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IL SOCIALISMO ERETICO DI LELIO BASSO II

di Sergio Dalmasso

Seconda puntata dell’articolo di Sergio Dalmasso (vedi “Il Lavoratore” di ottobre 2025)

Lelio Basso durante una conferenza

LELIO BASSO

Download “In "IL Lavoratore", dicembre 2025, Sergio Dalmasso, Il socialismo eretico di Lelio Basso, parte II.” Lelio-Basso-parte-seconda-in-Il-Lavoratore-12-25.pdf – Scaricato 1256 volte – 150,38 KB

Il marxismo

Il marxismo bassiano non è “ortodosso”.

Nasce dal rifiuto della socialdemocrazia e delle deformazioni positivistiche.

Nel secondo dopoguerra, la socialdemocrazia è strumento di integrazione della classe e si piega al neocapitalismo.

Al tempo stesso, Basso rifiuta il frontismo, l’appiattimento sull’URSS, il maoismo, spesso chiesastico.

Migliori strumenti per comprendere il suo pensiero sono la insuperabile introduzione agli Scritti politici di Rosa Luxemburg (1966) e Socialismo e rivoluzione, purtroppo incompiuto.

Il pensiero di Marx è cancellato dalla socialdemocrazia che lo trasforma in ideologia, eliminandone la sintesi dialettica.

Engels non è esente da una lettura scientista; leninismo e maoismo piegano il marxismo a condizioni specifiche.

La concezione leninista della coscienza esterna deriva da Kautsky e dal populismo russo ed è il prodromo di degenerazioni future.

Se al potere va un’avanguardia, la degenerazione burocratica è inevitabile. La dittatura del proletariato non è la negazione della democrazia.

Rosa Luxemburg

Rosa è l’unica autentica continuatrice del pensiero dialettico di Marx.

Sono gravi il silenzio, durato decenni, sulla sua figura e le accuse di spontaneismo, romanticismo, trotskismo…) Basso poi recupera la categoria lukacsiana di totalità che può essere interpretata solo da un’altra totalità concreta,

quella della classe, dai primi scritti (1946, 1949) alla riscoperta negli anni ’60, con la pubblicazione in Italia delle opere di Luxemburg curate, non a caso, da esponenti del socialismo di sinistra, Luciano Amodio e- appunto- Basso (1966).

Il socialismo luxemburghiano, antitetico a quello staliniano, implica libertà e autogestione che possono essere praticate solamente dal proletariato.

La rivoluzione non è atto, ma un processo e non può essere opera di una minoranza. Il partito è strumento, sintesi fra il sociale e la direzione politica.

I leader debbono formare le masse, non sostituirsi ad esse.

Vi è divergenza totale fra capitalismo e democrazia di cui il socialismo è la forma più alta.

Nel suo ultimo discorso, venti giorni prima della morte, questi temi vengono sintetizzati nella proposta consiliare.

La fede di un laico

L’interesse per la tematica religiosa, per l’aspetto etico/coscienziale caratterizza tutto il percorso bassiano che sempre rifiuta l’anticlericalismo e l’identificazione di fede religiosa con un partito

(anche da qui la sua opposizione ai rapporti governativi con la DC e all’ipotesi di compromesso storico).

Giovanili sono la collaborazione con la rivista protestante “Conscientia” e la seconda tesi di laurea sul teologo luterano Rudolf Otto,

cui seguono l’interesse per Thomas Münzer, soprattutto nell’interpretazione di Ernst Bloch che ne esalta il messianismo. Sempre nettissima la critica alla DC, partito falsamente democratico e falsamente cristiano.

Occorre spezzarla per liberare le forze progressiste e socialmente avanzate.

Il papato di Giovanni XXIII sembra aprire una nuova strada, con le encicliche, con il dialogo cristiani-marxisti.

Basso è l’unico laico ammesso a seguire i lavori conciliari.

La difesa della comunità cristiana dell’Isolotto di Firenze avviene nello spirito conciliare.

È singolare, in un non credente, l’affermazione della superiorità della assemblea dei fedeli rispetto alle istituzioni tradizionali. È crescente, in seguito, la preoccupazione per il progressivo ritorno della vecchia Chiesa.

