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Eticità partita

L'eticita' di una partita. Italia Inghilterra

L’eticità di una partita

di Franco Di Giorgi

 

Italia-Inghilterra: l’abbraccio tra Mancini e Vialli, in lacrime a fine partita (FOTO Antonio Sepe)

In un suo interessante saggio, lo storico Emilio Gentile, attraverso un’amplissima base di fonti, conduce un’analisi dettagliata delle ragioni che hanno condotto alla Grande Guerra e con essa, come suona il titolo stesso dell’opera, all’«apocalisse della modernità»: ragioni non soltanto politiche e militari, ma soprattutto culturali. Tra queste emerge su tutte quella che egli sintetizza nel concetto di «eticità della guerra», consistente nella convinzione che l’idea o la realtà della guerra contengano in sé inseparabilmente un momento etico-formativo. In effetti, considerando i gravi strascichi che quel conflitto mondiale lascerà, e riprendendo una tesi di Simone Weil sulla guerra, non si può non constatare, dice ancora lo storico in un altro saggio (Contro Cesare. Cristianesimo e totalitarismo all’epoca dei fascismi), un’intrinseca parentela della statolatria fascista con la guerra, «proclamata e venerata come fondamentale esperienza di vita».

Ora, vista l’assurdità di questa credenza, non si può non essere d’accordo con la critica che la Arendt ne fa ne Le origini del totalitarismo, definendola un’interpretazione sofistico-dialettica della politica, un’acrobazia dialettica, addirittura una superstizione. L’enormità però non consiste tanto nell’eticità della guerra in sé, poiché ogni azione, persino la più brutale, nel bene o nel male (lo apprendiamo dalle testimonianze dei superstiti), è in grado di generare un momento etico-formativo. L’irragionevolezza dialettica risiede piuttosto nell’idea illogica e innaturale che un momento etico-formativo, e quindi pedagogico, non possa che generarsi dall’azione violenta, dalla guerra, e che proprio per questo essa verrà assunta dall’ideologia fascista come una fondamentale esperienza di vita propedeutica all’incontro fatidico con la bella morte. Sicché, da questa assurda prospettiva bellicista, la guerra, il pólemos, come ritenevano a loro modo Eraclito, Lutero, Hegel e Nietzsche, risulterebbe necessario o indispensabile: in ogni caso un evento imprescindibile se si deve rivelare o salvare l’anima dell’uomo, se si intende giungere a quel momento formativo, se si vuole rafforzare la coscienza e il corpo degli individui. Se assumiamo questo momento pedagogico come il “positivo”, allora l’evento guerra, per essenza “negativo” a causa della sua terribilità, non potrà che essere conditio sine qua non del positivo. E questo è assurdo, oltre che inaccettabile. La storia del XX secolo ci ha insegnato a sufficienza l’infondatezza di una tale convinzione, rivelandola, appunto, una superstizione.

Ebbene, la finale degli Europei di calcio giocata a Wembley, la partita vinta dall’Italia contro la baldanzosa Inghilterra della Brexit, proprio in quanto forma sublimata di una battle, suggerisce che anche l’esultanza, la gioia e la festa possono rappresentare un momento eticamente rilevante, un’occasione di autenticità, di identità e di appartenenza altrettanto profonda e viva quanto quella che si dà con lo stato nascente nel sentimento amoroso, o con l’angoscia della morte durante la guerra. Si pensi solo all’esperienza rigenerativa vissuta da Novalis dinanzi agli occhi infiniti della sua giovane fidanzata, o a quella del principe Bolkonskij sotto il cielo immenso di Austerlitz in Guerra e pace di Tolstoj.

Non c’è pertanto alcun bisogno di ricorrere necessariamente alla guerra per garantirsi l’esaltante esperienza di vita auspicata dal fascismo. Concezione, questa della necessità del negativo, le cui radici si possono rintracciare in quell’«ideologia della morte» che Domenico Losurdo scopre nel cuore tenebroso dell’Occidente, nell’Europa imperialista e colonialista. Nella sua forma speculativa essa è rilevabile soprattutto in Heidegger, come pure, andando a ritroso, in Patmos di Hölderlin, nella pedagogia delle dittature, ossia nel Drill, nella teologia luterana della croce come unica possibilità di salvezza, nelle Predigten di Meister Eckhart, in Agostino, in Paolo, in Gesù stesso, che doveva necessariamente sacrificarsi per il bene dell’umanità, e infine in Giobbe, nel giusto per antonomasia, la cui salvezza però non poteva essere ottenuta senza aver prima subito l’ingiusto patimento, secondo la logica tutta occidentale della necessaria priorità del negativo.

Anche il gioco, dunque, in quanto forma di contesa sublimata dall’impegno culturale, anche il ludus – come vediamo in questi giorni di genuino entusiasmo sportivo, in cui la gente, in barba alla variante delta, festeggia esultante per le strade di tutte le città italiane (e non solo italiane) –; anche il gioco può dunque suscitare entusiasmo vitale, affratellamento, senso di unità, di collettività, sentimenti che i totalitarismi sanno imporre solo con il terrore e con la coercizione. Tuttavia, a voler essere pessimisti, anche se questo ludere, se questo festeggiare, si risolvesse solo in un’illusione, non ha importanza. L’importante è che si possa continuare a giocare, a prendere sul serio il gioco e a rispettare le sue regole. Tutto, purché non si ritorni, per usare ancora qualche espressione della Arendt, a scambiare il cinismo per saggezza, a covare l’odio indefinito per tutto e per tutti, cioè il nietzscheano odio profondo e impersonale, purché insomma non si continui a pensare alla superstizione della guerra e al suo inevitabile carico di morti come sola modalità per esperire più a fondo la vita.

Ivrea, 17 luglio 2021

Giò. Giobbe

Cari amici,

ho  il piacere di segnalarvi la pubblicazione del mio libro “Gio’. Un Giobbe del nostro tempo”. Già da ora è reperibile e ordinabile sul sito della casa editrice (Caosfera) e sul catalogo online ai seguenti link:

https://www.caosfera.it/libri/gio/

https://www.cinquantuno.it/shop/caosfera-edizioni/gio/

https://www.amazon.it/

 

Giò. Giobbe

Proprio come il Giobbe biblico, anche Giò si trova nel nostro tempo a dover fronteggiare in prima persona un’inattesa piaga maligna, una fragilità mortale, un destino crudele e inesorabile.

Con alcuni amici dibatte sulle imperscrutabili ragioni del destino e su altri temi filosofici come il morire e la morte, la vocazione e la verità.

E come nel testo veterotestamentario, gli amici mettono Giò, il malato terminale, dinanzi alle responsabilità del proprio passato, al tempo in cui erano gli altri a subire in silenzio un destino avverso.

Ritorna anche qui, infine, quella domanda, quel perché intrattenibile che né Giobbe né Giò seppero mai pronunciare a favore del dramma vissuto dagli altri.

Un caro saluto.

Franco Di Giorgi

Ivrea, 15 luglio 2021

PS.
Franco Di Giorgi (1954) è laureato in Filosofia all’Università di Torino e per più di vent’anni ha insegnato Storia e filosofia al Liceo scientifico “Antonio Gramsci” di Ivrea.

Ha sempre fatto interagire la memorialistica concentrazionaria e resistenziale con la normale didattica e con i suoi studi personali (confluiti in parte su articoli apparsi in diverse riviste), convinto che nessuna forma di cultura possa esimersi dal confronto con le questioni e con i valori fondamentali scaturiti dalla Resistenza e dalla Deportazione.

La sua riflessione si pone infatti alla ricerca di interferenze tra filosofia, memorialistica, esegesi biblica, estetica letteraria, artistica e musicale.

Giò

Un Giobbe del nostro tempo

 

Cari amici,

a metà luglio presso Caosfera Editore di Vicenza uscirà un mio nuovo libro. Si tratta di una pièce teatrale, di un dramma in tre atti ispirato al Giobbe: Giò. Un Giobbe del nostro tempo. Oltre che del testo biblico, la figura di Giò (immaginato come un ex guardiano del campo di Fossoli) risente del Job di Roth, della lettura di Primo Levi (che proprio nel Libro di Giobbe riconosce una delle sue radici) e di altri testimoni della Shoah. Il testo presenta anche due postfazioni come approfondimenti di alcuni temi trattati nel dramma. Allego la copertina, che riporta una breve sinossi e una nota biografica.

Tra i miei recenti scritti: Giobbe e gli altri (2016), Il Luogo della Vita. Riflessioni sul Vangelo di Tommaso (2018); Hodós eirénes. Il “sentiero della pace” nelle lettere paoline (2019). Con Mimesis ho pubblicato Il dramma dell’esistenza mancata. Dell’essere sé stessi e della falsificazione. Saggio su Ibsen (2020). Sempre per Mimesis è in uscita Il Quarto Concerto di Beethoven come invito all’opera del pensiero.

 Un cordiale saluto.

