E’ uscito oggi, pubblicato con puntualità svizzera, da Punto rosso di Milano, il terzo volume sulla storia di Rifondazione, dopo quelli precedenti comparsi nel 2002 (il primo decennio) e nel 2021 (il secondo).
Gli anni trattati vanno dal 2011 al 2025.
La Traversata nel deserto. Rifondazione comunista dalla chiusura di Liberazione al Congresso di Montecatini
La trattazione inizia dalla drammatica sconfitta della “Sinistra Arcobaleno”, passa per la scissione vendoliana, il tentativo di rilancio con la “Federazione della sinistra”, la chiusura di “Liberazione”, il calo degli iscritti, il crescere dei problemi finanziari.
Quindi, per i tentativi di aggregazione attraverso “Rivoluzione civile” (Ingroia), l'”Altra Europa” (Tsipras), le scelte per “Potere al popolo”, “Unione popolare”, sino a “Pace, Terra, Dignità”.
Oltre a trattare vicende interne (congressi, componenti, dibattiti…),
il testo tenta di inserire le vicende del PRC nel contesto nazionale (governi, situazione sociale, movimenti) e internazionale (guerre, modificazioni del quadro globale).
Lo completa e arricchisce il primo tentativo di ricostruire, anche se parzialmente, la storia dei/delle Giovani comunisti/e, opera di Paolo BERTOLOZZI e Nicolò MARTINELLI.
Prefazione severa, ma da discutere, di Matteo PUCCIARELLI, giornalista e autore di molti libri su formazioni e figure della sinistra (DP, Avanguardia operaia, Tsipras, Podemos, 5 stelle…).
Postfazione di Giovanni RUSSO SPENA, diversa per impostazione e prospettiva.
Auspichiamo che questo libro “La Traversata nel deserto” (riferimento a un testo della grande Rosa Luxemburg), sia usato da circoli, federazioni, dipartimenti nazionali, nelle feste, ma anche da associazioni, biblioteche, archivi storici, ARCI, ANPI, centri sociali…
Credo che RIFONDAZIONE, al di là dei diversi giudizi sui suoi 35 anni e sulle difficoltà e divergenze attuali, sia stato il maggiore tentativo per legare la tradizione comunista alle emergenze e ai movimenti sociali.
Riflettere sulle sue vicende non è solamente archeologia storiografica, ma ha ben altro valore.
Fate sapere che il testo esiste, recensitelo anche criticamente, discutiamolo insieme.
Pronto, con i miei giovani amici, ad andare ovunque.
Pronto sempre a presentare e discutere il recente testo su CHE GUEVARA (Redstarpress, Roma), di grande attualità per i nodi che pone.
Democrazia Proletaria è vissuta dal 1978 al 1991, caratterizzandosi come l’ultima formazione della nuova sinistra, davanti alla dissoluzione di più esperienze (Lotta Continua, Potere operaio, i gruppi m- l…), vivendo nella tenaglia fra la crescita del PCI, con la proposta di compromesso storico, e la deriva terroristica (lotta armata), nel riflusso delle spinte sociali e in una fase in cui la proposta organizzativa e la strutturazione partitica era fortemente messa in discussione.
Dopo anni vi è una relativa ripresa di studi su questo piccolo partito:
al pionieristico Camminare eretti (Milano, Punto rosso, 1996), centrato su un bilancio, ma soprattutto sull’apporto della cultura di DP al processo di rifondazione comunista, si sono aggiunti, nel tempo, Democrazia Proletaria. La nuova sinistra tra piazze e palazzi di William GAMBETTA (Milano, Punto rosso, 2010, seconda edizione Bologna, Derive e approdi), accurata ricostruzione della fondazione e dei primi anni, Gli ultimi mohicani di Matteo PUCCIARELLI (Roma, Alegre, 2011), L’agile mangusta. Democrazia proletaria e gli anni Ottanta di Alfio NICOTRA (Roma, Alegre, 2021), occasione di molte presentazioni in tutta Italia e quindi di incontro della vecchia “comunità”.
A questi testi si aggiungono studi locali,
sulle specificità delle singole DP, sull’impegno generoso e continuo, controcorrente, di tant* giovani, sulle tematiche (lavoro, ambiente, scuola, temi sociali…) affrontati nel corso degli anni.
Per tutti, ricordo Giovani, ribelli e sognatori. Una generazione non raccontata che sognava la rivoluzione negli anni ‘80, a cura di Italo DI SABATO e Marco PEZZI,Scritti eretici, dall’alluvione di Firenze alla caduta del muro (Milano, Punto rosso, 2024), articoli, saggi e relazioni di una delle figure più attente della nuova sinistra non solamente locale.
Si collega direttamente a questa pubblicazione, Quelli di via San Carlo, opera collettiva che ricostruisce quattordici anni di vita e attività di Rifondazione a Bologna (la sede era, appunto, in via San Carlo), contestualizzata nel panorama nazionale, internazionale, ma soprattutto ricordata per le sue specificità che la rendono atipica rispetto alle scelte e alle pratiche del partito nazionale.