Nei suoi ultimi anni, è l’America latina a dargli nuove speranze, con la mobilitazione di grandi masse, l’intreccio di movimenti cristiani e marxisti, la Teologia della liberazione.

Proprio all’America latina, al terzo mondo in cui continua a inseguire le sue utopie, si richiama il suo ultimo discorso parlamentare,

in cui riprende il vecchio impegno contro il regime concordatario, in nome della laicità e dell’eguaglianza, citando una Epistola paolina.

Costituzione, democrazia radicale

Basso è tra i maggiori artefici della carta costituzionale che deve superare i limiti dello Stato liberale e del regime fascista.

La sua originale ipotesi di transizione prevede che essa avvenga attraverso un processo in cui si affermano forme sociali nuove già presenti nel vecchio ordinamento (transizione tra società feudale e borghese, ruolo dell’Illuminismo…).

Occorre, quindi, introdurre princìpi di socializzazione e norme che prefigurino un nuovo ordine sociale.

È artefice (con Dossetti) dell’articolo 3 che ritiene il più importante della Carta, dell’art. 49 che esalta il ruolo del partito politico, strumento di partecipazione attiva e continua, non limitata al solo voto.

È sfortunato l’impegno contro l’art 7 che introduce nella Costituzione il regime concordatario.

Erra il PCI nell’accettare il compromesso, resta la concezione dello statuto albertino per cui il cattolicesimo è religione di Stato, violando l’eguaglianza fra i cittadini.

Resta in vigore l’art. 18 del Concordato per cui l’insegnamento della dottrina cristiana cattolica è coronamento dell’istruzione pubblica.

Garantismo, libertà politica e di stampa, autonomia della persona umana, rapporto fra proprietà privata e funzione sociale, finalità del carcere sono al centro del suo intervento del 6 marzo 1947 e torneranno nell’impegno costante dei trenta anni successivi contro le inadempienze che caratterizzano tutta la storia repubblicana.

La voluta non attuazione di molti princìpi della Costituzione significa attentato alle istituzioni, trasformazione in regime, colpo di stato clericale.

La sua concezione della democrazia deriva da riferimenti atipici: Rousseau, Gobetti, Mondolfo, Otto Bauer, Rosa Luxemburg nell’intreccio fra lotta quotidiana e obiettivo finale.

La democrazia è partecipazione diretta, nello sviluppo della coscienza e coincide con il socialismo, risultato finale di un processo di crescita progressiva della classe operaia, antitesi alla socialdemocrazia, allo stalinismo, a concezioni nazionalistiche ed eurocentriche.

Da qui la sua proiezione internazionale,

la partecipazione al Tribunale Russell, l’attenzione alle lotte dei popoli del terzo mondo, la preoccupata analisi del neocapitalismo, per l’intreccio tra meccanismi di integrazione, depoliticizzazione, americanizzazione della vita politica:

“Abbandonate le scelte ideologiche, ridotto tutto ad un problema di buon funzionamento tecnico e di saggia amministrazione, non vi è logicamente più posto per una pluralità di partiti, a meno che il partito non diventi anch’esso un fatto tecnico e istituzionalizzato.

Svuotata ideologicamente e politicamente, la sinistra non è più una alternativa alla destra, ma è soltanto una diversa faccia della destra.

Una sinistra politicamente forte ed efficace tende sempre più a scomparire.” (1)

Sono passati sessant’anni.

(1) Lelio BASSO, Neocapitalismo e “socialisti moderni”, in “Problemi del socialismo”, n. 9/1966. Cfr, per i temi toccati, Lelio BASSO, Il principe senza scettro, 1958, ristampa 1998, su democrazia e Costituzione; Neocapitalismo e sinistra europea, 1969, sulle novità indotte dal neocapitalismo; i postumi Socialismo o rivoluzione, 1980, sua interpretazione del marxismo e Scritti sul cristianesimo, 1983.

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Link principali sergiodalmasso.com

Video presentazione libro André Tosel

a cura di Sergio Dalmasso

21 agosto 2025, con Giulio Cecchi e Sergio Dalmasso

Video presentazione libro André Tosel

André Tosel (nato a Nizza 1941 – morto a Nizza 2017) emerito dell’Università di Nizza è stato un filosofo e un accademico.

