In data 25 dicembre 2025 alle ore 22:56, usando in GEMINI (di GOOGLE) il semplice PROMPT “Info sullo storico Sergio Dalmasso” ho avuto da essa la seguente risposta, meritevole di divulgazione, (Domenico Capano, 4 gennaio 2026):
Sergio Dalmasso a Cuneo in occasione della presentazione del suo nuovo libro su Che Guevara, 2025
Sergio Dalmasso e la storiografia del movimento operaio: un’analisi sistematica tra militanza, ricerca archivistica e memoria politica
L’opera e l’itinerario biografico di Sergio Dalmasso si pongono come un punto di intersezione fondamentale nella cultura politica italiana, rappresentando un tentativo coerente di coniugare la ricerca storica rigorosa con l’impegno civile diretto. Nato a Boves, in provincia di Cuneo, nel 1948, Dalmasso ha attraversato la seconda metà del Novecento e il primo quarto del ventunesimo secolo non soltanto come testimone oculare delle trasformazioni della sinistra, ma come uno dei suoi principali cronisti e teorici “eretici”. La sua formazione, profondamente radicata nel territorio cuneese ma aperta alle influenze cosmopolite dell’università genovese degli anni della contestazione, ha prodotto una produzione storiografica che si distingue per la capacità di recuperare le vicende delle classi subalterne e delle formazioni politiche minori, spesso trascurate dalla storiografia ufficiale dei grandi partiti di massa.
Radici biografiche e formazione intellettuale
Il percorso di Sergio Dalmasso non può essere compreso senza considerare l’ambiente originario di Boves, una comunità segnata indelebilmente dalla memoria della Resistenza e dal primo eccidio nazista in Italia. Figlio di un impiegato, ex partigiano delle formazioni “Giustizia e Libertà” (GL), e di madre genovese, Dalmasso cresce in un nucleo familiare dove i valori dell’antifascismo e della democrazia repubblicana costituiscono il fondamento dell’educazione civile.
La sua formazione scolastica prosegue a Cuneo e culmina negli studi universitari a Genova tra il 1967 e il 1971. Questo quadriennio è cruciale: Genova è uno degli epicentri del movimento studentesco e delle lotte operaie che preludono all’autunno caldo. Presso l’ateneo genovese, Dalmasso consegue la laurea in Filosofia e successivamente quella in Storia, sviluppando tesi che già prefigurano i suoi interessi futuri: i movimenti socialisti non stalinisti degli anni Cinquanta, la genesi del gruppo de “il manifesto” e la crisi del Partito Comunista Italiano (PCI) nel 1956, innescata dall’uscita di Antonio Giolitti a seguito della repressione sovietica in Ungheria.
La scelta di tornare sui banchi universitari anni dopo per conseguire una laurea in Lettere Moderne testimonia una curiosità intellettuale insaziabile e il rifiuto di una specializzazione accademica chiusa in se stessa, preferendo una visione umanistica integrata che abbraccia la letteratura, la filosofia e la storia politica come strumenti complementari per la comprensione della realtà sociale. … CONTINUA
Indice generale
Sergio Dalmasso e la storiografia del movimento operaio: un’analisi sistematica tra militanza, ricerca archivistica e memoria politica pag. 1
Radici biografiche e formazione intellettuale pag. 1
La pedagogia della militanza: quarant’anni di insegnamento pag. 2
Tra storiografia ed eresia: il percorso politico pag. 2
Il mandato nel Consiglio Regionale del Piemonte (2005-2010) pag. 3
Il CIPEC: un laboratorio di storia e politica pag. 3
Analisi tematica dei “Quaderni CIPEC” pag. 4
La storiografia delle figure “eretiche” pag. 5
Lelio Basso: il socialista della ragione militante pag. 5
Rosa Luxemburg: il comunismo della libertà pag. 5
Lucio Libertini e le Tesi sul Controllo pag. 5
Comandante Che Guevara: l’attualità del pensiero rivoluzionario pag. 5
Metodologia e storiografia dei “vinti” pag. 6
L’Archivio Sergio Dalmasso e la democrazia del sapere pag. 7
La saggistica recente e le nuove sfide teoriche pag. 8
Seminari, conferenze e il legame con il territorio pag. 8
Sono ovvie le specificità di Trieste, porto dell’impero austro-ungarico, città multietnica, declassata a un ruolo marginale dopo il passaggio all’Italia, nonostante questo sia sempre stato negato da una forte retorica nazionalista.
Il fascismo triestino ha caratteristiche peculiari e profonde.
Allo scontro politico contro comunisti, socialisti, anarchici, somma l’odio verso la nazionalità slovena.