Franco Di Giorgi

Ivrea, 23 giugno 2021

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Giò. Giobbe di Franco Di Giorgi commedia in tre atti

FRANCO BATTIATO

Un approccio altro

alla musica e alla vita

Ricordando Franco Battiato

Franco Di Giorgi

Franco Battiato

ogni pensiero nella musica è nella più intima e nella più

inseparabile  parentela (Verwandschaft) con la totalità

dell’armonia, che è unità (da una lettera di Bettina Brentano a

Goethe, parlando della musica di Beethoven).

Anch’io, come Marco Travaglio, non saprei da dove cominciare. Ma inizio dal 1982. Cioè da quarant’anni fa. Credo fosse l’estate del 1982 quando mi recai al Teatro Tenda di Torino per assistere al concerto di Franco Battiato. Era già però da almeno tre anni che ascoltavo le sue canzoni incluse nell’Lp L’era del cinghiale bianco, del 1979. Indimenticabili Strade dell’est (in cui compare tra l’altro un verso che mi ha sempre inquietato: da qui – cioè dove tutto ha avuto origine – la fine), e la sempre attuale Il re del mondo. Solo più tardi avrò modo di apprezzare anche la musica sperimentale del “primo” Battiato, quello degli anni Settanta.

Già da circa dodici anni suonavo con passione e anche con un certo profitto la chitarra esercitandomi sugli spartiti di cantanti, cantautori e complessi più svariati, come pure su quelli di Mauro Giuliani e di Carlos Antonio Jobim, ma i componimenti di questo artista siciliano mi sembrarono subito strani, diversi da tutti gli altri. Non solo ovviamente per la musica (a differenza che negli altri autori, qui le dolci melodie uscivano con semplicità e leggerezza dall’armonia e si piegavano ad ogni tipo di inflessione, di contaminazione musicale e culturale) e per i testi (i simbolismi e le metafore andavano al cuore stesso delle cose, toccavano la realtà senza per ciò stesso violentarla: si accennava inoltre a compositori classici come Corelli, Vivaldi, Schubert, Wagner, Brahms, Beethoven, si alludeva a Stockhausen), mi apparvero diversi soprattutto per il modo in cui egli li proponeva.

La prospettiva da cui osservava la realtà non era compresa nella realtà medesima. Pur indagando in profondità l’animo umano, la psicologia dei popoli e i meandri rumorosi delle società apparentemente avanzate, il suo occhio permaneva in quiete e in silenzio, fuori dal tempo e dalla realtà, in una dimensione spirituale nella quale e rispetto alla quale anche le gioie umane più intense non sembrano altro, come egli stesso ci dice, che l’ombra della luce (1991). Anzi, non sono che ombra che ostacolano la luce. E ciò non, come qualcuno ha pensato, per snobismo o, peggio ancora, per qualunquismo musicale e persino politico, ma semplicemente perché il suo era un approccio altro non solo alla musica, ma anche alla vita. Non ricordo infatti alcuna critica verso i suoi colleghi né di questi contro di lui. Anzi, al contrario. Era molto stimato da tutti loro.

Con la sua musica egli invitava (e continua ancora ad invitare) ad andare oltre la gregarietà o l’animalità che rende infelici e che persiste in ognuno di noi (L’animale, 1985); esortava ad assumere una prospettiva altra, un’alterità che, si intuiva, non era certo facile da raggiungere, perché presupponeva un precedente e necessario sforzo di purificazione. Diceva infatti: Non servono tranquillanti o terapie, ci vuole un’altra vita. Non servono più eccitanti o ideologie, ci vuole un’altra vita (Un’altra vita, 2009). Ci ricordava in altre parole che il nostro compito in questo mondo – per quanto la nostra vita sia dispersa nei moderni sottosuoli, nelle fitte e umidicce viuzze secondarie di sobborghi malfamati e maleodoranti, nelle ampie, aride e assolate strade di periferia ove sorgono condomini nei quali si può fare esperienza della vera solitudine e dell’abbandono disumano, oppure vissuta in appartate, verdeggiate e supercontrollate ville – il nostro compito in un siffatto mondo moribondo (Clamori, 1982) è insomma, se non proprio conoscere o ritrovare sé stessi, perlomeno tendere, agire, fare, operare in modo da raggiungere sé stessi attraverso l’altro da sé, sia inteso questo come immanente o come trascendente, per essenzializzarsi (per capire meglio la propria essenza, si dice in E ti vengo a cercare, 1988) e quindi per migliorarsi, per poter, appunto, come fa lui, come fa Franco, osservare il mondo da una prospettiva altra, grazie a una sorta di innere Auge, di occhio interiore, che è il segno della sensibilità propria dei poeti veggenti. Una volta raggiunto questo scopo, vivere venti o quarant’anni in più è uguale, perché più importante e quindi più difficile è capire ciò che è giusto (Fisiognomica, 1988); difficile trovare l’alba dentro l’imbrunire (Prospettiva Nevski, 1980) e quindi occorre, come consigliava un poeta che riusciva a penetrare la natura, a passare cioè con le mente dall’altra parte della natura, auf die andere Seite der Natur, occorre dunque mantenersi al difficile. L’evoluzione sociale – infatti ammoniva Battiato in New Frontiers (1982) – non serve all’uomo se non è preceduta da un’evoluzione di pensiero.

In quell’anno del concerto al Teatro Tenda avevamo già alle spalle l’invasione sovietica dell’Afghanistan e l’insediamento di un papa polacco al soglio pontificio. Dopo la crisi del Viet Nam, la Cina di Deng Xiao Ping iniziava a intrattenere rapporti diplomatici con gli Stati Uniti di Carter. In Iran la rivoluzione khomeinista aveva avuto la meglio sul governo di Washington. La morte di Tito e gli scioperi in Polonia erano prodromi di altre rivoluzioni, di profondi cambiamenti e di controrivoluzioni, di nuovi esodi, di movimenti sempre più ampi di popoli, di moltitudini dal nord, dal sud, da ponente, da levante (L’esodo, 1982) – in cerca di pane e di pace. Nell’89 Alexander Platz ricordava ancora la frontiera, il muro di Berlino. Come paladini del neoliberismo, inoltre, la Thatcher e Reagan avevano impresso una violenta sterzata a destra al corso alla storia, e con la guerra in Libano si allontanava sempre di più la pace in Medioriente.

Alle nostre latitudini, nella nostra povera patria (già e ancora nel 1991!), seppur inconsapevolmente noi italiani ci portavamo sulle spalle e sul cuore un peso di numerosi assassinii, a partire da quello di Aldo Moro, di Piersanti Mattarella, di Pio Della Torre, del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Nel gorgo della strategia della tensione si apriva la piaga putrescente della Loggia P2 e si consumava la strage di Bologna; un tremendo terremoto si era nel frattempo abbattuto in Irpinia e un nuovo autunno caldo si era appena stemperato alla Fiat. Si trattava di un pesante retaggio che la vittoria ai mondiali di calcio in Spagna servì solo ad alleggerire per poco tempo. Negli anni Novanta, infatti, molti dei semi di questo greve pulviscolo storico trovarono terreno fertile e rifiorirono come lussureggianti fiori del male.

Di tutto questo incontrollabile e sfuggente farsi della storia, cioè di tutto questo falso progresso, parlavano a loro modo le canzoni di Battiato. E noi giovani siciliani l’avvertivamo forse con maggiore trasporto di altri, sebbene per forza di cose anche noi fossimo prigionieri del Re del Mondo (1979), fossimo cioè anche noi pronipoti di sua maestà il denaro (La voce del padrone, 1981), reggitore di un mondo in cui più diventa tutto inutile e più credi che sia vero (1979). Infatti, che cosa possono le leggi dove regna soltanto il denaro? (Innere Auge, 2009).

Non ci stancavamo mai di suonare e di cantare quei motivi – “alternativi” e “critici” pur nella loro allegra cantabilità –, in spiaggia e soprattutto nelle serate estive trascorse in Sicilia, sulla veranda dei miei genitori, e ciò per tutti gli anni Ottanta e Novanta. Poi il terzo millennio se li portò via entrambi, prima l’uno, poi l’altra, e allora finimmo di cantare su quella terrazza. Non solo le canzoni di Battiato. Ma il ricordo di quelle serate è ancora ben vivo dentro di noi, specie quando riascoltiamo qualche brano tratto dall’Lp La voce del padrone, uscito nel 1981, o da quello uscito nel dicembre 1982, L’arca di Noè.

Alla fine del concerto al Teatro Tenda, pieno d’entusiasmo mi avvicinai al palco con un libro in mano (era La dialettica dell’illuminismo di Adorno e Horkheimer: del primo autore forse Franco aveva letto gli illeggibili Minima moralia) e pregai l’artista di farmi un autografo sul retro della copertina. Dopo la notizia della sua recente dipartita, non ho potuto fare a meno di riprendere in mano quel saggio (ormai logoro) e di ripensare a lui e al contempo anche a parte della mia vita.