DP si caratterizza come “federazione di federazioni”,
con forti differenze interne, date dalla diversità di formazione di dirigenti e militanti. L’introduzione schematizza i “movimentisti” a Roma, gli “operaisti” a Torino, i “partitisti” a Milano”, i “moderati” in Trentino.
La realtà di Bologna è ancora diversa, perché unisce una pratica operaia continua, una azione sociale conflittuale, una visione rigida del partito, la comprensione dell’importanza della comunicazione ad azioni “situazioniste” provocatorie e scandalose.
Il contesto è quello di un fortissimo Partito comunista, egemone nella società e nelle istituzioni, della proposta di compromesso storico, dalla compromissoria politica sindacale (l’EUR), dal progressivo affermarsi del craxismo, dalla spinta autonoma che nega valore alla forma partito, dalla presenza brigatista che ipotizza soluzioni a breve termine. Per ultima, l’ascesa dei Verdi, con una ipotesi che sottovaluta la dimensione del lavoro e dell’intervento sulla realtà operaia.
Quelli di via San Carlo è quindi il racconto di una eresia, di una pratica di massa, di una concezione rivoluzionaria in una fase, non breve e contingente, di riflusso, di pratiche anticonformiste e singolari.
Le circa duecento pagine ripercorrono l’attività del piccolo partito dalla grandi ragioni per tutto l’arco della sua esistenza, dalla fondazione, nei drammatici giorni del sequestro Moro, dopo la difficile fase seguita allo scacco delle elezioni del 1976 e alla successiva frammentazione della nuova sinistra (PdUP, DP).
Il primo tema è dato dalle lotte operaie
e testimonia una reale presenza nella realtà locale, nel periodo segnato dall’unità nazionale, dalla politica dei due tempi, dall’opposizione alle scelte sindacali, dai referendum sociali su su DP si rilancia nel 1981, dal referendum contro l’accordo di S. Valentino.
È morta a Torino ADRIANA STEVANIN. Operaia, militante del PCI, della Cgil e di Rifondazione. La sua vita è quella di tante lavoratrici, emigrate dal Veneto, passate per l’estero e finite a Torino, quando le fabbriche richiamavano lavoratori/tri da tutta Italia.
Adriana Stevanin a Torino durante una manifestazione di Rifondazione Comunista
Nata nel 1937, a otto anni lavora in campagna, dai 14 ai 18 è mondina nel vercellese. Avviamento professionale, frequentato la sera “perché di giorno dovevo lavorare”. Lavora per una fabbrica tessile che porta il lavoro a casa, nel 1957 sposa Benito Garbin di Montagnana (Padova), emigrato in Piemonte, poi minatore in Germania, poi a Torino (FIAT). Quando nasce il figlio, la famiglia vive in un sottoscala, in via Barbaroux.
Nel 1967 Adriana entra in una fabbrica tessile. Forma la CGIL: 200 tessere al sindacato e 200 al partito. Ricorda, con commozione, la festa per gli 80 anni di Rita Montagnana.
Poi, gli anni ’80 e le trasformazioni nel PCI:
“Ho sofferto moltissimo, me la sono presa. Ho pensato: Qui stiamo diventando tutti matti. Se tornasse in vita mia madre! Trovarsi così dopo aver tanto lavorato per il partito! Poi la speranza in Rifondazione e la delusione per la diaspora: “Era sbagliato dividere il partito. Ho iniziato a preoccuparmi. Ho sofferto per tutte le scissioni e polemiche ancor più che per la fine del PCI”.
La malattia negli ultimi anni e la morte improvvisa, il 17 marzo, a quasi 89 anni di età. Potete trovare il racconto della vita sua e del marito, nel n. 52 dei Quaderni del CIPEC (scaricabili on line).
Al caro amico Benito Garbin (92 anni) che, questa sera, mi ha telefonato piangendo, un saluto ed un abbraccio.
Di Adriana riporto le ultime parole della sua testimonianza (anni fa), quasi un testamento umano e politico: “Sono contenta della mia vita. La politica ha dato un senso alla mia vita, ho sentito sentimenti di fratellanza“.
È la generazione che mi ha direttamente preceduto e da cui ho imparato molte cose, soprattutto la coerenza, la fratellanza, l’impegno per un mondo diverso.
Sergio Dalmasso, Comandante Che Guevara. La vita, le battaglie e il pensiero politico di un rivoluzionario, Roma, RedStarPress, 2025, pp. 314, 120 fotografie in b/n, 20 euro.
Comandante CHE GUEVARA. La vita le battaglie e il pensiero politico di un rivoluzionario di Sergio Dalmasso
A quasi 60 anni dalla morte, la grande figura di Che Guevara continua a vivere nella coscienza collettiva per il grande esempio che ha trasmesso, per l’immagine pura e non corrotta dal potere, per il legame continuo tra quanto pensato, detto, messo in atto.
Nella attuale crisi frontale di ipotesi alternative, nel crollo di riferimenti, nell’affermarsi di una destra suprematista, razzista, neofascista,
ma anche di una pseudo sinistra liberista, atlantista, totalmente omologata, nella progressiva scomparsa di speranze di trasformazione, la sua immagine il suo volto sembrano costruire una alternativa ancor oggi viva.
