Articoli

Grande Speranza

Quella grande speranza chiamata RIFONDAZIONE

(parte seconda)

Grande Speranza chiamata Rifondazione

Lo scioglimento del PCI, dopo 70 anni, vede nascere il PDS e Rifondazione comunista che, sovvertendo tutte le previsioni raggiunge una dimensione inattesa e si configura non solamente come piccolo movimento nostalgico.

La sua composizione è varia e articolata: al nucleo “cossuttiano”, costruito in un lavoro di opposizione e organizzativo di anni si aggiungono settori “ingraiani”, un dirigente sindacale (Sergio Garavini) che nel ’56 fu critico sull’invasione dell’Ungheria e non votò nel 1969 la radiazione del Manifesto, Lucio Libertini il cui antistalinismo data dall’immediato dopoguerra, Democrazia Proletaria che decide il proprio scioglimento nel giugno del 1991, l’ex PdUP, con Lucio Magri, Luciana Castellina e Famiano Crucianelli che aderisce dopo alcuni mesi.

Sono, però, soprattutto prevalenti due elementi: l’enorme adesione spontanea di base di un popolo che tenta di ricostruire una identità svanita negli anni e la necessità di rimettere in discussione certezze, ritenute intoccabili e crollate nel giro di breve tempo (l’URSS, l’infallibilità dei dirigenti, il partito come comunità…) che apre una breve fase di discussione “senza rete”.

I problemi non mancano: diverse sono le proposte organizzative, diverse le letture della realtà internazionale.

Quando, nell’agosto 1991, fallisce un tentativo di golpe a Mosca, ma emerge il ruolo dirigente di Boris Eltsin, la mediazione di Garavini è molto positiva, ma non mancano malumori. Al congresso costitutivo (Roma, dicembre) la diarchia Garavini/Cossutta rischia di esplodere.

Sotto accusa è l’apertura di Garavini ad altre formazioni di sinistra e a settori rimasti nel PDS, scelta che metterebbe in discussione la identità comunista che è alla base del partito. Lo scontro si acuisce dopo le elezioni politiche del 1992, quando il PDS non va oltre il 16% e Tangentopoli mette in crisi l’ipotesi di un suo rapporto con i socialisti. Garavini vede nel malessere presente nel partito della Quercia e nell’uscita di Ingrao e Bertinotti, l’occasione per proporre una aggregazione più ampia (Ingrao e “il manifesto” parlano di polo della sinistra antagonista).

E’ l’occasione per l’ala cossuttiana, con forte intervento di Libertini, pochi giorni prima della scomparsa, di proporsi come difesa del partito. Garavini si dimette ed assumerà un ruolo sempre più marginale.

Dopo un breve interregno, la scelta per la segreteria cade su Fausto Bertinotti, nella convinzione che sua sia l’immagine esterna, ma che l’apparato, l’organizzazione, i quadri restino nelle mani della componente cossuttiana.

Nell’aprile 1993, il “referendum Segni” contro il sistema proporzionale e a favore del maggioritario ha grande successo. Sul sistema elettorale e sui partiti si fanno ricadere tutte le cause degli scandali, della crisi politico – istituzionale, anche le difficoltà sociali, nella certezza che altro sistema elettorale, con scelta diretta degli eletti, possa risolverli. Per un paradosso, questo meccanismo spinge Rifondazione a recuperare elementi di unità, non solamente elettorale, con altre forze politiche, motivo delle accuse a Garavini.

Nasce, per le elezioni anticipate del 1994, la coalizione dei Progressisti, guidata da Achille Occhetto e travolta dalla “rivoluzione liberale” di Silvio Berlusconi che forma con Lega Nord e fascisti il primo organico governo di destra del dopoguerra. Il governo regge per pochi mesi e cade sulla riforma delle pensioni, ma anche sulla critica di settori borghesi (si veda il “Corriere della sera”). La scelta va sul ministro di Berlusconi Lamberto Dini.

I voti di Rifondazione possono essere determinanti per la sua tenuta, mentre la destra chiede che si torni al voto.

“Il manifesto” titola baciare il rospo.

Inizia la logica del meno peggio.

Una parte dei gruppi parlamentari non segue le indicazioni del partito (voto contrario).

Quando Dini procede alla riforma delle pensioni, la divisione si riproduce. 25 dirigenti, fra cui Garavini, Magri, Castellina se ne vanno, accusando Bertinotti e Cossutta di massimalismo e settarismo, di rottura con la storia del comunismo italiano, di riallacciarsi al massimalismo socialista.

Il problema dell’autonomia o dell’adesione, anche critica, al centro sinistra, complici i meccanismi elettorali, dividerà Rifondazione in tutta la sua storia e sarà causa di contraddizioni, polemiche, scissioni continue.

Nel 1995 nasce il quotidiano “Liberazione”, segno di autonomia rispetto al “manifesto” e a una generica “unità della sinistra”. Nel 1996, complice la divisione fra la destra di Berlusconi e Fini e la Lega, il centro sinistra di Prodi (l’Ulivo) vince le elezioni.

Per Rifondazione, anche grazie all’immagine del segretario, è il miglior dato elettorale (8,6%). I due anni di governo dell’Ulivo vedono Rifondazione arretrare su molti punti programmatici (dalle finanziarie a Maastricht alla bicamerale), puntare sulla riduzione dell’orario settimanale a 35 ore.

Vedono anche accentuarsi le differenze tra i due maggiori dirigenti, la coppia più bella del mondo, già nel 1997, quando l’ipotesi di rottura con il governo rientra, quindi l’anno successivo, quando davanti alla scelta di non votare la Finanziaria, la minoranza legata a Cossutta, soprattutto per l’iniziativa dei suoi due delfini Oliviero Diliberto e Marco Rizzo, decide una nuova scissione e la formazione del Partito dei Comunisti italiani (PdCI), maggiormente ancorato, simbolicamente, culturalmente, organizzativamente alla tradizione togliattiana.

Allo slogan Svolta o rottura, agitato da Bertinotti, Cossutta ha sempre replicato: Tirare la corda senza spezzarla e la nascita del PdCI mira a mantenere in vita un governo di centro sinistra, senza precipitare nel rischio di nuove elezioni. Quella indotta da Bertinotti è una nuova mutazione genetica in una formazione comunista.

Anche il nuovo governo sarà segnato da un deficit di riforme sociali e trasformazioni, oltre che dall’adesione di Cossiga, dalla drammatica guerra contro la Jugoslavia. Bertinotti ritiene questa rottura (che verrà contraddetta più e più volte) come una nuova rifondazione e dà vita ad un processo di trasformazione del partito, anche se con frequenti ed improvvisi cambi di linea o di accenti.

Nonostante la guerra in Jugoslavia e la consegna del leader curdo Ocalan, nel 2000 Rifondazione, alle regionali, è in alleanza con il centro sinistra. Crollata al 4% alle europee del 1989, torna al 5% (2% al PdCI).

Non in alleanza alle politiche del 2001 (5%) vinte dalle destre che tornano al governo con Berlusconi.

E’ qui il nodo del ruolo di Rifondazione nel movimento altermondialista.

Nelle giornate di Genova (luglio 2001) è fortemente egemone e coglie le novità che emergono dal “movimento dei movimenti”. Oltre ai drammatici scontri e alla morte di Carlo Giuliani, le giornate si ricordano per il grande protagonismo di nuove soggettività politiche, per l’aver messo al primo posto la questione ecologica e quelle del rapporto fra nord e sud del pianeta e di genere.

Vi sarebbero le possibilità per costruire, anche all’interno del bipolarismo maggioritario coatto, una alternativa di sinistra che abbia in Rifondazione il centro e leghi esperienze e storie anche diverse.

Il referendum per estendere l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori alle piccole imprese può costituire elemento di aggregazione. Il risultato è negativo.

Il 15 e 16 giugno 1993 vota solamente il 25,7% degli aventi diritto. Si potrebbe fare appello ai 10 milioni di elettori, ipotizzare una articolazione di questi voti per la costruzione di una alternativa politica e sociale.

La scelta di Bertinotti è opposta ed è l’inizio della china degli anni successivi: non vi è uno spazio autonomo, il ruolo del PRC è nel condizionamento del centro sinistra all’interno del quale deve portare la voce e il peso dei movimenti.

Inizia una nuova fase.

Sergio Dalmasso

Pubblicato su “Il Lavoratore” di Trieste, 31 marzo 2021

Articoli e saggi

Il Lavoratore

Marzo 2021, Il Lavoratore di Trieste

Il lavoratore di Trieste- Sergio Dalmasso: Quei difficili anni Ottanta del PCI

QUELLA GRANDE SPERANZA CHIAMATA RIFONDAZIONE

I difficili anni ’80 del PCI

Vi è chi dice che la fine del PCI dati dalla drammatica morte di Berlinguer (giugno 1984).

I suoi funerali, immensi e commossi, ci presentano un popolo, società nella società, che mai più incontreremo nei decenni successivi e vengono sempre paragonati a quelli di Togliatti (agosto 1964), simbolicamente fine di un’epoca.

La segreteria di Alessandro Natta si presenta come di mediazione, di continuità, ma regge con difficoltà le trasformazioni sociali e culturali, l’offensiva frontale del PSI di Craxi, segni di dissenso nello stesso partito, in cui non mancano le accuse al moralismo e alla rigidità di Berlinguer, le aperture alla socialdemocrazia europea, i primi segni di volontà di superamento di nome e simbolo.

La sconfitta elettorale del 1987 riporta il PCI ai livelli degli anni ’60, prima della ondata di lotte e spinte sociali che avevano prodotto i grandi successi del biennio 1974-1976.

Viene eletto vicesegretario Achille Occhetto che, nonostante il suo passato “di sinistra”, si caratterizza immediatamente per il “nuovismo”, per il prevalere degli elementi istituzionali su quelli sociali.

Queste caratteristiche emergono, ancora maggiormente, l’anno successivo quando Occhetto diventa segretario e imprime una forte accelerazione alle tendenze “americanizzanti” (simbolica l’attenzione mediatica alle foto in cui bacia la moglie), aprendo la segreteria a una nuova generazione.

La cornice “liberal” del nuovo partito porta a una scelta movimentista (pensiero di genere, ambiente, nonviolenza…) che supera la tradizionale attenzione alla centralità del lavoro e ai rapporti di produzione, ad una svolta storiografica che comprende un rovesciamento del giudizio sulla rivoluzione francese, una critica netta alla figura di Togliatti, ad una progressiva apertura alla socialdemocrazia.

In questo quadro, segnato da un netto tentativo di omologazione, dalla certezza che il superamento della “anomalia comunista”, potrà portare a un bipolarismo proprio degli altri Paesi europei, la caduta dei regimi dell’Europa orientale offre ad Occhetto l’occasione per bruciare le tappe.

La “svolta” della Bolognina, significativamente annunciata a partigiani, attori di una storica battaglia (così come la perestrojka fu annunciata da Gorbaciov a combattenti della seconda guerra mondiale), sembra la logica conclusione di un processo avviato da tempo, ma incontra, invece, resistenze molto maggiori e al vertice e nella base (nasce l’interessante movimento degli autoconvocati).

Se qualche opposizione alla linea maggioritaria era venuta da posizioni “ingraiane” (al congresso del 1986 gli emendamenti di Ingrao e Castellina su pace e nucleare), l’unico tentativo di opposizione strutturata e nel tempo nasce dalla componente “filosovietica” o “cossuttiana” (le virgolette sono d’obbligo).

Il primo atto è del dicembre 1981, dopo il colpo di stato di Jaruzelski in Polonia e la dichiarazione di Berlinguer per il quale si è esaurita la spinta propulsiva proveniente dalla rivoluzione sovietica. Cossutta replica: è errato porre URSS e USA sullo stesso piano e dichiarare esaurita la spinta dell’Ottobre sovietico.

Quello di Berlinguer è uno “strappo”; negli anni successivi userà l’espressione ”mutazione genetica”.

Su queste basi, nasce l’agenzia “Interstampa”, si formano nuclei consistenti in numerose federazioni, vengono presentati alcuni emendamenti al congresso nazionale del 1983, ancor maggiormente a quello del 1986, dove la componente critica lo strappo dall’URSS, la mancanza di una opzione antimperialistica, il rapporto con la socialdemocrazia.

Ha un certo seguito l’emendamento che ribadisce che i comunisti operano per il superamento del capitalismo.

La strumentazione di questa area va da riviste, “Orizzonti” che vive un breve periodo, “Marxismo oggi”(dal 1987) alla Associazione culturale marxista che raccoglie grandi figure di intellettuali, emarginati dal “nuovismo” del partito. Al congresso del 1989, per la prima volta, è presente un documento alternativo che raccoglie solamente il 4%, ma infrange l’unanimismo che ha sempre accompagnato le assisi comuniste e sindacali.

