Esplora il pensiero di Sergio Dalmasso, storico e scrittore impegnato, proveniente dalla nuova sinistra. Con una vasta produzione letteraria, Dalmasso ha scritto 10 libri che spaziano dalla storia della sinistra italiana al ritratto di figure chiave come Lucio Libertini, Lelio Basso e Rosa Luxemburg.
Tra le sue opere più recenti, spicca ‘COMANDANTE CHE GUEVARA’, edizioni Red Star Press, Roma, ottobre 2025 e ‘RIFONDAZIONE COMUNISTA’ (Ed. Red Star Press, Roma, 2021), un’analisi approfondita del secondo decennio della formazione comunista.
Approfondisci la storia della sinistra italiana con ‘LUCIO LIBERTINI. Lungo viaggio nella sinistra italiana’ (Edizioni Punto Rosso, Milano, 2020) e scopri la vita e le opere di Rosa Luxemburg con ‘UNA DONNA CHIAMATA RIVOLUZIONE’ (Red Star Press, Roma, 2019).
Sergio Dalmasso ha contribuito in modo significativo alla comprensione della storia politica e sociale italiana,
focalizzandosi su figure come Lelio Basso, Lucio Libertini, Antonio Giolitti ed esaminando la rifondazione comunista dallo scioglimento del PCI al ‘movimento dei movimenti’.
Con libri come ‘Il PCI dalla legge truffa alla morte del migliore’ e ‘Il caso Manifesto e il PCI degli anni ’60’, ha analizzato criticamente momenti cruciali nella storia politica del paese.
Il suo impegno nella divulgazione storica si riflette anche nella cura dei Quaderni semestrali del CIPEC, giunti al numero 72 nel 30° anno di pubblicazione (2024) e tanto altro.
Esplora gli scritti di Dalmasso per accedere a un ricco patrimonio di conoscenze sulla storia politica italiana e alla vasta produzione letteraria, libri, opuscoli, quaderni CIPEC, cure, schede, articoli e saggi, di Sergio Dalmasso.
In Il ciclostile, n. 19 dicembre 2025, Sergio Dalmasso, Comandante Che Guevara. La vita, le battaglie e il pensiero politico di un rivoluzionario. Presente anche in Schede e recensioni.
Roma, RedStarPress, 2025, pp. 314, 120 fotografie in b/n, 20 euro
Il ciclostile recensisce il libro di Sergio Dalmasso Comandante Che Guevara n.19 dicembre 2025
A quasi 60 anni dalla morte, la grande figura di Che Guevara continua a vivere nella coscienza collettiva per il grande esempio che ha trasmesso, per l‘immagine pura e non corrotta dal potere, per il legame continuo tra quanto pensato, detto, messo in atto.
Nella attuale crisi frontale di ipotesi alternative, nel crollo di riferimenti, nell‘affermarsi di una destra suprematista, razzista, neofascista, ma anche di una pseudo sinistra liberista, atlantista, totalmente omologata, nella progressiva scomparsa di speranze di trasformazione, la sua immagine il suo volto sembrano costruire una alternativa ancor oggi viva.
Affascinano il disinteresse, la continua volontà di rimettersi in discussione,
il cominciare dal nulla, vincere, divenire ministro e il rinunciare a tutto, partendo per imprese disperate, a 37 anni, con pochi uomini, gravato da una malattia che lo accompagna dai primi anni di vita.
Il libro ripercorre le interpretazioni, le letture, la “fortuna” del Che nei vari decenni, la sua vita dall‘Argentina ai viaggi, dalla vittoria a Cuba all‘attività di ministro, dalle missioni internazionali alla decisione di creare nuovi fronti contro l‘imperialismo, dal fallimentare tentativo in Congo a quello, tragico, in Bolivia.
Ricostruisce le diverse letture date dalla sinistra italiana (PCI, riviste, Trotskisti, “filocinesi”) nel 1967, dopo la morte e l‘immagine del Che attraverso film, canzoni, poster, anche gadget, veicolata, non sempre positivamente, dai media.
Si chiude con una commovente e profonda lettera di Frei Betto, il cui afflato cristiano si lega all‘amore per il rivoluzionario marxista.
Caratteristica del libro è non essere centrato sull‘interpretazione del guerrigliero eroico, per anni prevalente anche a Cuba.
Questa lettura, pur comprensibile, cancella, anche per comodità, gli aspetti fondamentali del pensiero e dell‘opera di un marxista critico.
Dialoga con l’autore Diego Giachetti, lo storico Sergio Dalmasso.
Appuntamento per giovedì 12 febbraio 2026 alle ore 18:00 presso il Circolo Arci Zenzero Via Torti 35 Genova (Italia).
Presentazione libro di Diego Giachetti Odio i lunedì a Genova
Con il patrocinio del Comune di Genova – Municipio Bassa Val Bisagno.