Affascinano il disinteresse,
la continua volontà di rimettersi in discussione, il cominciare dal nulla, vincere, divenire ministro e il rinunciare a tutto, partendo per imprese disperate, a 37 anni, con pochi uomini, gravato da una malattia che lo accompagna dai primi anni di vita.
Il libro ripercorre le interpretazioni, le letture, la “fortuna” del Che nei vari decenni, la sua vita dall’Argentina ai viaggi, dalla vittoria a Cuba all’attività di ministro,
dalle missioni internazionali alla decisione di creare nuovi fronti contro l’imperialismo, dal fallimentare tentativo in Congo a quello, tragico, in Bolivia.
Ricostruisce le diverse letture date dalla sinistra italiana (PCI, riviste, Trotskisti, “filocinesi”) nel 1967, dopo la morte e l’immagine del Che attraverso film,
canzoni, poster, anche gadget, veicolata, non sempre positivamente, dai media. Si chiude con una commovente e profonda lettera di Frei Betto, il cui afflato cristiano si lega all’amore per il rivoluzionario marxista.
Caratteristica del libro è non essere centrato sull’interpretazione del guerrigliero eroico, per anni prevalente anche a Cuba.
Questa lettura, pur comprensibile, cancella, anche per comodità, gli aspetti fondamentali del pensiero e dell’opera di un marxista critico.
° L’internazionalismo.
La scelta per il comunismo nasce dalla scoperta della realtà sociale dell’America latina e delle sue vene aperte.
Nelle sue prime missioni internazionali, in cui incontra i maggiori leader del mondo, si dichiara entusiasta del socialismo realizzato e degli aiuti che URSS, paesi dell’est Europa e Cina offrono a Cuba.
Il dissenso inizia a manifestarsi nel 1962, dopo la “crisi dei missili” e il cedimento dell’URSS, legata alla politica di coesistenza pacifica, di fronte alle minacce statunitensi.
Si accresce e si manifesta negli anni successivi e viene espressa in scritti e soprattutto nei tre discorsi all’ONU, alla Società delle Nazioni e ad Algeri (24 febbraio 1965).
Nel terzo in particolare, l’accusa ai paesi che non appoggiano sino in fondo le lotte di liberazione anticoloniali, nazionali e le spinte rivoluzionari è nettissimo.
Così è netta la critica alla sinistra “ufficiale” nel Messaggio alla Tricontinentale (Creare due, tre, molti Vietnam) disegno politico antimperialista che mira ad unificare le emergenze dei paesi poveri di America latina, Africa, Asia,
nel momento in cui lo scontro in Vietnam è frontale, e la guerriglia si allarga a tutto il sud America, crescono le lotte in altri paesi, l’Africa sembra esplodere e non manca una forte radicalità nera negli stessi Stati Uniti.
° La critica al socialismo realizzato.
Dopo la ricordata esaltazione di URSS, Cina e repubbliche popolari nei primissimi anni ’60, il Che è il primo a cogliere nelle loro scelte economiche e nei mancati livelli di partecipazione democratica il rischio di una involuzione profonda e di restaurazione del capitalismo.
Alle debolezze e difficoltà, il sistema socialista risponde con il ritorno a meccanismi capitalistici e con la assenza di formazione di coscienza politica.
Nella stessa Cuba, si sommano l’impreparazione tecnica, il “guerriglierismo amministrativo”, l’inamovibilità dei funzionari, lo spirito di autoconservazione, la mancanza di coscienza.
Si legga Il socialismo e l’uomo a Cuba che chiede partecipazione consapevole, nella prospettiva dell’uomo nuovo, in un richiamo al dibattito marxista dell’epoca (richiamo alle opere giovanili, al concetto di alienazione…).
° La battaglia contro la burocrazia
è legata a questo, nel timore di una involuzione della stessa Cuba, in concomitanza con il dibattito sulle scelte economiche dell’isola in cui le sue posizioni sono emarginate da scelte più ortodosse (si veda Carlos Tablada, Economia, etica e politica nel pensiero di Che Guevara).
La burocrazia non scompare con l’estinzione delle categorie mercantili, ma tende ad ampliarsi e a riprodursi.
Si vedano i suoi scritti durante gli incarichi ministeriali, i dialoghi dal Ministero dell’Industria, gli articoli del Granma, certamente da lui ispirati, Contro la burocrazia una battaglia decisiva, Feltrinelli, 1967).
La vita e il pensiero del Che appartengono alla storia del marxismo del ‘900 che, sottratto al dogmatismo e alle cristallizzazioni della vulgata sovietica, ha offerto figure come Rosa Luxemburg, Gramsci, la Scuola di Francoforte, Victor Serge e indirettamente da Lumumba, Fanon, Sankara…
Rileggere la sua vita, la sua azione, il suo pensiero incompiuto è fondamentale per ipotizzare una ripresa del pensiero marxista e della prassi per la liberazione dell’umanità.
Tornare ancora al Che, quindi, non è nostalgia, è un imperativo dettato dalla tragica realtà in cui viviamo.
In Il ciclostile, n. 19 dicembre 2025, Sergio Dalmasso, Comandante Che Guevara. La vita, le battaglie e il pensiero politico di un rivoluzionario. Presente anche in Schede e recensioni.
Roma, RedStarPress, 2025, pp. 314, 120 fotografie in b/n, 20 euro
Il ciclostile recensisce il libro di Sergio Dalmasso Comandante Che Guevara n.19 dicembre 2025
A quasi 60 anni dalla morte, la grande figura di Che Guevara continua a vivere nella coscienza collettiva per il grande esempio che ha trasmesso, per l‘immagine pura e non corrotta dal potere, per il legame continuo tra quanto pensato, detto, messo in atto.
Nella attuale crisi frontale di ipotesi alternative, nel crollo di riferimenti, nell‘affermarsi di una destra suprematista, razzista, neofascista, ma anche di una pseudo sinistra liberista, atlantista, totalmente omologata, nella progressiva scomparsa di speranze di trasformazione, la sua immagine il suo volto sembrano costruire una alternativa ancor oggi viva.
Affascinano il disinteresse, la continua volontà di rimettersi in discussione,
il cominciare dal nulla, vincere, divenire ministro e il rinunciare a tutto, partendo per imprese disperate, a 37 anni, con pochi uomini, gravato da una malattia che lo accompagna dai primi anni di vita.
Il libro ripercorre le interpretazioni, le letture, la “fortuna” del Che nei vari decenni, la sua vita dall‘Argentina ai viaggi, dalla vittoria a Cuba all‘attività di ministro, dalle missioni internazionali alla decisione di creare nuovi fronti contro l‘imperialismo, dal fallimentare tentativo in Congo a quello, tragico, in Bolivia.
Ricostruisce le diverse letture date dalla sinistra italiana (PCI, riviste, Trotskisti, “filocinesi”) nel 1967, dopo la morte e l‘immagine del Che attraverso film, canzoni, poster, anche gadget, veicolata, non sempre positivamente, dai media.
Si chiude con una commovente e profonda lettera di Frei Betto, il cui afflato cristiano si lega all‘amore per il rivoluzionario marxista.
Caratteristica del libro è non essere centrato sull‘interpretazione del guerrigliero eroico, per anni prevalente anche a Cuba.
Questa lettura, pur comprensibile, cancella, anche per comodità, gli aspetti fondamentali del pensiero e dell‘opera di un marxista critico.
In data 25 dicembre 2025 alle ore 22:56, usando in GEMINI (di GOOGLE) il semplice PROMPT “Info sullo storico Sergio Dalmasso” ho avuto da essa la seguente risposta, meritevole di divulgazione, (Domenico Capano, 4 gennaio 2026):
Sergio Dalmasso a Cuneo in occasione della presentazione del suo nuovo libro su Che Guevara, 2025
Sergio Dalmasso e la storiografia del movimento operaio: un’analisi sistematica tra militanza, ricerca archivistica e memoria politica
L’opera e l’itinerario biografico di Sergio Dalmasso si pongono come un punto di intersezione fondamentale nella cultura politica italiana, rappresentando un tentativo coerente di coniugare la ricerca storica rigorosa con l’impegno civile diretto. Nato a Boves, in provincia di Cuneo, nel 1948, Dalmasso ha attraversato la seconda metà del Novecento e il primo quarto del ventunesimo secolo non soltanto come testimone oculare delle trasformazioni della sinistra, ma come uno dei suoi principali cronisti e teorici “eretici”. La sua formazione, profondamente radicata nel territorio cuneese ma aperta alle influenze cosmopolite dell’università genovese degli anni della contestazione, ha prodotto una produzione storiografica che si distingue per la capacità di recuperare le vicende delle classi subalterne e delle formazioni politiche minori, spesso trascurate dalla storiografia ufficiale dei grandi partiti di massa.
Radici biografiche e formazione intellettuale
Il percorso di Sergio Dalmasso non può essere compreso senza considerare l’ambiente originario di Boves, una comunità segnata indelebilmente dalla memoria della Resistenza e dal primo eccidio nazista in Italia. Figlio di un impiegato, ex partigiano delle formazioni “Giustizia e Libertà” (GL), e di madre genovese, Dalmasso cresce in un nucleo familiare dove i valori dell’antifascismo e della democrazia repubblicana costituiscono il fondamento dell’educazione civile.
La sua formazione scolastica prosegue a Cuneo e culmina negli studi universitari a Genova tra il 1967 e il 1971. Questo quadriennio è cruciale: Genova è uno degli epicentri del movimento studentesco e delle lotte operaie che preludono all’autunno caldo. Presso l’ateneo genovese, Dalmasso consegue la laurea in Filosofia e successivamente quella in Storia, sviluppando tesi che già prefigurano i suoi interessi futuri: i movimenti socialisti non stalinisti degli anni Cinquanta, la genesi del gruppo de “il manifesto” e la crisi del Partito Comunista Italiano (PCI) nel 1956, innescata dall’uscita di Antonio Giolitti a seguito della repressione sovietica in Ungheria.