Ne è prova il tragico rogo del Narodni dom (13 luglio 1920), sede delle organizzazioni slovene.
Nel corso di tutto il ventennio, si sommeranno, in nome dell’italianità, cambi forzosi dei cognomi slavi, divieto di usare la lingua e di mantenere associazioni etniche.
Nel periodo della Seconda guerra mondiale, poi, si sommeranno i massacri nei comuni sloveni, le deportazioni, i campi di concentramento.
Il fatto simbolicamente più noto è l’eccidio (aprile 1944) nel villaggio di Lipa di Elsane, in Istria. Evito le discussioni politico-storiografiche sull’eccidio di Porzûs (febbraio 1945) e sulla tragedia delle foibe.
Meriterebbero più spazio.
La specificità triestina prosegue con la sua appartenenza alla Zona di operazione del litorale adriatico
di cui fa parte con le province di Fiume, Lubiana, Pola e Gorizia, in una non formale annessione al Terzo Reich, con il campo di concentramento della Risiera di S. Sabba,
l’unico in Italia, con forno crematorio (da 2.000 a 4.000 morti), con l’intrecciarsi, nella Resistenza di spinta antifascista e di elementi nazionali.
I 43 giorni di occupazione jugoslava sono giudicati in modo opposto dalla maggioranza italiana e dalla minoranza slovena.
Al quinto giorno di presenza jugoslava, una manifestazione del CLN italiano viene repressa: 5 morti.
In mezzo alle discussioni sul confine italo/jugoslavo,inizia l’esodo dall’Istria.
Negli accordi di pace di Parigi (1947), Gorizia e Monfalcone sono assegnate all’Italia, l’Istria alla Jugoslavia.
Trieste sarà italiana solamente dal 1954, dopo tensioni che portano al dispiegamento, sul confine, dei due eserciti (italiano e jugoslavo).
In foto, a sinistra il Maresciallo Josip Broz Tito e a destra il presidente dell’URSS Nikita Sergeevič Chruščëv a Capodistria nel 1963 dopo il riavvicinamento tra Jugoslavia e Unione Sovietica avviato in seguito alla morte di Iosif Stalin (Mosca 5 marzo 1953).
https://www.sergiodalmasso.com/wp-content/uploads/2022/01/Sergio-Dalmasso.png00Sergio Dalmassohttps://www.sergiodalmasso.com/wp-content/uploads/2022/01/Sergio-Dalmasso.pngSergio Dalmasso2025-07-27 21:33:102025-07-30 21:22:58Trieste fra Cominform e Tito
È stata una Camera del Lavoro pienissima a dare l’ultimo saluto il 9 luglio 2025 a Emilio Molinari, scomparso il 5 luglio c.m. a Milano.
Centinaia di compagni e amici, molti dei quali costretti ad accalcarsi in piedi, hanno seguito con commozione corale i ricordi di Vincenzo Greco, Basilio Rizzo, Giovanni Russo Spena, Erica Rodari, della nipote Alice Molinari e di Vittorio Agnoletto, nonché i messaggi (scritti o registrati) giunti da Mario Capanna, Moni Ovadia, Dacia Maraini, José Luíz Del Roio.
Emilio Molinari (nato a Milano nel 1939) è stato un protagonista dell’ultimo grande ciclo di lotte per l’emancipazione sociale che questo paese ha conosciuto,
il ciclo delle lotte operaie e insieme studentesche che tra anni Sessanta e Settanta hanno attraversato le società del cosiddetto “benessere” postbellico in Europa e in particolare in Italia. Proveniente dalla fabbrica e dalla classe operaia, cui è rimasto fino all’ultimo “sentimentalmente connesso” (come ha ricordato, gramscianamente, Russo Spena), Molinari è stato tra i fondatori e dirigenti prima di Avanguardia Operaia e poi di Democrazia Proletaria, fino all’incontro con il “nuovo” movimento ambientalista sul finire degli anni Ottanta.
A partire dagli anni Novanta, dopo una traversata delle istituzioni che lo ha portato al Consiglio comunale di Milano, al Consiglio regionale della Lombardia, al Senato e anche al Parlamento europeo, Molinari è uscito dalla politica istituzionale ma non certo dall’impegno politico-sociale, che ha proseguito nell’associazione Punto Rosso e poi legando il suo nome al movimento per l’acqua pubblica, di cui era divenuto portavoce appassionato.
Il nostro collettivo, che ha avuto l’onore di averlo fra i suoi interlocutori e amici in diverse circostanze di discussione pubblica (anche per l’amicizia affettuosa che lo legava a Piero Basso), vuole dunque ricordarlo, proponendo il discorso tenuto da Basilio Rizzo alla Camera de Lavoro.
Da segnalare, infine, che un’autobiografia, cui Emilio aveva lavorato negli scorsi anni e portato a termine proprio negli ultimi mesi, è di imminente pubblicazione per le edizioni Red Star Press di Roma.
Ideeinformazione
Sapevo da tempo che questo momento sarebbe arrivato, eppure nei miei pensieri lo spostavo sempre più in là…
C’è tempo, Emilio è una roccia – mi dicevo.
E invece eccoci qui oggi a ricordare, con tutto l’affetto di cui siamo capaci, uno straordinario compagno: in politica il mio riferimento assoluto e indiscutibile; nella vita, sul piano personale, un fratello maggiore.
Non come un modo di dire, ma nella pienezza e bellezza della parola fratello.
I nostri percorsi si sono incontrati alla fine degli anni Sessanta.
Partivamo da due punti diversi, lui già attivo nelle lotte operaie che venivano crescendo, io nel movimento studentesco di Città Studi.
Emilio con altri operava per dare forza e consapevolezza al mondo del lavoro.
Noi invece sentivamo il bisogno di uscire dalle aule, di collegarci alle lotte nelle fabbriche.
Andavamo ai cancelli a fare picchetti nelle giornate di lotta e contemporaneamente cresceva un’unità forte fra i due movimenti.
Intanto il vento del Sessantotto soffiava nel mondo intero portando la spinta a cambiare la società, a proporre nuovi valori, a lottare per un mondo migliore.
Nacque nelle fabbriche l’esperienza straordinaria dei CUB (Comitati unitari di base).
Le due parole hanno un significato profondo: momento di organizzazione “dal basso” dei lavoratori: per contare bisognava essere uniti, così da essere più forti nelle lotte. Da lì venne una spinta a creare un soggetto politico che intervenisse a tutti i livelli.
Emilio è stato uno dei protagonisti della nascita di Avanguardia operaia (AO) e ne fu dirigente fin dalla prima ora.
Ebbe inizio lì, in AO, il mio sodalizio politico ed umano con lui.
Emilio è stato infaticabile nel lavoro di massa e un dirigente amatissimo.
Sempre in prima fila nelle lotte, era un leader naturale, oggi si direbbe un predestinato, ma lo era soprattutto per i suoi meriti: oratore trascinante, empatico, autorevole senza farlo pesare, mai autoritario.
Non cercava dei seguaci ma dei compagni con cui condividere le lotte.
Ci ha fatto sentire tutti noi, dal primo all’ultimo, come protagonisti di una stagione di lotte belle, esaltanti, portate avanti per obiettivi importanti da raggiungere per avere una società migliore.
Ci ha resi orgogliosi di quello che facevamo.
Sono stati anni fantastici che ancora oggi riempiono i cuori di quanti hanno avuto la fortuna di viverli.
Chi li ha vissuti, al di là che poi abbiano seguito altri percorsi politici rispetto ad Emilio, ne conservano sempre un ricordo straordinario e provano per lui un particolare affetto.
Questa sala lo testimonia più di ogni parola.
Emilio è stato un compagno che cercava unità e la solidarietà che raccoglieva gli dava sempre più forza, più determinazione.
Se per te è importante il lavoro collettivo è naturale cercare di aumentare il numero di quanti combattono con te. Nella proverbiale vocazione della sinistra alle divisioni, Emilio fu invece protagonista dell’unità fra Avanguardia operaia e il PdUP e della successiva nascita di Democrazia proletaria. Un caso unico di “fusione” e non di “scissione”.
La stessa scelta di Emilio di unire le lotte sociali con l’ambientalismo va letto come il tentativo di aprire nuovi spazi più ampi e più ricchi, più adeguati a una sinistra al passo coi tempi.
Il progetto di un soggetto politico rosso-verde sottintendeva un processo di ampliamento e di unità, non di ulteriore divisione.
Con DP Emilio sposta il suo baricentro politico su scala nazionale e internazionale (ma di questo altri compagni ne parleranno in modo più approfondito).
Emilio ci ha rappresentato in modo eccezionale nelle istituzioni.
Vi arrivava perché ce lo spingevamo, non certamente perché sgomitava per arrivarci. Nelle istituzioni – e non solo lì – si è trovato a combattere su terreni che potevano apparire diversi tra loro: il mondo del lavoro, il sociale, le questioni internazionali, la corruzione, i disastri ambientali.
Sempre efficace, determinato, competente.
Ma come ha potuto essere un così appassionato combattente su tutto?
