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AVANGUARDIA OPERAIA

 

Volevamo cambiare il mondo, Storia di Avanguardia Operaia 1968-1977

In “La Sinistra in Zona / CostituzioneBeniComuni”, Finalmente un libro su Avanguardia Operaia, 4 aprile 2021.

Volevamo cambiare il mondo. Storia di Avanguardia Operaia 1968-1977, (a cura di) Roberto Borcio e Matteo Pucciarelli, ed. Mimesis, 302 p., 2020.

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E’ numerosa, anche se non numerosissima, la pubblicistica sulle formazioni della nuova sinistra (o estrema sinistra o sinistra extraparlamentare) italiana.

Numerosi i testi su Lotta Continua, indubbiamente la formazione che ha maggiormente espresso, in positivo ed in negativo lo spirito del periodo storico, non pochi, soprattutto presso Derive e approdi, quelli sull’operaismo che molt* considerano la matrice più originale del neo-marxismo italiano.

Sull’arcipelago marxista-leninisita, gli studi e le testimonianze sono piuttosto datati, propri della fortuna del maoismo in Italia e nel mondo occidentale, legata alle diverse interpretazioni della rivoluzione culturale e del conflitto URSS-Cina.

Avanguardia Operaia recensione di Sergio Dalmasso
Anche su PdUP e manifesto, le formazioni che mantenevano un maggiore legame con matrici della sinistra storica e maggioritaria (ricordate i dibattiti sulla storia del PCI,

su Togliatti e il togliattismo, la singolarità e radicalità della sinistra socialista, le polemiche sull’esistenza o meno di un filo rosso?)

i testi più noti risalgono a decenni or sono, ma l’interesse per la figura di Lucio Magri (da Il sarto di Ulm, ad Alla ricerca di un altro comunismo,

sino alla recente biografia, ad opera di Simone Oggionni), oltre al cinquantesimo del quotidiano hanno riportato alla luce alcuni temi e passaggi.

Su Avanguardia operaia, una delle maggiori formazioni dell’area e certo tra le più significative ed interessanti, mancava uno studio di insieme.

Esistevano solamente qualche breve passaggio nel testo di Giuseppe Vettori La sinistra extraparlamentare in Italia (1973) e qualche memoria, oltre all’interessante studio sui CUB torinesi, frutto di testimonianze personali e di racconti di tante vite che confluivano contemporaneamente nella Torino, allora operaia.

Volevamo cambiare il mondo copre, anche se parzialmente, questo vuoto.

Il merito è di Giovanna Moruzzi, moglie di uno dei fondatori di A.O, Michele Randazzo, da anni scomparso, e di Fabrizio Billi che cura l’Archivio Marco Pezzi di Bologna ed ha all’attivo numerosi studi,

oltre che di Roberto Biorcio, insegnante a Milano-Bicocca e di Matteo Pucciarelli, giornalista di “Repubblica” che hanno curato il testo.

Il metodo scelto ricalca quello della storia orale e della conricerca ed è il prodotto di 110 interviste (tutte consultabili nell’archivio Pezzi),

raccolte tra ex militanti e dirigenti del movimento, con una opportuna scelta “scientifica” che ha reso il campione particolarmente realistico (età, formazione, famiglia, occupazione…).

Nascita di Avanguardia operaia

Avanguardia operaia nasce a Milano nel 1967, fra un gruppo legato alla IV Internazionale (Gorla, Vinci) e avanguardie (si diceva così) di alcune fabbriche.

Autonomizzatosi dalla IV Internazionale, che, nel 1968, conosce in Italia una crisi frontale, A.O. inizia a costruire i primi CUB nei luoghi di lavoro, cresce nelle facoltà scientifiche (alla Statale l’egemonia è di Capanna),

dà vita ad una rivista, inizia i collegamenti con formazioni locali affini, nell’ipotesi di costruire una struttura nazionale che si richiami al marxismo rivoluzionario, in modo non dogmatico alla rivoluzione culturale, che rifiuti lo stalinismo

(da qui i dissensi con il movimento della statale e con il MLS) e lo spontaneismo di Lotta Continua.

La formazione ha una progressiva crescita, coprendo quasi tutto il territorio nazionale grazie alla confluenza di tante formazioni locali ed allargando il quadro dirigente

(Corvisieri, Rieser, Pugliese…) divenendo una delle tre maggiori formazioni dell’area (con L.C. E il PdUP-manifesto).

Nel 1974 nasce il “Quotidiano dei lavoratori” (vivrà circa cinque anni) che si somma agli altri due (in una breve fase anche più) quotidiani dell’estrema sinistra.

In questo periodo, si ha una oggettiva modificazione della linea politica.

Se nei primi anni si ha una concezione astensionistica, se I CUB sono letti come contrapposti ai sindacati e la crescita avviene in contrapposizione alle altre formazioni politiche dell’area, ora si opera una svolta per cui si parla di area della rivoluzione,

con altre formazioni anche non espressamente leniniste e si aderisce criticamente ai sindacati (CGIL, ma nella particolare situazione del momento, anche alla CISL).

Da questa scelta deriva la presentazione alle elezioni del 1975, in alcune regioni con il PdUP (sigla Democrazia Proletaria), in altre non in alleanza, con la sigla Democrazia operaia.

È l’anno della grande crescita del PCI, della conquista delle “giunte rosse”.

Le liste di nuova sinistra si collocano al 2% circa.

Significativo il dato di Milano, con l’elezione di tre consiglieri comunali, frutto della grande presenza sul territorio.

L’anno successivo, alle politiche, la sigla D.P. raccoglie tutta la nuova sinistra, ma il risultato è modesto (1,5%).

L’unità della formazione va in frantumi, davanti alla modificazione della realtà, alla caduta di speranze e di prospettive.

A.O. si divide: la “sinistra”, con parte del PdUP forma Democrazia Proletaria.

La minoranza confluisce nel PdUP (segretario Magri).

I meriti del testo

Le 300 pagine del libro sono dense e ricche, anche se diseguali. La scelta è stata quella di non ripercorrere la storia in ordine cronologico, ma di analizzare i singoli temi.

Dopo l’introduzione dei due curatori e l’analisi di Biorcio circa i rapporti fra l’organizzazione, la nuova sinistra e i movimenti,

Franco Calamida analizza la vicenda dei CUB, come nuova forma di democrazia (diretta) e di partecipazione dei lavoratori, Marco Paolini le lotte studentesche,

Grazia Longoni il movimento delle donne e il suo impatto nell’organizzazione (conflittuale, anche se meno esplosivo che in Lotta Continua), nella messa in discussione della centralità del conflitto capitale/lavoro.

Ha suscitato grande interesse l’analisi di Vincenzo Vita sulla politica culturale, di cui fu giovanissimo responsabile nazionale.

Sorprende, oggi, leggere i nomi dei/delle tant* artist*, personaggi dello spettacolo e della cultura che hanno lavorato nella commissione cultura e nelle iniziative sul tema (dalla famiglia Rossellini ad Ottavia Piccolo a Lino Del Fra…).

I due fratelli Madricardo trattano della politica sul territorio (case, affitti, bollette, carovita, costruzione dell’Unione Inquilini) e dell’intervento politico nelle forze armate che riprende la storica tradizione socialista e antimilitarista, tesa a combattere il condizionamento, la distruzione della personalità, l’autoritarismo.

Il tema più delicato è quello dell’antifascismo e del servizio d’ordine, affidato a Paolo Miggiano.

Il suo saggio ha prodotto dibattito e interpretazioni anche differenziate.

Ferita ancora aperta è la morte del fascista Sergio Ramelli (si veda, di molti anni successivo, il convegno, anche autocritico, di D.P.)

e il violentismo dei servizi d’ordine, indotto e dalle violenze poliziesche e dalla presenza fascista (da S. Babila ai tanti militanti di sinistra uccisi).

Da analizzare resta il rapporto fra gruppo dirigente e un relativo autonomizzarsi del servizio d’ordine (è stato sciolto dopo il caso Ramelli?)

Il libro non pretende di esaurire il tema di una storia esaustiva dell’organizzazione. Il limite di una carenza del quadro complessivo in cui si inseriscono i fatti raccontati è ovvio.

Così, alcuni saggi (i lavoratori studenti…) non hanno trovato spazio.

Forse altri sudi potranno coprire le parziali lacune. Ancora, non vi è una analisi delle riviste (per anni, per un vecchio principio “egualitario”, gli scritti compaiono senza firma) e del quotidiano.

Il taglio di storia orale ricostruisce il quadro di una organizzazione priva di leaderismi, di quel narcisismo tanto addebitato (ricordo l’analisi di Massimo Bontempelli).

Ha il merito di dare una immagine reale della stagione sessantottesca, spesso ridotto con una voluta operazione storiografico-politica a pura violenza (la formula degli anni di piombo è l’unica usata mediaticamente.

Parla, invece, di un fenomeno di massa, della presa di coscienza di masse giovanili, della riscossa della classe operaia,

piegata per decenni, della politicizzazione di ceti professionali tradizionalmente conservatori (gli anni di Magistratura democratica, di Psichiatria democratica, del movimento nelle caserme, nella polizia, tra i credenti…).

Parla della crescita del movimento delle donne che chiede l’uscita da una concezione economicistica della politica.