La scelta di tornare sui banchi universitari anni dopo per conseguire una laurea in Lettere Moderne testimonia una curiosità intellettuale insaziabile e il rifiuto di una specializzazione accademica chiusa in se stessa, preferendo una visione umanistica integrata che abbraccia la letteratura, la filosofia e la storia politica come strumenti complementari per la comprensione della realtà sociale. … CONTINUA
Indice generale
Sergio Dalmasso e la storiografia del movimento operaio: un’analisi sistematica tra militanza, ricerca archivistica e memoria politica pag. 1
Radici biografiche e formazione intellettuale pag. 1
La pedagogia della militanza: quarant’anni di insegnamento pag. 2
Tra storiografia ed eresia: il percorso politico pag. 2
Il mandato nel Consiglio Regionale del Piemonte (2005-2010) pag. 3
Il CIPEC: un laboratorio di storia e politica pag. 3
Analisi tematica dei “Quaderni CIPEC” pag. 4
La storiografia delle figure “eretiche” pag. 5
Lelio Basso: il socialista della ragione militante pag. 5
Rosa Luxemburg: il comunismo della libertà pag. 5
Lucio Libertini e le Tesi sul Controllo pag. 5
Comandante Che Guevara: l’attualità del pensiero rivoluzionario pag. 5
Metodologia e storiografia dei “vinti” pag. 6
L’Archivio Sergio Dalmasso e la democrazia del sapere pag. 7
La saggistica recente e le nuove sfide teoriche pag. 8
Seminari, conferenze e il legame con il territorio pag. 8
Sono ovvie le specificità di Trieste, porto dell’impero austro-ungarico, città multietnica, declassata a un ruolo marginale dopo il passaggio all’Italia, nonostante questo sia sempre stato negato da una forte retorica nazionalista.
Il fascismo triestino ha caratteristiche peculiari e profonde.
Allo scontro politico contro comunisti, socialisti, anarchici, somma l’odio verso la nazionalità slovena.
Ne è prova il tragico rogo del Narodni dom (13 luglio 1920), sede delle organizzazioni slovene.
Nel corso di tutto il ventennio, si sommeranno, in nome dell’italianità, cambi forzosi dei cognomi slavi, divieto di usare la lingua e di mantenere associazioni etniche.
Nel periodo della Seconda guerra mondiale, poi, si sommeranno i massacri nei comuni sloveni, le deportazioni, i campi di concentramento.
Il fatto simbolicamente più noto è l’eccidio (aprile 1944) nel villaggio di Lipa di Elsane, in Istria. Evito le discussioni politico-storiografiche sull’eccidio di Porzûs (febbraio 1945) e sulla tragedia delle foibe.
Meriterebbero più spazio.
La specificità triestina prosegue con la sua appartenenza alla Zona di operazione del litorale adriatico
di cui fa parte con le province di Fiume, Lubiana, Pola e Gorizia, in una non formale annessione al Terzo Reich, con il campo di concentramento della Risiera di S. Sabba,
l’unico in Italia, con forno crematorio (da 2.000 a 4.000 morti), con l’intrecciarsi, nella Resistenza di spinta antifascista e di elementi nazionali.
I 43 giorni di occupazione jugoslava sono giudicati in modo opposto dalla maggioranza italiana e dalla minoranza slovena.
Al quinto giorno di presenza jugoslava, una manifestazione del CLN italiano viene repressa: 5 morti.
In mezzo alle discussioni sul confine italo/jugoslavo,inizia l’esodo dall’Istria.
Negli accordi di pace di Parigi (1947), Gorizia e Monfalcone sono assegnate all’Italia, l’Istria alla Jugoslavia.
Trieste sarà italiana solamente dal 1954, dopo tensioni che portano al dispiegamento, sul confine, dei due eserciti (italiano e jugoslavo).
In foto, a sinistra il Maresciallo Josip Broz Tito e a destra il presidente dell’URSS Nikita Sergeevič Chruščëv a Capodistria nel 1963 dopo il riavvicinamento tra Jugoslavia e Unione Sovietica avviato in seguito alla morte di Iosif Stalin (Mosca 5 marzo 1953).
È stata una Camera del Lavoro pienissima a dare l’ultimo saluto il 9 luglio 2025 a Emilio Molinari, scomparso il 5 luglio c.m. a Milano.
Centinaia di compagni e amici, molti dei quali costretti ad accalcarsi in piedi, hanno seguito con commozione corale i ricordi di Vincenzo Greco, Basilio Rizzo, Giovanni Russo Spena, Erica Rodari, della nipote Alice Molinari e di Vittorio Agnoletto, nonché i messaggi (scritti o registrati) giunti da Mario Capanna, Moni Ovadia, Dacia Maraini, José Luíz Del Roio.
Emilio Molinari (nato a Milano nel 1939) è stato un protagonista dell’ultimo grande ciclo di lotte per l’emancipazione sociale che questo paese ha conosciuto,
il ciclo delle lotte operaie e insieme studentesche che tra anni Sessanta e Settanta hanno attraversato le società del cosiddetto “benessere” postbellico in Europa e in particolare in Italia. Proveniente dalla fabbrica e dalla classe operaia, cui è rimasto fino all’ultimo “sentimentalmente connesso” (come ha ricordato, gramscianamente, Russo Spena), Molinari è stato tra i fondatori e dirigenti prima di Avanguardia Operaia e poi di Democrazia Proletaria, fino all’incontro con il “nuovo” movimento ambientalista sul finire degli anni Ottanta.
