’ingresso in una nuova famiglia. È un cambio di vita totale, con la scoperta delle radici.
A 15 anni, la famiglia ha bisogno di lei. Dominique rientra a Parigi; lavora alla bancarella di un mercato, poi in una fabbrica di lampadine, scopre i quartieri eleganti e “di vita” della città, finisce in un atelier di moda, … CONTINUA
PERSONAGGI DI UNA ALTRA SINISTRA LIBERTARIA, ERETICA, RIVOLUZIONARIA: LUCIO LIBERTINI di Sergio Dalmasso
Nel 2020 ho pubblicato, presso Punto Rosso, Milano, la biografia di Lucio Libertini in cui ho tentato, “in sedicesimo”, di riprendere quel Lungo viaggio nella sinistra italiana che lui stesso intendeva scrivere e di cui restano pochissime pagine, interrotte dalla morte improvvisa.
Altr* ricordavano la sua attività nel PCI e, quindi quella, purtroppo breve, in Rifondazione (fondatore e presidente del gruppo al Senato).
Nessun* ricordava, invece, un percorso, di circa trent’anni (1944-1972) in cui era passato per esperienze eterodosse, che possono parere anche contraddittorie, ma che erano legate alla volontà di costruire una forza di classe e di uscire dalla stretta stalinismo/ socialdemocrazia.
Libertini rispondeva alle accuse, vergognose, di essere stato un globetrotter della politica, di essere passato per numerosi partiti e sigle, di avere prodotto scissioni continue, rivendicando una continuità e una coerenza ben superiori a quelle di tant* che hanno sempre militato in un solo partito.
CONTINUA …
Scheda pubblicata nel mensile “Il Lavoratore ” di Trieste n. Anno XXIV n. 8 – 12.11.2024.
Quando il cielo era con noi. Un outsider del Sessantotto
Angelo GUALTIERI, Quando il cielo era con noi. Un outsider del Sessantotto, Formigine, Infinito edizioni, 2024, pp. 171, 18 euro.
La lettura di Quando il cielo era con noi di Angelo Gualtieri mi ha interessato per vari motivi.
Innanzi tutto, siamo esattamente coetanei il che significa che siamo passati per le stesse sollecitazioni, abbiamo vissuto gli stessi fatti, conserviamo ricordi comuni.
Poi, abbiamo vissuto i mitici anni ’60, venendo ambedue da piccoli centri e trovandoci in una grande città (non cito Giorgio Gaber), Genova per me, Bologna per lui, con l’inevitabile confronto tra la realtà di paese e il dibattito vivo, non solo nel movimento studentesco, che esplodeva in quel particolare momento storico.
Ancora, tutto il racconto di Gualtieri è costellato da continui riferimenti alla grande musica di quegli anni, a cominciare dal titolo che si riferisce a Canzone per te di Sergio Endrigo (festival di Sanremo 1968). Ogni capitolo inizia con la citazione di una canzone:
Compagno di scuola di Venditti,
Contessa di Paolo Pietrangeli,
Eve of destruction di Barry Mc Guire, A whiter shade of pale.
Mi ha rovinato il sessantotto degli Squallor, Quelli eran gorni; continui sono i riferimenti alle canzoni che ci hanno accompagnati nel corso del racconto, quasi una colonna sonora di un film biografico: Furono le canzoni a costituire la colonna sonora di quel periodo (p. 92).
CONTINUA …
Download della Scheda completa di Sergio Dalmasso, Quando il cielo era con noi: