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In ricordo di Emilio Molinari (1939-2025)

16 Luglio 2025 di ideeinformazione

È stata una Camera del Lavoro pienissima a dare l’ultimo saluto il 9 luglio 2025  a Emilio Molinari, scomparso il 5 luglio c.m. a Milano.

Foto di Emilio Molinari

Centinaia di compagni e amici, molti dei quali costretti ad accalcarsi in piedi, hanno seguito con commozione corale i ricordi di Vincenzo Greco, Basilio Rizzo, Giovanni Russo Spena, Erica Rodari, della nipote Alice Molinari e di Vittorio Agnoletto, nonché i messaggi (scritti o registrati) giunti da Mario Capanna, Moni Ovadia, Dacia Maraini, José Luíz Del Roio.

Emilio Molinari (nato a Milano nel 1939) è stato un protagonista dell’ultimo grande ciclo di lotte per l’emancipazione sociale che questo paese ha conosciuto,

il ciclo delle lotte operaie e insieme studentesche che tra anni Sessanta e Settanta hanno attraversato le società del cosiddetto “benessere” postbellico in Europa e in particolare in Italia. Proveniente dalla fabbrica e dalla classe operaia, cui è rimasto fino all’ultimo “sentimentalmente connesso” (come ha ricordato, gramscianamente, Russo Spena), Molinari è stato tra i fondatori e dirigenti prima di Avanguardia Operaia e poi di Democrazia Proletaria, fino all’incontro con il “nuovo” movimento ambientalista sul finire degli anni Ottanta.

A partire dagli anni Novanta, dopo una traversata delle istituzioni che lo ha portato al Consiglio comunale di Milano, al Consiglio regionale della Lombardia, al Senato e anche al Parlamento europeo, Molinari è uscito dalla politica istituzionale ma non certo dall’impegno politico-sociale, che ha proseguito nell’associazione Punto Rosso e poi legando il suo nome al movimento per l’acqua pubblica, di cui era divenuto portavoce appassionato.

È stato, infine, a Milano, uno degli animatori dell’associazione CostituzioneBeniComuni ( https://www.facebook.com/Costituzionebenicomuni/ ).

Il nostro collettivo, che ha avuto l’onore di averlo fra i suoi interlocutori e amici in diverse circostanze di discussione pubblica (anche per l’amicizia affettuosa che lo legava a Piero Basso), vuole dunque ricordarlo, proponendo il discorso tenuto da Basilio Rizzo alla Camera de Lavoro.

Da segnalare, infine, che un’autobiografia, cui Emilio aveva lavorato negli scorsi anni e portato a termine proprio negli ultimi mesi, è di imminente pubblicazione per le edizioni Red Star Press di Roma.

Ideeinformazione

Sapevo da tempo che questo momento sarebbe arrivato, eppure nei miei pensieri lo spostavo sempre più in là…

C’è tempo, Emilio è una roccia – mi dicevo.

E invece eccoci qui oggi a ricordare, con tutto l’affetto di cui siamo capaci, uno straordinario compagno: in politica il mio riferimento assoluto e indiscutibile; nella vita, sul piano personale, un fratello maggiore.

Non come un modo di dire, ma nella pienezza e bellezza della parola fratello.

I nostri percorsi si sono incontrati alla fine degli anni Sessanta.

Partivamo da due punti diversi, lui già attivo nelle lotte operaie che venivano crescendo, io nel movimento studentesco di Città Studi.

Emilio con altri operava per dare forza e consapevolezza al mondo del lavoro.

Noi invece sentivamo il bisogno di uscire dalle aule, di collegarci alle lotte nelle fabbriche.

Andavamo ai cancelli a fare picchetti nelle giornate di lotta e contemporaneamente cresceva un’unità forte fra i due movimenti.

Intanto il vento del Sessantotto soffiava nel mondo intero portando la spinta a cambiare la società, a proporre nuovi valori, a lottare per un mondo migliore.

Nacque nelle fabbriche l’esperienza straordinaria dei CUB (Comitati unitari di base).

Le due parole hanno un significato profondo: momento di organizzazione “dal basso” dei lavoratori: per contare bisognava essere uniti, così da essere più forti nelle lotte. Da lì venne una spinta a creare un soggetto politico che intervenisse a tutti i livelli.