A partire dagli anni Novanta, dopo una traversata delle istituzioni che lo ha portato al Consiglio comunale di Milano, al Consiglio regionale della Lombardia, al Senato e anche al Parlamento europeo, Molinari è uscito dalla politica istituzionale ma non certo dall’impegno politico-sociale, che ha proseguito nell’associazione Punto Rosso e poi legando il suo nome al movimento per l’acqua pubblica, di cui era divenuto portavoce appassionato.
Il nostro collettivo, che ha avuto l’onore di averlo fra i suoi interlocutori e amici in diverse circostanze di discussione pubblica (anche per l’amicizia affettuosa che lo legava a Piero Basso), vuole dunque ricordarlo, proponendo il discorso tenuto da Basilio Rizzo alla Camera de Lavoro.
Da segnalare, infine, che un’autobiografia, cui Emilio aveva lavorato negli scorsi anni e portato a termine proprio negli ultimi mesi, è di imminente pubblicazione per le edizioni Red Star Press di Roma.
Ideeinformazione
Sapevo da tempo che questo momento sarebbe arrivato, eppure nei miei pensieri lo spostavo sempre più in là…
C’è tempo, Emilio è una roccia – mi dicevo.
E invece eccoci qui oggi a ricordare, con tutto l’affetto di cui siamo capaci, uno straordinario compagno: in politica il mio riferimento assoluto e indiscutibile; nella vita, sul piano personale, un fratello maggiore.
Non come un modo di dire, ma nella pienezza e bellezza della parola fratello.
I nostri percorsi si sono incontrati alla fine degli anni Sessanta.
Partivamo da due punti diversi, lui già attivo nelle lotte operaie che venivano crescendo, io nel movimento studentesco di Città Studi.
Emilio con altri operava per dare forza e consapevolezza al mondo del lavoro.
Noi invece sentivamo il bisogno di uscire dalle aule, di collegarci alle lotte nelle fabbriche.
Andavamo ai cancelli a fare picchetti nelle giornate di lotta e contemporaneamente cresceva un’unità forte fra i due movimenti.
Intanto il vento del Sessantotto soffiava nel mondo intero portando la spinta a cambiare la società, a proporre nuovi valori, a lottare per un mondo migliore.
Nacque nelle fabbriche l’esperienza straordinaria dei CUB (Comitati unitari di base).
Le due parole hanno un significato profondo: momento di organizzazione “dal basso” dei lavoratori: per contare bisognava essere uniti, così da essere più forti nelle lotte. Da lì venne una spinta a creare un soggetto politico che intervenisse a tutti i livelli.
Emilio è stato uno dei protagonisti della nascita di Avanguardia operaia (AO) e ne fu dirigente fin dalla prima ora.
Ebbe inizio lì, in AO, il mio sodalizio politico ed umano con lui.
Emilio è stato infaticabile nel lavoro di massa e un dirigente amatissimo.
Sempre in prima fila nelle lotte, era un leader naturale, oggi si direbbe un predestinato, ma lo era soprattutto per i suoi meriti: oratore trascinante, empatico, autorevole senza farlo pesare, mai autoritario.
Non cercava dei seguaci ma dei compagni con cui condividere le lotte.
Ci ha fatto sentire tutti noi, dal primo all’ultimo, come protagonisti di una stagione di lotte belle, esaltanti, portate avanti per obiettivi importanti da raggiungere per avere una società migliore.
Ci ha resi orgogliosi di quello che facevamo.
Sono stati anni fantastici che ancora oggi riempiono i cuori di quanti hanno avuto la fortuna di viverli.
Chi li ha vissuti, al di là che poi abbiano seguito altri percorsi politici rispetto ad Emilio, ne conservano sempre un ricordo straordinario e provano per lui un particolare affetto.
Questa sala lo testimonia più di ogni parola.
Emilio è stato un compagno che cercava unità e la solidarietà che raccoglieva gli dava sempre più forza, più determinazione.
Se per te è importante il lavoro collettivo è naturale cercare di aumentare il numero di quanti combattono con te. Nella proverbiale vocazione della sinistra alle divisioni, Emilio fu invece protagonista dell’unità fra Avanguardia operaia e il PdUP e della successiva nascita di Democrazia proletaria. Un caso unico di “fusione” e non di “scissione”.
La stessa scelta di Emilio di unire le lotte sociali con l’ambientalismo va letto come il tentativo di aprire nuovi spazi più ampi e più ricchi, più adeguati a una sinistra al passo coi tempi.
Il progetto di un soggetto politico rosso-verde sottintendeva un processo di ampliamento e di unità, non di ulteriore divisione.
Con DP Emilio sposta il suo baricentro politico su scala nazionale e internazionale (ma di questo altri compagni ne parleranno in modo più approfondito).
Emilio ci ha rappresentato in modo eccezionale nelle istituzioni.
Vi arrivava perché ce lo spingevamo, non certamente perché sgomitava per arrivarci. Nelle istituzioni – e non solo lì – si è trovato a combattere su terreni che potevano apparire diversi tra loro: il mondo del lavoro, il sociale, le questioni internazionali, la corruzione, i disastri ambientali.