Studente alla Scuola Normale Superiore, subisce l’influenza di Louis Althusser.

L’indignazione contro la guerra francese in Algeria lo porta ad abbracciare posizioni marxiste.

La delusione per le posizioni della Cina, in cui aveva visto la speranza di rinnovamento del marxismo, e la scoperta del pensiero di Gramsci lo spingono, nel 1973, all’adesione al Partito comunista francese e al sindacalismo universitario.

Copertina del libro André Tosel a cura di Sergio Dalmasso

Numerosissimi i suoi testi: su Spinoza, su Marx, soprattutto su Gramsci, di cui è stato il maggior conoscitore e traduttore in Francia e sulla filosofia italiana (Vico, Labriola, Gentile).

Molte le collaborazioni (con Étienne Balibar, Domenico Losurdo, Cesare Luporini) sino agli ultimi studi sulla globalizzazione e le sue ricadute. In italiano sono apparsi: Kant rivoluzionario.

Diritto e politica (1999); Studi su Marx (ed Engels). Verso un comunismo della finitudine (2020);

Un mondo nell’abisso. Saggio sulla globalizzazione capitalista (2022);

Il ritorno del religioso. Scenari della globalizzazione (2023).

Prefazione di Fabio Minazzi.

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André Tosel Sulla crisi storica del marxismo

André Tosel. Sulla crisi storica del marxismo. Saggi, note e scritti italiani per una nuova riflessione critica.
Ediz. illustrata. (A cura, e con un saggio, di Sergio Dalmasso), prefazione di Fabio Minazzi, Mimesis Edizioni / Centro Internazionale Insubrico, Milano, 2025.

Download “Recensione di Roberto Musacchio del libro: TOSEL. Sulla crisi storica del marxismo (a cura di Sergio Dalmasso, Mimesis 2025).” Andre-Tosel-sulla-crisi-storica-del-marxismo-Roberto-Musacchio.pdf – Scaricato 13755 volte – 180,10 KB

Libro (a cura di Sergio Dalmasso) André Tosel. Sulla crisi storica del marxismo. Saggi, note e scritti italiani per una nuova riflessione critica. Prefazione di Fabio Minazzi, Edizione Mimesis/ Centro Internazionale Insubrico

Sinossi libro

André Tosel (Nizza 1941 – 2017) emerito dell’Università di Nizza è stato un filosofo e un accademico.

Studente alla Scuola Normale Superiore, subisce l’influenza di Louis Althusser.

L’indignazione contro la guerra francese in Algeria lo porta ad abbracciare posizioni marxiste.

La delusione per le posizioni della Cina, in cui aveva visto la speranza di rinnovamento del marxismo, e la scoperta del pensiero di Gramsci lo spingono, nel 1973, all’adesione al Partito comunista francese e al sindacalismo universitario.

Numerosissimi i suoi testi: su Spinoza, su Marx, soprattutto su Gramsci, di cui è stato il maggior conoscitore e traduttore in Francia e sulla filosofia italiana (Vico, Labriola, Gentile).

Molte le collaborazioni (con Étienne Balibar, Domenico Losurdo, Cesare Luporini) sino agli ultimi studi sulla globalizzazione e le sue ricadute. In italiano sono apparsi:

Kant rivoluzionario. Diritto e politica (1999);

Studi su Marx (ed Engels). Verso un comunismo della finitudine (2020);

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Un mondo nell’abisso. Saggio sulla globalizzazione capitalista (2022);

Il ritorno del religioso. Scenari della globalizzazione (2023).

Prefazione  al libro di Fabio Minazzi.

Indice del libro

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Informazioni sul libro da MIMESIS EDIZIONI

A cura di Sergio Dalmasso
Saggio di: Sergio Dalmasso
Prefazione di: Fabio Minazzi

Collana: Centro Internazionale Insubrico
2025, 278 pp.
ISBN: 9791222318035

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Presentazione di Rosa Luxemburg oggi

Sergio Dalmasso presso il Chiosco San Matteo a Genova.

Le foto sono di Domenico Calbi

Riportiamo l’estratto di Dalmasso presente in:

In Rosa Luxemburg oggi, Lezioni teoriche vive, Pontassieve, ed. Prospettiva Edizioni Services & Publishing, 2023.