Emilio è stato uno dei protagonisti della nascita di Avanguardia operaia (AO) e ne fu dirigente fin dalla prima ora.

Ebbe inizio lì, in AO, il mio sodalizio politico ed umano con lui.

Emilio è stato infaticabile nel lavoro di massa e un dirigente amatissimo.

Sempre in prima fila nelle lotte, era un leader naturale, oggi si direbbe un predestinato, ma lo era soprattutto per i suoi meriti: oratore trascinante, empatico, autorevole senza farlo pesare, mai autoritario.

Non cercava dei seguaci ma dei compagni con cui condividere le lotte.

Ci ha fatto sentire tutti noi, dal primo all’ultimo, come protagonisti di una stagione di lotte belle, esaltanti, portate avanti per obiettivi importanti da raggiungere per avere una società migliore.

Ci ha resi orgogliosi di quello che facevamo.

Sono stati anni fantastici che ancora oggi riempiono i cuori di quanti hanno avuto la fortuna di viverli.

Chi li ha vissuti, al di là che poi abbiano seguito altri percorsi politici rispetto ad Emilio, ne conservano sempre un ricordo straordinario e provano per lui un particolare affetto.

Questa sala lo testimonia più di ogni parola.

Emilio è stato un compagno che cercava unità e la solidarietà che raccoglieva gli dava sempre più forza, più determinazione.

Se per te è importante il lavoro collettivo è naturale cercare di aumentare il numero di quanti combattono con te. Nella proverbiale vocazione della sinistra alle divisioni, Emilio fu invece protagonista dell’unità fra Avanguardia operaia e il PdUP e della successiva nascita di Democrazia proletaria. Un caso unico di “fusione” e non di “scissione”.

La stessa scelta di Emilio di unire le lotte sociali con l’ambientalismo va letto come il tentativo di aprire nuovi spazi più ampi e più ricchi, più adeguati a una sinistra al passo coi tempi.

Il progetto di un soggetto politico rosso-verde sottintendeva un processo di ampliamento e di unità, non di ulteriore divisione.

Con DP Emilio sposta il suo baricentro politico su scala nazionale e internazionale (ma di questo altri compagni ne parleranno in modo più approfondito).

Emilio ci ha rappresentato in modo eccezionale nelle istituzioni.

Vi arrivava perché ce lo spingevamo, non certamente perché sgomitava per arrivarci. Nelle istituzioni – e non solo lì – si è trovato a combattere su terreni che potevano apparire diversi tra loro: il mondo del lavoro, il sociale, le questioni internazionali, la corruzione, i disastri ambientali.

Sempre efficace, determinato, competente.

Ma come ha potuto essere un così appassionato combattente su tutto?

E la risposta che mi sono dato è che Emilio si era dato una regola chiara, su cui non derogava: combattere tutte le ingiustizie che si trovava di fronte.

Lo sentiva come un dovere, un dovere interiore, un compito che la vita gli aveva assegnato.

Fossero le condizioni di lavoro nelle fabbriche, il territorio devastato dalla speculazione, l’ambiente ferito, la corruzione a danno della collettività, il diritto della salute negato, i beni comuni depredati…

Emilio era sempre pronto a combattere, sempre schierato con chi pativa le diseguaglianze sociali, dalla parte degli oppressi contro gli oppressori, con chi chiedeva umanità e riceveva violenza.

Emilio era, e ha sempre continuato ad essere, un orgoglioso difensore della nostra storia. A chi intendeva denigrarla e infangarla (dipingendo ad esempio gli anni Settantaunicamente come«gli anni di piombo») ha sempre risposto con fermezza, ricordando la resistenza democratica alle bombe di Piazza Fontana, di Brescia, dello stragismo.

Per questa resistenza democratica alcuni nostri compagni sono stati uccisi.

Nei luoghi di lavoro, di studio, nei territori, i nostri compagni erano impegnati nella resistenza antifascista e dettero il loro contributo alla tenuta della Repubblica stessa.

Con le nostre idee e i nostri valori certamente, ma nessuno dei nostri compagni di AO e di DP – amava sottolineare Emilio – scelse la via della lotta armata.

Emilio è stato un ecologista convinto, ante litteram, al tempo delle lotte antinucleari.

Lo è stato in una forma universalista, non elitaria: difendere il pianeta per salvare l’umanità.