Sempre efficace, determinato, competente.
Ma come ha potuto essere un così appassionato combattente su tutto?
E la risposta che mi sono dato è che Emilio si era dato una regola chiara, su cui non derogava: combattere tutte le ingiustizie che si trovava di fronte.
Lo sentiva come un dovere, un dovere interiore, un compito che la vita gli aveva assegnato.
Fossero le condizioni di lavoro nelle fabbriche, il territorio devastato dalla speculazione, l’ambiente ferito, la corruzione a danno della collettività, il diritto della salute negato, i beni comuni depredati…
Emilio era sempre pronto a combattere, sempre schierato con chi pativa le diseguaglianze sociali, dalla parte degli oppressi contro gli oppressori, con chi chiedeva umanità e riceveva violenza.
Emilio era, e ha sempre continuato ad essere, un orgoglioso difensore della nostra storia. A chi intendeva denigrarla e infangarla (dipingendo ad esempio gli anni Settantaunicamente come«gli anni di piombo») ha sempre risposto con fermezza, ricordando la resistenza democratica alle bombe di Piazza Fontana, di Brescia, dello stragismo.
Per questa resistenza democratica alcuni nostri compagni sono stati uccisi.
Nei luoghi di lavoro, di studio, nei territori, i nostri compagni erano impegnati nella resistenza antifascista e dettero il loro contributo alla tenuta della Repubblica stessa.
Con le nostre idee e i nostri valori certamente, ma nessuno dei nostri compagni di AO e di DP – amava sottolineare Emilio – scelse la via della lotta armata.
Emilio è stato un ecologista convinto, ante litteram, al tempo delle lotte antinucleari.
Lo è stato in una forma universalista, non elitaria: difendere il pianeta per salvare l’umanità.
L’acqua, senza la quale non può esserci vita, la sua “sacralità”, è stata il centro della sua militanza politica negli ultimi anni (di questo ne parlerà in maniera più approfondita Erica Rodari).
Mi limito solo a dire che la battaglia per l’acqua pubblica da difendere, conquistare e garantire per tutti non è solo, di per sé, un obiettivo politico importante, ma per noi anche una forma di riconoscimento doveroso per il lavoro straordinario fatto da Emilio sul tema.
L’ultima considerazione di tipo politico è la questione della pace.
Emilio ha continuato a manifestare la sua apprensione per i pericoli di guerra.
Guerre ce ne sono già e sappiamo quali tragedie stanno provocando, ma Emilio con angoscia esprimeva il suo timore per una guerra atomica finale e distruttiva che potrebbe annientare la vita e la sopravvivenza dall’intero pianeta.
C’è solo Papa Francesco che sembra preoccuparsene – mi diceva amareggiato. In verità io tendevo a ridimensionare questo pericolo, non credevo a un atto distruttivo totale.
Chi ragionevolmente potrebbe volere la sparizione della vita sulla Terra?
Eppure, questa angoscia, questa preoccupazione e sofferenza per il destino degli altri, da parte di una persona che aveva la piena consapevolezza di non avere ancora una lunga vita da vivere, mi facevano pensare a quale carica di umanità, di amore per il prossimo avesse nell’animo Emilio.
Quanta amarezza ci scambiavamo nell’assistere alla tragedia di Gaza, alla morte di innocenti, alla sistematica eliminazione di un popolo!
Quanta rabbia per il senso di impotenza nel vedere i potenti del mondo inerti, complici di un massacro che disonora chiunque non faccia qualcosa per fermarlo!
La bandiera della Palestina che qui ci accompagna, certo è una piccola cosa simbolica, ma rinnova la volontà di proseguire nell’impegno in difesa del popolo palestinese.
Noi oggi abbiamo dato la priorità al ricordo dell’Emilio politico.
Ma Emilio è stato anche una persona piena di vitalità e di sentimenti.
Ha amato ed è stato amato.
Ha sempre ammirato la bellezza della vita, della natura e delle opere dell’uomo.
I silenzi dei boschi.
Il fragore di una cascata o di un’onda che si frangeva.
La luce abbacinante del sole e il buio incantato, la luna e le stelle.
Amava leggere, amava studiare.
I racconti dei suoi viaggi erano sempre pieni di passione e di emozioni.
Era un uomo ricco di sentimenti.
A breve uscirà un libro in cui Emilio ha voluto raccontare la sua vita, i suoi pensieri, le sue speranze.
Siamo certi che sarà una miniera inesauribile di riflessioni e di stimoli.
Ma ora vorrei rivolgermi direttamente a te, Emilio.
Emilio, è un po’ di giorni che non ci sentiamo ma so che Tina è accanto a te.
La tua meravigliosa compagna che ti ha reso la vita più bella nei momenti di gioia e di felicità e che ti è stata sempre e comunque accanto, ancora di più nei giorni difficili del dolore e delle malattie. Non sapremo mai come ringraziarla abbastanza.
Mi mancano però le nostre telefonate di ogni sera.