E la risposta che mi sono dato è che Emilio si era dato una regola chiara, su cui non derogava: combattere tutte le ingiustizie che si trovava di fronte.
Lo sentiva come un dovere, un dovere interiore, un compito che la vita gli aveva assegnato.
Fossero le condizioni di lavoro nelle fabbriche, il territorio devastato dalla speculazione, l’ambiente ferito, la corruzione a danno della collettività, il diritto della salute negato, i beni comuni depredati…
Emilio era sempre pronto a combattere, sempre schierato con chi pativa le diseguaglianze sociali, dalla parte degli oppressi contro gli oppressori, con chi chiedeva umanità e riceveva violenza.
Emilio era, e ha sempre continuato ad essere, un orgoglioso difensore della nostra storia. A chi intendeva denigrarla e infangarla (dipingendo ad esempio gli anni Settantaunicamente come«gli anni di piombo») ha sempre risposto con fermezza, ricordando la resistenza democratica alle bombe di Piazza Fontana, di Brescia, dello stragismo.
Per questa resistenza democratica alcuni nostri compagni sono stati uccisi.
Nei luoghi di lavoro, di studio, nei territori, i nostri compagni erano impegnati nella resistenza antifascista e dettero il loro contributo alla tenuta della Repubblica stessa.
Con le nostre idee e i nostri valori certamente, ma nessuno dei nostri compagni di AO e di DP – amava sottolineare Emilio – scelse la via della lotta armata.
Emilio è stato un ecologista convinto, ante litteram, al tempo delle lotte antinucleari.
Lo è stato in una forma universalista, non elitaria: difendere il pianeta per salvare l’umanità.
L’acqua, senza la quale non può esserci vita, la sua “sacralità”, è stata il centro della sua militanza politica negli ultimi anni (di questo ne parlerà in maniera più approfondita Erica Rodari).
Mi limito solo a dire che la battaglia per l’acqua pubblica da difendere, conquistare e garantire per tutti non è solo, di per sé, un obiettivo politico importante, ma per noi anche una forma di riconoscimento doveroso per il lavoro straordinario fatto da Emilio sul tema.
L’ultima considerazione di tipo politico è la questione della pace.
Emilio ha continuato a manifestare la sua apprensione per i pericoli di guerra.
Guerre ce ne sono già e sappiamo quali tragedie stanno provocando, ma Emilio con angoscia esprimeva il suo timore per una guerra atomica finale e distruttiva che potrebbe annientare la vita e la sopravvivenza dall’intero pianeta.
C’è solo Papa Francesco che sembra preoccuparsene – mi diceva amareggiato. In verità io tendevo a ridimensionare questo pericolo, non credevo a un atto distruttivo totale.
Chi ragionevolmente potrebbe volere la sparizione della vita sulla Terra?
Eppure, questa angoscia, questa preoccupazione e sofferenza per il destino degli altri, da parte di una persona che aveva la piena consapevolezza di non avere ancora una lunga vita da vivere, mi facevano pensare a quale carica di umanità, di amore per il prossimo avesse nell’animo Emilio.
Quanta amarezza ci scambiavamo nell’assistere alla tragedia di Gaza, alla morte di innocenti, alla sistematica eliminazione di un popolo!
Quanta rabbia per il senso di impotenza nel vedere i potenti del mondo inerti, complici di un massacro che disonora chiunque non faccia qualcosa per fermarlo!
La bandiera della Palestina che qui ci accompagna, certo è una piccola cosa simbolica, ma rinnova la volontà di proseguire nell’impegno in difesa del popolo palestinese.
Noi oggi abbiamo dato la priorità al ricordo dell’Emilio politico.
Ma Emilio è stato anche una persona piena di vitalità e di sentimenti.
Ha amato ed è stato amato.
Ha sempre ammirato la bellezza della vita, della natura e delle opere dell’uomo.
I silenzi dei boschi.
Il fragore di una cascata o di un’onda che si frangeva.
La luce abbacinante del sole e il buio incantato, la luna e le stelle.
Amava leggere, amava studiare.
I racconti dei suoi viaggi erano sempre pieni di passione e di emozioni.
Era un uomo ricco di sentimenti.
A breve uscirà un libro in cui Emilio ha voluto raccontare la sua vita, i suoi pensieri, le sue speranze.
Siamo certi che sarà una miniera inesauribile di riflessioni e di stimoli.
Ma ora vorrei rivolgermi direttamente a te, Emilio.
Emilio, è un po’ di giorni che non ci sentiamo ma so che Tina è accanto a te.