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Frugando negli anni Ottanta, gli anni del nostro scontento, quelli più stupidi del secolo, ma anche i più belli e divertenti, è impossibile non imbattersi in Vasco Rossi e nel suo sogno realizzato di vivere di musica e canzoni.
La sua produzione artistica ha un piede impigliato in quella storia, nei suoi dilemmi: svalorizzazione del lavoro, riflusso dall’impegno politico, crisi delle utopie, conquista del tempo libero e della notte, ridefinizione del rapporto uomo-donna.
La narrazione del suo viaggio negli anni Ottanta è correlata alle vicende storiche, politiche e culturali di quel periodo.
Così, analizzando il rapporto tra vita e opere dell’artista, il libro guarda attraverso le esperienze di Vasco per raccontare quello strano e affascinante decennio.
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https://www.sergiodalmasso.com/wp-content/uploads/2022/01/Sergio-Dalmasso.png00Sergio Dalmassohttps://www.sergiodalmasso.com/wp-content/uploads/2022/01/Sergio-Dalmasso.pngSergio Dalmasso2026-02-05 23:23:212026-02-06 22:19:01Odio i lunedì allo Zenzero
La corazzata Potemkin (1926) di Sergej M. Ejzenstein, per anni considerata la più grande opera della storia del cinema, è oggi conosciuta soprattutto per la divertente, ma molto discutibile, parodia di Paolo Villaggio.
È lo spirito del nostro tempo.
Il film è stato progettato nel 1925 come parte di un affresco storico per celebrare la rivoluzione russa del 1905, ma ne è rimasto l’unica opera.
La prima, al teatro Bol’soj di Mosca,
il 21 gennaio (anniversario della morte di Lenin) 1926, fu accolta trionfalmente (oggi si dice da pubblico e critica),
a dimostrazione del clima rivoluzionario ancora esistente e della creatività innovativa della concezione marxista e della cultura russa (si pensi alle arti figurative o alla poesia), sino alla imbalsamazione dogmatica degli anni successivi.
Il film racconta l’ammutinamento della corazzata, il rifiuto, da parte del plotone di esecuzione, di fucilare i marinai, colpevoli di avere rifiutato il rancio avariato.
Gli ufficiali vengono gettati in mare, uno dei capi della rivolta viene ucciso.
Sulla scalinata di Odessa la folla solidarizza con gli insorti, ma i cosacchi la massacrano (è la scena più nota e drammatica, forse la più citata nelle storie del cinema).
Dalla nave si sparano cannonate sul palazzo del Quartier generale del comando,
ma interviene la flotta zarista e la Potemkin deve prendere il largo, innalzando la bandiera rossa e passando indenne tra la flotta che non osa colpirla. Anzi, dalla nave ammiraglia imperiale si leva il messaggio Fratelli!,
manifesto politico finale dell’opera.
Il film parte dalle esperienze innovative del Cine occhio di Dziga Vertov,
le supera verso il realismo, in una coralità ed epicità che il regista, alla sua seconda opera (la prima, Sciopero, è stata sottovalutata), ritroverà con il successivo Ottobre (1928),
celebrazione del decennale della rivoluzione, eccezionale opera corale che sarà, però, criticata dal “partito” per l’eccesso di similitudini, allusioni e per l’uso del montaggio che esce dai canoni tradizionali 1.
Gianfranco Vanni, fumettista, dopo esperienze nel clima bolognese di fine anni ’70 e la lunga collaborazione a Frigidaire (editore Primo Carnera), con lo pseudonimo “Collirio” è autore di molte opere che hanno toccato, fra le tante, anche tematiche politico-sociali (Storia di Ferrara a fumetti, l’omicidio di don Minzoni, Lettere dal Vietnam).
Nel suo racconto per immagini della Corazzata Potemkin 2, il disegnatore segue lo schema del film.
La finalità della pubblicazione, non a caso edita dalla Redstarpress
che ha frequentemente usato il fumetto, strumento di facile accesso per i giovani, per narrare fatti storici, è di evidenziare come la rivoluzione russa del 1917 abbia un retroterra profondo.
Non a caso, il testo è aperto dalla frase di Trotskij che era posta all’inizio del film (ovviamente censurata nella sua versione definitiva):
“Lo spirito dell’insurrezione aleggiava sulla terra russa…L’individuo si stava dissolvendo nella massa, e la massa si stava dissolvendo in quella deflagrazione”.
Tra il 1904 e il 1905 l’impero zarista subisce una umiliante sconfitta nella guerra contro il Giappone. Il peggioramento delle condizioni di vita della popolazione provoca scioperi e manifestazioni. Il 9 gennaio 1905, una manifestazione che intende presentare una petizione allo zar è oggetto di un massacro (centinaia di morti).
Si susseguono le proteste, operaie e contadine.
I Soviet divengono strutture di democrazia di base, un embrione di contropotere. I partiti socialisti sono divisi e dispersi, I dirigenti sono maggioritariamente in esilio.
Il caso della Potemkin si colloca in questo quadro e si lega ad un sciopero in corso (giugno 1905) nella città di Odessa.