Sergio Dalmasso

Una Rosa che vive

Mi limito ad alcune considerazioni, brevi e sintetiche, sui motivi che rendono Rosa Luxemburg figura imprescindibile nella ricostruzione, anche se sempre più complessa, di un pensiero ed una pratica alternativi, in questo ventunesimo secolo.

Viene immediatamente alla luce come la più grande figura femminile nella storia del marxismo,

– quella che Lenin, pur nel dissenso, definì aquila e delle opere della quale ha consigliato lo studio alle giovani generazioni,

– Trotskij chiese di preservare (Giù le mani) dall’uso strumentale di socialdemocratici e stalinisti,

– Lukacs (e con lui Lelio Basso) lesse come la maggior continuatrice della concezione dialettica di Marx,

sia stata, per decenni, colpita da critiche e luoghi comuni, additata come portatrice di concezioni e teorie da emarginare (il luxemburghismo, la sifilide luxemburghiana…).

Deformazioni su Rosa Luxemburg

Tutto in lei contrasta con le deformazioni che il pensiero marxista – la concezione per cui la liberazione del proletariato è opera del proletariato stesso – ha subito ad opera del gradualismo meccanicistico della Seconda internazionale e della distorsione staliniana a partire dagli anni ’20,

sino alle tragedie dei decenni successivi (si pensi, ma non solamente, alle ondate di processi e alla distruzione di tutto il gruppo dirigente bolscevico).

Rosa è atipica, già in gioventù, nel movimento socialista polacco, quando rifiuta la priorità dell’impegno sulla questione nazionale.

La sua stessa tesi di laurea inquadra la questione polacca, al centro di tanti documenti dell’internazionale e di scritti di Marx, Engels e Lenin, in termini strutturali:

la Polonia è divisa fra tre grandi imperi (Germania, Austria, Russia) e ognuna delle tre parti è legata, economicamente, allo stato di cui fa parte.

L’indipendenza nazionale cozzerebbe contro le strutture economiche ed è, comunque, da collocarsi in secondo piano, rispetto alla centralità della lotta di classe.

CONTINUA … Download completo:

Download “Una Rosa che vive (Estratto di Sergio Dalmasso dal libro Rosa Luxemburg oggi)” 2023-in-Rosa-Luxemburg-oggi-Lezioni-teoriche-vive.pdf – Scaricato 66652 volte – 285,03 KB

Presentazione Rosa Luxemburg oggi copertina libro

Presentazione Rosa Luxemburg oggi relatore Sergio Dalmasso
Presentazione Rosa Luxemburg oggi Chiosco San Matteo

Una Rosa che vive, estratto dal libro Rosa Luxemburg oggi, Lezioni teoriche vive, Pontassieve, ed. Prospettiva Edizioni Services & Publishing, 2023.

Sergio Dalmasso

Una Rosa che vive

Mi limito ad alcune considerazioni, brevi e sintetiche, sui motivi che rendono Rosa Luxemburg figura imprescindibile nella ricostruzione, anche se sempre più complessa, di un pensiero ed una pratica alternativi, in questo ventunesimo secolo.

Viene immediatamente alla luce come la più grande figura femminile nella storia del marxismo,

– quella che Lenin, pur nel dissenso, definì aquila e delle opere della quale ha consigliato lo studio alle giovani generazioni,
– quella che Trotskij chiese di preservare (Giù le mani) dall’uso strumentale di socialdemocratici e stalinisti,
– quella che Lukacs (e con lui Lelio Basso) lesse come la maggior continuatrice della concezione dialettica di Marx,
sia stata, per decenni, colpita da critiche e luoghi comuni, additata come portatrice di concezioni e teorie da emarginare (il luxemburghismo, la sifilide luxemburghiana).

Rosa Luxemburg Oggi, una Rosa che viveTutto in lei contrasta con le deformazioni che il pensiero marxista – la concezione per cui la liberazione del proletariato è opera del proletariato stesso – ha subito ad opera del gradualismo meccanicistico della Seconda internazionale e della distorsione staliniana a partire dagli anni ’20, sino alle tragedie dei decenni successivi (si pensi, ma non solamente, alle ondate di processi e alla distruzione di tutto il gruppo dirigente bolscevico).