La tua meravigliosa compagna che ti ha reso la vita più bella nei momenti di gioia e di felicità e che ti è stata sempre e comunque accanto, ancora di più nei giorni difficili del dolore e delle malattie. Non sapremo mai come ringraziarla abbastanza.
Mi mancano però le nostre telefonate di ogni sera.
Sapessi quanto mi manca quella “minuscola cellula di partito”, che si riuniva da remoto, come usa dire adesso, e in cui ci confrontavamo su quanto andava accadendo attorno a noi.
Mi chiedevi e ti davo notizie e impressioni sulle manifestazioni a cui non ti era più consentito di partecipare.
Ma poiché viviamo tempi bui, le cattive notizie prevalevano sulle buone.
Non potevamo essere ottimisti, ma ci confermavamo reciprocamente che non ci saremmo rassegnati, che bisognava continuare a combattere le buone battaglie.
Potremmo forse sembrare patetici visti da fuori, con le nostre speranze di cambiamenti lontani e improbabili. Ma come ci insegnano le canzoni partigiane …scarpe rotte eppur bisogna andar.
Un’assemblea ben riuscita, una manifestazione unitaria molto partecipata, qualche volta arrivavano a confortarci.
E pensavamo alla prossima iniziativa da farsi, perché la voglia di impegnarsi non è mai venuta meno.
Nelle riunioni allargate della nostra associazione, una piccola cosa, per carità, ma sempre un’occasione di discussione collettiva, la più frequente delle conclusioni era: «Bene, sentiamo cosa ne pensa Emilio e poi decidiamo».
Emilio, lo sai, sei stato sempre la nostra guida al di là del passare del tempo, ed io so già che da oggi, davanti a una scelta da fare, mi troverò a pensare che cosa avresti detto e fatto tu e agirò di conseguenza.
La prima indicazione su cosa fare che ci hai lasciato è molto semplice da eseguire.
Emilio, più volte a me e ad altri compagni, in modo discreto per non farti sentire da Tina, ma con angoscia ci dicevi che non dovevamo preoccuparci per te, ma dovevamo pensare a Tina. Emilio, dov’è il problema?
Tina ha una forza d’animo, un coraggio, uno spirito straordinario.
Saprà affrontare la prova durissima che gli è arrivata addosso.
Stanne pur certo.
Avrà accanto a sé la sua famiglia, le amiche di sempre, tutti noi.
E se non bastasse ancora, ci saranno i compagni che ti hanno voluto bene e che te ne vorranno sempre.
https://www.sergiodalmasso.com/wp-content/uploads/2022/01/Sergio-Dalmasso.png00Sergio Dalmassohttps://www.sergiodalmasso.com/wp-content/uploads/2022/01/Sergio-Dalmasso.pngSergio Dalmasso2025-05-31 21:04:252025-06-12 20:49:44L’Unione dei Socialisti Indipendenti
Il libro, André Tosel, Sulla crisi storica del marxismo. Saggi, note e scritti italiani, a cura di Sergio Dalmasso, pubblicato da Mimesis (2025), è il compimento di un debito personale verso l’autore, che il curatore ha avuto la fortuna di conoscere.
Omaggio a un pensiero complesso, un interrogarsi che ha percorso l’intera vita di questo intellettuale e attivista politico.
Partecipe, per sua stessa ammissione, al travaglio di una generazione che ha vissuto sia le speranze della rivolta operaia e studentesca del 1968,
sia la convinzione che la strategia comunista del passaggio democratico al socialismo potesse introdurre importanti riforme nella struttura sociale.
Una generazione che ha vissuto in breve tempo l’affermazione e lo scacco di quella strategia.
André Tosel a cura di Sergio Dalmasso
André Tosel (Nizza 1941 – 2017) ha insegnato presso le università di Parigi, Digione e Nizza.
I suoi studi e interessi spaziano da Kant a Spinoza a Marx e Gramsci di cui è stato il maggior conoscitore e traduttore in Francia e sulla filosofia italiana (Vico, Labriola, Gentile).
Di formazione cattolica, studente alla Scuola Normale Superiore, subisce l’influenza di Louis Althusser.
L’indignazione contro la guerra francese in Algeria lo indirizza verso il marxismo,
con le dovute cautele derivanti dallo choc prodotto dal rapporto Kruscev sui crimini di Stalin del 1956,
il culto della personalità, l’intervento sovietico in Cecoslovacchia nel 1968.
Vasco Rossi e Diego Giachetti
Vasco Rossi intervistato da Diego Giachetti per il suo libro Odio i lunedì
Con Althusser è alla ricerca di un’uscita a sinistra dallo stalinismo.
La intravede nel maoismo, nella rivoluzione culturale e aderisce, nella seconda metà degli anni Sessanta, a un gruppo politico filocinese.