Ricorda che gli anni ’70 non sono solamente quelli dei terrorismi (la pubblicistica dimentica sempre quello di destra e il ruolo dello Stato e del quadro internazionale), ma vedono grandi riforme: ente regionale, divorzio, Statuto dei lavoratori, diritto di famiglia, “legge Basaglia”, sanità, aborto,.. e che anche i parziali spostamenti politici (crescita del PCI, giunte di sinistra) sono il prodotto della grande spinta sociale e culturale che in Italia è data dal “68 lungo”.

Ancora ne emerge il quadro di un gruppo molto attento all’organizzazione, alla formazione, allo studio, alla teoria, al confronto anche netto, con altre formazioni, sui “fondamentali”, di un impegno spesso totalizzante.

Non credo sia un caso se, tra le tante (troppe) formazioni della nuova sinistra è quella che meno è stata percorsa da pentitismi, carrierismi dei/delle tant* finit* dalla certezza nella rivoluzione a scelte opportunistiche (evito un triste elenco anche parziale).

Il libro offre anche uno spaccato “sociologico”.

L’età dei/delle militanti intervistat* era “allora” molto bassa, dai 20 ai 25 anni, e dai 25 ai 30, a dimostrazione di una politicizzazione molto veloce.

Le famiglie di provenienza erano in maggioranza operaie o piccolo borghesi. Se forte era la presenza di genitori comunisti, fortissima è la matrice iniziale cattolica che vede una rapidissima e radicale trasformazione.

Un lavoro di cui non possiamo che essere grati a chi lo ha pensato, voluto, costruito con un lavoro certosino (110 interviste).

Sarebbe opportuno che i mille filoni in cui si è divisa una storia così significativa usassero questi strumenti per una discussione collettiva, per una riflessione sulle forme di democrazia di base, del tutto in antitesi con i leaderismi populistici di oggi.

La storia, in parte ancora da approfondire dell’Organizzazione comunista Avanguardia operaia merita conoscenza, studio e riflessione.

Sergio Dalmasso

  • N. 80, 2018, dalla parte del torto, Diego GIACHETTI, Il ’68 in Italia. Le idee, i movimenti, la politica.
  • 94, 2018, “Il presente e la storia”, Diego GIACHETTI, Il ’68 in Italia. Le idee, i movimenti, la politica, Pisa, Biblioteca Franco Serantini, 2018.

Diego GIACHETTI, Il ’68 in Italia. Le idee, i movimenti, la politica, Pisa, Biblioteca Franco Serantini, 2018, pp. 218, euro 20.

Sergio Dalmasso

Download “Scheda su: Diego Giachetti, il Sessantotto in Italia”

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Il Sessantotto in Italia

Diego Giachetti ha all’attivo numerosi studi sugli anni ’60 e ’70, la stagione dei movimenti, il ruolo di operai, giovani, donne, nella conflittualità che ha caratterizzato quei decenni focali. Oltre a studi sull’autunno caldo, sulla FIAT, sul rapporto tra conflitto di genere, generazione e classe, nel 1998 ha pubblicato, sempre per la Franco Serantini di Pisa, Oltre il Sessantotto. Prima, durante e dopo il movimento.

Il cinquantesimo anniversario del mitico ’68 è stato più povero di produzioni, studi, lavori, dibattiti, pubblicazioni… rispetto a molti dei decenni precedenti. Interessanti gli inserti mensili del “Manifesto”, documentato il numero doppio di “Micromega”, antologico un libro prodotto dal Centro studi Maitan.

Ha avuto successo la bella mostra pensata dall’ Archivio dei movimenti di Genova che ha prodotto anche un catalogo e un testo, forse addirittura troppo ricco di contributi, a scapito dell’approfondimento di alcuni temi specifici.

Altre realtà locali hanno offerto analisi o ricerche.

La ristampa, a distanza di 20 anni, del testo di Giachetti ha il merito di rioffrirci uno strumento di analisi e di riflessione, ampliato su alcuni nodi, una sintesi fattuale, ma anche storiografica su una stagione intera che va ben al di là del semplice anniversario.

Il testo ripercorre una breve storia di un decennio, sempre intrecciandola con la riflessione storiografica ed evidenziando i problemi e i nodi che la produzione, non solamente militante, ha discusso ed affrontato nel tempo.

Esiste un prima: fermenti di dibattito, di rimessa in discussione di categorie che parevano consolidate, introduzione di tematiche e di strumenti mai toccati dal marxismo “ortodosso” iniziano dopo il 1956 e il primo bilancio di massa dello stalinismo.

Riviste, sollecitazioni, crisi politiche e personali, tentativi di ricostruzione anche della storia (penso alla stagione della “Rivista storica del socialismo”).

È fortissimo, nei primi anni ’60, il doppio impatto delle trasformazioni strutturali del paese, con la ripartenza delle lotte operaie e del ruolo giocato dalla Cina, la cui rivoluzione pare, a molti settori, costituire una alternativa rispetto all’ “imborghesimento” di quella sovietica e collocarsi nella spinta del terzo mondo e della decolonizzazione.