L’acqua, senza la quale non può esserci vita, la sua “sacralità”, è stata il centro della sua militanza politica negli ultimi anni (di questo ne parlerà in maniera più approfondita Erica Rodari).

Mi limito solo a dire che la battaglia per l’acqua pubblica da difendere, conquistare e garantire per tutti non è solo, di per sé, un obiettivo politico importante, ma per noi anche una forma di riconoscimento doveroso per il lavoro straordinario fatto da Emilio sul tema.

L’ultima considerazione di tipo politico è la questione della pace.

Emilio ha continuato a manifestare la sua apprensione per i pericoli di guerra.

Guerre ce ne sono già e sappiamo quali tragedie stanno provocando, ma Emilio con angoscia esprimeva il suo timore per una guerra atomica finale e distruttiva che potrebbe annientare la vita e la sopravvivenza dall’intero pianeta.

C’è solo Papa Francesco che sembra preoccuparsene – mi diceva amareggiato. In verità io tendevo a ridimensionare questo pericolo, non credevo a un atto distruttivo totale.

Chi ragionevolmente potrebbe volere la sparizione della vita sulla Terra?

Eppure, questa angoscia, questa preoccupazione e sofferenza per il destino degli altri, da parte di una persona che aveva la piena consapevolezza di non avere ancora una lunga vita da vivere, mi facevano pensare a quale carica di umanità, di amore per il prossimo avesse nell’animo Emilio.

Quanta amarezza ci scambiavamo nell’assistere alla tragedia di Gaza, alla morte di innocenti, alla sistematica eliminazione di un popolo!

Quanta rabbia per il senso di impotenza nel vedere i potenti del mondo inerti, complici di un massacro che disonora chiunque non faccia qualcosa per fermarlo!

La bandiera della Palestina che qui ci accompagna, certo è una piccola cosa simbolica, ma rinnova la volontà di proseguire nell’impegno in difesa del popolo palestinese.

Noi oggi abbiamo dato la priorità al ricordo dell’Emilio politico.

Ma Emilio è stato anche una persona piena di vitalità e di sentimenti.

Ha amato ed è stato amato.

Ha sempre ammirato la bellezza della vita, della natura e delle opere dell’uomo.

I silenzi dei boschi.

Il fragore di una cascata o di un’onda che si frangeva.

La luce abbacinante del sole e il buio incantato, la luna e le stelle.

Amava leggere, amava studiare.

I racconti dei suoi viaggi erano sempre pieni di passione e di emozioni.

Era un uomo ricco di sentimenti.

A breve uscirà un libro in cui Emilio ha voluto raccontare la sua vita, i suoi pensieri, le sue speranze.

Siamo certi che sarà una miniera inesauribile di riflessioni e di stimoli.

Ma ora vorrei rivolgermi direttamente a te, Emilio.

Emilio, è un po’ di giorni che non ci sentiamo ma so che Tina è accanto a te.

La tua meravigliosa compagna che ti ha reso la vita più bella nei momenti di gioia e di felicità e che ti è stata sempre e comunque accanto, ancora di più nei giorni difficili del dolore e delle malattie. Non sapremo mai come ringraziarla abbastanza.

Mi mancano però le nostre telefonate di ogni sera.

Sapessi quanto mi manca quella “minuscola cellula di partito”, che si riuniva da remoto, come usa dire adesso, e in cui ci confrontavamo su quanto andava accadendo attorno a noi.

Mi chiedevi e ti davo notizie e impressioni sulle manifestazioni a cui non ti era più consentito di partecipare.

Ma poiché viviamo tempi bui, le cattive notizie prevalevano sulle buone.

Non potevamo essere ottimisti, ma ci confermavamo reciprocamente che non ci saremmo rassegnati, che bisognava continuare a combattere le buone battaglie.

Potremmo forse sembrare patetici visti da fuori, con le nostre speranze di cambiamenti lontani e improbabili. Ma come ci insegnano le canzoni partigiane …scarpe rotte eppur bisogna andar.

Un’assemblea ben riuscita, una manifestazione unitaria molto partecipata, qualche volta arrivavano a confortarci.

E pensavamo alla prossima iniziativa da farsi, perché la voglia di impegnarsi non è mai venuta meno.

Nelle riunioni allargate della nostra associazione, una piccola cosa, per carità, ma sempre un’occasione di discussione collettiva, la più frequente delle conclusioni era: «Bene, sentiamo cosa ne pensa Emilio e poi decidiamo».

Emilio, lo sai, sei stato sempre la nostra guida al di là del passare del tempo, ed io so già che da oggi, davanti a una scelta da fare, mi troverò a pensare che cosa avresti detto e fatto tu e agirò di conseguenza.

La prima indicazione su cosa fare che ci hai lasciato è molto semplice da eseguire.

Emilio, più volte a me e ad altri compagni, in modo discreto per non farti sentire da Tina, ma con angoscia ci dicevi che non dovevamo preoccuparci per te, ma dovevamo pensare a Tina. Emilio, dov’è il problema?

Tina ha una forza d’animo, un coraggio, uno spirito straordinario.

Saprà affrontare la prova durissima che gli è arrivata addosso.

Stanne pur certo.

Avrà accanto a sé la sua famiglia, le amiche di sempre, tutti noi.

E se non bastasse ancora, ci saranno i compagni che ti hanno voluto bene e che te ne vorranno sempre.

Emilio, stai tranquillo, fidati.

Ovunque tu sia, butta uno sguardo qui.

Guarda in quanti siamo qui per te!

Camera del Lavoro di Milano al funerale di Emilio Molinari, 9 luglio 2025

Basilio Rizzo,
DA IDEEINFORMAZIONE

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AVANGUARDIA OPERAIA

In “La Sinistra in Zona / CostituzioneBeniComuni”, Finalmente un libro su Avanguardia Operaia, 4 aprile 2021.

Volevamo cambiare il mondo. Storia di Avanguardia Operaia 1968-1977, (a cura di) Roberto Borcio e Matteo Pucciarelli, ed. Mimesis, 302 p., 2020.

Download “Avanguardia Operaia (Scheda di Sergio Dalmasso)” Volevamo-cambiare-il-mondo-Avanguardia-Operaia.pdf – Scaricato 48422 volte – 730,31 KB

 

E’ numerosa, anche se non numerosissima, la pubblicistica sulle formazioni della nuova sinistra (o estrema sinistra o sinistra extraparlamentare) italiana.

Numerosi i testi su Lotta Continua, indubbiamente la formazione che ha maggiormente espresso, in positivo ed in negativo lo spirito del periodo storico, non pochi, soprattutto presso Derive e approdi, quelli sull’operaismo che molt* considerano la matrice più originale del neo-marxismo italiano.

Sull’arcipelago marxista-leninisita, gli studi e le testimonianze sono piuttosto datati, propri della fortuna del maoismo in Italia e nel mondo occidentale, legata alle diverse interpretazioni della rivoluzione culturale e del conflitto URSS-Cina.

Avanguardia Operaia recensione di Sergio Dalmasso
Anche su PdUP e manifesto, le formazioni che mantenevano un maggiore legame con matrici della sinistra storica e maggioritaria (ricordate i dibattiti sulla storia del PCI,

su Togliatti e il togliattismo, la singolarità e radicalità della sinistra socialista, le polemiche sull’esistenza o meno di un filo rosso?)

i testi più noti risalgono a decenni or sono, ma l’interesse per la figura di Lucio Magri (da Il sarto di Ulm, ad Alla ricerca di un altro comunismo,

sino alla recente biografia, ad opera di Simone Oggionni), oltre al cinquantesimo del quotidiano hanno riportato alla luce alcuni temi e passaggi.

Su Avanguardia operaia, una delle maggiori formazioni dell’area e certo tra le più significative ed interessanti, mancava uno studio di insieme.

Esistevano solamente qualche breve passaggio nel testo di Giuseppe Vettori La sinistra extraparlamentare in Italia (1973) e qualche memoria, oltre all’interessante studio sui CUB torinesi, frutto di testimonianze personali e di racconti di tante vite che confluivano contemporaneamente nella Torino, allora operaia.

Volevamo cambiare il mondo copre, anche se parzialmente, questo vuoto.

Il merito è di Giovanna Moruzzi, moglie di uno dei fondatori di A.O, Michele Randazzo, da anni scomparso, e di Fabrizio Billi che cura l’Archivio Marco Pezzi di Bologna ed ha all’attivo numerosi studi,

oltre che di Roberto Biorcio, insegnante a Milano-Bicocca e di Matteo Pucciarelli, giornalista di “Repubblica” che hanno curato il testo.