L’ammutinamento della corazzata non produce risultati, ma assume valore simbolico in un anno in cui Lenin propone la dittatura democratica rivoluzionaria degli operai e dei contadini, in cui Trotskij esalta la funzione dei Soviet e lo zar è costretto a concedere diritti civili e politici, ipotizzando il passaggio a una monarchia costituzionale.
Il testo segue lo schema del film,
tentando di riprodurne scelte tecniche (il montaggio per attrazione), la presentazione di alcuni motivi centrali (l’occhio, i vermi nella carne, metafora della corruzione della società zarista…).
Il disegno tenta di riprodurre i volti dei marinai, del popolo di Odessa (la scalinata), il bianco e nero di un grande capolavoro cinematografico.
Libro da conoscere per ripensare ad un fatto storico e alla sua grande rappresentazione cinematografica. Anche per superare i luoghi comuni.
1 Gianfranco Vanni Collirio, La corazzata Potemkin, Roma, Redstarpress, 2026.
2 Tutta l’opera successiva del regista sarà segnata da problemi con la censura, dall’impossibilità di dar vita a molti progetti, ai limiti imposti alla sua ricerca teorica. Analoghi problemi avrà nella sua avventura americana, in particolare nella realizzazione, incompiuta, di Que viva Mexico!
In data 25 dicembre 2025 alle ore 22:56, usando in GEMINI (di GOOGLE) il semplice PROMPT “Info sullo storico Sergio Dalmasso” ho avuto da essa la seguente risposta, meritevole di divulgazione, (Domenico Capano, 4 gennaio 2026):
Sergio Dalmasso a Cuneo in occasione della presentazione del suo nuovo libro su Che Guevara, 2025
Sergio Dalmasso e la storiografia del movimento operaio: un’analisi sistematica tra militanza, ricerca archivistica e memoria politica
L’opera e l’itinerario biografico di Sergio Dalmasso si pongono come un punto di intersezione fondamentale nella cultura politica italiana, rappresentando un tentativo coerente di coniugare la ricerca storica rigorosa con l’impegno civile diretto. Nato a Boves, in provincia di Cuneo, nel 1948, Dalmasso ha attraversato la seconda metà del Novecento e il primo quarto del ventunesimo secolo non soltanto come testimone oculare delle trasformazioni della sinistra, ma come uno dei suoi principali cronisti e teorici “eretici”. La sua formazione, profondamente radicata nel territorio cuneese ma aperta alle influenze cosmopolite dell’università genovese degli anni della contestazione, ha prodotto una produzione storiografica che si distingue per la capacità di recuperare le vicende delle classi subalterne e delle formazioni politiche minori, spesso trascurate dalla storiografia ufficiale dei grandi partiti di massa.
Radici biografiche e formazione intellettuale
Il percorso di Sergio Dalmasso non può essere compreso senza considerare l’ambiente originario di Boves, una comunità segnata indelebilmente dalla memoria della Resistenza e dal primo eccidio nazista in Italia. Figlio di un impiegato, ex partigiano delle formazioni “Giustizia e Libertà” (GL), e di madre genovese, Dalmasso cresce in un nucleo familiare dove i valori dell’antifascismo e della democrazia repubblicana costituiscono il fondamento dell’educazione civile.
La sua formazione scolastica prosegue a Cuneo e culmina negli studi universitari a Genova tra il 1967 e il 1971. Questo quadriennio è cruciale: Genova è uno degli epicentri del movimento studentesco e delle lotte operaie che preludono all’autunno caldo. Presso l’ateneo genovese, Dalmasso consegue la laurea in Filosofia e successivamente quella in Storia, sviluppando tesi che già prefigurano i suoi interessi futuri: i movimenti socialisti non stalinisti degli anni Cinquanta, la genesi del gruppo de “il manifesto” e la crisi del Partito Comunista Italiano (PCI) nel 1956, innescata dall’uscita di Antonio Giolitti a seguito della repressione sovietica in Ungheria.
La scelta di tornare sui banchi universitari anni dopo per conseguire una laurea in Lettere Moderne testimonia una curiosità intellettuale insaziabile e il rifiuto di una specializzazione accademica chiusa in se stessa, preferendo una visione umanistica integrata che abbraccia la letteratura, la filosofia e la storia politica come strumenti complementari per la comprensione della realtà sociale. … CONTINUA
Indice generale
Sergio Dalmasso e la storiografia del movimento operaio: un’analisi sistematica tra militanza, ricerca archivistica e memoria politica pag. 1
Radici biografiche e formazione intellettuale pag. 1
La pedagogia della militanza: quarant’anni di insegnamento pag. 2
Tra storiografia ed eresia: il percorso politico pag. 2
Il mandato nel Consiglio Regionale del Piemonte (2005-2010) pag. 3
Il CIPEC: un laboratorio di storia e politica pag. 3
Analisi tematica dei “Quaderni CIPEC” pag. 4
La storiografia delle figure “eretiche” pag. 5
Lelio Basso: il socialista della ragione militante pag. 5
Rosa Luxemburg: il comunismo della libertà pag. 5
Lucio Libertini e le Tesi sul Controllo pag. 5
Comandante Che Guevara: l’attualità del pensiero rivoluzionario pag. 5
Metodologia e storiografia dei “vinti” pag. 6
L’Archivio Sergio Dalmasso e la democrazia del sapere pag. 7
La saggistica recente e le nuove sfide teoriche pag. 8
Seminari, conferenze e il legame con il territorio pag. 8
Gruppo al monumento Giovanni, Spartaco Barale e Giacomo Rigoni.