Anche la sinistra italiana è toccata da queste tematiche: all’interno del PCI si formano gruppi critici, vi è una breve crescita dell’area trotskista, , sorgono gruppi “cinesi” e “operaisti”.

Il ’68 non è descritto fattualmente, ma l’autore segue alcuni temi e ripropone una discussione già comparsa sulla piccola rivista “Per il ’68” su pregi e limiti della democrazia assembleare, sull’eterna questione dell’organizzazione, oggetto di scontri e divisioni, sul rapporto con la classe operaia (si pensi all’esperienza torinese), alla nascita dei gruppi che nel “lavoro di porta” vedono la possibilità di tradurre la coscienza rivoluzionaria in processo organizzativo.

In sintesi: esiste un ’68 buono, spontaneo e di base, che si brucia in breve tempo a cui segue la cancellazione prodotta dalla nascita di tanti gruppi politici, sigle diverse e spesso concorrenti? Vi è contraddizione insanabile tra spinta di movimento e tentativo di organizzazione?

E la nascita delle formazioni politiche ha il vizio profondo ed insuperabile di essere semplice richiamo ad esperienze storiche e superate di correnti del vecchio movimento operaio novecentesco (trotskiste, terzinternazionaliste, maoiste… legate a figure sconfitte ed emarginate)?

È questa la tesi sostenuta da molti autori nei decenni precedenti, ma negata da Giachetti che, nel capitolo Dal movimento ai gruppi passa in rassegna, con grande attenzione, le ragioni che hanno prodotto la nascita delle tante formazioni politiche, spesso vissute come continuazione della partecipazione vissuta nel movimento, la loro composizione sociale e la nascita di un corpo politico militante.

Segue, quindi, una rassegna sintetica delle principali formazioni politiche, le cui differenze organizzative e teoriche potranno stupire il lettore di oggi, dai trotskisti ai maoisti, dagli anarchici agli “operaisti”, dall’eresia del Manifesto al PdUP, da Avanguardia operaia al Movimento studentesco della Statale di Milano.

Non manca una breve rassegna sul dissenso cattolico, fenomeno di grande valenza e di lunga portata e su quello della lotta armata (o del terrorismo di sinistra) che si intreccia drammaticamente con il terrorismo di destra e con il ruolo giocato da servizi segreti, tensioni internazionali, tentativi di colpi di stato…

A parte, non manca la riflessione sul Partito radicale, per anni vicino all’area della nuova sinistra, pur con una matrice teorica e una storia del tutto diverse.

Il rapporto diritti civili/ diritti sociali, libertà collettive/individuali segna nettamente il dibattito negli anni ’70.

L’ultima parte del testo è la più innovativa e segna le maggiori differenze rispetto al testo del 1998. Giachetti ha, in altri testi, studiato con attenzione lo sviluppo del movimento femminista in Italia, le sue tematiche e differenze interne, il suo impatto sulla messa in discussione di pratiche politiche presenti anche nella nuova sinistra, oltre che nei partiti storici.

Così pure ha analizzato in modo innovativo la contraddizione generazionale, ad esempio evidenziata dalla canzone di consumo, dalla moda, dalle piccole riviste giovanili o dalle nuove trasmissioni radiofoniche (ricordate Bandiera gialla o Per voi giovani?).

L’emersione del movimento delle donne e di una nuova soggettività giovanile sono tra gli elementi che contribuiscono alla crisi politica dei gruppi e all’emergere di nuove tematiche e modalità negli anni ’70.

La sconfitta elettorale del giugno 1976, con la conferma dell’egemonia democristiana, il mancato governo delle sinistre, la nascita del “governo delle astensioni”, il debolissimo risultato del “cartello” Democrazia proletaria è periodizzante e segna la fine di una stagione.

Le ultime pagine tentano un parallelo fra il movimento del ’68, internazionale, centrato sull’università, alla ricerca di un novo modo di fare politica e di un nuovo paradigma marxista che vedeva nel socialismo una prospettiva di liberazione e quello del decennio successivo, nazionale, centrato sulla tematica del personale, critico in assoluto verso la politica di cui decreta la fine, fuori e oltre il marxismo, portato a spinte violentiste.

Ancora, negli anni ’80, i movimenti collettivi si sviluppano, da quello ecologista e pacifista, su obiettivi specifici e più limitati, senza l’orizzonte della trasformazione complessiva della società.

Nella scarsità di testi specifici comparsi in questo cinquantenario, quello di Diego Giachetti è da non perdere e da apprezzare per la sinteticità, la capacità di parlare a lettori/lettrici di diversa generazione, di chiarire problematiche, di riproporre nodi storiografici, anche controversi, su parti della nostra storia che solo la rimozione politico – culturale degli ultimi anni ha cancellato, ma che mantengono la loro attualità.