Ivrea, 21 maggio 2021

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Franco Battiato morto

25 aprile

Franco Di Giorgi-Primo Levi

Per un altro 25 aprile “a distanza”, insieme a Primo Levi

A proposito di una mostra on-line a cura dell’Anpi.*

Mostra a Ivrea sulla festa della liberazione

«L’arte e la scienza» si legge al primo comma dell’articolo 33 della nostra Costituzione «sono libere e libero ne è l’insegnamento». Questo il principio, il fondamento. Dalla nostra storia e soprattutto dalla nostra Resistenza, dalla quale esso è sorto, apprendiamo però che non c’è e non ci può essere in generale libertà alcuna senza l’esperienza liberatoria e liberante della lotta per la liberazione. Liberazione anzitutto dal nazifascismo, i cui effetti, nonostante un secolo dalla fondazione e i 76 anni dalla fine della guerra, continuano ancora a farsi sentire su di noi, così come si sentivano sui giovani di allora. «Ci proclamavamo nemici del fascismo» annotava Primo Levi ne Il sistema periodico (Oro) «ma in effetti il fascismo aveva operato su di noi, come su quasi tutti gli italiani, estraniandoci e facendoci diventare superficiali, passivi e cinici».

Ebbene, non potremmo forse dire la stessa cosa noi oggi, sotto i colpi del Coronavirus, di un nemico invisibile che ci costringe a una nuova forma di Resistenza passiva? Passiva e deteriorante, simile nella sua inconfrontabilità all’esperienza vissuta dai deportati, e quindi – confessa Levi in una intervista concessa nel maggio del 1986 a Ferdinando Camon, a proposito della pubblicazione de I sommersi e i salvati – differente da quella attiva e vittoriosa vissuta dai partigiani (cfr. G. Poli e G. Calcagno, Echi di una voce perduta, Mursia, Milano 1992).

Il distanziamento non accresce forse la nostra estraneità, non approfondisce la nostra reciproca sospettosità, non alimenta l’intolleranza? «L’intolleranza – fa notare infatti Levi nel capitolo de I sommersi e i salvati dedicato al problema della comunicazione – tende a censurare, e la censura accresce l’ignoranza della ragione altrui e quindi l’intolleranza stessa: è un circolo vizioso rigido, difficile da spezzare».

E questa viziosa circolarità centrata sull’intolleranza non ricalca forse quella pendolarità della violenza preventiva che alimenta anziché smorzare la violenza stessa? Un simile vizio circolare ci sembra poi che si possa cogliere anche in rapporto all’uso contemporaneo del linguaggio. A causa del suo estremo semplificarsi richiesto dalle prestazioni tecnologiche sempre più avanzate, come pure a causa del moltiplicarsi delle emergenze nel presente, pur volendo progettare un futuro possibile e pur volendo recuperare un passato memorabile, alla fine non può fare altro che appiattirsi sul presente e sulle sue esigenze costantemente critiche.

E la precarietà, l’incertezza della vita e del domani, specialmente per quanto riguarda i giovani, non ci rende forse più superficiali, più passivi e soprattutto più cinici? Forse proprio ai giovani di oggi, certo non per colpa loro, manca quello che, nella primavera del ’45, in un campo allestito dai russi liberatori, Levi aveva colto nella diciottenne ucraina Galina (la giovane impiegata de La tregua) «la dignità di chi lavora e sa perché, di chi combatte e sa di aver ragione, di chi ha la vita davanti» (Katowice). I giovani degli anni ’80, scriverà ancora Levi nella Conclusione de I sommersi e i salvati, tendevano a non interessarsi dell’esperienza concentrazionaria vissuta solo quarant’anni prima dai deportati nei Lager nazisti, perché «assillati dai problemi d’oggi». Si tratta, precisa, di «una generazione scettica, priva non di ideali ma di certezze, anzi, diffidente delle grandi verità rivelate; disposta invece ad accettare le verità piccole, mutevoli di mese in mese sull’onda convulsa delle mode culturali, pilotate o selvagge».

Insomma: i segni di questa emergenza pandemica non sono forse quelli stessi che ha lasciato in noi il fascismo? Anche noi che ci proclamiamo antifascisti dobbiamo quindi porre attenzione all’emergenza Covid-19 – ecco il senso dell’avvertimento che cogliamo nella testimonianza di Levi –, perché da questa pandemia, come si vede, si creano impercettibilmente le condizioni, l’humus venefico per l’insorgenza di quell’erba malsana, della quale tanta fatica è costato lo sradicamento.

Com’è noto, inoltre, una tra le più profonde e dolorose ferite che questo virus ha scavato nel tessuto sociale è sicuramente quella dell’ineguaglianza, piaga che si apre come un ampio solco in cui facilmente possono attecchire i semi di quell’erba velenosa. Un disvalore che, per potersi radicare meglio, quell’erba è capace di trasformare in discriminazione sociale e perfino razziale. Nel 1976, al teatro Carignano, in occasione della presentazione de Il sistema periodico, Levi a tal riguardo ammoniva: «Il sentiero in discesa che comincia dalla negazione dell’uguaglianza tra gli uomini, finisce fatalmente nella perdita della libertà e nel Lager». E l’esperienza dei deportati, come ricorderà, è «esperienza passiva e deteriorante», mentre quella dei partigiani è «esperienza della lotta vittoriosa». Ma il Presidente Ciampi nel 2000 volle rimarcare il fatto che i primi segni della Resistenza, oltre che nella scelta partigiana dei civili l’8 settembre, compiuta dallo stesso giovane Levi, e nelle quattro giornate di Napoli, si vide anche nella maggioranza degli internati militari italiani che vennero rinchiusi negli Stammlager e negli Offlager tedeschi perché si erano rifiutati di aderire alla Repubblica di Salò e quindi al nazifascismo.

Ad ogni modo, una volta ripulito il terreno da quell’erba infestante, da quell’invadente gramigna, nonostante la stanchezza accumulata durante il ventennio e soprattutto nei lunghi cinque anni di guerra, tra cui l’odiosa coda della guerra civile, più facile sembrò ai nostri padri, ai padri fondatori, la ricostruzione: allontanandosi da quel passato torbido, essi, anche grazie al piano Marshall, poterono guardare a un futuro più radioso con fiducia, speranza e leggerezza. Ma oggi, ad appena un anno dall’esplosione della pandemia, siamo già molto provati e soprattutto cupi, perché sembra che essa, con le sue ferite, con i suoi 120 mila morti, ci stia di nuovo riportando nostro malgrado verso un futuro che sa molto di quel passato buio. Dinanzi a questo grave e attuale disagio nell’affrontare l’avvenire, le parole chiare e oneste di Levi ci vengono incontro: «Il domani» ci ammonisce ne L’altrui mestiere (1985) «dobbiamo costruircelo noi, alla cieca, a tentoni».

Ecco allora l’intervento quasi sempre provvidenziale dell’arte. Anche quando rievoca il passato, essa è sempre al contempo una messa in discussione del presente, una prefigurazione critica del futuro, allusione a dimensioni altre, a spazi di libertà impensati, a eventi inauditi. Anche a questo proposito, il testimone e scrittore torinese è molto schietto. In uno dei suoi racconti postumi (Auschwitz, città tranquilla) osserva: la pagina documentaria «non possiede mai il potere di restituire il fondo di un essere umano: a questo scopo, più dello storico e dello psicologo sono idonei il drammaturgo e il poeta». E noi, per questo secondo 25 aprile a distanza e segnato dalla pandemia, potremmo aggiungere a buon diritto anche i dieci artisti che hanno accettato l’invito dell’Anpi di Ivrea a celebrare la festa della Liberazione con una esposizione on-line di alcune loro opere. (https://www.facebook.com/472943589751904/videos/3822709961141953/).

* Il testo, pubblicato sulla pagina facebook dell’Anpi di Ivrea e del Basso Canavese, costituisce la presentazione della mostra a cui rimanda il link. Qui viene riproposto con un diverso titolo e con qualche aggiunta.

Primo Levi 1960

Primo Levi seduto alla scrivania mentre legge (1960)

QUALCHE SOSPETTO NELL’ATTUALE CRISI POLITICA

Qualche sospetto

QUALCHE SOSPETTO NELL’ATTUALE CRISI POLITICA

Franco Di Giorgi

Nella storia della politica la strenua intransigenza rivoluzionaria e riformista, l’amore per la coerenza a tutti i costi, pur non volendo, ha spesso consegnato, in modi, tempi e contesti diversi, il popolo di una nazione alle forze reazionarie. Si pensi alla fine che, a partire dal 1794, il montagnardo Robespierre, l’Incorruttibile, ha fatto fare alla Repubblica francese. Oppure, alle conseguenze che ebbe la scissione del partito socialista a Livorno nel 1921. O ancora, più vicino a noi, la rottura di Bertinotti dal governo Prodi nel 1998.

Eppure oggi in Italia tutti possono vedere che si può ottenere il medesimo risultato anche con il contrario dell’intransigenza, cioè con l’inestirpabile trasformismo che, nel caso in specie, è anche impudico opportunismo politico. E ciò fino al punto di indurre un’intera classe politica ad annientare sé stessa, fino all’auto-interdizione, alla resa, a un plateale harakiri. Tuttavia, qui da noi, culturalmente poco avvezzi al senso del tragico, un Sansone non potrebbe morire mai con tutti i filistei, schiacciato sotto le colonne del palazzo del potere. Quanto accade e si ripete con una certa frequenza dalle nostre parti, soprattutto a causa di una pessima legge elettorale, induce piuttosto a pensare non già al possente eroe giudeo, ma a figure viscide come quella dello Jago shakespeariano, capaci di muoversi a loro agio nei meandri di leggi come quella, capaci come un ragno di tessere trame in grado di suscitare sentimenti deleteri e distruttivi, tali che, com’è noto, condurranno alla morte sia Otello sia l’innocente moglie di questi Desdemona.