Una Rosa Luxemburg atipica

Rosa è atipica, già in gioventù, nel movimento socialista polacco, quando rifiuta la priorità dell’impegno sulla questione nazionale.

La sua stessa tesi di laurea inquadra la questione polacca, al centro di tanti documenti dell’internazionale e di scritti di Marx, Engels e Lenin, in termini strutturali: la Polonia è divisa fra tre grandi imperi (Germania, Austria, Russia) e ognuna delle tre parti è legata, economicamente, allo stato di cui fa parte.

L’indipendenza nazionale cozzerebbe contro le strutture economiche ed è, comunque, da collocarsi in secondo piano, rispetto alla centralità della lotta di classe.

Elemento tattico

E’ chiaro come lei (Luxemburg) non colga, a differenza di Lenin, l’elemento tattico: le contraddizioni che la richiesta di indipendenza produce nel reazionario impero zarista. …

Continua …  Saggio completo Una rosa che vive catalogato nella sezione del sito Collaborazioni a testi. Estratti.

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Dettagli di Amazon del libro

Editore ‏ : ‎ Prospettiva Edizioni Services & Publishing (16 giugno 2023).

Lingua ‏ : ‎ Italiano.

Copertina flessibile ‏ : ‎ 220 pagine.

ISBN-10 ‏ : ‎ 8885562167

ISBN-13 ‏ : ‎ 978-8885562165

Peso articolo ‏ : ‎ 218 g

Dimensioni ‏ : ‎ 20.8 x 1.7 x 15 cm.

Download Rosa Luxemburg Oggi, Una Rosa che vive

Introduzione al Libro Rosa Luxemburg Oggi, Conoscere, discutere, crescere, Claudio Olivieri

Download “Rosa Luxemburg Oggi: Introduzione al libro” Rosa-Luxemburg-Oggi-Introduzione.pdf – Scaricato 52151 volte – 62,73 KB

LA SINISTRA

Quando c’era La Sinistra di Diego Giachetti

Spesso gli storici sono portati a scegliere determinati argomenti di studio, rispetto ad altri, perché mossi consapevolmente o meno da ragioni attinenti alla propria esperienza di vita, tanto è vero che si è coniata la dizione di “storia come autobiografia”.

Raccontando di fatti specifici, collocati nelle loro circostanze storiche, nello spirito del tempo, lo storico, sovente restio a produrre memoria, ci parla alla lontana di se stesso, di eventi vissuti e formativi.

Lo confessa, con discrezione, Sergio Dalmasso (La Sinistra, una stagione troppo breve,

Edizioni Punto Rosso, Milano 2021) quando ricorda che ai tempi in cui era studente liceale aspettava l’uscita del mensile La Sinistra con interesse, ancora consapevole oggi che quella lettura gli è stata molto utile, come probabilmente lo fu a quel tempo per un’area di militanti politici in quel particolare momento storico di fine anni Sessanta, caratterizzato da importanti avvenimenti nel mondo e in Italia.

A spingere La Sinistra c’era una giovane casa editrice, la Samonà e Savelli (poi solo Savelli); essa favorì la discussione politica e teorica dando spazio, accanto alla ristampa di classici di Marx, Engels, Lenin, Trotsky, ad autori non solo di area trotskista ma di diverse sensibilità politiche e culturali del movimento operaio e della sinistra rivoluzionaria, pubblicando a caldo anche testi di Fidel Castro e Che Guevara.

La Sinistra fu un azzeccato “prodotto commerciale”.

Subito mille abbonati, destinati in breve tempo a diventare 2600, secondo quanto si leggeva nel resoconto comparso sull’ultimo numero del mensile del novembre-dicembre 1967.

Le vendite oscillavano tra le 7-8 mila copie, specie in occasione di numeri dedicati al Vietnam e all’America Latina.

Si trattava di dati che reggevano bene il confronto con altre riviste di partito come il settimanale comunista Rinascita, Mondo Operaio del Partito socialista e Mondo Nuovo del Partito socialista di unità proletaria (Psiup).

Prima rivista mensile (di questa si occupa l’autore), dall’ottobre 1966 al dicembre 1967,

poi settimanale, cessa le pubblicazioni nella primavera del 1968.