Martedì 30 dicembre 2025, l’ANPI di Nervi (Genova) ha organizzato un viaggio a Boves (Cuneo) sui luoghi partigiani.
Visita al paese incendiato il 19 settembre 1943, alle frazioni colpite dalla battaglia del 31 dicembre 1943/1 gennaio 1944, all’esposizione di quadri della pittrice Adriana Filippi.
Per ultimo, sosta al monumento che ricorda la morte, il 1 gennaio 1944, di Giovanni Barale, artigiano, segretario del partito comunista clandestino, ucciso con il figlio Spartaco e Giacomo Rigoni (“Tommasina”) che tentavano di portarlo in salvo.
Ho ricordato molto velocemente questa bella figura su cui, fra alcuni mesi, verrà ripubblicata una breve biografia.
Sergio Dalmasso
La targa del monumento ha la scritta: GIOVANNI BARALE SPARTACO BARALE GIACOMO RIGONI PARTIGIANI GARIBALDINI TRUCIDATI IL 1-1-1944 DALLA RABBIA NAZIFASCISTA MA RESI IMMORTALI
Sergio Dalmasso al Monumento Giovanni Barale Boves (Cuneo)
Nasce dal rifiuto della socialdemocrazia e delle deformazioni positivistiche.
Nel secondo dopoguerra, la socialdemocrazia è strumento di integrazione della classe e si piega al neocapitalismo.
Al tempo stesso, Basso rifiuta il frontismo, l’appiattimento sull’URSS, il maoismo, spesso chiesastico.
Migliori strumenti per comprendere il suo pensiero sono la insuperabile introduzione agli Scritti politici di Rosa Luxemburg (1966) e Socialismo e rivoluzione, purtroppo incompiuto.
Il pensiero di Marx è cancellato dalla socialdemocrazia che lo trasforma in ideologia, eliminandone la sintesi dialettica.
Engels non è esente da una lettura scientista; leninismo e maoismo piegano il marxismo a condizioni specifiche.
La concezione leninista della coscienza esterna deriva da Kautsky e dal populismo russo ed è il prodromo di degenerazioni future.
Se al potere va un’avanguardia, la degenerazione burocratica è inevitabile. La dittatura del proletariato non è la negazione della democrazia.
Rosa Luxemburg
Rosa è l’unica autentica continuatrice del pensiero dialettico di Marx.
Sono gravi il silenzio, durato decenni, sulla sua figura e le accuse di spontaneismo, romanticismo, trotskismo…) Basso poi recupera la categoria lukacsiana di totalità che può essere interpretata solo da un’altra totalità concreta,
quella della classe, dai primi scritti (1946, 1949) alla riscoperta negli anni ’60, con la pubblicazione in Italia delle opere di Luxemburg curate, non a caso, da esponenti del socialismo di sinistra, Luciano Amodio e- appunto- Basso (1966).
Il socialismo luxemburghiano, antitetico a quello staliniano, implica libertà e autogestione che possono essere praticate solamente dal proletariato.
La rivoluzione non è atto, ma un processo e non può essere opera di una minoranza. Il partito è strumento, sintesi fra il sociale e la direzione politica.
I leader debbono formare le masse, non sostituirsi ad esse.
Vi è divergenza totale fra capitalismo e democrazia di cui il socialismo è la forma più alta.
Nel suo ultimo discorso, venti giorni prima della morte, questi temi vengono sintetizzati nella proposta consiliare.
La fede di un laico
L’interesse per la tematica religiosa, per l’aspetto etico/coscienziale caratterizza tutto il percorso bassiano che sempre rifiuta l’anticlericalismo e l’identificazione di fede religiosa con un partito
(anche da qui la sua opposizione ai rapporti governativi con la DC e all’ipotesi di compromesso storico).
Giovanili sono la collaborazione con la rivista protestante “Conscientia” e la seconda tesi di laurea sul teologo luterano Rudolf Otto,
cui seguono l’interesse per Thomas Münzer, soprattutto nell’interpretazione di Ernst Bloch che ne esalta il messianismo. Sempre nettissima la critica alla DC, partito falsamente democratico e falsamente cristiano.
Occorre spezzarla per liberare le forze progressiste e socialmente avanzate.