La delusione per le posizioni politiche assunte dalla Cina e la scoperta del pensiero di Gramsci lo spingono, nel 1973, all’adesione al Partito comunista francese.
Ben presto deluso, si allontana dal partito criticandone l’immobilismo e il dogmatismo, per poi rientrarvi, nei suoi ultimi anni, sulla spinta del Front de gauche.
Nel libro, composto da un’introduzione di Fabio Minazzi,
da un saggio del curatore in cui ricostruisce il suo percorso filosofico- politico, e da uno scritto autobiografico dello stesso Tosel,
sono raccolti suoi contributi pubblicati su riviste italiane appartenenti all’area della nuova sinistra e del marxismo critico, e altri su Gramsci e non solo.
Completano l’opera i messaggi e gli omaggi seguiti alla sua improvvisa scomparsa. Si tratta di scritti elaborati dopo la caduta del muro di Berlino e la fine dell’Unione Sovietica aventi come referente la fine del comunismo storico novecentesco e la crisi della socialdemocrazia,
messi sotto scacco dalla rivoluzione neoliberista indotta dalla ristrutturazione e delocalizzazione del capitalismo.
Domenica, a GENOVA, si voterà per le elezioni comunali
Dopo otto anni di maggioranza di destra (leghisti, fascisti, berlusconiani, civici) e dopo gli scandali che hanno coinvolto il presidente della Regione TOTI e i suoi, è naturale il desiderio di voltare pagine e di arrivare ad una nuova gestione del comune.
Sta di fatto, però, che la candidata del “centro sinistra”, SALIS:
ha partecipato alle Leopolde di Renzi
ha dichiarato che il comune deve esaltare i primi, senza dimenticare gli ultimi
ha sostenuto che gli incarichi debbano essere affidati a chi ha la fiducia della maggioranza (la DC aveva più pudore, lo faceva senza dirlo)
ha rilanciato la Gronda, grande opera di cui si parla da decenni. Il linguaggio e le proposte cambiano se si parla con associazioni ambientaliste o con gli industriali
ha proposto Genova come centro per il nucleare.
Non è un caso che i destri abbiano detto a chiare lettere: “Sarebbe stata una buona candidata anche per noi”.
Ovviamente, silenzio totale sui referendum dell’8 giugno. Vi è il pericolo di scontentare Renzi, Calenda e metà del PD.
Ovviamente, non una parola sul riarmo europeo (800 miliardi che verranno tolti ai servizi sociali), sulle guerre (a cominciare dalla pulizia etnica a Gaza).
Il “centrosinistra” (le virgolette sono d’obbligo) parte con un vantaggio di 8 punti (52% a 44% alle ultime regionali), credo in parte eroso nelle ultime settimane.
Un successo (improbabile) della destra sarebbe gravissimo.
La vittoria, probabile, del campo largo, però, non è priva di contraddizioni e di problemi e non nasce sotto le migliori stelle.
Così siamo finiti: scontro tra – liberisti e atlantisti guerrafondai da un lato – neofascisti, populisti di destra dall’altro.
Pensate a K. Harris/Trump, Macron/Le Pen, ai paesi dell’est Europa.
Per restare all’Italia, all’ultimo match Letta/Meloni.
Lunedì 28 aprile 2025 sono state presentate/i, all’ASSEMBLEA PUBBLICA presso la sala CAP (via Albertazzi 3r – Genova), per la lista Sinistra Alternativa – con Antonella Marras sindaca – le candidate e i candidati alle elezioni comunali di Genova del 25 e 26 maggio 2025.
La lista Sinistra Alternativa si presenta nei municipi con i seguenti candidati presidente:
Municipio I centro-est: Daniele Cinti, 48 anni, impiegato, già attivo nel terzo settore;
Municipio II centro-ovest: Sergio Dalmasso, 77 anni, ex insegnante, storico autore di diversi libri, cure, saggi (presenti in questo sito web), già segretario regionale ligure del PRC e consigliere regionale in Piemonte;
Municipio III bassa-Valbisagno: Davide Ghiglione, 49 anni, impiegato pubblico, attivista ambientale e già consigliere municipale in Valpolcevera;
Municipio IV media-Valbisagno: Sergio Chiossone, 64 anni, ex bancario, attivista antifascista;
Municipio V Valpolcevera: Roberta Piazzi, 71 anni, ex dipendente comunale, segretaria del circolo PRC della Valpolcevera;
Municipio VI Medio Ponente: Manuela Veneziano 44 anni, impiegata, attiva nei comitati della scuola;
Municipio VII Pontente: Rosario Russo, 74 anni, ex impiegato pubblico, musicista ed animatore culturale;
Municipio IX Levante: Alberto Soave, 63 anni, attivista antifascista.