Ma proviamo a ripercorrere per grandi linee la vicenda, prendendo spunto da alcuni momenti significativi della travagliatissima gestione del secondo governo Conte, momenti che destano qualche legittimo sospetto. Già al momento del suo concepimento, la maggioranza governativa si costituisce anzitutto grazie all’appoggio decisivo di Italia Viva. In tal modo per il segretario di questo piccolo partito si profila l’irripetibile occasione tanto attesa di usare l’arma del ricatto per poter finalmente appagare la sete di vendetta del suo ego per le battaglie politiche precedentemente perdute. In virtù di questo grimaldello, egli avanzava al governo richieste e critiche che, per quanto bizzarre, faceva discendere dal suo personale senso di responsabilità. La sicumera che sgomitando ostentava destreggiandosi impettito in queste continue e diverse richieste lasciava supporre che in sé egli maturasse un’idea delirante, quella secondo la quale così come aveva fatto nascere il governo allo stesso modo non avrebbe avuto scrupolo alcuno nel farlo cadere. E così è stato.

Il secondo sospetto riguarda l’opposizione. Anch’essa non si limitava più a porre critiche legittime al governo, ma si rifiutava di collaborare nella difficile gestione della pandemia, ostacolandone sistematicamente ogni provvedimento e assumendo platealmente posizioni persino negazioniste. A fronte di quanto accadeva nelle altre nazioni, qui da noi i sovranisti impedivano l’azione di governo, sicché, ad esempio, quando si parlava di chiusura loro erano per l’apertura e viceversa. In tal modo il governo doveva far fronte a due critiche contemporaneamente, una interna e una esterna. Critiche che col passare del tempo assumevano curiosamente un’analoga forma se non addirittura la stessa tattica ostruzionistica. Infatti, pur derivando da due fazioni opposte, queste due critiche ben presto finirono con il sommarsi, formando un fronte unico e assumendo la comune strategia tesa a far cadere il governo. Come se entrambe avessero ben chiaro in mente l’obiettivo che intendevano raggiungere, avessero già in serbo una nuova figura di primo ministro. E tutto ciò nel frattempo facendo finta che la crisi pandemica, con tutto il suo pesante carico giornaliero di morti, non esistesse. Contrapposizione politica che finì inevitabilmente con il riflettersi non solo sul dolente fronte critico del rapporto Stato-Regioni, ma anche sul fronte epidemiologico, con la dialettica semiseria tra virologi ottimisti a favore dell’apertura e infettivologi pessimisti che propendevano per la chiusura, creando così ancora più incertezza nei cittadini.

Ma i sospetti cominciano a prendere corpo e a rendersi visibili dopo che il presidente ancora in carica Conte riesce a convincere l’Europa a concedere all’Italia un cospicuo fondo finanziario di 209 miliardi di euro per fronteggiare le crisi e per pianificare la ripartenza del Paese. Solo dopo aver ottenuto questo fondo – cosa che a nessuno dei politici italiani e tanto meno ai leader delle due opposte opposizioni sarebbe mai riuscita, nemmeno nei sogni –, i due Mattei secondo il loro schema tattico, cominciarono di concerto a martellare, a chiedere altro, ancora e sempre altro: ora ad esempio volevano in coro il Mes. E così, non potendolo evidentemente fare l’opposizione esterna – la quale, visti i sondaggi sul voto, continua imperterrita a chiedere elezioni anticipate –, ecco che a dare la spallata decisiva al governo è l’opposizione interna, nella persona del suo leader, che nella conferenza stampa del 13 gennaio annuncia il ritiro dei suoi ministri dal governo, aprendo così di fatto la crisi di governo. Il 18 e il 19 l’attenzione dell’intero Paese viene pertanto deviata dall’emergenza Covid all’emergenza politica. In effetti le due crisi si sommano, la pressione sull’Italia si raddoppia, assume un grave peso. A causa dunque di una mossa troppo pericolosa per non suscitare qualche sospetto sulla sua arbitrarietà, compiuta da qualcuno la cui sicumera lascia sospettare che non si muovesse affatto al buio, l’Italia sta insomma per scivolare verso qualcosa di incerto (almeno per il popolo italiano), ritrovandosi dinanzi a problemi decisivi che ancora una volta dovranno essere affrontati e risolti dal Presidente della Repubblica, a un anno esatto dalla fine del suo mandato.

Due sono a questo punto i fattori che hanno reso evidenti lo scopo e la tattica assunta dalle due opposizioni, elementi che ormai vengono fatti propri dalla quasi maggioranza dei deputati e dei senatori: uno linguistico e uno, appunto, tattico. Tranne le forze politiche che sostenevano il governo e qualche altra piccola componente parlamentare, il resto dei politici ha perlopiù adottato un linguaggio duro ed offensivo contro la figura del Presidente del Consiglio (definito “avvocato” in senso sminuente e spregiativo): un linguaggio usato come un martello al solo scopo di demolirne la resistenza. Caduto lui, a forza di martellare con parole sempre più pesanti, sarebbe caduto tutto il governo: ecco la tattica strategica. Sicché, accecati dall’ira e rassicurati dalla loro vittoria dopo le dimissioni di Conte il 26 gennaio (l’esplorazione del Presidente della Camera Fico, dal 30 gennaio al 2 febbraio, sarà solo una proforma prevista dal protocollo), era inconcepibile da loro una pur minima idea di riconoscenza per un governo che, commettendo inevitabili errori, ha dovuto sobbarcarsi la fatica e il lavoro “sporco” che l’inatteso tzunami della pandemia ha comportato.

Ma a questo punto non si può non rilevare una contraddizione nell’azione dei demolitori. Infatti, pur essendo per un governo “forte”, sostenuti in ciò sia dai media che di parte della intellighentia critica, essi vedevano nei Dpcm uno strumento di accentramento politico, l’espressione di un potere personale che non teneva conto del Parlamento. E ciò dimostra ancora una volta che gli oppositori trasformavano ogni cosa in pretesto per chiudere definitivamente i conti con il Presidente del Consiglio in carica e con il governo tutto. A proposito del sostegno dei media, questa fretta nel mettere fine alla coalizione di governo, nonché la sicumera e la sfrontatezza verbale degli oppositori risultavano a volte comprensibili dal fatto che ogni tanto, mentre il governo arrancava sotto il peso dell’impegno gravoso, qualche giornalista, con un sorrisetto presupponente, evocava il nome di Mario Draghi come di un possibile e auspicabile salvatore della patria, come di un condottiero valoroso che da qualche tempo attendeva alle porte della città per intervenire con il suo esercito nel caso fosse necessario.

Ora, a cose fatte, a crisi avvenuta, queste voci giornalistiche si possono leggere come un preannuncio, seppur vago, di quanto accadrà il 13 gennaio. Come se tra queste voci dei media, la conferenza stampa del leader di Italia Viva e l’incarico conferito il 3 febbraio dal capo dello Stato all’ex presidente della Banca Centrale Europea vi fosse un legame sottile e quasi invisibile: un preaccordo, un “piano B” una volta fallito il “piano A” riguardante il possibile terzo governo Conte. Come se il destino di quest’ultimo fosse simile a quello di Giobbe, perché, come si è detto, molti elementi lasciano sospettare che tale destino fosse già stato previsto nelle sfere iperuranie. Scenario questo in cui Renzi appare come il Satana di turno, usato anche in questo caso da Yahweh o dai Signori dell’alta finanza per mettere alla prova non solo il governo giallo-rosso, ma anche per verificare la tempra dei singoli esseri umani, per giocare insomma con le loro vite, la cui qualità esistenziale scompare ogni sera dietro l’annuncio quantitativo del numero dei morti per Covid (il cui totale ammonta ormai a quasi cento mila). Al contrario dell’Avversario biblico, che non si arroga il merito di aver messo in crisi l’Uzita e con lui l’intera città di Uz, Renzi lo rivendica e come, dicendo in giro (persino in Arabia Saudita) che lui quella crisi l’ha suscitata non per sé e per le sue mire personali, ma per senso di responsabilità, per il bene del Paese. Eppure dalla sua cieca fiducia nei confronti di tutto quello che fin qui il Salvatore si è limitato solo a sussurrare, risulta ben evidente che l’opzione Draghi soddisfaceva sia lui che l’altro Matteo, in quanto, ognuno per il proprio interesse, pensano vivamente di ottenere, con le loro esibite adulazioni, un importante incarico nel prossimo governo. Nello splendore celeste di cui questo Professore pare circonfuso essi e tutti i loro amici oppositori cercano una luce in cui poter estinguere il buio in cui si agitano gesticolando umidicci; nella sua imperturbabile placidità agognano il mare in cui annegare la loro irrefrenabile irrequietezza; nella sua inarrivabile maturità essi vorrebbero nascondere la loro evidente Unmündigkeit, la loro immaturità; nella sua estatica beatitudine sognano persi un’oasi in cui ricercare la loro felicità perduta e la loro libertà ceduta. Per questo motivo, alla fine della loro affannosa corsa, nonostante l’apparizione di santa Dorotea o di san Maturino, forse troveranno ad attenderli le bolge concentriche dell’ottavo o del nono cerchio dell’Inferno, dove Dante colloca i fraudolenti verso chi si fida, i traditori e gli arroganti. Proprio per questo, ammoniva Primo Levi, si deve sempre diffidare dei “leader carismatici”, specie di quelli che hanno facilità di parola. Essi, diceva in un intervento del 1986, pensando al duce e al Führer, «possedevano un potere segreto di seduzione che non derivava dalla credibilità o dalla fondatezza delle cose che dicevano, ma dal modo suggestivo in cui le dicevano, dalla loro eloquenza, abilità istrionica, forse innata, forse acquisita pazientemente con l’esercizio. Le idee che proclamavano non erano sempre le stesse e in generale si trattava di idee aberranti o sciocche o crudeli. Eppure erano osannati e seguiti fino alla morte da milioni di fedeli».

