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Giacomo Matteotti, 100 anni dopo

In transform! Italia, 19 giugno 2024, Sergio Dalmasso, Giacomo Matteotti, cento anni dopo, e in sergiodalmasso.com, sezione Archivio, Scritti storici, Articoli e saggi.

Saggio di Sergio Dalmasso pubblicato anche nel n. 5 anno XXIV – 7 luglio 2024 de “Il lavoratore di Trieste”:

Download “Il Lavoratore di Trieste n. 5 Anno XXIV del 7 luglio 2024”

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Giacomo Matteotti cento anni dopo l'assassinio da parte dei fascisti

Un socialista riformista

Matteotti 100 anni dopo. Se il cinquantenario dell’assassinio di Giacomo Matteotti era passato in sordina, anche a causa della complessa situazione politica italiana,

se per decenni la sua figura è stata ricordata limitandola agli ultimi, drammatici, giorni (discorso alla Camera, rapimento, uccisione),

il centenario permette una riflessione più ampia sulla sua figura e sulle vicende del socialismo italiano negli anni che vanno dal primo dopoguerra all’avvento del regime fascista.

Matteotti nasce nel 1885 a Fratta Polesine, da una famiglia benestante, di possidenti.

La ricchezza della famiglia e i sospetti sulle sue origini, legati alla accusa di usura, gli costeranno attacchi e calunnie sino alla definizione di socialista milionario, legata anche al suo portamento aristocratico.

Il bisogno di giustizia e di solidarietà, in un’area geografica segnata da povertà del mondo contadino, malattie endemiche, disoccupazione, gli fanno considerare come privilegio la propria condizione e lo spingono, giovanissimo, ad iscriversi alla organizzazione giovanile del PSI e, nel 1904, al partito.

Laureato precocemente, nel 1907, è incerto tra la carriera accademica e l’impegno politico,

ma scioglie l’incertezza con molti incarichi amministrativi, con l’assidua collaborazione al periodico polesano “La lotta”, nel 1914 con la partecipazione al congresso nazionale del partito, sino all’elezione al parlamento, nel 1919 (rinnovata, quindi, nel 1921 e nel 1924).

Nel PSI, Matteotti si colloca nella componente riformista.

Questa perde la maggioranza nel 1912, al congresso di Reggio Emilia, quando viene espulsa la corrente di destra (Bissolati) accusata di appoggiare il governo Giolitti anche dopo l’inizio della guerra di Libia.

L’accusatore più netto e reciso è il romagnolo Benito Mussolini, nominato direttore dell’“Avanti!” che modificherà nettamente nell’impostazione e nello stile giornalistico.

Segretario politico è Costantino Lazzari.

Questo riformismo si caratterizza per il rifiuto del massimalismo, dell’estremismo verbale, per l’attenzione alle questioni amministrative, ai temi tecnici, economici,

finanziari, per l’opposizione alla proposta dello sciopero generale che l’“Avanti” reitera con insistenza (prova generale della grande rivoluzione che sostituirà la classe dominata alla dominante).

È netta la sua opposizione all’intervento nella grande guerra.

È durissimo contro il trasformismo di Mussolini, passato nel giro di breve tempo Dalla neutralità assoluta alla neutralità attiva ed operante (fondo sull’“Avanti” del 18 ottobre 1914) … CONTINUA.

Download completo saggio di SERGIO DALMASSO di Giacomo Matteotti, cento anni dopo:

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PROPOSTE DI LETTURA

di Sergio Dalmasso

Valentina Stecchi, Lidia, Busto Arsizio, People, 2023

Chi legge Il Lavoratore conosce bene Lidia Menapace (in questo stesso numero vedi la frase in prima pagina e l’articolo del nostro segretario Maurizio Acerbo).

Lidia Menapace partigiana di Valentina Stecchi

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Nata a Novara nel 1924, partigiana (senza l’uso delle armi), iscritta alla Federazione universitaria cattolica e alla DC, si trasferisce, causa matrimonio, a Bolzano.

È insegnante all’università cattolica di Milano e, nel 1964, diventa la prima assessora provinciale a Bolzano.

Durante l’anno accademico 1967/1968 è esonerata dall’insegnamento per avere solidarizzato con le lotte studentesche, su posizioni marxiste.

Viene eletta consigliera regionale indipendente nelle liste del PCI, e dal 1970 aderisce al gruppo “eretico” del Manifesto.

Nel 1973, partecipa alla fondazione di Cristiani per il socialismo, è dirigente del PdUP sino al 1984, quando non aderisce all’ingresso di questo nel PCI.

È consigliera regionale nel Lazio, attivissima nel movimento femminista.

Nel 2006 è eletta senatrice per Rifondazione.

Il veto dell’esercito impedisce che venga eletta presidente della Commissione senatoriale Difesa.

Dirigente dell’ANPI, autrice di libri e saggi (per tutti, Io partigiana, la mia Resistenza, ed. Manni, 2014), attivissima e presente ovunque, nonostante l’età, muore nel dicembre 2020, a 96 anni, per complicazioni da Covid.

Ai tanti sui libri, ai tanti scritti e filmati sulla sua figura, alla sua testimonianza nel film Lunadigas (2016), si aggiunge ora un valido tributo che usa la tecnica del fumetto.

Valentina Stecchi, disegnatrice e vignettista, collaboratrice del quotidiano Alto Adige, autrice di testi soprattutto sulle tematiche di genere (Non sono una signorina, 2019), con un tratto leggero e divertente, ripercorre fasi della vita di Lidia e tocca molti dei temi che hanno caratterizzato il suo impegno.

L’antifascismo è scelta fondamentale, in età giovanile, determinata anche dall’arresto del padre e dall’esclusione, dalla sua classe, di due ragazze ebree.

Da questo, la partecipazione alla guerra partigiana. La partecipazione al movimento delle donne è il tema centrale, nella volontà di eliminazione di tutti i vincoli che impediscono l’attuazione del binomio eguaglianza/differenza, dal lavoro, all’educazione, all’esclusione delle donne dall’ambito decisionale, allo stesso uso della lingua, di una grammatica “inclusiva” che impedisce al femminile di esprimersi.

Il testo ripercorre, a grandi tratti, l’amore per l’insegnamento, la scelta per il manifesto, l’attenzione al pensiero e all’opera di Rosa Luxemburg, l’esperienza,

purtroppo breve, di senatrice, segnata dalla polemica con l’esercito sulle spese militari e le Frecce tricolori, dal riemergere di razzismi, populismi reazionari e maschilismi, sino alla proposta di un autentico stato sociale che riconosca anche il lavoro di cura,

e alle pagine finali che ripropongono il concetto di memoria attiva.

In particolare, viene sottolineata la sua volontà di essere partigiana sempre, perché il fascismo è la negazione di tutti i valori (pace, eguaglianza, nonviolenza, solidarietà) cui ha dedicata tutta la sua lunga e bella vita,

di “vagabonda”, come lei stessa si definiva, sempre pronta a rispondere all’appello di sezioni di partito, di circoli, associazioni…

Il grande successo delle tantissime presentazioni, l’attenzione dell’ANPI nazionale e locale, dimostrano l’utilità di questo inedito strumento per non far dimenticare una delle militanti/dirigenti/amiche che maggiormente hanno segnato il nostro percorso.

Queste diventano non solamente l’occasione per ricordare una figura ed una stagione, rese ancora più ricche dalle tante testimonianze,

ma per riproporre contenuti e temi che l’attuale pensiero unico e il conformismo dell’informazione stanno cancellando.

In, Anno XXIV n. 3 – 25.04.2024, “Il Lavoratore”, Valentina Stecchi, Lidia, Busto Arsizio, People, 2023, pubblicato anche in sergiodalmasso.com, sezione Schede e recensioni.

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Raccolta firme Pace Terra Dignità

Pace Terra Dignità, Lidia Menapace partigiana

DOV’È IL FASCISMO? AL GOVERNO (E NON SOLO)

di Sergio Dalmasso

In “Il lavoratore” Anno XXIV n. 3 – 25.04.2024, Dove è il fascismo? Al governo (e non solo) pubblicato anche in sergiodalmasso.com nella sezione: Archivio, Scritti storici, Articoli e saggi.

Download “Dov'è il fascismo ? Al governo (e non solo) di Sergio Dalmasso”

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Dove è il fascismo? Il lavoratore di Trieste testata giornalistica

Un vento nero spira in Europa e non solamente. Il crollo dell’URSS e del “socialismo reale” ha prodotto, inevitabilmente, non la democrazia liberale o il socialismo democratico, come pensavano molte anime belle, ma regimi anticomunisti, reazionari, spesso antisemiti, segnati da potere personale e dalla cancellazione di diritti sociali.

L ‘identificazione del potere con un/una leader è sempre più presente: si pensi a Turchia, Cina, Russia, ma anche al fenomeno Trump negli USA.

L’odio contro l’establishment, contro il “politicamente corretto” fa nascere leadership populistiche e reazionarie.

Se l’Italia è stata il primo Paese a produrre il fascismo, è stata anche la prima a proporre, con il “berlusconismo”, un modello perverso che si è esteso ad altri Paesi (si pensi al successo di Millei nell’Argentina, che pure ha, alle spalle, una tragica dittatura).

Fenomeno simile si è avuto con la Lega (richiamo il vecchio libro di Gianluca Paciucci e del compianto Walter Peruzzi – di cui ricorre quest’anno il decennale della morte -, Svastica verde), passata dall’antimeridionalismo al separatismo (Padania, Etruria, sud) al regionalismo differenziato, sempre con ipotesi razziste e con richiami, neppure troppo celati, alla cultura nazista (vedi Claudio Gatti, I demoni di Salvini. I postnazisti e la Lega).

Movimenti di ribellione contro la tassazione, di autonomizzazione delle aree più ricche di molti paesi, di “separatismo dei ricchi” si sono moltiplicate in ogni paese.

Così l’uso strumentale della religione per cui non solo si ostentano nei comizi Vangeli, rosari (Salvini), si prega in diretta televisiva o si chiede la benedizione di Maria vergine (sempre lui).

Ma che diviene elemento comune dalla Polonia alla Spagna dei franchisti di Vox, dalla sguaiata campagna elettorale di Trump alla stessa Francia dove forti sono le tendenze ad aggirare la legge sulla separazione Stato/Chiesa cattolica.

La stessa ipotesi della sostituzione etnica, agitata da Zemmour in Francia e riproposta in Italia (Lega, Lollobrigida) si lega all’antiislamismo.

Ancor peggiore è la situazione negli USA dove prosperano le teorie creazioniste, anti evoluzioniste e nell’America latina dove l’integrismo religioso è strumento dei governi più reazionari (si pensi a Bolsonaro).

Come sempre, quanto accade oggi ha radici lontane.

Dagli anni ’80 del secolo scorso, il neoliberismo reaganiano e tatcheriano ha prodotto una controrivoluzione reazionaria per cui le tematiche dell’estrema destra, per anni minoritarie, si sono estese alla destra tradizionale e “moderata”.

Il discorso vale per i tories inglesi, per la destra gaullista in Francia, pressata dal partito di Le Pen (il maggiore nel Paese), per la realtà spagnola.

Ancor maggiormente per i repubblicani statunitensi e per Paesi come Polonia, Ungheria sino a realtà (Danimarca, Olanda, parte del Belgio) che non parevano toccate da questi fenomeni degenerativi.

La storia italiana e la situazione odierna presentano ovvie specificità.

Il fascismo, nel dopoguerra, ha assunto diversi ruoli. Ricostruito il partito neofascista, contro ogni norma costituzionale, e favorito (il tema sarebbe da approfondire) dall’amnistia di Togliatti e dalla mancata epurazione, ha avuto per anni la funzione di destra legale, “in doppiopetto”, in più casi usata per operazioni parlamentari.

La riabilitazione di figure come Graziani, Borghese, Badoglio, della più parte dei gerarchi del ventennio e di Salò si inquadra in questa continuità tra liberalismo, fascismo e Italia democratica (si pensi ad esercito, forze dell’ordine, prefetti, questori, provveditori agli studi, codici, programmi scolastici). La stagione dei movimenti sociali produce una modificazione del ruolo del neofascismo

che recupera aspetti “rivoluzionari” (Ordine nuovo e cento altre sigle), è parte attiva nei tentativi di golpe e nello stragismo nero, in uno stretto rapporto con parte dei servizi di sicurezza e con ambienti internazionali (noti i finanziamenti statunitensi al MSI e oltre).

Dal periodo successivo, alcune “idee forza” della destra penetrano nella società:

– scompare progressivamente la discriminante antifascista. Il MSI è sdoganato sino all’ingresso nel primo governo Berlusconi (prima della “svolta” di Fiuggi, gennaio 1995)

– la crisi del sistema politico si lega alla messa in discussione di conquiste sociali e civili, lette come causa della crisi

– il pluralismo parlamentare è messo sotto accusa. L’affermazione, con grande consenso popolare, del meccanismo maggioritario è legato al decisionismo e alla visione per cui “chi vince prende tutto”, conseguentemente all’ipotesi presidenzialista, falsa risposta alla frattura istituzioni/ cittadini (un tempo Paese legale e Paese reale).

Cresce il senso comune della fine delle ideologie, della non differenza tra i diversi schieramenti. L’anticomunismo diventa ideologia dominante, favorita anche dal crollo del blocco sovietico.

Il voto del Parlamento europeo sull’equiparazione tra fascismo/nazismo e comunismo, con adesione di tutti gli schieramenti, ne è evidente dimostrazione.

È sempre più difficile, e spesso incompreso, il tentativo di rapportarsi a una lettura critica delle esperienze storiche realizzate e del marxismo.

Il governo nero

La vittoria elettorale deriva dall’egemonia, sociale e culturale, sulla società.

Nazionalismo, darwinismo sociale, liberismo, atlantismo, esacerbazione del pericolo rappresentato dalla migrazione e dalla modificazione della fisionomia “italiana e cristiana”.

La continuità della politica liberista ed atlantista, la sostanziale subordinazione alle politiche europee contrastano con tematiche dell’estrema destra e con molte affermazioni elettorali.

Meloni & C. ripropongono elementi identitari, riforme istituzionali “epocali”:

– il regionalismo differenziato, i cui danni sono evidenti su servizi sociali, scuola, sanità, sulla stessa visione unitaria (per quel che ne resta) del Paese;

– il presidenzialismo, degna conclusione del processo iniziato con il referendum Segni, con il maggioritario e l’elezione diretta di sindaci, presidenti di regione, con il bipartitismo coatto e la cancellazione di formazioni alternative;

– privatizzazioni striscianti (scuola, sanità, sino alla progressiva vendita dei “gioielli di famiglia”

Contro queste logiche è, mai come oggi, pesante la assenza di una sinistra sociale e politica.

È sufficiente una semplice politica frontista (tutt* contro Meloni)?

È possibile senza rimettere in discussione i danni provocati dai governi di unità nazionale (Draghi non è alternativa al governo di destra, ma ne è causa), le privatizzazioni, l’accettazione delle guerre, la gara a chi è più affidabile per il grande capitale?

La ricostruzione di un’alternativa alla destra mai è stata così complessa, perché la sconfitta da cui veniamo (sociale, culturale, istituzionale, organizzativa) coinvolge tutti gli ambiti.

L’antifascismo, legato a un sistema elettorale democratico, alla ricomposizione dell’unità di classe e della frammentazione sociale prodotta dal neoliberismo, al legame tra diritti sociali e politici, a una vera rifondazione di pensiero e pratiche, è parte necessaria, anche se non sufficiente di questo tentativo.

Scarica gratis il Lavoratore di Trieste del 25 aprile 2024:

Contiene “Elezioni europee: contro la guerra, senza se e senza ma…” di Gianluca Paciucci (editoriale);

articoli di Roberto Cattaruzza, Mauro Caselli, Effemme, Luigi Dal Fabbro e Paolo Radivo (sezione “Agire localmente”);

“Perché oggi un referendum sulla legge elettorale” di Tommaso Russo (sezione “Pensare globalmente”);

articoli di Lino Santoro, Igor Kocijančič, Eleonora Galli, Sergio Dalmasso (sezione “Pensare globalmente”);

un ricordo di Samo Pahor (scritto da Vincenzo Cerceo) e di Peter Behrens.

Download “IL LAVORATORE del 25 aprile 2024”

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Dodicesima disposizione Costituzione italiana

Il libro Dodicesima disposizione è stato presentato al Circolo Prc di Grosseto in una bella iniziativa con Sergio Dalmasso (coautore) il 4 dicembre 2022.

LIBRERIA POPOLARE DEL FORUM CITTADINI DEL MONDO
PROMOZIONE DEL LIBRO :

“Dodicesima disposizione”

– Di AAVV – Coordinatore Raul Mordenti
– A cura del Dipartimento antifascismo del Partito della Rifondazione Comunista

Dodicesima disposizione libro copertina
Video del Convegno dell’incontro al circolo PRC di Grosseto sul libro Dodicesima disposizione:

Parte prima:

Seconda parte:

Libri sui crimini fascisti in Italia Dodicesima disposizione libro

Canale YouTube Sergio Dalmasso

Il Canale YouTube di Sergio Dalmasso è una preziosa risorsa che offre un affascinante viaggio nel mondo della storia, della politica e della cultura attraverso gli occhi dello stimato storico. Con ben 86 video (attualmente), il canale si presenta come un archivio ricco di conoscenze, in cui Sergio Dalmasso presenta i suoi nuovi volumi, esplora i Quaderni del CIPEC e approfondisce l’attualità del pensiero di figure iconiche come Antonio Gramsci e Rosa Luxemburg, Che Guevara e altre figure importanti per il movimento operaio.

Gli spettatori avranno l’opportunità di immergersi nelle riflessioni di Dalmasso sulla storia politica italiana e internazionale, con particolare attenzione a eventi cruciali come i cento anni dalla Rivoluzione Russa. Le presentazioni di nuovi volumi offrono uno sguardo privilegiato sulle idee fresche e gli approfondimenti dell’autore, contribuendo a rendere accessibile un sapere di grande valore.

Il canale non si limita a trattare solo di teoria politica, ma esplora anche il patrimonio culturale italiano attraverso la lente di figure come il poeta Rocco Scotellaro.

La varietà di argomenti presenti nei video crea un ambiente educativo e informativo che copre una vasta gamma di temi, contribuendo così a una comprensione più profonda della storia e della società.

Sergio Dalmasso emerge come una guida autorevole, fornendo non solo informazioni storiche accuratamente documentate, ma anche interpretazioni illuminate che stimolano la riflessione critica.

La scelta di Sophie, saggio di Franco Di Giorgi

Il saggio del prof. Di Giorgi è stato pubblicato nel quaderno cipec numero 52

Quaderno a stampa, marzo 2014, Centro Stampa della Provincia di Cuneo

La scelta di Sophie di Franco Di Giorgi

Download “Saggio di F. Di Giorgi La scelta di Sophie”

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Traduzione del video in italiano

Dal romanzo di William Styron, Sophie’s Choice, la cui prima edizione è del 1976, nel 1982 ne è stato tratto un film che valse il premio oscar alla grande Meryl Streep, attrice protagonista di Sophie.

Traduzione in italiano del dialogo nel breve filmato tratto da “La scelta di Sophie”, sopra mostrato (dal tedesco – nella traduzione inglese vi sono degli errori):

Hauptsturmführer: Lei è così bella,
Hauptsturmführer: vorrei portarti a letto, a fare …
Hauptsturmführer: Sei polacca?
Hauptsturmführer: Tu!
Hauptsturmführer: Sei anche tu una di quei sporchi comunisti?
Sophie: Sono polacca!
Sophie: Sono nata a Cracovia. Non sono ebrea, neanche i miei figli!
Sophie: Non sono ebrei, dal punto di vista razziale sono puri!
Sophie: Sono cristiana! Sono cattolica praticante!
Hauptsturmführer: Ma tu non sei comunista?
Hauptsturmführer: Tu credi in …
Sophie: Sì, sono credente in Cristo.
Hauptsturmführer: Tu credi in Cristo, il Redentore?
Sophie: Sì.
Hauptsturmführer: Lui non aveva detto “Lasciate che i bambini vengano a me”? Tu puoi tenerti un bambino.
Sophie: Come, per favore?
Hauptsturmführer: Tu puoi tenerti uno dei tuoi bambini. L’altro deve scomparire.
Sophie: Ma Lei dice che devo scegliere?
Hauptsturmführer: Lei è polacca non ebrea.
Hauptsturmführer: Allora ha un certo privilegio, un diritto di prelazione.
Sophie: Non posso scegliere!
Sophie: Non posso scegliere!
Hauptsturmführer:Stia zitta!
Sophie: Non posso scegliere!
Hauptsturmführer: Via, le mando via ambedue!
Hauptsturmführer: Faccia una scelta!
Sophie: Non posso scegliere! Non posso!
Hauptsturmführer: Mando ambedue in là.
Sophie: Noo!
Hauptsturmführer: Smetti adesso! Chiudi il becco e scegli! Dai deciditi e scegli!
Sophie: Non mi faccia scegliere, non posso scegliere!
Hauptsturmführer: Mandi ambedue di là!
Sophie: Non posso scegliere!
Hauptsturmführer: Prenda ambedue i bambini! Su!
Sophie: Prenda la piccola!
Sophie: Prenda la mia piccola!

***
parte 2 del saggio di Franco Di Giorgi :

2. Insieme a molti prigionieri, tra cui Wanda e altri componenti della resistenza polacca, il 1º aprile 1943, Sophie Zawistowska giunge con il treno sino all’interno del Lager di Auschwitz-Birkenau.

Una volta scesa sulla banchina ferroviaria, si trova dinanzi un giovane Hauptsturmführer, dottore in medicina, medico addetto alle selezioni.

Stingo – l’io narrante e protagonista egli stesso del romanzo – lo battezza Fritz Jemand von Niemand: letteralmente ‘Qualcuno di Nessuno’, qualcuno che viene dal nulla; Jemand von Nichts si potrebbe dire, o meglio ancora Jemand von Nacht, qualcuno che proviene dalla notte, perché Sophie in due anni di Lager non era mai riuscita a conoscerne il nome.

Mutuando poi un’espressione heideggeriana si potrebbe definirlo Platzhalter der Nichts o Platzhalter der Nacht, sentinella del niente o sentinella della notte.