PDS e Rifondazione

Dopo la dichiarazione di Occhetto, l’opposizione nel vertice del partito è maggiore di quanto avrebbe immaginato, ma durissima è la reazione di parte della base che si sente improvvisamente privata di riferimenti, certezze. Ancor più grave è avere appreso della decisione dalla TV e dai giornali, come testimoniano le lettere all’“Unità”:

“Ho pianto tre volte, quando è morta mia madre, quando è morto Berlinguer, quando Occhetto ha detto che non dovevamo più chiamarci comunisti.”

“Il PCI non si può liquidare: per noi comunisti convinti, il comunismo è una fede radicata nella storia e se ci togliete la falce e il martello, noi lavoratori a chi potremo mai fare riferimento?”

“Cambiare nome è come cambiare pelle, corpo, cuore.” Occhetto chiede un congresso straordinario che si

svolge a Bologna nel marzo 1990: 66% dei consensi alla mozione maggioritaria che apre il processo costituente di una nuova formazione politica (la “cosa”), 30,6% alla mozione Natta, Ingrao, Tortorella, 3,4% a quella cossuttiana. Tutti i presupposti su cui scommette la “svolta” risultano erronei:

  • nella nuova formazione politica entreranno molte forze esterne, creando un partito di sinistra plurale;

  • in Italia, si formerà un bipolarismo tra una destra moderata e liberale e un centrosinistra progressista;

  • nel mondo, la fine del bipolarismo aprirà un periodo di pace che permetterà di affrontare i nodi sociali e ambientali (è noto il riferimento alla foresta dell’Amazzonia).

L’opposizione ricorda come nessuno di questi punti si stia realizzando ma, nonostante questo, il processo non si arresta. 150.000 iscritt* sfiduciati, non rinnovano la tessera e non partecipano ai congressi. Cossutta parla di “scissione silenziosa”. Il congresso di scioglimento del partito, a 70 anni dalla fondazione, si svolge a Rimini dal 31 gennaio al 3 febbraio 1991. Nuovo nome: Partito democratico della sinistra (PDS) e nuovo simbolo: una grande quercia alla base del quale vi è il tradizionale logo del PCI.

La minoranza decide di unificarsi e usa il significativo titolo di Rifondazione comunista, ma è penalizzata dai tanti abbandoni e dalla scelta per la maggioranza di Tortorella, Ingrao… che decidono di aderire al PDS (“Vivere nel gorgo”). Qualche seguito alla mozione, intermedia, di Antonio Bassolino.

Al termine del congresso, prima che venga proclamato lo scioglimento del PCI e venuti meno gli appelli all’unità e alla federazione, novanta delegat* su 1260 lasciano il salone principale, si riuniscono in un’aula laterale, colma di bandiere del vecchio PCI, dove Garavini, Cossutta, Serri, Libertini, Salvato annunciano la nascita del Movimento per la Rifondazione comunista.

Gli stessi, con Guido Cappelloni e Bianca Bracci Torsi, confermano, davanti a notaio, con atto pubblico, la continuità del partito comunista. Nessuno scommetterebbe sulle dimensioni che questa formazione assumerà.

Il gruppo dirigente PDS guarda quasi con favore il distacco dell’ingombrante ala nostalgica e filosovietica. La rottura immediata serve a negare la filiazione diretta tra PCI e PDS, a far leva sull’elemento simbolico, sul patriottismo di partito contrapposto al discorso sull’unità, sulla fiducia nel gruppo dirigente, sulla volontà di mantenere unita una comunità, usato fortemente dal gruppo dirigente.

Rifondazione nasce sulla spinta e la volontà di un popolo comunista non omologato, su esigenze anche diverse, dal ricostruire il partito di Togliatti e Berlinguer alla necessità di ricercare direttive e metodi diversi, capaci di declinare le spinte di classe con le grandi emergenze (ambientalista, pacifista, di genere, altermondialista…) e si trova, da subito, a doversi misurare con una situazione modificata in peggio da:

– crisi frontale del movimento comunista ed esaurimento della stessa socialdemocrazia;

– crisi del paradigma antifascista e della discriminante verso il MSI, a livello culturale, politico, storiografico, di senso comune;

– crollo del sistema della “prima repubblica”, con gli scandali di Tangentopoli;

– sostituzione del sistema elettorale maggioritario a quello proporzionale, giudicato responsabile di ogni difficoltà e di ogni male.