Ivrea, 11 febbraio 2021

Mario Draghi Presidente del consiglio italiano

Dichiarazione del Prof Mario Draghi al termine del colloqui con il Presidente Sergio Mattarella,al Quirinale
(foto di Francesco Ammendola – Ufficio per la Stampa e la Comunicazione della Presidenza della Repubblica)

L’ITALIA AL TEMPO DELLA PANDEMIA, TRA DEMOLITORI E COSTRUTTORI

Franco Di Giorgi

O Freunde, nicht diese Töne!

Prima di scivolare anch’esso nel nulla del tunnel dentro cui il Covid-19 ci ha risucchiati e rinchiusi, il vuoto di lunedì e martedì 18 e 19 gennaio è stato colmato dalla lunga diretta televisiva sul dibattito parlamentare in merito a quella che, a detta di molti, resta una crisi di governo “incomprensibile”.

Antonello da Messina. San Sebastiano

Antonello da Messina. San Sebastiano 1478-1479

Dopo circa un anno di enormi e straordinari sacrifici determinati dalla triplice crisi (sanitaria, economica e sociale), dopo il triplo salto mortale quasi del tutto senza rete, senza copertura, a cui ognuno di noi a causa della pandemia è stato sottoposto, anche in vista degli altri anni altrettanto difficili che nonostante il vaccino ci attendono, ebbene proprio in questo naturale momento di stanchezza e di sfinimento, dalla chiarificazione parlamentare della crisi politica (che da tempo covava come un’infezione trascurata) ci si sarebbe aspettati dei toni più pacati, più comprensivi e concilianti, soprattutto in rispetto delle oltre ottantamila vittime mietute dal Coronavirus. E invece i toni aspri e aggressivi usati dai rappresentanti dell’opposizione ci hanno oltremodo avvelenato quelle due giornate, le hanno reso ancora più grigie e amare, costringendoci più di una volta a voltarci dall’altra parte colmi di disgusto e di vergogna mandando con un gesto quei politicanti a quel paese, inducendoci non a tapparci il naso ma ad abbassare e poi a togliere il volume della televisione e qualche volta addirittura a spegnerla. Eppure sapevamo già del comportamento del tutto ingiustificato, inadeguato e ostacolante mantenuto dalle opposizioni durante l’attività svolta perlopiù in apnea dal governo nel cercare di evitare il peggio, nel chiedere e nel trovare aiuti e ricoveri all’Europa. E ci chiedevamo già allora se, in un momento simile, in cui tutto un popolo viene chiamato a compiere uno sforzo comune, era possibile accettare un comportamento così disdicevole e (esso sì) incomprensibile da parte della nostra italica opposizione, incurante del numero dei morti che cresceva ogni giorno, dapprima nel nord, nella laboriosissima Lombardia, e in seguito, dopo il primo esodo invernale e soprattutto dopo quello estivo, anche nel sud e in tutto quanto il Paese.

Insopportabile, assurdo e offensivo era ed è nel frattempo l’atteggiamento negazionistico adottato dagli oppositori (e non solo da essi, purtroppo) sia contro l’esistenza stessa del virus sia contro i numerosi Dpcm. E ciò all’unico scopo di non consentire che venisse rallentato o addirittura arrestato il veloce e vorticoso movimento generato da quel loro microcosmo industrial-affaristico, in cui gli uomini sembrano condannati a ricavare un utile sempre maggiore di quello necessario per vivere. Un microcosmo in cui anziché il bene si ricerca affannosamente il benessere; in cui tutto, come in un immenso gorgo, viene triturato e visto come occasione di investimento, di guadagno immediato, di reddito, qualcosa in ogni caso di utile, di utilizzabile. Come se il loro sordido utilitarismo li spingesse all’eccedenza e all’eccessivo, a un’avidità incoercibile, a un volere tutto di tutto e di più. Un tutto che una volta ottenuto diventa subito niente. Un utilitarismo nichilista, dunque, la cui eccessività si riflette e trova il suo immediato canale espressivo nel loro linguaggio dai toni insopportabilmente eccessivi. Un linguaggio che considera tutto alla stessa stregua, che viene usato come un’arma, perché non fa differenza alcuna, non pone limiti all’indecenza e che prova anzi piacere nell’esagerazione offensiva. Ne abbiamo avuto l’ennesima riprova durante il dibattito in Senato quando i baldanzosi esponenti della destra – dallo sguardo da ballestero, ci verrebbe da dire con Revelli – facevano a gara nel dirla più grossa, nel toccare i punti deboli, nell’offendere le persone, specie quelle che andrebbero invece massimamente rispettate per il loro passato, per la loro storia, che è la nostra storia, la storia di tutti, compresi quegli stessi deputati e senatori utilitaristi, nichilisti e negazionisti.

D’altronde è chiaro: l’esecutivo ha commesso degli errori nell’affrontare le emergenze determinate dalla pandemia. Ma è altrettanto chiaro che chi si è trovato ad operare in quei momenti difficili non poteva esimersi dal commetterne. Specie per le evidenti e pregresse carenze del sistema sanitario nazionale, sia nel settore pubblico sia soprattutto in quello privato. Tutti avrebbero potuto commetterne. Chi più, chi meno. E la sorte questa volta ci è stata clemente, perché nelle folli giravolte dei governi e dei loro fantasiosi rimpasti ci ha trovati affidati nelle mani di persone sì giovani e forse ancora inesperte, ma quanto meno responsabili e dal volto umano. Certo, compito dell’opposizione è di esprimere contrarietà, obiezioni, proporre correzioni, integrazioni, alternative, come pure di manifestare sfiducia, qualora la maggioranza governativa in carica se la meriti. Ci sono tuttavia modi e modi. I suoi rappresentanti avrebbero infatti non già potuto (perché questa possibilità è a essi negata dal loro radicato utilitarismo) ma dovuto motivare il loro disappunto usando altri toni: i toni certamente severi e risentiti della critica politica, ma espressi in maniera pacata e rattenuta, propria della serietà e della responsabilità, i toni velati della mestizia che la tragedia del momento richiede, quelli della riflessione e dell’analisi rigorosa, non quelli indignati e offensivi, livorosi e aggressivi intonati dalla voce rasposa del puro cinismo demolitore. E ciò sia da parte delle componenti maschili sia (e questo ci ha sinceramente sorpresi, costringendoci a togliere il volume alle loro voci piene di veleno) di quelle femminili, all’unico scopo, appunto, di demolire quel poco di stabilità che il governo, in carica da circa un anno e mezzo, consente.Veleno di serpenti sotto le loro labbra. Piena di maledizione e di amarezza la loro bocca. Rapidi i loro piedi a versare sangue. Distruzione e disgrazia sui loro cammini. E il sentiero della pace lo ignorarono”: queste le parole che ci venivano in mente mentre, combattuti, seguivamo quella diretta. Sono quelle che Paolo di Tarso riporta nella Lettera ai Romani mutuandole dai Salmi e da Isaia.

In questa nuova circostanza, a far da testa d’ariete per loro, per oppositori di tal risma, è proprio quella del leader di Italia viva (a cui un adulatore si è rivolto chiamandolo ancora Presidente), il quale in questa sua triste esibizione, in questo suo tanto premeditato quanto sconveniente scatto d’orgoglio, ha certamente dimostrato a tutta l’assemblea chi era, di che pasta era fatto, quanto dura fosse la sua cervice e soprattutto quanto implacata ancora fosse la sua sete di vendetta per la sconfitta subita nel 2016. Nel suo tanto atteso discorso al Senato (lungo più di 20 minuti) ha usato modi, toni e termini sorprendentemente simili a quelli utilizzati dagli sdegnosi esponenti di Forza Italia, di Fratelli d’Italia e della stessa Lega, il cui motto è ovviamente “prima l’Italia e gli Italiani”. Nel suo esordio accusatorio, ossia nella sua autodifesa o, meglio, nell’apologo di sé, in una sorta di contorsione sofistica, tanto assurda quanto tragica, in cui tentava di trasformare la sua pur patente irresponsabilità in un atto responsabile, egli diceva ad esempio che occorre un “governo forte”. E in effetti, già quella analogia terminologica, il comparire del termine “Italia” in tutte le sigle dei partiti sopra citati, prelude e lascia immaginare che una certa vicinanza, una certa affinità tra di essi già esista, nel caso un domani si volesse pensare di creare un piccola coalizione alla tedesca, un patto politico per il Paese.