Il papato di Giovanni XXIII sembra aprire una nuova strada, con le encicliche, con il dialogo cristiani-marxisti.
Basso è l’unico laico ammesso a seguire i lavori conciliari.
La difesa della comunità cristiana dell’Isolotto di Firenze avviene nello spirito conciliare.
È singolare, in un non credente, l’affermazione della superiorità della assemblea dei fedeli rispetto alle istituzioni tradizionali. È crescente, in seguito, la preoccupazione per il progressivo ritorno della vecchia Chiesa.
Nei suoi ultimi anni, è l’America latina a dargli nuove speranze, con la mobilitazione di grandi masse, l’intreccio di movimenti cristiani e marxisti, la Teologia della liberazione.
Proprio all’America latina, al terzo mondo in cui continua a inseguire le sue utopie, si richiama il suo ultimo discorso parlamentare,
in cui riprende il vecchio impegno contro il regime concordatario, in nome della laicità e dell’eguaglianza, citando una Epistola paolina.
Costituzione, democrazia radicale
Basso è tra i maggiori artefici della carta costituzionale che deve superare i limiti dello Stato liberale e del regime fascista.
La sua originale ipotesi di transizione prevede che essa avvenga attraverso un processo in cui si affermano forme sociali nuove già presenti nel vecchio ordinamento (transizione tra società feudale e borghese, ruolo dell’Illuminismo…).
Occorre, quindi, introdurre princìpi di socializzazione e norme che prefigurino un nuovo ordine sociale.
È artefice (con Dossetti) dell’articolo 3 che ritiene il più importante della Carta, dell’art. 49 che esalta il ruolo del partito politico, strumento di partecipazione attiva e continua, non limitata al solo voto.
È sfortunato l’impegno contro l’art 7 che introduce nella Costituzione il regime concordatario.
Erra il PCI nell’accettare il compromesso, resta la concezione dello statuto albertino per cui il cattolicesimo è religione di Stato, violando l’eguaglianza fra i cittadini.
Resta in vigore l’art. 18 del Concordato per cui l’insegnamento della dottrina cristiana cattolica è coronamento dell’istruzione pubblica.
Garantismo, libertà politica e di stampa, autonomia della persona umana, rapporto fra proprietà privata e funzione sociale, finalità del carcere sono al centro del suo intervento del 6 marzo 1947 e torneranno nell’impegno costante dei trenta anni successivi contro le inadempienze che caratterizzano tutta la storia repubblicana.
La voluta non attuazione di molti princìpi della Costituzione significa attentato alle istituzioni, trasformazione in regime, colpo di stato clericale.
La sua concezione della democrazia deriva da riferimenti atipici: Rousseau, Gobetti, Mondolfo, Otto Bauer, Rosa Luxemburg nell’intreccio fra lotta quotidiana e obiettivo finale.
La democrazia è partecipazione diretta, nello sviluppo della coscienza e coincide con il socialismo, risultato finale di un processo di crescita progressiva della classe operaia, antitesi alla socialdemocrazia, allo stalinismo, a concezioni nazionalistiche ed eurocentriche.
Da qui la sua proiezione internazionale,
la partecipazione al Tribunale Russell, l’attenzione alle lotte dei popoli del terzo mondo, la preoccupata analisi del neocapitalismo, per l’intreccio tra meccanismi di integrazione, depoliticizzazione, americanizzazione della vita politica:
“Abbandonate le scelte ideologiche, ridotto tutto ad un problema di buon funzionamento tecnico e di saggia amministrazione, non vi è logicamente più posto per una pluralità di partiti, a meno che il partito non diventi anch’esso un fatto tecnico e istituzionalizzato.
Svuotata ideologicamente e politicamente, la sinistra non è più una alternativa alla destra, ma è soltanto una diversa faccia della destra.
Una sinistra politicamente forte ed efficace tende sempre più a scomparire.” (1)
Sono passati sessant’anni.
(1) Lelio BASSO, Neocapitalismo e “socialisti moderni”, in “Problemi del socialismo”, n. 9/1966. Cfr, per i temi toccati, Lelio BASSO, Il principe senza scettro, 1958, ristampa 1998, su democrazia e Costituzione; Neocapitalismo e sinistra europea, 1969, sulle novità indotte dal neocapitalismo; i postumi Socialismo o rivoluzione, 1980, sua interpretazione del marxismo e Scritti sul cristianesimo, 1983.
Vittorio Bellavite “La mia storia culturale, professionale e politica raccontata alla mia famiglia – a cura di Sara Bellavite e Giuseppe Deiana”, Noi Siamo Chiesa, 2025.
La recensione della biografia di Vittorio Bellavite, come anticipato la scorsa settimana1, dà conto dell’interesse per la storia di Democrazia Proletaria (1978-1991).
Vittorio Bellavite (1938-2023) racconta la propria vita, in poche e semplici pagine, pubblicate dalla figlia Sara e da Giuseppe Deiana2, base per un libro più ampio che dovrebbe raccogliere numerose testimonianze sulle varie fasi del suo impegno e comparire tra un anno.