Rifondazione deve navigare tra queste difficoltà e questi problemi inediti, a iniziare dal tentato colpo di stato in Russia, nell’agosto 1991, sul quale si registrano posizioni divergenti nel gruppo dirigente, mediate da Garavini, sino alla diversa interpretazione dei rapporti con le altre formazioni di sinistra (Verdi, Rete, sinistra PDS) e dell’identità di partito.

Alcuni contrasti emergeranno nel congresso costitutivo (Roma, dicembre 1991), ma torneranno nella gestione successiva che pure produrrà risultati positivi, dalle elezioni del 1992 (5,6% alla Camera, 6,5% al Senato), alle amministrative del 1992, al tesseramento (superato il numero di 120.00 adesioni, sino alla caduta di Garavini – luglio 1993).

Questa prima fase, pur nella sua eterogeneità, resta una delle 17 migliori di Rifondazione: volontà di confrontarsi, di capire, fine delle certezze, desiderio di ricominciare, di non arrendersi, certezza di poter offrire alla sinistra, non solamente italiana, una forza politica non minoritaria, legata alla propria storia, ma non dogmatica.

Possiamo dire: Ci abbiamo provato. Nonostante tutto, proviamoci ancora. (fine della prima parte)

Articolo pubblicato nel marzo 2021 in Il Lavoratore di Trieste.

Sergio Dalmasso

IL LAVORATORE

Pubblicato nel periodico di Trieste Il Lavoratore il mio scritto sul volume Lucio LIBERTINI.


In “Il Lavoratore”, dicembre 2020, Trieste.

Sergio Dalmasso, LUCIO LIBERTINI, lungo viaggio nella sinistra italiana, Milano, ed. Punto rosso, 2020.

Nei suoi ultimi anni, Lucio Libertini (Catania 1922- Roma 1993) aveva intenzione di scrivere la propria biografia politica, Lungo viaggio nella sinistra italiana.Libro di Sergio DALMASSO su Lucio Libertini

I pressanti impegni politici (tutt* ricordano la sua generosità) e la morte improvvisa (agosto 1993) hanno impedito che il testo andasse oltre le prime pagine ed un schema, scritto a mano.

Il mio libro non è una tradizionale biografia. Mancano totalmente dati sulla vita personale (ambiente famigliare, studi, adolescenza, gioventù…). Inoltre, la chiusura di biblioteche ed archivi, causa Covid, mi ha impedito, al momento della stesura definitiva, di accedere ad alcuni documenti che avrei voluto consultare.

Ho tentato di scrivere una “storia” interamente politica seguendo lo schema e l’impostazione che lo stesso Libertini avrebbe voluto offrire.

Libertini ha fatto parte, dal 1944, di molte formazioni. La prima è, per brevissimo tempo, quella dei demolaburisti (Bonomi, Ruini) di cui parlava con molta reticenza e da cui esce, dopo pochi mesi, con i giovani, vicini alle posizioni, europeiste e federaliste, del socialista Eugenio Colorni. Quindi, nel PSI, la corrente di Iniziativa socialista, che tenta con mille difficoltà e contraddizioni, di non appiattirsi sulle due opzioni maggioritarie, quella filosovietica e frontista e quella tradizionalmente riformista. L’equilibrio è difficile, contraddittorio, proprio di giovani privi di esperienza politica e schiacciati dalla morsa della bipolarizzazione del mondo e, conseguentemente, degli schieramenti politici nazionali. L’approdo è la scissione socialdemocratica di Saragat (gennaio 1947) nel tentativo di costruzione di una forza socialista autonoma fra i due blocchi.

La scelta governista e atlantista di Saragat e il suo progressivo abbandono dell’ipotesi di “socialismo dei ceti medi” e di un “umanesimo marxista”, proprio del suo pensiero negli anni ’30, produce una diaspora nel gruppo di Iniziativa. Libertini, dopo una battaglia interna che tenta di rilanciare una ipotesi autonoma, ma che è sconfitta dall’apparato socialdemocratico, lascia (1949) il nuovo partito. Dal 1951 al 1957, la partecipazione all’Unione socialisti indipendenti (USI), la formazione di Magnani e Cucchi, usciti dal PCI sulle posizioni di una “via nazionale”, considerata tradizionalmente una sorta di eresia “titina”, ma capace di posizioni originali sulla politica internazionale, l’autonomia sindacale, il rifiuto dei blocchi. Nel 1957, dopo i fatti del 1956 (denuncia del culto di Stalin, repressione dei moti ungheresi …) l’USI confluisce nel PSI. E’ la scelta per la sinistra del partito, contraria all’accordo di governo con la DC, ma soprattutto del rapporto organico con Raniero Panzieri che produce la migliore stagione della rivista “Mondo operaio” e le Sette tesi sul controllo operaio, il documento più organico di una sinistra diversa da quella maggioritaria (Togliatti e Nenni), che vede nella centralità operaia e nell’”uscita a sinistra” dallo stalinismo, il cardine per la costruzione dell’egemonia del movimento operaio, in una fase di profonda modificazione della struttura economica nazionale (inserimento dell’Italia nel capitalismo avanzato, crescita industriale, migrazione interna…). Le sue capacità giornalistiche lo portano ad essere direttore del periodico della sinistra “Mondo nuovo” (lo era stato anche del settimanale dell’USI, “Risorgimento socialista”).