Certo, ben altri nel recente passato sono stati gli spettacoli indecorosi inscenati dalle medesime componenti politiche in quella stessa Camera o al Senato. Ma allora nell’aria c’era odore di mortadella e dinanzi agli occhi eccitati e golosi di alcuni membri del Parlamento oscillavano corde annodate a mo’ di cappio, e in ogni caso in quel tempo di sfascio nella memoria, nell’animo di quei rappresentanti non poteva albergare lo sconforto luttuoso dell’inarrestabile e silenziosa conta dei morti di cui ogni giorno essi pur fanno esperienza. Comunque sia, in questi due giorni si è ripetuto l’identico rituale, lo stesso meccanismo vessatorio, la medesima corsa al massacro, l’incontrollabile e contagioso dare addosso a chi, pur ammettendo platealmente di aver commesso sbagli, ha tuttavia svolto un lavoro assai duro, dei cui frutti però potranno avvantaggiarsi e beneficiare tutti gli altri, anche quelli che mentre guardavano dalla finestra intanto l’ostacolavano allungando, dove possibile, una gamba per fargli lo sgambetto. Durante le loro odiose invettive, era peraltro fin troppo evidente che questi politici della demolizione potevano impostare le loro voci raspose e graffianti, rafforzare le loro lingue intrise di odio, proprio da questo vantaggio già acquisito, cioè da quel grande mucchio di denaro che, come una grande torta, l’Europa ha per la prima volta promesso all’Italia come fondo per la ripresa. Dopo essere riuscito ad ottenere questo sostegno finanziario, ora dunque, secondo i risentiti membri dell’opposizione, il capo del governo dovrebbe farsi da parte. Be’, troppo comodo. È peraltro molto probabile che senza la garanzia di questo supporto essi non avrebbero usato gli stessi toni livorosi, ma se ne sarebbero stati zitti, come in effetti hanno fatto nonostante tutto il loro incontentabile e incontenibile strombazzamento, finché non l’avesse ottenuto. Finché, diciamo così, non avesse portato a termine il lavoro difficile e pesante. Il lavoro “sporco”. A tal proposito, fra i tanti interventi efficaci emersi dai banchi dei sostenitori del governo, ha certamente colto nel segno quello in cui si precisava che mentre al governo interessava ottenere il Recovery Fund, all’opposizione strepitante importava più che altro possederlo. E in effetti, quella a cui abbiamo assistito in due giorni trascorsi davanti alla televisione, è stata una lunga, monotona e stomachevole liturgia politica, una partita di colpi e contraccolpi giocata tra demolitori e costruttori, tra chi voleva distruggere la figura tragica del capo del governo (simile in questo penoso frangente a un San Sebastiano di palazzo Chigi, santo la cui memoria per la Chiesa cattolica ricorre proprio il 20 gennaio) e chi ogni volta cercava di ricomporla. Era un dibattito che assomigliava a una simulazione di guerra. A uno scontro tra due avversari che, pur coabitando nella stessa casa, si trattavano come nemici a causa del diverso modo di impostarne la gestione. Alle sempre più scomposte e monocordi accuse degli smantellatori, il Presidente del Consiglio (a cui, per sminuirne il valore, la rabbiosa segretaria di Fratelli d’Italia, si riferiva con il semplice appellativo di “avvocato”) nella sua replica ha reagito con composte e puntuali elencazioni delle cose già fatte dal governo, non dimenticando alla fine, a proposito del ritardo nell’incarico per gli appalti, di prospettare il concreto rischio di pericolose infiltrazioni mafiose.

Il rancore verde-scuro contro questo governo giallo-rosso discende forse da due motivi. Anzitutto dall’invidia, come si è accennato, di essere riuscito, esso, ad ottenere dall’Europa quella fiducia che i precedenti governi non si sarebbero mai neppure sognati: sia quelli guidati da esponenti del centro-destra (incancellabili le pessime figure del capo condominio della Casa delle libertà al Parlamento europeo e non solo), sia quello guidato dall’ex segretario del Pd (il quale verrà forse ricordato per il suo “Stai sereno Enrico” e per aver cancellato l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori), sia infine quello giallo-verde, in cui il ministro degli Interni, in quanto sovranista, era ed è dichiaratamente antieuropeista. Ma davvero, domandava a conferma di ciò una senatrice del Pd, si sarebbe ottenuto il fondo con un governo sovranista? L’altro motivo di livore si può riscontrare nel fatto che nei gravi problemi che l’attuale esecutivo fa fatica a risolvere, gli sfascia-governi scorgono la loro stessa incapacità, rivedono cioè quegli stessi problemi che loro hanno lasciato in eredità al nuovo governo, problemi che non solo non sono stati capaci di risolvere, ma che hanno addirittura contribuito ad aggravare ulteriormente.

Ad ogni modo, i termini che in quella lunga seduta parlamentare sono filtrati con maggiore frequenza attraverso le mascherine traballanti dei depurati e dei senatori sono stati due: “incomprensibilità” e “irresponsabilità”, riferiti ovviamente alla decisione presa dal partito più piccolo della coalizione governativa. Grazie al cui contributo, tuttavia, era nato il governo Conte 2, dopo la fine del precedente esecutivo determinata dalle intenzioni esplicitamente autoritarie del segretario della Lega, il quale, si ricorderà, per poter risolvere i problemi che affliggono il Paese, e approfittando dei pur larghi consensi ottenuti sulla questione immigrati, chiedeva agli Italiani di poter avere pieni poteri.

Dell’irresponsabilità abbiamo già accennato a proposito non tanto del trasformismo politico, ma del funambolismo semantico, perché, come si è già detto, proprio uno dei sostenitori di quella scelta scellerata, di quell’azzardo politico, cioè uno degli irresponsabili, sosteneva che la loro decisione sarebbe stata dettata da un atto di responsabilità, al fine di stimolare il governo a far meglio e più in fretta. Ma il risultato, sotto gli occhi di tutti, è stato purtroppo quello di averne rallentato l’azione. Peggio ancora: è stato quello di aver distolto temporaneamente l’attenzione e con essa anche il volto dal problema principale, di fare del dibattito politico una distrazione, tanto gradevole quanto pericolosa, dal dramma della pandemia. A proposito della leggerezza con cui sono state usate le parole in quel tempio laico della parola che è il Parlamento, a un certo punto, addirittura, una senatrice di Forza Italia ha sbottato impudicamente dicendo che il Consiglio dei Ministri approfitta delle difficoltà generate dalla pandemia per restare attaccato alle poltrone. Come e quanto deve essere contorta la mente di una persona per concepire una diavoleria simile? Davvero così poco pesa la sostanza della sua coscienza? E soprattutto, si può giocare, si può speculare così con la vita e con la morte degli esseri umani? Fino a che punto si può essere insensibili alla pietà per i morti? Si tratta peraltro della stessa persona che, per rimarcare l’inesperienza politica del Presidente del Consiglio, con una metafora eccessiva e scabrosamente materiale lo definisce “vergine”. A rincarare ancora la dose, per rimarcarne il supposto trasformismo, a darle manforte un senatore di Fratelli d’Italia che definisce “liquida” la personalità del Presidente. Anche perché, aggiunge, eccedendo nei toni sprezzanti e offensivi rivolti più alla persona che alla funzione, “non è un’aquila”, ma “un’anatra zoppa”. Bene ha fatto pertanto il Presidente nella replica, rispondendo pacatamente sulla questione delle poltrone che l’importante non è tanto occuparle o mantenerle, ma sedervisi con “dignità e onore”.

Da quanto si è detto si può pertanto desumere che per la coalizione governativa la grave responsabilità degli irresponsabili azzardosi dipende da due gravi ingenuità: in primo luogo nel non essersi resi conto che l’apertura della crisi politica potrebbe mettere in serio pericolo gli aiuti europei e con ciò stesso l’intero sistema Paese; e in secondo luogo nel non prevedere che quella mossa azzardata potrebbe consegnare l’Italia ed eventualmente gli stessi 209 miliardi del Fondo nelle mani della destra, di questa destra ingorda di potere, nel malaugurato caso in cui si dovesse andare ad elezioni anticipate. Non è detto infatti che vi si vada. Ma un calcolo anche approssimativo dà subito l’idea della compattezza del centro-destra. Ecco il motivo che ha responsabilmente spinto un senatore del Psi a rompere la sua alleanza con Iv, a prendere le distanze da quello che egli stesso ha denominato “azzardo non condivisibile”, e a dare quindi il suo sostegno al governo. Anche un esponente del M5s ha definito gioco d’azzardo quello del Giamburrasca toscano (così lo definisce Augias), ma ha in più avvertito che la cooptazione dei cosiddetti “responsabili” in questa nuova guerra tra guelfi e ghibellini, tra nazionalisti e internazionalisti, tra demolitori e costruttori si potrebbe rivelare un sorta di cavallo di Troia. Nel senso che gli astiosi e astuti achei potrebbero usarli per impossessarsi della rocca di Ilio.