E per un filosofo come Heidegger attento alle etimologie e alle radici greche della lingua germanica, per un pensatore che ha saputo cogliere la coincidenza tra Geschichte e Geschick, tra storia e destino, non doveva essere poi tanto difficile individuare anche quella tra Nichts e Nacht. Sophie vi giunge con i suoi due figli, Jan, il maggiore, di dieci anni, ed Eva, di otto.

Essa viene catturata non perché ebrea né perché oppositrice del regime nazista, ma solo perché nascondeva sotto il vestito una coscia di prosciutto per la madre. Tutto il cibo allora, secondo le esigenze belliche, veniva requisito dai soldati tedeschi.

Sophie è una giovane polacca molto bella, figlia unica di due professori universitari: il padre, Zbigniew Biegański, docente di giurisprudenza all’antica università jagellona di Cracovia e antisemita per convinzione; la madre docente di musica presso la medesima università.

Già nel 1938, il padre aveva scritto un piccolo libello (Die polnische Judenfrage: Hat der Nationalsozialismus die Antwort?) nel quale delineava l’abolizione totale o la soluzione finale degli ebrei di Polonia, individuando alcuni luoghi di deportazione, fra cui il Madagascar.

Egli aveva voluto che sin da giovanissima, a sedici anni, Sophie imparasse la stenografia e la dattilografia. Fu essa infatti che trascrisse e batté a macchina tutte le idee antisemite del padre, aiutandolo persino a diffondere il libretto stampato in proprio nelle università di Cracovia. Anche il marito di Sophie, Kazik Zawistowski, era antisemita, e divenne ben presto collaboratore zelante del suocero.

Quando nel settembre del 1939 i tedeschi invadono la Polonia e il Capo della sezione giuridica del Partito nazionalsocialista, l’avvocato ebreo – «mirabile dictu»! (p. 301) – Hans Frank, insediatosi nel castello della Wawel di Cracovia, divenne il governatore della Polonia occupata (ossia della parte occidentale che, appena un mese prima, Hitler, con il patto Ribbentrop-Molotov, aveva ottenuto dall’accordo con Stalin), l’intellighentia universitaria di Cracovia e polacca in generale fu logicamente la prima ad essere arrestata e deportata nel campo di Sachsenhausen, creato dalle SA nel 1935-36 al posto di quello di Oranienburg, a nord di Berlino.

Lager nel quale, provenendo dalla scuola di Dachau, Rudolf Höss, dal 1° agosto 1938 svolge la mansione di amministratore del comandante e di Schutzhaftlagerführer, segretario addetto al disbrigo della corrispondenza ufficiale con le autorità esterne. A nulla, ovviamente, valsero le proteste del prof. Biegański e di suo genero: entrambi trovarono la morte in quel Lager.

  • Saggio presente nel Quaderno CIPEC numero 52:

Download “Quaderno CIPEC numero 52 (Contiene i saluti ai bovesani di Sergio Dalmasso)”

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Emergenze Castigo

La tempesta perfetta delle emergenze come castigo

di Franco Di Giorgi

Emergenze Castigo Download

«Non so quello che mi aspetta né quello che mi accadrà, dopo. Per il momento ci sono dei malati e bisogna guarirli. Poi, essi riflette­ranno, e anch’io. Ma il più urgente è guarirli; io li difendo come posso, ecco. […] se l’ordine del mondo è rego­lato dalla morte, forse val meglio per Dio che non si creda in lui e che si lotti con tutte le nostre forze contro la morte, senza levare gli occhi verso il cielo dove lui tace» (il dottor Rieux ne La peste di A. Camus (1947), tr. it. di B. Del Fabbro, Bompiani, Milano 1964, XIIª ed., pp. 121-124).

I

Prendo spunto dall’articolo di Marco Revelli (In medio stat virus, in volerelaluna, 11.3.2020), in cui si dice che se in Italia abbiamo solo 5.000 posti in rianimazione, rispetto ad altri paesi europei che ne hanno il quadruplo se non il quintuplo, ciò deriva da precise scelte politiche, e più precisamente da quelle che «hanno portato in dieci anni a negare 37 miliardi dovuti alla sanità e a tagliare 70.000 posti letto chiudendo quasi 800 reparti». Tagli che, come si sa, si sono dovuti praticare a causa della spending review resasi necessaria con la crisi finanziario-economica del 2008.

Chiaro. Ma se è in parte a questi tagli e ad un tale causa che si debbono in definitiva le evidenti difficoltà e le inaudite conseguenze che (dopo i Cinesi) noi Italiani stiamo subendo con la pandemia del Coronavirus, esiti che lo stesso studioso delinea nel suo contributo azzardando addirittura un confronto con la Selekcja di Auschwitz, non è forse agli stessi tagli e alle medesime cause che si debbono anche gli effetti visibilmente nefasti anche nel settore dell’istruzione e dell’educazione? Certo, non c’è paragone tra un effetto e l’altro quanto a pericolosità e forse non sarebbe neppure opportuno farne in momenti catastrofici come l’attuale. È tuttavia indubbio perlomeno che entrambe hanno la loro causa nella decisione di affrontare in quel modo quanto meno poco lungimirante la spending review.

Pur essendo pressati dall’emergenza virus, non bisognerebbe infatti dimenti-care che essa ha nel frattempo messo a tacere un’altra emergenza, quella contro cui, prima dell’abbattersi del Covid-19, non solo l’Italia ma l’Europa intera stava cercando di opporsi: l’affermazione dell’estrema destra, stimolata tra l’altro da un’ulteriore emergenza, quella dei profughi siriani espulsi dal governo turco. Si tratta di quella stessa destra che, a partire almeno dal 2015, con la questione della Grexit, continua ancora a mettersi in luce a Lesbo, là dove è stato detto «finisce l’Europa» (cfr. l’articolo di Annalisa Camilli A Lesbo finisce l’Europa, in volerelaluna, 5.3.2020).