I temi dominanti della prima serie sono la guerra nel Vietnam, la situazione nei paesi dell’America Latina, la giovane rivoluzione cubana, la lotta di classe negli Stati Uniti e il black power, il contrasto Cina-Unione Sovietica, la rivoluzione culturale, il Medio Oriente.

Rispetto alla politica interna primeggiano le analisi critiche sulla partecipazione socialista al governo e la relativa programmazione economica, sul ruolo e la strategia dei sindacati nella lotta operaia, sul nuovo Psiup.

Sul piano teorico-storico studi su Gramsci e il dissenso nel Pci negli anni Trenta, su Lenin e l’imperialismo.

Vi collaborano esponenti del dissenso ingraiano maturato nel PCI, del Psiup, della sinistra sindacale Cgil, della sezione italiana della IV Internazionale, inizialmente i più convinti promotori della rivista, sia Savelli che Samonà ne fanno parte, nonché alcuni intellettuali e studiosi di fama internazionale.

La dirige Lucio Colletti, che per molti anni aveva militato nel Pci, ed era noto come teorico marxista rigoroso, di cui Dalmasso traccia impietosamente la sua successiva parabola declinante, che lo porterà, come Giulio Savelli d’altronde, nelle file berlusconiane.

Mal accolta dai comunisti, l’uscita del primo numero provoca la radiazione dal partito dell’editore Giulio Savelli, la rivista si propone di rilanciare il discorso unitario di una sinistra operaia e di classe, nella prospettiva di favorire l’incontro tra tutte le forze deluse dalle vie riformiste al socialismo di matrice socialista e comunista.

Un generoso tentativo di inserire una “terza via” politica e culturale rispetto all’operaismo e al marxismo-leninismo importato dalla Cina maoista.

Si ricava quindi un suo spazio in quella che a posteriori verrà chiamata la stagione delle riviste,

iniziata nella metà degli anni Cinquanta e in piena fioritura negli anni Sessanta, ricchi di dibattito culturale, politico, di tensioni a livello nazionale e internazionale, di rimessa in discussione di certezze e dogmi ingessati dagli anni della Guerra fredda.

Un “disgelo” di domande, di creatività, di proposte e di propositi facilitati dalla speranza di vivere in un mondo che sarebbe presto cambiato, rinnovandosi e ponendo fine a vecchie diseguaglianze, oppressioni, guerre e violenze.

Si trattò di una stagione intensa ma breve, di un’esperienza di confronto politico e di elaborazione che non trovò seguito nel biennio delle lotte studentesche e operaie di lì a venire, quando collaboratori e lettori di quella rivista si dispersero nel mare del nascente movimento studentesco per poi riaggregarsi nel variegato e vivacissimo arcipelago dei “gruppi” della nuova sinistra rivoluzionaria.

Forse questa è una delle ragioni per cui, tra le riviste di quella stagione, essa è la meno ricordata.

Benvenuto quindi lo strappo dall’oblio di Sergio Dalmasso.

4 maggio 2021

DIEGO GIACHETTI

Fonte: dalla parte del torto

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Rosa Luxemburg e imborghesimento del proletariato

ROSA LUXEMBURG
E LA QUESTIONE DIALETTICA DELL’IMBORGHESIMENTO
DEL PROLETARIATO

di Franco Di Giorgi

In foto Rosa Luxemburg, presente nel saggio di Franco Di Giorgi Rosa Luxemburg e imborghesimento del proletariato.

 

ANPI Ivrea, 15 febbraio 2019.

I.

Per quanto diverse sul piano della consistenza e dello sviluppo interno, le due recenti monografie che Sergio Dalmasso ha approntato e dato alle stampe nel 2018 per la Redstarpress – la prima dedicata a Lelio Basso (Lelio Basso. La ragione militante: vita e opere di un socialista eretico) e la seconda a Rosa Luxemburg (Una donna chiamata rivoluzione. Vita e opere di Rosa Luxemburg) – hanno tuttavia nella questione storico-sociale dell’emancipazione del proletariato la radice che le accomuna.