V i t t o r i o Bellavite
Vittorio racconta il proprio percorso scolastico sino al liceo, dai gesuiti, l’università frequentata poco diligentemente, negli anni della Chiesa pacelliana (rigidità dottrinale, tomismo, scarsa ricerca critica) che produce un insegnamento rigido ed autoritario.
Diventa segretario dell’Intesa, l’associazione cattolica degli universitari, quindi degli studenti della Cattolica, anche in contrasto con il Senato accademico.
Arrivano i primi lavori. La famiglia qui appena accennata, ma il cui ruolo (si vedano le fotografie) è fondamentale nella sua vita.
Inizia l’impegno nelle ACLI,
associazione atipica con la quale la Chiesa cattolica ha una presenza nel mondo del lavoro, non legata direttamente al sindacato. Sono gli anni in cui molti schemi saltano.
È enorme l’influsso del Concilio Vaticano II, ci si interroga sul collateralismo con la DC, le ACLI iniziano ad affermare la propria autonomia, nascono ovunque gruppi spontanei, si vive lo scandalo della povertà nel mondo.
Bellavite è funzionario, per due anni a Roma, dirige, per lungo tempo, l’Ufficio studi provinciale, sino alla nascita dell’ACPOL prima e- quindi- del MPL, fondato da Livio Labor,
nella speranza di costituire una alternativa alla DC nel mondo cattolico che non ne accetta più il conservatorismo.
Alle elezioni politiche del 1972, la delusione è enorme. 119.000 voti, all’interno di una dispersione di circa un milione (PSIUP, manifesto, Servire il popolo).
Una parte del MPL decide di proseguire il cammino senza aderire a PSI o PCI.
Si incontra con la sinistra (Foa, Miniati…) del PSIUP, anch’esso sciolto dopo la mazzata elettorale. Nasce il PdUP.
Le vicende politiche (il referendum sul divorzio, la fusione del PdUP con il manifesto) si intrecciano con l’inizio dell’insegnamento che lo accompagnerà sino alla pensione.
I vorticosi anni ’70 lo vedono dirigente, tra la dimensione locale e quella nazionale (la specificità di credente e i temi a questa connessi).
Nel 1973 è tra i fondatori di “Cristiani per il socialismo”. È nel PdUP per il comunismo e quindi, dopo scissioni e ricomposizioni, in Democrazia Proletaria, quando altre formazioni si dissolvono.
In DP è incaricato di seguire la “questione cattolica”,
attento alla laicità dello Stato, ai rapporti con i gruppi di base, alla critica all’insegnamento della religione cattolica nella scuola. Il massimo impegno, con scarsa attenzione del partito, è rivolto alla critica al nuovo Concordato, craxiano, nel febbraio 1984 e alla successiva legge che prevede l’otto per mille.
Convegni, dibattiti, viaggi in tutta Italia.
Il libro non dice (modestia?) che nel 1980 è il secondo, per preferenze, alle elezioni regionali in Lombardia, ma che Molinari, eletto al parlamento europeo (giugno 1984) non si dimette dal consiglio regionale, cosa che avrebbe permesso un anno di mandato. Peccato.
Nel 1991 DP decide di entrare nel processo costituente di Rifondazione. Bellavite è contrario, con altri. Rifondazione non rispecchia la pluralità di posizioni e le specificità che DP ha tentato di rappresentare. Così è per la formazione di Punto rosso, vicino alla scelta del PRC.
È necessario, invece, continuare interlocuzioni più ampie, attenzioni a più correnti e sollecitazioni culturali. Continua, per anni, il lavoro con il CIPEC che deve esprimere, dialogando, le posizioni di tutt*, entrat* o meno in Rifondazione, rifiutando l’“ortodossia”.
Inizia una stagione “senza partito”,
di impegno sociale, in cui prevale la tensione ecclesiale: Radio popolare, Assopace, formazione, immigrazione, seminari, i tanti viaggi nel mondo, Africa, Asia, Palestina, America Latina.
Nel 1996, nasce “Noi siamo Chiesa” di cui diventa coordinatore nazionale nel 2004, in un costante impegno di dialogo (“Beati i costruttori di pace”, “Pax Christi”) di lotta contro le guerre (Iraq, Kosovo), contro i rischi di regressione presenti nella Chiesa.
La vicinanza alle scelte di papa Francesco si sposa alle coraggiose posizioni sul caso Englaro, contro il sistema enfatico delle santificazioni, contro la presenza del crocifisso negli spazi pubblici, alla richiesta di una legge sulla libertà religiosa.
Una vita rigorosa e coerente, “in basso a sinistra”, nella proposta di un cristianesimo dei poveri, del pacifismo,della nonviolenza, dell’ambientalismo.
Mi fa piacere, partendo da matrici diverse, aver condiviso con lui parte consistente della mia modesta attività politica ed averlo avuto amico (ne accennerò in altra sede).