Cosa c’entrano i tagli alla scuola con il neofascismo? C’entrano e come! Perché il fascismo in Italia, dice ad esempio Christian Raimo nel suo interessante lavoro (Ho 16 anni e sono fascista. Indagine sui ragazzi e l’estrema destra, Piemme, Milano 2018), sembra essere diventato quasi una moda, una posa, un modo d’essere e di comportarsi, non solo tra i millennials, tra i giovani dell’ultima generazione. E questo, avverte dal suo canto Luciano Canfora, ossia «Il fatto che giovani e giovanissimi, nelle nostre scuole – pur dopo lo sforzo illustrativo e commemorativo di ricorrenze capitali (da ultimo l’LXXX delle “leggi razziali”) –, si proclamino orgogliosamente “fascisti” non è una febbricola passeggera di cui disinteressarsi» (Fermare l’odio, Laterza, Bari 2019). Ora, il fatto che poco sappiano di storia, non dipende certo da loro. Non c’è dubbio, infatti, che da almeno una ventina d’anni, la scuola è visibilmente sotto attacco, sotto una specie di subdolo assedio da parte del «sovranismo nero», un assalto che «passa», dice lo storico, «attraverso la cosiddetta “autonomia”».

Insomma, se da un lato le conseguenze dei tagli alla sanità si notano soprattutto oggi, come dei dolorosi nodi al pettine, con le difficoltà incontrate dagli ospedali italiani per fronteggiare l’emergenza virus, dall’altro lato le conseguenze dei tagli alla scuola (meno 7,4 miliardi nel 2007, meno 10 miliardi tra il 2008 e il 2012, meno 4 miliardi nel 2019), e quindi dei mancati investimenti nel campo educativo e culturale in senso lato, si notano nella generale precarizzazione dell’insegnamento, nell’opzionalità dello studio, nel totale smantellamento del comparto scuola. In effetti, col passare degli anni, a partire dalla riforma Berlinguer, le scuole sono vieppiù diventate dei comodi Commercial Park Study Center, ossia Centri di Assistenza o di Accoglienza con l’Opzione allo Studio. Qui, in ultima analisi, anche a causa del taglio delle ore in alcune discipline formative come la storia, le conseguenze si registrano in una formazione e in una preparazione altrettanto incerte e poco strutturate dei giovani. Il metodo dell’e-learning, della didattica a distanza – impostosi in questi giorni a causa del pericolo della diffusione del virus nelle scuole, ma prefigurata già una quarantina di anni fa da Jean-François Lyotard ne La condizione postmoderna, 1979), rientra anch’esso in questa tendenza smaterializzante e ipervirtualizzante, in questo progetto di “liquidazione” della scuola. Sicché se era già difficile, anche con la compresenza di docenti, testimoni e storici, riuscire a insegnare ad esempio la Resistenza o la Deportazione, ancora più difficile se non impossibile lo sarà attraverso una piattaforma didattica. E così il cerchio, come si vede, si chiude. Tout se tient.

Ciò consente pertanto di dedurre che anche quella dell’odio razziale, proprio come quella del Coronavirus, non è una semplice e normale febbriciattola da prendere sotto gamba. A fronte di questa tempesta perfetta, in cui le emergenze si sommano anziché elidersi, al fondo di tutte queste urgenze resta una domanda, dice Domenico Gallo: «una civiltà che precipita un popolo di profughi nell’area dei sommersi, ha le risorse morali per salvarsi dal virus del pipistrello?» (cfr. La doppia epidemia, in volerelaluna 6.3.2020). Una domanda che trova una risposta e una conferma altrettanto pessimistica in una frase lapidaria di un superstite della Shoah, una sentenza che fa un po’ da sintesi a tutte quelle emergenze: «Auschwitz non sarà stato altro che fumo, se l’umanità non saprà trarne la sua lezione; e del resto, se Auschwitz dovesse essere dimenticato, come se non fosse esistito mai, l’uomo avrà dimostrato di non meritare che la sua esistenza si perpetui» (Ka-Tzetnik 135633, La fenice venuta dal Lager, Mondadori, Milano 1969).

II

Comunque sia, il Coronavirus rappresenta una netta smentita delle convinzioni razziste o sovraniste, perché si sta prendendo dolorosamente coscienza del fatto che il pericolo non giunge più soltanto da un particolare “altro”, da una particolare etnia o anche da uno “strano” tipo di essere umano, ma da ogni essere umano, divenuto potenziale portatore del virus, potenziale untore. Potrebbe provenire quindi da ogni “straniero”. Ma il medesimo batterio sta cancellando inesorabilmente anche l’idea stessa, la categoria mentale non solo di straniero o di “forestiero”, ma anche di “frontiera” o di “muro” dietro cui fino a ieri era possibile limitare (anche dietro lauto compenso) gli eventuali effetti indesiderati della sua semplice presenza. Giacché dinanzi al Covid-19 si è non solo tutti uguali, ma si è diventati anche “stranieri a se stessi”. Non siamo più infatti quelli che credevamo di essere: siamo “altro” da noi stessi, “altro” da come eravamo. Per certi versi, se pensiamo a tutto il personale sanitario, più solidali come il dottor Rieux, più veri, più pudichi, e per altri versi, comunque, anche più egoisti a causa dell’inestirpabile istinto di conservazione. Forse in ogni caso migliori di come ritenevamo di essere. Ma – domanda – si può essere migliori e più solidali solo di fronte a una pandemia? Non possiamo esserlo anche senza o prima della pandemia o prima di una guerra? Questo tipo di predisposizione mi sembra rimetta sul tappeto una questione formativa e culturale fondamentale che spesso resta inevasa.