Quanto infine all’incomprensibilità di quella strana mossa sulla affollatissima scacchiera della politica italiana, certo del tutto indecifrabile essa è subito parsa a molti politici. Una mossa laterale e latente, tipica del cavallo, dettata da ragioni non solo politico-strategiche, ma anche psico-politiche. Non vogliamo qui tornare su queste ultime, ossia sui noti aspetti caratteriali del soggetto, del giocatore d’azzardo. Più interessante è piuttosto soffermarsi sulla trama politica che con quella manovra avrebbe voluto tessere e realizzare. Non è tanto difficile da cogliere e da comprendere. Avrebbe voluto sparigliare il tavolo del governo affinché lui, che ne ha favorito la nascita, e i componenti della sua piccola ma imprescindibile squadra, potessero avere un ruolo chiave nella gestione dell’emergenza. Perché lui, con la sua annosa esperienza politica alle spalle, fatta dei già citati momenti gloriosi, si ritiene in queste cose più capace di un semplice “avvocato”. Lui, che certamente dirà che la sua astensione è stata anch’essa motivata da un atto di responsabilità. Mentre invece non è, lo si comprende facilmente, che un modo come un altro per lasciarsi aperta una porta dalla quale potrebbe essere ripescato per via di qualche strano calcolo di palazzo. Nel caso in cui poi questa porta non riuscisse a dischiudersi (ecco un altro elemento della sua comprensibile trama), potrebbe aprirglisi, lo abbiamo già accennato, la finestra, il possibile spiraglio di un governo di solidarietà nazionale in una coalizione partitica a guida centro-destra. Col rischio, in quest’ultimo caso, che nel momento in cui si andrà alle urne, nel 2023, egli sarà costretto a ripassare all’opposizione, visto che molto verosimilmente il centro-destra riuscirà a governare con le sue sole forze. Ma chi se la sentirà, chi avrà l’ardire allora nel centro-sinistra di stipulare un nuovo patto di legislatura con questo senatore poco affidabile, con questo nuovo Don Chisciotte della politica? Egli, come si è visto, ama il rischio, l’impresa ad effetto. Anche se a rischiare non è tanto e solo lui, ma anche l’insieme dei Sancho Panza, cioè l’intero Paese. E se crede, come dice il poeta, che è dal pericolo che potrebbe nascere la sua salvezza, noi da parte nostra confidiamo che pur nella sua costitutiva balnearità questo governo parlamentare abbia comunque in sé la capacità di sottrarci alle grinfie del nulla, di portarci tutti quanti, prima o poi, fuori dal buio, lungo e noioso tunnel della pandemia. Ma questo esito positivo, ormai dovrebbe essere chiaro a tutti, dipenderà anche da noi. Soprattutto da noi.

Ivrea, 23 gennaio 2021

Ibsen Mimesis

 

 

Intervista a Franco Di Giorgi

di Domenico Capano

FRANCO DI GIORGI, Il dramma dell’esistenza mancata. Dell’esser sé stessi e della falsificazione. Saggio su Ibsen (Mimesis, 2020, 316 pagg.).

Professor Di Giorgi, dopo il suo corposo lavoro su Giobbe (Giobbe e gli altri, del 2016), dopo il saggio in cui ha avuto modo di riflettere sul vangelo apocrifo di Tommaso (Il Luogo della Vita, del 2018) e quello su San Paolo, Hodòs eirènes. Il “sentiero della pace” nelle lettere paoline (del 2019), ora è uscito per Mimesis questo nuovo saggio su Ibsen, Il dramma dell’esistenza mancata. Dell’essere sé stessi e della falsificazione. Ce ne vuole parlare? A cosa si deve il titolo?

Ibsen Mimesis di Franco Di Giorgi Il titolo di questo mio saggio – Il dramma dell’esistenza mancata – trae spunto in generale dai drammi di Ibsen e in particolare dal titolo di un’opera di Ludwig Binswanger, Tre forme di esistenza mancata, del 1956. Nel 1949 però Binswanger aveva già pubblicato un altro scritto, sempre sull’autore norvegese: Henrik Ibsen. La realizzazione di sé nell’arte. Binswanger è uno psichiatra svizzero che ha sviluppato un’antropoanalisi ispirandosi all’analitica esistenziale svolta da Heidegger in Essere e tempo, nel 1927. La tesi di questo studioso è che forme di esistenza mancata come la stramberia, la fissazione e il manierismo non si debbono necessariamente ridurre solo a semplici patologie, ma si possono anche considerare come delle possibilità esistenziali, dei modi di vivere. Egli ravvisa infatti la fissazione in uno dei personaggi di Ibsen più rappresentativi, più noti e più rappresentati, Il costruttore Solness (1892), uno dei drammi della maturità ibseniana, scritti in patria, in Norvegia, dopo aver vissuto e lavorato per molti anni, per 27 anni, all’estero, in Italia (Roma) e in Germania (Dresda e Monaco).

In che cosa consiste esattamente l’esistenza mancata?

L’esistenza mancata è una categoria esistenziale che, secondo una certa gradualità, si attaglia a molti dei personaggi ibseniani, il cui travaglio, la cui condizione costituisce la sostanza della drammi di Ibsen. L’esistenza mancata viene vissuta come imperfezione, errore ed erranza, come vita deviata, sbagliata, non colta appieno, non vissuta in modo autentico. C’è un termine paolino che la definisce bene, l’hamartía, il peccato.

Per poter comprendere la condizione esistenziale travagliata di questi personaggi – nei quali si riflette anche la nostra attuale condizione – occorre distinguere il concetto di esistenza in ex-sistenza e in vivere. Nella prima vi è la consapevolezza dell’essere nel mondo, nel secondo no.

Il dramma dell’esistenza mancata prorompe nei personaggi ibseniani quando prendono coscienza della loro condizione. Questa consapevolezza è presente solo in alcuni di essi: ad esempio in Skule ne I pretendenti al trono (1864), in Bernick ne I pilastri della società (1877), nella stessa Nora de La casa di una bambola (1879); ma la maggioranza di essi vive e si lascia vivere senza preoccuparsi della propria vita, anzi cerca in tutti i modi di non preoccuparsene, come ad esempio Hjalmar nell’Anitra selvatica (1886). I più coscienti sono quelli che vogliono instaurare un rapporto veritativo con sé stessi; gli altri, pur di vivere o di sopravvivere, cercano in tutti i modi, come già osservavano Pascal e Kierkegaard, di dimenticarsi del sé stessi, cioè della propria vita.

Occorre distinguere infatti anche tra propria vita, che è quella autentica del Sé stesso; vita propria, che è la vita in sé, intesa come processo; e vita impropria, che è quella vissuta falsamente e in modo inautentico dai più, e quindi una non-vita, una vita falsa.

Ma occorre distinguere altresì pure all’interno del medesimo in-dividuo, nel quale sono compresenti un Sé stesso, perlopiù relegato a utopia se non a atopia, e un Io, un’istanza che pur di sopravvivere, si rende disponibile a obliare il vero Sé stesso e ad assumere qualità e ruoli che non gli sono affatto propri. Da qui, da questa duplicità interiore vissuta nei consapevoli come lacerazione, il motivo per cui nel saggio il termine in-dividuo compare sempre con il trattino in mezzo. In molti di questi Io, ad esempio in Hjalmar, l’oblio del Sé stesso, diviene addirittura una seconda natura, in alcuni altri, invece, nei pochi, ad esempio in Skule, crea profondo disagio.

Una visione certamente pessimistica quella che emerge dall’opera di Ibsen. Ma c’è in questo drammaturgo una via per redimersi da un siffatto peccato, dall’hamartía, dall’esistenza mancata?

In Ibsen non c’è nessuna redenzione. C’è tuttavia una possibilità di risveglio al Sé stesso. Ma non dipende mai dalla volontà del singolo in-dividuo. Il risveglio è sempre il frutto del mero caso. Immerso nell’oblio, l’Io da solo non sarà mai in grado di ridestare il vero Sé stesso. Per giungere a questo risveglio è sempre necessario, per Ibsen come per Socrate, la semplice e casuale presenza di un Tu, il quale per ottenere quel risveglio, deve essere necessariamente pathico, deve cioè suscitare un pathos, un dolore nella coscienza addormentata dell’Io. Questo pathos, questo dolore, è l’effetto dell’in-essenzializzazione che il Tu pathico genera nell’Io, il quale raggiunge la sua essenzializzazione, e quindi il possibile recupero del Sé stesso perduto, solo mediante la sua inessenzializzazione, cioè solo attraverso la spoliazione delle sue innumerevoli maschere.