Il metodo scelto ricalca quello della storia orale e della conricerca ed è il prodotto di 110 interviste (tutte consultabili nell’archivio Pezzi),

raccolte tra ex militanti e dirigenti del movimento, con una opportuna scelta “scientifica” che ha reso il campione particolarmente realistico (età, formazione, famiglia, occupazione…).

Nascita di Avanguardia operaia

Avanguardia operaia nasce a Milano nel 1967, fra un gruppo legato alla IV Internazionale (Gorla, Vinci) e avanguardie (si diceva così) di alcune fabbriche.

Autonomizzatosi dalla IV Internazionale, che, nel 1968, conosce in Italia una crisi frontale, A.O. inizia a costruire i primi CUB nei luoghi di lavoro, cresce nelle facoltà scientifiche (alla Statale l’egemonia è di Capanna),

dà vita ad una rivista, inizia i collegamenti con formazioni locali affini, nell’ipotesi di costruire una struttura nazionale che si richiami al marxismo rivoluzionario, in modo non dogmatico alla rivoluzione culturale, che rifiuti lo stalinismo

(da qui i dissensi con il movimento della statale e con il MLS) e lo spontaneismo di Lotta Continua.

La formazione ha una progressiva crescita, coprendo quasi tutto il territorio nazionale grazie alla confluenza di tante formazioni locali ed allargando il quadro dirigente

(Corvisieri, Rieser, Pugliese…) divenendo una delle tre maggiori formazioni dell’area (con L.C. E il PdUP-manifesto).

Nel 1974 nasce il “Quotidiano dei lavoratori” (vivrà circa cinque anni) che si somma agli altri due (in una breve fase anche più) quotidiani dell’estrema sinistra.

In questo periodo, si ha una oggettiva modificazione della linea politica.

Se nei primi anni si ha una concezione astensionistica, se I CUB sono letti come contrapposti ai sindacati e la crescita avviene in contrapposizione alle altre formazioni politiche dell’area, ora si opera una svolta per cui si parla di area della rivoluzione,

con altre formazioni anche non espressamente leniniste e si aderisce criticamente ai sindacati (CGIL, ma nella particolare situazione del momento, anche alla CISL).

Da questa scelta deriva la presentazione alle elezioni del 1975, in alcune regioni con il PdUP (sigla Democrazia Proletaria), in altre non in alleanza, con la sigla Democrazia operaia.

È l’anno della grande crescita del PCI, della conquista delle “giunte rosse”.

Le liste di nuova sinistra si collocano al 2% circa.

Significativo il dato di Milano, con l’elezione di tre consiglieri comunali, frutto della grande presenza sul territorio.

L’anno successivo, alle politiche, la sigla D.P. raccoglie tutta la nuova sinistra, ma il risultato è modesto (1,5%).

L’unità della formazione va in frantumi, davanti alla modificazione della realtà, alla caduta di speranze e di prospettive.

A.O. si divide: la “sinistra”, con parte del PdUP forma Democrazia Proletaria.

La minoranza confluisce nel PdUP (segretario Magri).

I meriti del testo

Le 300 pagine del libro sono dense e ricche, anche se diseguali. La scelta è stata quella di non ripercorrere la storia in ordine cronologico, ma di analizzare i singoli temi.

Dopo l’introduzione dei due curatori e l’analisi di Biorcio circa i rapporti fra l’organizzazione, la nuova sinistra e i movimenti,

Franco Calamida analizza la vicenda dei CUB, come nuova forma di democrazia (diretta) e di partecipazione dei lavoratori, Marco Paolini le lotte studentesche,

Grazia Longoni il movimento delle donne e il suo impatto nell’organizzazione (conflittuale, anche se meno esplosivo che in Lotta Continua), nella messa in discussione della centralità del conflitto capitale/lavoro.

Ha suscitato grande interesse l’analisi di Vincenzo Vita sulla politica culturale, di cui fu giovanissimo responsabile nazionale.

Sorprende, oggi, leggere i nomi dei/delle tant* artist*, personaggi dello spettacolo e della cultura che hanno lavorato nella commissione cultura e nelle iniziative sul tema (dalla famiglia Rossellini ad Ottavia Piccolo a Lino Del Fra…).

