IL SOCIALISMO ERETICO DI LELIO BASSO II
di Sergio Dalmasso
Seconda puntata dell’articolo di Sergio Dalmasso (vedi “Il Lavoratore” di ottobre 2025)

LELIO BASSO
Il marxismo
Il marxismo bassiano non è “ortodosso”.
Nasce dal rifiuto della socialdemocrazia e delle deformazioni positivistiche.
Nel secondo dopoguerra, la socialdemocrazia è strumento di integrazione della classe e si piega al neocapitalismo.
Al tempo stesso, Basso rifiuta il frontismo, l’appiattimento sull’URSS, il maoismo, spesso chiesastico.
Migliori strumenti per comprendere il suo pensiero sono la insuperabile introduzione agli Scritti politici di Rosa Luxemburg (1966) e Socialismo e rivoluzione, purtroppo incompiuto.
Il pensiero di Marx è cancellato dalla socialdemocrazia che lo trasforma in ideologia, eliminandone la sintesi dialettica.
Engels non è esente da una lettura scientista; leninismo e maoismo piegano il marxismo a condizioni specifiche.
La concezione leninista della coscienza esterna deriva da Kautsky e dal populismo russo ed è il prodromo di degenerazioni future.
Se al potere va un’avanguardia, la degenerazione burocratica è inevitabile. La dittatura del proletariato non è la negazione della democrazia.
Rosa Luxemburg
Rosa è l’unica autentica continuatrice del pensiero dialettico di Marx.
Sono gravi il silenzio, durato decenni, sulla sua figura e le accuse di spontaneismo, romanticismo, trotskismo…) Basso poi recupera la categoria lukacsiana di totalità che può essere interpretata solo da un’altra totalità concreta,
quella della classe, dai primi scritti (1946, 1949) alla riscoperta negli anni ’60, con la pubblicazione in Italia delle opere di Luxemburg curate, non a caso, da esponenti del socialismo di sinistra, Luciano Amodio e- appunto- Basso (1966).
Il socialismo luxemburghiano, antitetico a quello staliniano, implica libertà e autogestione che possono essere praticate solamente dal proletariato.
La rivoluzione non è atto, ma un processo e non può essere opera di una minoranza. Il partito è strumento, sintesi fra il sociale e la direzione politica.
I leader debbono formare le masse, non sostituirsi ad esse.
Vi è divergenza totale fra capitalismo e democrazia di cui il socialismo è la forma più alta.
Nel suo ultimo discorso, venti giorni prima della morte, questi temi vengono sintetizzati nella proposta consiliare.
La fede di un laico
L’interesse per la tematica religiosa, per l’aspetto etico/coscienziale caratterizza tutto il percorso bassiano che sempre rifiuta l’anticlericalismo e l’identificazione di fede religiosa con un partito
(anche da qui la sua opposizione ai rapporti governativi con la DC e all’ipotesi di compromesso storico).
Giovanili sono la collaborazione con la rivista protestante “Conscientia” e la seconda tesi di laurea sul teologo luterano Rudolf Otto,
cui seguono l’interesse per Thomas Münzer, soprattutto nell’interpretazione di Ernst Bloch che ne esalta il messianismo. Sempre nettissima la critica alla DC, partito falsamente democratico e falsamente cristiano.
Occorre spezzarla per liberare le forze progressiste e socialmente avanzate.
Il papato di Giovanni XXIII sembra aprire una nuova strada, con le encicliche, con il dialogo cristiani-marxisti.
Basso è l’unico laico ammesso a seguire i lavori conciliari.
La difesa della comunità cristiana dell’Isolotto di Firenze avviene nello spirito conciliare.
È singolare, in un non credente, l’affermazione della superiorità della assemblea dei fedeli rispetto alle istituzioni tradizionali. È crescente, in seguito, la preoccupazione per il progressivo ritorno della vecchia Chiesa.