Proprio nel senso di quell’eguaglianza, si può altresì affermare che siamo in tutta evidenza di fronte a una pandemia, ossia a un contagio di portata universale: un banale microbo, un microrganismo semplice ed elementare dispone di una epidemicità planetaria, capace di contaminare potenzialmente tutta quanta (pan) la popolazione (demos) del mondo. Esso assimila nella potenzialità contagiante. Non affratella ancora nell’amore, ma lo fa almeno nella possibilità della morte. E ci ricorda che noi, come tutti gli esseri viventi, le apparteniamo, apparteniamo alla morte, quasi nello stesso modo arcano in cui il popolo di Israele apparteneva a Yahweh. Come Dio, infatti, crea l’uomo attraverso l’adamàh, la terra e il fango, nello stesso modo noi discendiamo dalla morte, cioè dall’inorganico, a cui ritorniamo, perché vi apparteniamo, misteriosamente, enigmaticamente, magmaticamente.

Non solo. Grazie a questo germe stiamo altresì divenendo consapevoli del fatto che il pericolo non giunge solo dall’uomo in generale, dall’uomo in quanto tale, ma anche dal mondo che esso ha fin qui gestito e predisposto, nonché da tutti gli oggetti che, avendoli prodotti e nominati, li ha con ciò stesso contagiati. Non ci resta, così, che gestire e toccare noi stessi, non senza però esserci per bene ripuliti le mani con detergenti che, peraltro, non certo a tutti, ma per taluni risultano anche nocivi. Ora scopriamo insomma che anche noi, in quanto appunto uomini, siamo contagiosi a noi stessi, costituiamo un pericolo per noi medesimi.

Anche perché il mondo ci si è ridotto paurosamente attorno a noi e siamo obbligati a vedercela con noi stessi, a lottare, chiusi in una cella come tanti Giacobbe con noi stessi più che contro Dio. Siamo costretti, cioè, a un duro e concreto solipsismo, vissuto però come un castigo, come una palla al piede, specie per noi postmoderni, educati a vivere sempre “lontano” da noi stessi, con la mente “altrove”, a far passare il tempo nutrendo sogni e utopie, a trovare sempre qualcosa da fare e con cui trastullarci, “divertirci”, divergere comunque da noi stessi. Ah, il tempo! Per tutto quello che dovevamo fare prima del passaggio del virus il tempo non ci bastava mai: vivevamo sempre di fretta, correndo assai più veloce del tempo stesso. Ma il virus non ha nessuna fretta e ci costringe a una lentezza a cui non siamo affatto avvezzi. Ora, quasi per rieducarci, per farci scoprire quello che siamo sempre stati veramente e da cui ci eravamo illusi di aver preso definitivamente congedo, il Coronavirus ci costringe e ci riconduce a una condizione umana premoderna dimenticata e messa rapidamente da parte, perché è come se di fatto fossimo stati “arrestati”, bruscamente reclusi e forzati a convivere fianco a fianco, ora dopo ora, con noi stessi, a parlare con noi stessi e di noi stessi, indotti ad ascoltarci e ad accorgerci con amara sorpresa che tutto quello che dicevamo prima di quella pandemia, di quell’inatteso castigo, non era che suono cacofonico e per più versi insignificante, puro e inutile flatus vocis.

Ciò significa che la virulenza del virus ci costringe anche al silenzio, ad ascoltare i nostri silenzi e, assieme ad essi, quindi, anche il ronzio di qualche mosca, che proprio ora, in questi strani momenti si avverte confondendosi con il nostro respiro affannoso e quasi asmatico, una mosca che, svolazzando annoiata, si diverte rimbalzando da noi al nostro vicino. Questo era, direi a tutti gli esegeti che li criticano, il reale rischio che corsero gli amici di Giobbe quando andarono a fargli visita, nonostante che l’Uzita fosse stato toccato dalla piaga maligna, dalla tremenda shechìn ra‘ che Dio, su richiesta di Satana, acconsentì di fargli provare.

Ecco, sì: il respiro. Ma è proprio da quest’ultima essenza dell’umano e del vivente in generale, da quello stesso soffio, dalla ruàḥ che Dio ha insufflato nella nostra adamàh, nella nostra materia inorganica (a cui, virus o non virus, dobbiamo fare ritorno), che deriva il pericolo: è di esso che si nutre il virus, è grazie ad esso che si propaga, che ci tocca e che ci contagia.

Non dovremmo pertanto nemmeno respirare per non dargli la possibilità di diffondersi. Dovremmo paradossalmente pensare all’estinzione per sconfiggere il Coronavirus. Dovremmo creare il deserto attorno ad esso, giacché è degli uomini, della loro vita e della loro morte che esso ha bisogno per crescere e moltiplicarsi. Eppure non è così. Perché è proprio per aver creato un tale deserto sulla Terra, per aver desertificato il mondo, per aver reso il piccolo giardino delle delizie una immensa discarica a cielo aperto, che il virus ha avuto agio di propagarsi.

Alla fine, a farci da “altro”, da “prossimo” nel duro e incerto periodo della piaga maligna, del flagello, oltre alle noiose mosche, avremo ancora le locuste, le immancabili cavallette. Giacché ad essere allontanato e in qualche modo negato da questo virus è anche il cosiddetto “prossimo”, il quale, proprio per essere riscoperto nel suo profondo valore, dovrà mantenersi intollerabilmente a debita distanza, come la fidanzata per Kierkegaard o come l’essere per Heidegger. Dovremo abituarci a pensare che “prossimo” è ciò che ci si deve dare nella distanza. Il rapporto con il “prossimo” non potrà che essere virtuale e come tale inappagante. L’unico appagamento che potremo ancora avere è quello con noi stessi, perché noi stessi siamo stati costretti dal virus a ciò che ci è “più prossimo”, cioè a “noi stessi”, a noi viventi che viviamo nel costante pericolo dell’auto-contagio, in silenzio, in apnea, con la continua paura dell’auto-estinzione.