L’ingresso del PSI nei governi di centro-sinistra produce una nuova scissione e la formazione del PSIUP, di cui è fondatore, dirigente e in cui assume posizioni di sinistra, critiche verso le opzioni maggioritarie (Due strategie), sia sulle ipotesi nazionali (critica frontale al centro-sinistra, alla socialdemocratizzazione, ai progressivi spostamenti del PCI), sia su quelle internazionali (critica al socialismo realizzato, attenzione alle esperienze rivoluzionarie nel “terzo mondo”).

Alla scomparsa di questo (1972), la scelta è per il PCI, formazione che maggiormente esprime istanze operaie e popolari. Non rinnega le esperienze passate, ma ne coglie criticamente, il minoritarismo, l’inefficacia. Dopo un ostracismo iniziale, in cui paga le posizioni eterodosse lungamente espresse, è vice-presidente della Giunta regionale piemontese, parlamentare, responsabile nazionale della commissione trasporti. Negli anni dell’”unità nazionale” è continua la sua preoccupazione di un progressivo distacco rispetto alle istanze di base, ai bisogni popolari che non possono essere immolati sull’altare degli accordi politici. Tra il 1989 e il 1991, l’opposizione alle scelte di Occhetto (la Bolognina) e la fondazione di Rifondazione. E’ il primo capogruppo al Senato, instancabile organizzatore. Può sembrare contraddittorio il suo avvicinamento a Cossutta, nello scontro interno che porta alla sostituzione, come segretario, di Sergio Garavini (luglio 1993).

Al di là delle banali accuse di “scissionismo”, di “globe trotter” della politica”, stupidamente presenti in molti commenti seguiti alla sua scomparsa e colpevolmente al centro di un comizio di Occhetto ai cancelli della FIAT (1992), Libertini ha sempre rivendicato una linearità e una coerenza, segnata dal rifiuto dei blocchi, dalla critica allo stalinismo, dalla ricerca di una sinistra popolare ed autonoma. Rifondazione esprimeva la continuità di un impegno, la certezza nel futuro della prospettiva comunista, oggi minoritaria, ma storicamente vincente, la possibilità di ricostruire un rapporto di massa con i grandi settori popolari, davanti al ritorno della destra e alla semplificazione autoritaria portata dal sistema elettorale maggioritario.

Il libro ricostruisce questo percorso, i suoi molti scritti, “eresie” dimenticate, dibattiti, scelte generose, anche se minoritarie, figure della sinistra maggioritaria e di un’altra, spesso emarginata (Magnani, Codignola, Maitan, Panzieri, Ferraris…), sconfitta, ma capace di contributi e di analisi sulla realtà nazionale e internazionale, le sue trasformazioni, le prospettive.

In appendice, i suoi scritti sulla rivista “La Sinistra” (1966-1967) che sarà oggetto di un mio prossimo opuscolo e una testimonianza di Luigi Vinci.

Attraverso una figura lineare e coerente, il testo ripercorre mezzo secolo della nostra storia, di successi, errori, scacchi, potenzialità, occasioni mancate dell’intera sinistra italiana.

Non è un caso che, in un supplemento di “Liberazione”, a lui dedicato, poco dopo la sua morte, il grande storico Enzo Santarelli, ne ripercorresse soprattutto le pagine meno note, ormai perse nel tempo, forse quelle, che pur non maggioritarie, meglio delineano questa personalità che il mio libro tenta di riportare all’attenzione

Spero che i mesi prossimi permettano presentazioni, discussioni, critiche, ad oggi impedite dal Covid, su queste pagine.

Sergio Dalmasso

 

Download articolo con clic su immagine seguente