Parkhomenko Valeriya, 31 anni, assistente museale;
Perotto Luciano, 73 anni, ex dipendente ASL;
Roberto Marco, 70 anni, ex agente di commercio;
Salaris Marcella, 59 anni, libera professionista;
Toscano Renato, 70 anni, pensionato;
Vanzo Claudio, 71 anni, ex insegnante;
Viotti Nazzareno, 60 anni, ex bancario.
***
Comunicato di Sinistra Alternativa
Ieri, lunedì 28 aprile, abbiamo presentato in assemblea pubblica partecipata,
la lista Sinistra Alternativa con Antonella Marras candidata sindaca, i presidenti degli 8 municipi in cui saremo presenti per le elezioni amministrative del 25/26 maggio, e alcun* de* candidat* consiglier*.
Alcuni punti del programma di Sinistra Alternativa
Abbiamo presentato alcuni dei punti del programma che ha come punto cardine il No alla guerra e al piano di riarmo europeo, il lavoro con la fine delle esternalizzazioni,
salario minimo indicizzato al costo della vita, lotta allo sfruttamento e lavoro precario,
diritto alla casa, attenzione ai territori, ambiente, spazi pubblici anche autogestiti, politiche sociali e di inclusione con attenzione alle persone più fragili,
e poi le opere che si stanno svolgendo e che si vogliono fare sul territorio il loro impatto le proposte alternative, il trasporto pubblico locale, le periferie fisiche e sociali, la cultura i giovani,
lo sport ovviamente l’antifascismo e la lotta alle mafie e alla criminalità organizzata, e poi il cibo come atto politico.
Tutto in una visione anticapitalista, ecosocialista, in cui ci poniamo come strumento all’interno del comune per i tanti cittadini e cittadine, abitanti che potranno trovare chi può opporsi ai poteri forti che da sempre determinano le scelte in questa città,
che l’hanno svuotata di lavoro di qualità, di presidi culturali sociali sanitari, e di tutto ciò che rappresenti e dia vita a relazioni non mercantili, e di pensiero critico che sono alla base invece per un miglioramento della qualità della vita.
Il voto alla lista è un voto che non dà una delega in bianco
ma che porta direttamente le persone dentro le istituzioni in un contesto di confronto continuo e partecipativo,
per poter avere la possibilità di essere quel sassolino da mettere in un ingranaggio, che possa portare alla costruzione di quella opposizione sociale necessaria affinché si possano fare le giuste pressioni, ottenendo risposte a bisogni e rivendicazioni.
Vogliamo essere scomodi, goccia che crea tempesta, vogliamo condividere il sogno di una città che può essere diversa e migliore.
Un grazie va a tutte le persone che hanno firmato per la presentazione della lista,
a tutti e tutte quelle presenti ieri e a quelli che lo faranno in questo percorso.
È difficile, parlando di Lidia Menapace, affrontare la sua ricchissima biografia, tracciarne un profilo, senza inserire ricordi personali, modestissimi, ma molto numerosi in una conoscenza durata oltre mezzo secolo.
Lidia nasce a Novara nel 1924.
Racconta di “aver preso coscienza” nel corso della guerra, per motivi familiari, per i rastrellamenti tedeschi.
Prima, il trauma, nel 1938, per l’improvvisa assenza dalla scuola di una sua compagna di classe, perché ebrea (non è una malattia), le aveva fatto comprendere l’assurdità delle discriminazioni.
La scelta di divenire partigiana nasce da questo intreccio (ricordate La storia di Elsa Morante?) di grandi, drammatici fatti storici e di vicende personali, quotidiane:
la mancanza di cibo, i bombardamenti, la solidarietà tra persone semplici, i posti di blocco, l’attività clandestina…
Lo racconterà, settanta anni dopo, in Io partigiana. La mia resistenza (Manni 2014).
L’esperienza partigiana le lascia un segno indelebile. La sconfitta del fascismo deve essere il primo passo per la costruzione di una società più giusta.
Il rifiuto della guerra è consequenziale.
Dopo il lancio delle bombe atomiche nell’agosto 1945, scrive per un giornale locale, un articolo, bloccato dalla censura, in cui dice espressamente che le due atomiche buttate sui civili di un paese vinto ci mettono alla pari con i nazisti.
Dirà sempre: Chiamatemi ex politica, ex parlamentare, ex insegnante, ma non chiamatemi ex partigiana.