I due fratelli Madricardo trattano della politica sul territorio (case, affitti, bollette, carovita, costruzione dell’Unione Inquilini) e dell’intervento politico nelle forze armate che riprende la storica tradizione socialista e antimilitarista, tesa a combattere il condizionamento, la distruzione della personalità, l’autoritarismo.

Il tema più delicato è quello dell’antifascismo e del servizio d’ordine, affidato a Paolo Miggiano.

Il suo saggio ha prodotto dibattito e interpretazioni anche differenziate.

Ferita ancora aperta è la morte del fascista Sergio Ramelli (si veda, di molti anni successivo, il convegno, anche autocritico, di D.P.)

e il violentismo dei servizi d’ordine, indotto e dalle violenze poliziesche e dalla presenza fascista (da S. Babila ai tanti militanti di sinistra uccisi).

Da analizzare resta il rapporto fra gruppo dirigente e un relativo autonomizzarsi del servizio d’ordine (è stato sciolto dopo il caso Ramelli?)

Il libro non pretende di esaurire il tema di una storia esaustiva dell’organizzazione. Il limite di una carenza del quadro complessivo in cui si inseriscono i fatti raccontati è ovvio.

Così, alcuni saggi (i lavoratori studenti…) non hanno trovato spazio.

Forse altri sudi potranno coprire le parziali lacune. Ancora, non vi è una analisi delle riviste (per anni, per un vecchio principio “egualitario”, gli scritti compaiono senza firma) e del quotidiano.

Il taglio di storia orale ricostruisce il quadro di una organizzazione priva di leaderismi, di quel narcisismo tanto addebitato (ricordo l’analisi di Massimo Bontempelli).

Ha il merito di dare una immagine reale della stagione sessantottesca, spesso ridotto con una voluta operazione storiografico-politica a pura violenza (la formula degli anni di piombo è l’unica usata mediaticamente.

Parla, invece, di un fenomeno di massa, della presa di coscienza di masse giovanili, della riscossa della classe operaia,

piegata per decenni, della politicizzazione di ceti professionali tradizionalmente conservatori (gli anni di Magistratura democratica, di Psichiatria democratica, del movimento nelle caserme, nella polizia, tra i credenti…).

Parla della crescita del movimento delle donne che chiede l’uscita da una concezione economicistica della politica.

Ricorda che gli anni ’70 non sono solamente quelli dei terrorismi (la pubblicistica dimentica sempre quello di destra e il ruolo dello Stato e del quadro internazionale), ma vedono grandi riforme: ente regionale, divorzio, Statuto dei lavoratori, diritto di famiglia, “legge Basaglia”, sanità, aborto,.. e che anche i parziali spostamenti politici (crescita del PCI, giunte di sinistra) sono il prodotto della grande spinta sociale e culturale che in Italia è data dal “68 lungo”.

Ancora ne emerge il quadro di un gruppo molto attento all’organizzazione, alla formazione, allo studio, alla teoria, al confronto anche netto, con altre formazioni, sui “fondamentali”, di un impegno spesso totalizzante.

Non credo sia un caso se, tra le tante (troppe) formazioni della nuova sinistra è quella che meno è stata percorsa da pentitismi, carrierismi dei/delle tant* finit* dalla certezza nella rivoluzione a scelte opportunistiche (evito un triste elenco anche parziale).

Il libro offre anche uno spaccato “sociologico”.

L’età dei/delle militanti intervistat* era “allora” molto bassa, dai 20 ai 25 anni, e dai 25 ai 30, a dimostrazione di una politicizzazione molto veloce.

Le famiglie di provenienza erano in maggioranza operaie o piccolo borghesi. Se forte era la presenza di genitori comunisti, fortissima è la matrice iniziale cattolica che vede una rapidissima e radicale trasformazione.

Un lavoro di cui non possiamo che essere grati a chi lo ha pensato, voluto, costruito con un lavoro certosino (110 interviste).

Sarebbe opportuno che i mille filoni in cui si è divisa una storia così significativa usassero questi strumenti per una discussione collettiva, per una riflessione sulle forme di democrazia di base, del tutto in antitesi con i leaderismi populistici di oggi.

La storia, in parte ancora da approfondire dell’Organizzazione comunista Avanguardia operaia merita conoscenza, studio e riflessione.

Sergio Dalmasso