Sapessi quanto mi manca quella “minuscola cellula di partito”, che si riuniva da remoto, come usa dire adesso, e in cui ci confrontavamo su quanto andava accadendo attorno a noi.
Mi chiedevi e ti davo notizie e impressioni sulle manifestazioni a cui non ti era più consentito di partecipare.
Ma poiché viviamo tempi bui, le cattive notizie prevalevano sulle buone.
Non potevamo essere ottimisti, ma ci confermavamo reciprocamente che non ci saremmo rassegnati, che bisognava continuare a combattere le buone battaglie.
Potremmo forse sembrare patetici visti da fuori, con le nostre speranze di cambiamenti lontani e improbabili. Ma come ci insegnano le canzoni partigiane …scarpe rotte eppur bisogna andar.
Un’assemblea ben riuscita, una manifestazione unitaria molto partecipata, qualche volta arrivavano a confortarci.
E pensavamo alla prossima iniziativa da farsi, perché la voglia di impegnarsi non è mai venuta meno.
Nelle riunioni allargate della nostra associazione, una piccola cosa, per carità, ma sempre un’occasione di discussione collettiva, la più frequente delle conclusioni era: «Bene, sentiamo cosa ne pensa Emilio e poi decidiamo».
Emilio, lo sai, sei stato sempre la nostra guida al di là del passare del tempo, ed io so già che da oggi, davanti a una scelta da fare, mi troverò a pensare che cosa avresti detto e fatto tu e agirò di conseguenza.
La prima indicazione su cosa fare che ci hai lasciato è molto semplice da eseguire.
Emilio, più volte a me e ad altri compagni, in modo discreto per non farti sentire da Tina, ma con angoscia ci dicevi che non dovevamo preoccuparci per te, ma dovevamo pensare a Tina. Emilio, dov’è il problema?
Tina ha una forza d’animo, un coraggio, uno spirito straordinario.
Saprà affrontare la prova durissima che gli è arrivata addosso.
Stanne pur certo.
Avrà accanto a sé la sua famiglia, le amiche di sempre, tutti noi.
E se non bastasse ancora, ci saranno i compagni che ti hanno voluto bene e che te ne vorranno sempre.
Il libro, André Tosel, Sulla crisi storica del marxismo. Saggi, note e scritti italiani, a cura di Sergio Dalmasso, pubblicato da Mimesis (2025), è il compimento di un debito personale verso l’autore, che il curatore ha avuto la fortuna di conoscere.
Omaggio a un pensiero complesso, un interrogarsi che ha percorso l’intera vita di questo intellettuale e attivista politico.
Partecipe, per sua stessa ammissione, al travaglio di una generazione che ha vissuto sia le speranze della rivolta operaia e studentesca del 1968,
sia la convinzione che la strategia comunista del passaggio democratico al socialismo potesse introdurre importanti riforme nella struttura sociale.
Una generazione che ha vissuto in breve tempo l’affermazione e lo scacco di quella strategia.
André Tosel a cura di Sergio Dalmasso
André Tosel (Nizza 1941 – 2017) ha insegnato presso le università di Parigi, Digione e Nizza.
I suoi studi e interessi spaziano da Kant a Spinoza a Marx e Gramsci di cui è stato il maggior conoscitore e traduttore in Francia e sulla filosofia italiana (Vico, Labriola, Gentile).
Di formazione cattolica, studente alla Scuola Normale Superiore, subisce l’influenza di Louis Althusser.
L’indignazione contro la guerra francese in Algeria lo indirizza verso il marxismo,
con le dovute cautele derivanti dallo choc prodotto dal rapporto Kruscev sui crimini di Stalin del 1956,
il culto della personalità, l’intervento sovietico in Cecoslovacchia nel 1968.
Vasco Rossi e Diego Giachetti
Vasco Rossi intervistato da Diego Giachetti per il suo libro Odio i lunedì
Con Althusser è alla ricerca di un’uscita a sinistra dallo stalinismo.
La intravede nel maoismo, nella rivoluzione culturale e aderisce, nella seconda metà degli anni Sessanta, a un gruppo politico filocinese.
La delusione per le posizioni politiche assunte dalla Cina e la scoperta del pensiero di Gramsci lo spingono, nel 1973, all’adesione al Partito comunista francese.
Ben presto deluso, si allontana dal partito criticandone l’immobilismo e il dogmatismo, per poi rientrarvi, nei suoi ultimi anni, sulla spinta del Front de gauche.
Nel libro, composto da un’introduzione di Fabio Minazzi,
da un saggio del curatore in cui ricostruisce il suo percorso filosofico- politico, e da uno scritto autobiografico dello stesso Tosel,
sono raccolti suoi contributi pubblicati su riviste italiane appartenenti all’area della nuova sinistra e del marxismo critico, e altri su Gramsci e non solo.
Completano l’opera i messaggi e gli omaggi seguiti alla sua improvvisa scomparsa. Si tratta di scritti elaborati dopo la caduta del muro di Berlino e la fine dell’Unione Sovietica aventi come referente la fine del comunismo storico novecentesco e la crisi della socialdemocrazia,
messi sotto scacco dalla rivoluzione neoliberista indotta dalla ristrutturazione e delocalizzazione del capitalismo.