Ancora, la scelta pacifista l’accompagnerà per tutta la vita, contro i blocchi, il riarmo, le basi militari, l’installazione dei missili e la militarizzazione del territorio.
Sono conseguenti, “protofeministe”, le scelte di vita.
Frequenta gli ambienti cattolici e ha una relazione con un insegnante universitario che le propone il matrimonio, dicendole: Sarai la mia assistente.
Ovvio il rifiuto del ruolo subordinato e la fine della relazione.
Eguale la reazione davanti ad una persona, conosciuta frequentando la FUCI (la Federazione universitaria cattolica) che le propone il matrimonio, non accettando che lei lavori (il lavoro della moglie è considerato possibile solamente in famiglie modeste). …
CONTINUA
(PS. Lidia Menapace è presente sulla tessera di Rifondazione 2025 assieme a Pier Paolo Pasolini):
Tessera Rifondazione Comunista 2025, Pier Paolo Pasolini e Lidia Menapace
https://www.sergiodalmasso.com/wp-content/uploads/2022/01/Sergio-Dalmasso.png00Sergio DALMASSOhttps://www.sergiodalmasso.com/wp-content/uploads/2022/01/Sergio-Dalmasso.pngSergio DALMASSO2025-04-23 16:47:162025-11-07 13:22:35Lidia Menapace partigiana per sempre
Racconti di Adriano Agostino. Ho conosciuto Adriano e Gabriella Migliorini alla mitica Bianchini di Genova Marassi.
Rifondazione non usa il termine sezione, ma (bisogna essere moderni) quello di circolo. La Bianchini, però, rimane LA Bianchini (femminile), erede di tante sezioni PCI, in una città dove queste erano frequentissime e popolatissime, soprattutto nei quartieri operai.
Fotografie dei vecchi dirigenti, bandiere rosse delle vecchie sezioni, manifesti sui temi internazionali (Chapas, Cuba, Palestina, Kurdistan…).
Una grande sala all’ingresso, una per la segreteria, una grande cucina che prepara le cene del venerdì, da anni occasione di incontro.
Il nome ricorda il partigiano “Dente”, figura significativa della resistenza genovese (quella che ha fatto il 25 aprile un giorno prima).
Qui sono entrato, la prima volta, il 21 luglio 2001, fuggendo dalla tremenda carica di polizia e guardia di finanza in corso Italia (per chi c’era, a Punta Vagno).
Rabbia, sdegno, paura, timore di nuove cariche (l’assalto alla scuola Diaz e i fatti della caserma di Bolzaneto sarebbero avvenuti poche ore dopo). La polizia era schierata sull’altro lato del Bisagno.
Che intendesse attaccarci?
È un ricordo che mi accompagna ogni volta che ci entro.
Adriano e Gabriella mi hanno spesso raccontato di loro.
Forse, varrebbe (varrà) la pena di tornarci con più tempo e organicità.
In Adriano è fondamentale il soggiorno in URSS, (l’Università statale di Mosca) in anni in cui ancora vi era la speranza di una ascesa di questo paese, e – con essa- dei paesi “socialisti”.
Lo Sputnik, Gagarin, Valentina Tereskova, l’aumento progressivo di influenza sul “terzo mondo”, sui paesi che stavano uscendo dal colonialismo, …
CONTINUA (Quaderno Cipec numero 75) Quaderno a stampa presso Centro Stampa della Provincia di Cuneo nel primo semestre 2026)
La casa editrice Samonà-Savelli nasce a Roma nel 1963. Giuseppe Paolo Samonà è redattore all’“Unità”, ma ne viene allontanato per dissenso politico. Studioso di letteratura, sarà insegnante nelle università di Chieti-Pescara, Mogadiscio, Montreal.
Pubblicherà testi su Gioacchino Belli (1969), Giuseppe Tomasi di Lampedusa (1974), Letteratura e stalinismo (1971). Tradurrà il poeta russo Sergej Aleksandrovic Esenin.
Nel 1968 abbandona la casa editrice che, dal 1970 alla chiusura (1982), si denominerà: Savelli- La nuova sinistra.
Giulio Savelli (Roma 1941) proviene da una famiglia dell’alta nobiltà romana, legata al Vaticano.
Nell’autunno 1966, viene radiato dalla federazione romana del PCI, a causa della nascita del mensile “La Sinistra”.
Dagli anni ’80, cosa comune a tante figure dell’area, modifica le proprie posizioni, sino all’approdo, nel 1996, alle liste della destra berlusconiana.
E’ eletto deputato nella circoscrizione di Legnano, con il 36,8%, superando la candidata della Lega (29.5%) e quello dell’Ulivo (33,7%). … CONTINUA