Ma ammesso che sia superabile, questo disagio esistenziale prevede solo la figura dell’Io e del Tu? Non c’entra per nulla la società in cui essi vivono?

È importante sottolineare che per Ibsen questo doloroso travaglio esistenziale, causato dalla lacerazione intima Io-Sé stesso, non riguarda solo l’individuo, la sfera individuale, riguarda anche la società, la sfera sociale, e quindi anche gli altri. La lacerazione individuale riflette quella sociale e viceversa. Se la società è malata è perché l’individuo è malato. E viceversa. È questa interrelazione tabifica che caratterizza i drammi di Ibsen, è un’aria mefitica che vi si respira.

Nella società la dialettica Io-Sé stesso corrisponde non solo e non tanto alla classica lotta di classe borghesia-proletariato, ma corrisponde soprattutto a quella contraddizione ancora più classica, quella esiodea, tra il bene e il benessere, a causa della quale il bene viene sistematicamente sacrificato per il benessere. Si vedano a tal proposito le ragioni del dottor Stockmann ne Il nemico del popolo, del 1882.

Non solo. Per garantire questo suo benessere la società deve creare la lacerazione nell’in-dividuo, affinché esso rimanga sempre disponibile per le esigenze di questa società unidimensionale, anche se ciò implica per ogni singolo il dover rinunciare al Sé stesso, il tradimento della propria vocazione, la repressione della propria predisposizione.

Da un lato, dunque, la società non può non falsificare la coscienza dell’in-dividuo, favorendone cin tal modo l’alienazione, l’estraneazione e la contraffazione del Sé stesso con l’Io; dall’altro lato, tuttavia, l’individuo, pur di non avvertire quel dolore, quel pathos che ogni vero risveglio comporta, finisce con l’assuefarsi a quel sistema sociale, cercando anzi di fare in modo che nulla cambi rispetto a quell’ordine delle cose.

Foto del Libro di Franco Di Giorgi su Ibsen

Il dramma dell’esistenza mancata. Dell’essere sé stessi e della falsificazione. Saggio su Ibsen, Franco Di Giorgi, 2020

Disponibile anche su Amazon

Torino, 3 dicembre 2020

Giornata internazionale CONTRO la violenza sulle donne

25 novembre, 2020.

L’altra storia di Lilìth di Franco Di Giorgi

L’altra storia di Lilìth, commento al video

No violenza

No violenza. Lo stupro, opera di Caterina D’Amico, scultura in gesso dipinta con colori acrilici, misure reali, anno 1994).

Il sesso non ricambiato è violenza e reato.

L’opera di Caterina D’Amico è a grandezza naturale e intende denunciare la sconvolgente esperienza dello stupro. Ricoperta di frammenti di specchio, la veste ribaltata sul volto della donna evidenzia la non partecipazione all’atto sessuale.

Secondo alcune testimonianze, il corpo violentato della donna rimane come un involucro privo di forza e di volontà di vivere, tale per cui l’essere umano si sente sporco, dentro.

Assaliti dalla curiosità, durante le esposizioni alcuni uomini si avvicinavano chiedendo: “Chi è quel purcun che ha fatto questa scultura?” La risposta che si poteva dare era: “Il purcun è colui che anche davanti a questo corpo violentato e abbandonato vede solo sesso, solo un’ulteriore preda da usare come vittima”.

Durante la fruizione ravvicinata dell’opera, facendolo rispecchiare in quei cocci di vetro spezzato, l’artista cerca di mettere in grado lo spettatore di ribaltare il senso della vergogna su un potenziale stupratore, su colui che ha potuto o che, date certe condizioni, potrebbe osare quella violenza.

Sull’opera si veda il video su YouTube “Sguardo oltre la pelle” (2005) di Lino Budano.

No violenza, Lo stupro, opera di Caterina D'Amico

Video Sguardo oltre la pelle di Lino Budano:

No violenza

L’altra storia di Lilìth

di Franco Di Giorgi

 Sin dall’inizio nel giardino apparvero in due. Le prime parole che lui le rivolse quando se la vide dinanzi furono queste, ispirate da un poeta dell’amore eterno: «Mi piaci quando taci perché sei come assente. Distante e dolorosa come se fossi morta». Dentro di sé, infatti, cercava il silenzio primigenio, desiderava la solitudine originaria, l’integrità fisica, il primato e il privilegio dell’unicità, quella beatitudine di cui aveva goduto ancor prima di quell’inizio e che Dio purtroppo gli aveva negato pensando che egli, Adam, si annoiasse e che non stesse bene che fosse solo. Lui, il solo a non essere stato generato da una donna, lui che non conosceva madre, ora se ne trovava invece una davanti, molto simile a sé, Lilìth, la madre di tutte le altre madri, la quale per di più pretendeva di essere la madre anche di lui, di Adam, perché ogni uomo, e a maggior ragione anche il primo, è destinato a una donna che ricorda la propria madre. Con la stessa pasta, con la medesima ’adamàh, Dio aveva creato due esseri, di cui uno, l’essere femminile, riteneva di essere la madre dell’essere maschile. Era lui, invece, che voleva essere la madre anche di lei, della donna. Non ci mise molto a disfarsi di Lilìth e addormentandosi si dispose in modo che Dio gliene formasse un’altra secondo l’immagine che avrebbe visto in sogno, però utilizzando questa volta la propria ’adamàh, la sua stessa materia maschile. Da lui, da Adam, dall’ish nacque così, subito dopo il primo femminicidio, lei, Eva, l’ishàh.

L’occhio pietoso dell’arte, però, ritorna sul corpo abbandonato di Lilìth, procedendo a una specie di silente “exoscopia”, a un esame dettagliato dell’epidermide, della pelle, sotto la pelle, oltre la pelle, a un’amorosa perlustrazione purificante della carne violentata, mentre il rumore del mondo scorre via veloce come il tempo e qualsiasi parola diviene luogo comune, betîse, chiacchiera, sfondo sonoro neutro che alla lunga neutralizza anche quel corpo abusato e persino la stessa violenza, ormai accettata da quasi tutti gli uomini come qualcosa di inevitabile, come una dannazione. Sì, una maledizione, un destino ineluttabile come la morte, incancellabile come una stimmate, insanabile come la gelosia, quella «piaga biforcuta», quella specie di peste che ci viene inflitta nello stesso istante in cui nasciamo, ebbe a dire nel frattempo un altro poeta eterno. Ma ogni gesto, soprattutto quello suscitato dal dubbio, quello arrogante e aggressivo che non vuole e non riesce a riconoscere l’assoluta indipendenza dell’altro da sé, della donna dei suoi sogni, è il prodotto di una ferinità che la cultura umana, specie quando si rende dogmatica, ha più volte suscitato sperando di rimuoverla. La quotidiana violenza sul corpo femminile, sull’altro genere umano, ha quindi la sua spiegazione nel nostro lontano passato, sia nella preistoria immaginata che nella storia vissuta, specialmente in quella riportata nei testi sacri, come pure in quelli non sacri ma che da quelli sacri hanno tratto ispirazione.

La comunicazione del misfatto, poi, quanto più sembra essere preoccupata, tanto più diventa nefandezza, favorendo e accelerando in tal modo la liquefazione e il definitivo oblio del corpo offeso, sul quale, naturalmente, una volta erasa l’immagine umana, l’evento brutale si traduce in affare commerciale soggetto alla legge del mercato, da cui, com’è noto, dipende la saldezza dei sistemi economici e delle stesse nazioni.

Non resta allora che l’attento esame delle lividure esterne e interne, sopra, sotto e oltre la pelle, per cercare di andare oltre il dolore; non rimane che la comprensiva osservazione di quella carne lacerata, di quelle ferite immedicabili, cercando, attraverso quei deboli riflessi di luce che nella notte dei tempi ancora rivelano il corpo ribelle di Lilìth, di ricavare segni con cui formare pazientemente parole, parole nuove per un linguaggio nuovo, grazie al quale gli uomini, i discendenti di Adam, possano finalmente apprendere il modo per superare la loro dannata violenza innata, che è il vero peccato originale.

Questo testo vuole essere una libera interpretazione del video (Sguardo sotto la pelle: https://www.youtube.com/watch?v=mcpDyo9XG4E) che l’artista Lino Budano ha realizzato nel 2005 in collaborazione con Caterina D’Amico e che quest’anno hanno voluto riproporre in occasione della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne.

Dopo escursioni nel campo della pittura e della scultura, da circa 20 anni Lino Budano si occupa di “ricerca visiva”, dedicandosi al lavoro dell’immagine come contaminazione di generi e di linguaggi diversi.

Il mondo della pictoscultura di Caterina D’Amico sottolinea «il senso di straniamento e disagio dei personaggi che mostrano di subire, senza speranza, un mondo che li opprime, mortificando la libertà e soffocando l’unicità e la personalità individuale, in vista di una ampia, omogenea realtà massificata e senza anima» (Enzo De Paoli).

Ivrea, 26 novembre 2020

Franco Di Giorgi

 

25 novembre 2020