Nei suoi ultimi anni, è l’America latina a dargli nuove speranze, con la mobilitazione di grandi masse, l’intreccio di movimenti cristiani e marxisti, la Teologia della liberazione.
Proprio all’America latina, al terzo mondo in cui continua a inseguire le sue utopie, si richiama il suo ultimo discorso parlamentare,
in cui riprende il vecchio impegno contro il regime concordatario, in nome della laicità e dell’eguaglianza, citando una Epistola paolina.
Costituzione, democrazia radicale
Basso è tra i maggiori artefici della carta costituzionale che deve superare i limiti dello Stato liberale e del regime fascista.
La sua originale ipotesi di transizione prevede che essa avvenga attraverso un processo in cui si affermano forme sociali nuove già presenti nel vecchio ordinamento (transizione tra società feudale e borghese, ruolo dell’Illuminismo…).
Occorre, quindi, introdurre princìpi di socializzazione e norme che prefigurino un nuovo ordine sociale.
È artefice (con Dossetti) dell’articolo 3 che ritiene il più importante della Carta, dell’art. 49 che esalta il ruolo del partito politico, strumento di partecipazione attiva e continua, non limitata al solo voto.
È sfortunato l’impegno contro l’art 7 che introduce nella Costituzione il regime concordatario.
Erra il PCI nell’accettare il compromesso, resta la concezione dello statuto albertino per cui il cattolicesimo è religione di Stato, violando l’eguaglianza fra i cittadini.
Resta in vigore l’art. 18 del Concordato per cui l’insegnamento della dottrina cristiana cattolica è coronamento dell’istruzione pubblica.
Garantismo, libertà politica e di stampa, autonomia della persona umana, rapporto fra proprietà privata e funzione sociale, finalità del carcere sono al centro del suo intervento del 6 marzo 1947 e torneranno nell’impegno costante dei trenta anni successivi contro le inadempienze che caratterizzano tutta la storia repubblicana.
La voluta non attuazione di molti princìpi della Costituzione significa attentato alle istituzioni, trasformazione in regime, colpo di stato clericale.
La sua concezione della democrazia deriva da riferimenti atipici: Rousseau, Gobetti, Mondolfo, Otto Bauer, Rosa Luxemburg nell’intreccio fra lotta quotidiana e obiettivo finale.
La democrazia è partecipazione diretta, nello sviluppo della coscienza e coincide con il socialismo, risultato finale di un processo di crescita progressiva della classe operaia, antitesi alla socialdemocrazia, allo stalinismo, a concezioni nazionalistiche ed eurocentriche.
Da qui la sua proiezione internazionale,
la partecipazione al Tribunale Russell, l’attenzione alle lotte dei popoli del terzo mondo, la preoccupata analisi del neocapitalismo, per l’intreccio tra meccanismi di integrazione, depoliticizzazione, americanizzazione della vita politica:
“Abbandonate le scelte ideologiche, ridotto tutto ad un problema di buon funzionamento tecnico e di saggia amministrazione, non vi è logicamente più posto per una pluralità di partiti, a meno che il partito non diventi anch’esso un fatto tecnico e istituzionalizzato.
Svuotata ideologicamente e politicamente, la sinistra non è più una alternativa alla destra, ma è soltanto una diversa faccia della destra.
Una sinistra politicamente forte ed efficace tende sempre più a scomparire.” (1)
Sono passati sessant’anni.
(1) Lelio BASSO, Neocapitalismo e “socialisti moderni”, in “Problemi del socialismo”, n. 9/1966. Cfr, per i temi toccati, Lelio BASSO, Il principe senza scettro, 1958, ristampa 1998, su democrazia e Costituzione; Neocapitalismo e sinistra europea, 1969, sulle novità indotte dal neocapitalismo; i postumi Socialismo o rivoluzione, 1980, sua interpretazione del marxismo e Scritti sul cristianesimo, 1983.
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