Ma avremo almeno il tempo per provare questo timore? Sapremo far fronte a questo pericolo dell’auto-estinzione? Ora infatti ne va non solo della vita del nostro futuro, ma del futuro della nostra vita. Tutti i nostri sforzi sono unanimamente tesi a scongiurare un tale rischio, mentre con il passare delle ore le note dell’inno di Mameli cominciano stranamente a commuoverci e la parola “patria” ad assumere il suo pieno significato. In questo disperato tentativo, come sempre, ci sostiene qualche residuo culturale, qualche frammento poetico. Ad esempio i versi di Novalis e del primo dei suoi Inni alla notte: tu mi hai annunciato la notte per la vita – mi hai reso uomo. Quelli celeberrimi di Hölderlin in Patmos (l’isola greca che fu terra d’esilio per l’apostolo Giovanni): Ma là dove è il pericolo, cresce / Anche ciò che ti salva. Quelli dalla sublime semplicità de La Quiete dopo la tempesta di Leopardi: Passata è la tempesta: / Odo augelli far festa, e la gallina, / Tornata in su la via, / Che ripete il suo verso.

Sì, grazie a questo virus, compresi e compressi come siamo nel nostro essere piegati su noi stessi, e dunque per necessità più prossimi a noi stessi, nella reale possibilità dell’auto-estinzione, in questo asfittico e repentino restringimento del mondo, sì ora, finalmente, siamo in grado di intuire e di prevedere con questi nostri amici poeti che la tortora continuerà a richiamarci – tutùutu! – emettendo il suo tubare lamentoso, la coccinella assieme alla cimice proseguiranno la loro lenta e insensata marcia verso il nulla, il gallo seguiterà a cantare nelle scialbe aurore del mondo e l’eco risuonerà invano per la campagna desolata.

IVREA, 16 MARZO 2020

Anti-illuminismo della destra italiana

Figure come la giovane Anne Frank e l’anziana senatrice Liliana Segre vengono derise e offese dai sostenitori, noti e ignoti, della destra italiana.

Anti-illuminismo della destra italiana. Liliana Segre con il padre

Figure come la giovane Anne Frank e l’anziana senatrice Liliana Segre vengono derise e offese dai sostenitori, noti e ignoti, della destra italiana non già e non tanto per se stesse, per quello che sono, cioè come vittime della Shoah, ma per quello che esse rappresentano, ossia per la loro ebraicità.

È questo l’aspetto più inquietante della questione, perché ancora una volta, nonostante la dura lezione del recente passato, si indulge a prendersela non con le persone, con i singoli individui, bensì con la loro presunta razza.

Da questo atteggiamento platealmente razzista, si desume che il fondamento della destra italiana, benché non lo si dica ancora apertamente, è rimasto immodificato: è rimasto cioè nostalgicamente fascista, perché continua ad opporsi a uno dei principi dell’Illuminismo, a uno dei cardini dell’etica kantiana, che dice di

trattare le persone sempre come un fine e mai come un mezzo.

Ebbene, umiliando e sfregiando l’immagine simbolica di quelle due persone, la destra fascista italiana non fa altro che usarla come mezzo per ribadire ancora una volta, dopo quasi un secolo dalla marcia su Roma, che il progetto illuminista e internazionalista, filocomunista e filoebraico, insomma il programma democratico che la sinistra, assieme alle altre forze antifasciste, ha voluto attuare in Italia con la sua bella Costituzione democratica e repubblicana, è e resta un progetto sbagliato.

E ciò, secondo questa destra, esprime un giudizio che, nonostante i contorcimenti istituzionali sempre più difficoltosi e i giochi di palazzo, gli Italiani confermano quasi ad ogni turno elettorale.

Sarebbe pertanto auspicabile e legittimo per questa destra restaurare il progetto antitetico ad esso, ossia quello sovranista e neonazionalista, populista e neofascista, e quindi antidemocratico.

In tutto il mondo, peraltro, a partire dalle vecchie e dalle nuove superpotenze, non mancano i modelli a cui ispirarsi e da cui, sfruttando la naturale dialettica tra esse, ottenere eventuali sostegni concreti.

Ma per tornare al nostro strano Paese, che, da par suo, saprà certo plasmarsi un modello ad esso adeguato, magari sulla falsa riga del suo vecchio prototipo, l’auspicio è che questa nuova e probabile alleanza, questo nuovo asse, al quale orgogliosamente i sovranisti italiani credono di appartenere, non generi gli stessi risultati disastrosi che ha innegabilmente prodotto il precedente asse, sia sul piano militare che su quello economico.

La domanda pertanto è: vogliamo di nuovo diabolicamente ricadere nello stesso errore?

Se la risposta è sì, sappiamo già perlomeno quello che ci attende. Ma se la risposta è no, allora una sola cosa sembra ci resti da fare per salvarci da questa possibile sciagura – Kant, l’illuminista, l’autore del saggio sulla Pace perpetua, il filosofo il cui intero arco di vita è stato contrassegnato da continue guerre, lo sapeva bene: insistere sulla cultura.

Perché solo cittadini privi di memoria storica, di senso critico e di sensibilità possono assecondare propensioni miopi come quella stimolata ad arte dalla solita destra italiana fascista e velleitaria.

Se la nostra risposta è no, allora tra le priorità di governo, crisi o non crisi, ci deve essere assolutamente il sostegno all’istruzione e alla cultura.

Giacché solo la cultura ci può salvare da questo putridume, da questa china arida e scivolosa.

Franco Di Giorgi

1 novembre 2019

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