Il nuovo libro di Sergio Dalmasso “Comandante Che Guevara. La vita le battaglie e il pensiero politico di un rivoluzionario” sarà presentato giovedì 20 novembre 2025 alle ore 21:00 a LA PODEROSA di Torino in via Salerno n. 15a, 10152.
Con l’autore dialogherà Rocco Sproviero di Associazione Italia Cuba.
Locandina evento presentazione libro CHE GUEVARA di Sergio Dalmasso
Prima della presentazione vi sarà, alle ore 19.30, l’ apericena, con prenotazioni tramite Wathsapp.
https://www.sergiodalmasso.com/wp-content/uploads/2022/01/Sergio-Dalmasso.png00Sergio Dalmassohttps://www.sergiodalmasso.com/wp-content/uploads/2022/01/Sergio-Dalmasso.pngSergio Dalmasso2025-11-15 18:10:362025-11-21 20:11:42Comandante CHE Guevara Torino
La Comune di Parigi (18 marzo-28 maggio 1871). Tra “assalto al cielo” e dura e terrena realtà del potere e delle armi dei dominanti di Giorgio Riolo, pag. 7
Balzac e il nostro tempo di Giorgio Riolo, pag. 11
Honoré de Balzac pag. 11
Illusioni perdute e Splendori e miserie delle cortigiane pag. 13
Bibliografia minima – Honoré de Balzac pag. 17
Un altro comunismo? Il messaggio di Rosa di Sergio Dalmasso, pag. 18
La “fortuna” pag. 18
La difesa del marxismo. La totalità pag. 22
Lo scontro sull’organizzazione. Lo sciopero di massa pag. 23
L’imperialismo, la guerra pag. 26
Il cammino nel deserto pag. 27
La rivoluzione russa pag. 29
I consigli. La rivoluzione spartachista pag. 30
Due Rose? pag. 31
In sintesi pag. 32
Il “fascismo eterno” (definizione di Umberto Eco) di Francesco Barbommel, pag. 34
La querelle sullo stalinismo di Giacomo Casarino, pag. 36
LUCIO LIBERTINI l’attività a Torino di Sergio Dalmasso, pag. 39
Eugenio Colorni. Biografia di un socialista europeista di Mario Barnabé, pag. 48
Gustavo Gutierrez, la teologia della liberazione e noi. Per un mondo dal volto umano di Giorgio Riolo, pag. 51
Walter Peruzzi: il direttore, il militante di Sergio Dalmasso, pag. 54
Università via Balbi, 1967/1971 di Sergio Dalmasso, pag. 57
Scheda di Sergio Dalmasso pubblicata in Transform!italia 12 novembre 2025
Continua l’interesse storiografico per la storia di Democrazia Proletaria (1978-1991).
Ai testi di Matteo Pucciarelli, di William Gambetta e di Alfio Nicotra, al lavoro collettivo che ha prodotto Camminare eretti (Milano, Punto rosso, 1996) si aggiungerà, a breve un testo frutto di interviste di decine e decine di militanti, richiesti di discutere sulla propria formazione, sull’impegno nel piccolo partito, su un bilancio complessivo.
Di questo, e non solo, trattano le due interessanti biografie di Emilio Molinari e Vittorio Bellavite, recentemente scomparsi, che hanno attraversato decenni di impegno politico e culturale.
Emilio Molinari, La fabbrica, la politica, i beni comuni. Autobiografia di un comunista dolce, Roma, Redstarpress, 2025.
Emilio Molinari. La fabbrica, la politica, i beni comuni. Autobiografia di un comunista dolce
Da alcuni anni sto scrivendo di me stesso. Sono vecchio e, giusto o sbagliato, è il solo modo per riguardare la mia vita.
Così iniziano i ricordi di Emilio Molinari, pubblicati il mese successivo alla sua scomparsa.
Ricordi che implicano un bilancio critico sulla sinistra “grande” che è ritornata al liberismo ed ha abbandonato il soggetto che l’aveva generata e quella alternativa, prigioniera di immobilismi ideologici, rituali… sino al finale:Sono stato sconfitto, la mia storia è stata sistematicamente cancellata, la politica va ricostruita.
È figlio di famiglia operaia e comunista,
padre schedato e confinato, morto, prematuramente, nel 1947, che vive la guerra, l’antifascismo, le lotte operaie delle fabbriche milanesi e la repressione del dopoguerra. Il corso da perito industriale (al serale), la scuola aziendale, l’ingresso in fabbrica, alla Borletti, l’incontro con i comunisti cheemanano l’appartenenza a una classe e a una morale.
La stagione di lotte operaie, la splendida figura di Rina Barbieri (anche lei, recentemente scomparsa), le prime partecipazione dei tecnici, l’incontro con Tina, la donna della sua vita.