Tale radice affonda nel terreno stesso in cui è cresciuta la pianta del socialismo europeo: è il terreno della dialettica hegeliana Signoria-Servitù.

Questa non è che una delle molteplici figure dialettiche di cui Hegel ha tracciato la fenomenologia e che nel loro insieme formano la filosofia della storia hegeliana.

Come sappiamo, Marx ha ripercorso a modo suo la storia di quella dialettica: l’ha ripercorsa però non secondo l’idea spirituale, ma seguendo l’idea materiale, tenendo conto cioè dei diversi modi di produzione che hanno condizionato nel tempo e nella storia il rapporto tra Signoria e Servitù.

La dialettica che contraddistingue questo rapporto, detto in estrema sintesi, presuppone l’inevitabile e quindi ontologico ribaltamento dei ruoli: con il tempo e soprattutto con la dura esperienza della dipendenza e della sottomissione, la storia vedrà il Servo emanciparsi e da schiavo, da servo della gleba e da proletario esso diventerà prima liberto, poi vassallo e infine borghese e citoyen.

Ma già nella forma di semplice arbusto, quella pianta del socialismo, vale a dire nel Manifesto dei Comunisti del 1848, Marx ed Engels si erano accorti di una prima grave e profonda contraddizione interna a quella dialettica, perché il borghese (ossia il proletario emancipato) è divenuto nel frattempo il nemico del proletariato stesso.

Imborghesizzandosi, cioè, il proletariato si autoannienta.

In altre parole: la borghesizzazione del proletariato, vista come momento coessenziale e imprescindibile dall’economia capitalistica, costituisce la negazione e non l’affermazione del proletariato.

E ciò nel senso del principio spinoziano ripreso prima da Hegel e poi da Marx, secondo cui omnis determinatio est negatio.

Il proletariato non dovrebbe dunque emanciparsi per affermarsi nella storia. Il che, secondo la filosofia hegeliana e dell’evoluzionismo in generale, non sembra essere possibile.

Già sul nascere, pertanto, si profila per esso, un destino tragico.

Inoltre, come nella prima modulazione di quel rapporto Signoria-Servitù, il Signore non annienta il Servo pur potendolo fare – nello scontro a morte tra le due Autocoscienze che lottano per la sopravvivenza e l’affermazione di sé, quella che ha paura della morte tuttavia non muore, perché viene graziato dal suo avversario, e in tal modo però questo, assurgendo a Signore, lo asservisce a sé, lo rende Servo –, così, in una specie di eterno ritorno dell’uguale, di ereditarietà ontologica, di destino, anche il borghese, pur potendolo fare, non si libera affatto del proletario (vale a dire di se stesso in quanto altro da sé), ma, mediante il sistema capitalistico, lo asservisce a sé, lo strumentalizza per realizzare i suoi scopi, in primis il plusvalore.

Siamo quindi dinanzi a uno sviluppo emancipatorio che si può interpretare come una specie di travestimento che si tramanda nella storia.

Siamo dinanzi a un proletario che la storia traveste da borghese e che, come borghese non può evitare di sottoporre a sé il suo se stesso come proletario.

Già, perché secondo l’Aufhebung, cioè secondo il meccanismo della hegeliana filosofia della storia e la sua implicita teoria dell’emancipazione, nulla viene mai obliato e superato dalla storia, ma tutto viene trasformato e conservato in essa e con ciò stesso inverato.

Il borghese emancipato vede insomma nel proletario apparentemente superato e surclassato il se stesso arretrato a quella condizione servile alla quale esso non vuole assolutamente più essere ridotto e ricondotto.

Ma, se proviamo a spostare la nostra attenzione su un contesto diverso e più generale, quello che concerne l’attuale fenomeno migratorio, quel timore del borghese emancipato e insignorito nei confronti del proletario arretrato e asservito non è forse lo stesso di quello che blocca gli europei e in particolare buona parte degli italiani rispetto al problema dell’accoglienza?

Nella figura dell’immigrato noi non vediamo forse quel nostro sé arretrato e servile da cui crediamo di esserci definitivamente emancipati e alla cui condizione non vogliamo essere ricondotti e dalla quale pertanto arretriamo terrorizzati?

CONTINUA
Download completo: Rosa Luxemburg e imborghesimento del proletariato

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