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Report di un incontro alla Sede dell’Anpi, giovedì 6 dicembre 2018

Una riflessione del professor Di Giorgi

… ogni contemporaneità, compresa la nostra, mostra sempre a chiare lettere che la comprensione o l’interpretazione del presente non basta perché non serve a cambiare il modo di pensare negli uomini e a farli maturare, al fine di evitare il ricadere negli stessi errori da essi compiuti nel passato…

Sergio Dalmasso all’ANPI di Ivrea con un libro su Lelio Basso

Franco Di Giorgi, Sergio Dalmasso, Mario Beiletti

Da sinistra: Franco Di Giorgi, Sergio Dalmasso e Mario Beiletti

Il testo che Sergio Dalmasso ha dedicato a Lelio Basso (Lelio Basso. La ragione militante: vita e opere di un socialista eretico, RedStar Press, Roma 2018) e che ha presentato giovedì 6 dicembre 2018 all’Anpi di Ivrea non è solo una monografia politica: è anche una biografia che, attraverso la ricostruzione della vita di un’importante figura della scena politica italiana del recente passato – dal 1921 (anno in cui il diciottenne varazzino prese la sua prima tessera socialista) al 1978 (anno della sua improvvisa morte) – parla al contempo del nostro presente prefigurando in filigrana persino l’inquietante futuro che si prospetta. L’orizzonte storico e culturale relativo a quel periodo, a partire almeno dal primo dopoguerra, presenta infatti condizioni ed elementi che connotano anche la nostra contemporaneità. Pur cambiando i personaggi e nonostante l’affannoso mutamento dei tempi, le problematiche che tale orizzonte disvela delineano in effetti un medesimo scenario: quello che vedrà l’insorgenza e l’affermazione del fascismo e con esso, naturalmente, pure del razzismo come suo naturale corollario; vedrà insomma l’avvio di una fase drammatica della nostra storia. Guardare al passato, continuano a suggerirci gli storici, «serve anche a comprendere meglio il presente» (Claudio Vercelli, Francamente razzisti, Edizioni del Capricorno, Torino 2018). Certo, è vero. Ciò tuttavia solo in linea teorica, giacché ogni contemporaneità, compresa la nostra, mostra sempre a chiare lettere che la comprensione o l’interpretazione del presente non basta perché non serve a cambiare il modo di pensare negli uomini e a farli maturare, al fine di evitare il ricadere negli stessi errori da essi compiuti nel passato.

Il saggio monografico di Dalmasso consente altresì di apprendere il fermento oppositivo (politico e culturale) che si agitava e ribolliva, pur in tutti i suoi limiti, all’ombra del ventennio fascista. Si trattava di un’opposizione che, malgrado la costante aspirazione alla costruzione di una solida unità delle sinistre, non era tuttavia in grado di edificare nulla, perché quel mero tentativo ricostruttivo era in realtà fondato su una profonda e insanabile ferita, quella che era stata arrecata nel corpo del socialismo italiano nel gennaio del 1921 al congresso di Livorno. Una ferita che verrà riaperta nel 1947 da Saragat con la rottura di palazzo Barberini, a Roma, tra Psi e Psdi, e che, anche dopo quarant’anni, verrà persino ostentata versus i fratellastri del Pci da Craxi negli anni Ottanta con la “Milano da bere”. Oggi, dopo il ventennio berlusconiano, non c’è più motivo per lottare e accapigliarsi per quell’unità delle sinistre perché non c’è neppure una sola sinistra, non c’è neppure lo spettro inquietante, l’ombra della sinistra. Eppure di motivi per rivendicarne l’esistenza e per auspicarne la resurrezione ce ne sarebbero e come! Oggi l’eretico Lelio Basso nella terra desolata della politica si aggirerebbe come un Don Chisciotte o come l’ibseniano Peer Gynt, di sicuro come un anacoreta.