La formazione dei CUB segna la prima fase dell’attività di Molinari, coincide con l’autunno caldo e precede la costituzione di Avanguardia operaia, una delle formazioni più significative della nuova sinistra italiana, nata direttamente dalle esperienze maturate nei luoghi di lavoro.
Le pagine sono anche una storia, “in soggettiva” degli esaltanti, ma drammatici anni milanesi, i CUB, il movimento studentesco, i sindacati (una CISL milanese ben diversa da quella di oggi), le assemblee in fabbrica, il tragico inizio della stagione delle bombe, le contraddizioni nello stesso movimento (le posizioni ideologiche, le tendenze violentiste, scelte estremiste).
Seguono i tentativi di aggregazione tra formazioni politiche, unificazioni e scissioni, le riserve, anche a distanza di anni, sul femminismo:ideologia liberale radicale che ha egemonizzato la grande questione femminile irrisolta in tutte le rivoluzioni… Ha cancellato storie di lotte, sangue e carceri del passato e lotte sindacali…,
le spinte libertarie (o falsamente libertarie) e gli inni alla felicità che dividono ulteriormente le formazioni politiche (si veda la parabola di Corvisieri), la teoria del proletariato giovanile, l’estremizzazione della stessa Comune di Fo e Rame.
La storia italiana scorre nel racconto di Molinari: le reazioni al golpe in Cile, l’esaurirsi progressivo dei CUB, le divisioni in Avanguardia Operaia che pareva impermeabile alle contraddizioni interne, la formazione di Democrazia Proletaria che rimane, di fatto, l’ultima espressione di nuova sinistra in una fase di regressione e di affermazione di posizioni conservatrici (Reagan, Thatcher, sconfitta operaia…).
Molinari è consigliere comunale, poi regionale.
Dopo la sconfitta alle politiche del 1979 (NSU) è coordinatore nazionale di una realtà che sembra sfaldarsi, stretta fra l’ipotesi di compromesso storico e le scelte del brigatismo e degli Autonomi, figli di Toni Negri e di Oreste Scalzone, sino alle caricature, come la banda Bellini di Casoretto, mentre tanti ex rivoluzionari iniziano luminose carriere.
Il rilancio di DP, sull’ipotesi di centralità operaia, sembra pagare, ma pare non essere sufficiente davanti a nuove contraddizioni, temi sottovalutati che esplodono. L’ancoraggio marxista gli pare vecchio e tale da non rispondere al disastro ambientale e al disastro morale della politica.
Si fanno strada altre ipotesi.
Non sono condivisibili né quella cossuttiana (la storia del PCI è diversa dalla nostra) né quella verde,né di destra né di sinistra.
Capanna, per anni identificato con DP, lascia la segreteria.
Lo sostituisce Giovanni Russo Spena. Si produce una frantumazione che dà vita ai Verdi Arcobaleno, mentre il PCI inizia a trasformarsi in una sorta di partito “radicale” e parte di DP guarda alla sua possibile rottura.
L’esperienza verde è negativa:I Verdi sono modernità e facciata, non hanno anima… non sono la sede per costruire quel soggetto rosso- verde…
Molinari è al Senato, mentre il sistema sta crollando: attentati, scandali, Berlusconi alle porte; Rifondazione è un intreccio di sicurezza e di conservazione.
Nascono nuovi impegni: i rifiuti, la sanità, il nucleare, Punto rosso, la Convenzione per l’alternativa, il Forum sociale mondiale, in prospettiva l’acqua e i beni comuni.
È l’ultimo periodo della sua vita,
fatta di lavoro continuo, di viaggi, incontri (lo testimoniano le fotografie), di riflessioni anche autocritiche, di valutazioni su esperienze internazionali (Chiapas, Kurdistan, Amazzonia, mobilitazione sull’acqua), di riflessioni sul fallimento del comunismo, e sul vuoto lasciato dalla caduta dell’URSS, su una sconfitta: la mia storia è stata sistematicamente cancellata che non annulla la speranza in un rilancio, come nella Prima Internazionale del 1864 e la certezza che leragioni ideali, politiche e sociali per cui mi sono impegnato non sono venute meno.
Si può discordare su alcuni passaggi (la scissione Verde Arcobaleno), su alcuni giudizi (la negazione delle potenzialità iniziali di Rifondazione), ma la lettura delle 300 pagine è appassionante, ci riporta alla nostra vita e ai nostri scacchi, offre continuamente sollecitazioni e ci obbliga a prendere posizione su questioni vitali, riconfermando che “l’Emilio” è stata una delle maggiori figure di una lunga e intensa stagione su cui, senza nostalgie, spirito di parte o pentimenti, occorre ancora riflettere.
https://www.sergiodalmasso.com/wp-content/uploads/2022/01/Sergio-Dalmasso.png00Sergio Dalmassohttps://www.sergiodalmasso.com/wp-content/uploads/2022/01/Sergio-Dalmasso.pngSergio Dalmasso2025-11-13 00:51:432025-11-13 00:51:43La fabbrica, la politica