Basso ci parla dall’interno dello stato nascente fascista – di cui ha subito a più riprese i duri contraccolpi –, ci parla dall’interno di un Paese che, a causa della sua coscienza cattolicamente intorpidita, si è entusiasmato e si è innamorato del velleitarismo fascista, il quale portava nel proprio seno la propria inclinazione al razzismo se non semitico almeno camitico, se pensiamo ai tentativi (dapprima falliti) in Africa orientale. Ma ci parla anche nello stesso tempo della necessità di guardare religiosamente alla realtà spirituale dell’interiorità come condizione imprescindibile per cambiare le cose nella realtà esteriore attraverso la lotta di classe. Una lotta che però non può e non potrà mai essere condotta a buon fine se la volontà non si fonda sulla fede in quella coscienza protestante a cui è assolutamente consustanziale lo spirito della libertà. E in ciò, in questa mancata affermazione del protestantesimo in Italia, osteggiato con una dura e lunga controriforma, in questo vero e proprio “peccato originale” della storia italiana, il socialista Basso è in perfetta sintonia con l’amico liberale Piero Gobetti. Per fortuna, però, l’Italia – ancora oggi! – non è solo quella che Alberto Moravia e Antonio Gramsci vedevano bivaccare nell’indifferenza, l’Italia che si metteva alla finestra ad aspettare e ad esultare a comando assecondando i desideri velleitari di qualcuno che amava parlare agitandosi da un balcone. L’Italia, la migliore Italia, quella a cui oggi deve ancora continuare a guardare, è anche e soprattutto quella di Lelio Basso e di Piero Martinetti. A un esame di filosofia morale, quest’ultimo (uno dei 12 docenti universitari che, su 1250, negò il proprio consenso al fascismo) diede il massimo dei voti al giovane venticinquenne di Varazze, perché con la sua condotta antifascista aveva saputo dimostrare che cosa intendesse in realtà Kant con l’imperativo categorico. Ancora oggi, proprio come allora – si sappia! – l’Italia continuerà a contare sul modello di intransigenza esemplarmente fornito da questi due eretici, da questi due rappresentanti di una minoranza eroica.

Franco Di Giorgi

La foto sopra è di Rachele Chillemi

Libro consigliato e acquistabile in libreria e anche su Amazon

Lelio Basso. La ragione militante: vita e opere di un socialista eretico

 

Cari amici, continuiamo con la nostra opera di divulgazione culturale e riflessione politico-sociale, come da tempo stiamo proponendo con gli incontri nella Sede dell’Anpi.

Nell’avanzata delle destre, nella caduta dei valori, la nostra Associazione è impegnata nel riaffermare l’antifascismo che solo può salvare la democrazia e le nostre libertà.

Mettiamo in gioco la Memoria storica ed il valore della Costituzione.

È però indubbio che sia necessario conoscere e comprendere a largo raggio ed una buona lezione di storia non potrà che essere utile a tutti noi.

Per questo non dovete assolutamente perdere l’incontro che vi proponiamo.

Mario Beiletti.

Locandina di presentazione del libro su Lelio Basso di Sergio Dalmasso a Ivrea

Un socialista “eretico”, che pensava con la sua testa, spesso mal tollerato anche dai compagni di partito. Tanto rigoroso, spesso lungimirante, tanto da non condividere nemmeno l’unione di partiti dalle varie ideologie che confluirono nel CLN durante la Lotta di Liberazione.

Dopo la guerra, fu attento critico verso ogni compromesso: “Solo una politica che si presenti come alternativa alla DC è oggi una politica che corrisponde agli interessi dei lavoratori e della democrazia…”

Fu suo il progetto, purtroppo all’epoca mai realizzato, di formare una associazione per la difesa della Costituzione… Sarà l’Anpi, mezzo secolo dopo, a riprendere il tema che, già allora, era di estrema necessità, dato che: la Costituzione è (era) “come sospesa fra due crinali. Da una parte lunghi anni di inattuazione, cominciata già all’indomani della sua promulgazione…”

“Il neocapitalismo – affermava – mette in discussione ogni reale democrazia. Sul piano economico, il processo di concentrazione a livello internazionale, pone le leve della vita economica in mano ad un numero sempre più ristretto di gruppi, sul piano politico questi stessi dominano le istituzioni che agiscono scopertamente in funzione dei loro interessi. Queste stesse forze, in collegamento organico con il capitalismo di stato, tendono a raggruppare il potere nelle mani di una ristrettissima élite, svuotando la democrazia di ogni contenuto reale…”

Sempre lucido e radicale anche verso il movimento giovanile: “Nel ’68 i giovani rifiutavano il principio d’autorità, negavano l’antica logica autoritaria… ma quando dalla protesta i giovani sono passati alle proposte, organizzandosi in gruppi, circoli, movimenti, non hanno fatto altro che impadronirsi di formule vecchie, superate, logore e riverniciarle, ma senza confrontarsi con la realtà…”

E ancora: “Se le cose dovessero continuare ancora così, noi probabilmente prima della fine del secolo vedremo il mondo dominato da pochissime multinazionali immense… grandi manager sconosciuti e inconoscibili… possono fare e disfare quello che vogliono; tutti gli altri miliardi di uomini o sono complici di questi padroni, aguzzini degli schiavi, o sono schiavi…”

Situazioni che oggi verifichiamo a livello nazionale ed internazionale, e che Basso denunciava con preveggenza, inascoltato. Vale la pena parlarne e riflettere…

Un cordiale, caloroso invito

Organizzato da Anpi Ivrea e Basso Canavese