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Sergio Dalmasso raccontato dall’IA GEMINI 3.0 PRO

In data 25 dicembre 2025 alle ore 22:56, usando in GEMINI (di GOOGLE) il semplice PROMPT “Info sullo storico Sergio Dalmasso” ho avuto da essa la seguente risposta, meritevole di divulgazione, (Domenico Capano, 4 gennaio 2026):

Sergio Dalmasso lo storico a cuneo Alla presentazione del volume Che Guevara

Sergio Dalmasso a Cuneo in occasione della presentazione del suo nuovo libro su Che Guevara, 2025

Sergio Dalmasso e la storiografia del movimento operaio: un’analisi sistematica tra militanza, ricerca archivistica e memoria politica

L’opera e l’itinerario biografico di Sergio Dalmasso si pongono come un punto di intersezione fondamentale nella cultura politica italiana, rappresentando un tentativo coerente di coniugare la ricerca storica rigorosa con l’impegno civile diretto. Nato a Boves, in provincia di Cuneo, nel 1948, Dalmasso ha attraversato la seconda metà del Novecento e il primo quarto del ventunesimo secolo non soltanto come testimone oculare delle trasformazioni della sinistra, ma come uno dei suoi principali cronisti e teorici “eretici”. La sua formazione, profondamente radicata nel territorio cuneese ma aperta alle influenze cosmopolite dell’università genovese degli anni della contestazione, ha prodotto una produzione storiografica che si distingue per la capacità di recuperare le vicende delle classi subalterne e delle formazioni politiche minori, spesso trascurate dalla storiografia ufficiale dei grandi partiti di massa.

Radici biografiche e formazione intellettuale

Il percorso di Sergio Dalmasso non può essere compreso senza considerare l’ambiente originario di Boves, una comunità segnata indelebilmente dalla memoria della Resistenza e dal primo eccidio nazista in Italia. Figlio di un impiegato, ex partigiano delle formazioni “Giustizia e Libertà” (GL), e di madre genovese, Dalmasso cresce in un nucleo familiare dove i valori dell’antifascismo e della democrazia repubblicana costituiscono il fondamento dell’educazione civile.

La sua formazione scolastica prosegue a Cuneo e culmina negli studi universitari a Genova tra il 1967 e il 1971. Questo quadriennio è cruciale: Genova è uno degli epicentri del movimento studentesco e delle lotte operaie che preludono all’autunno caldo. Presso l’ateneo genovese, Dalmasso consegue la laurea in Filosofia e successivamente quella in Storia, sviluppando tesi che già prefigurano i suoi interessi futuri: i movimenti socialisti non stalinisti degli anni Cinquanta, la genesi del gruppo de “il manifesto” e la crisi del Partito Comunista Italiano (PCI) nel 1956, innescata dall’uscita di Antonio Giolitti a seguito della repressione sovietica in Ungheria.   

La scelta di tornare sui banchi universitari anni dopo per conseguire una laurea in Lettere Moderne testimonia una curiosità intellettuale insaziabile e il rifiuto di una specializzazione accademica chiusa in se stessa, preferendo una visione umanistica integrata che abbraccia la letteratura, la filosofia e la storia politica come strumenti complementari per la comprensione della realtà sociale. … CONTINUA

Indice generale

Sergio Dalmasso e la storiografia del movimento operaio: un’analisi sistematica tra militanza, ricerca archivistica e memoria politica pag. 1

  • Radici biografiche e formazione intellettuale pag. 1
  • La pedagogia della militanza: quarant’anni di insegnamento pag. 2
  • Tra storiografia ed eresia: il percorso politico pag. 2
    • Il mandato nel Consiglio Regionale del Piemonte (2005-2010) pag. 3
  • Il CIPEC: un laboratorio di storia e politica pag. 3
    • Analisi tematica dei “Quaderni CIPEC” pag. 4
  • La storiografia delle figure “eretiche” pag. 5
  • Lelio Basso: il socialista della ragione militante pag. 5
  • Rosa Luxemburg: il comunismo della libertà pag. 5
  • Lucio Libertini e le Tesi sul Controllo pag. 5
  • Comandante Che Guevara: l’attualità del pensiero rivoluzionario pag. 5
  • Metodologia e storiografia dei “vinti” pag. 6
  • L’Archivio Sergio Dalmasso e la democrazia del sapere pag. 7
  • La saggistica recente e le nuove sfide teoriche pag. 8
  • Seminari, conferenze e il legame con il territorio pag. 8
  • Conclusione: un ponte tra memoria e futuro pag. 9

Bibliografia pag. 10

Sergio Dalmasso raccontato da GEMINI-3.0-PRO IA di Google

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Giovanni Tesio e il Camino per Santiago come ritorno a se stessi

Giovanni Tesio e il Camino per Santiago come ritorno a se stessi-Libro Diario di un camminante sulla strada per Santiago
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Quando ci accorgiamo che la vita fuori di noi non ha più quel senso che per molto tempo assieme ad altri ci siamo sforzati di imprimerle,

allora – rifacendosi a un modello già più volte seguito dagli uomini in passato e del quale Mission di Joffé, grazie soprattutto alla musica di Morricone, è forse la realizzazione cinematografica più toccante – allora ci mettiamo a cercarlo dentro di noi, nella nostra anima, passando però attraverso il corpo che ne è la manifestazione materiale.

Quando a sua volta quest’anima, anche a causa di quella perdita di senso esteriore,

si sente perplessa e come smarrita fra mille vie secondarie che la sollecitano costantemente a scelte contraddittorie e incoerenti, ecco che quel modello suggerisce al corpo di mettersi in cammino per un lungo e faticoso sentiero, di affrontare un percorso di disincrostazione e quindi di purificazione se non addirittura di espiazione,

in modo che all’interno esso possa valere come una strada principale, una via diritta su cui mettersi volenterosamente alla ricerca di quel senso perduto.

Come accade purtroppo ancora nel nostro presente, anche in passato, ricordava Vico,

quando la vita degli uomini, a causa dello scetticismo e dell’eccessiva riflessione, cominciava a perdere memoria di se stessa e la violenza tornava a dilagare come un incontenibile ricorso storico, gli antichi (Platone, Agostino, Dante), raccomandavano a loro modo “ritorna in te!”, confidando nel fatto che la salute e la purezza dell’anima derivassero dalla sanità del corpo.

Ebbene, seppure in maniera certo più disincantata, anche oggi, nell’epoca in cui l’intelligenza artificiale ha sostituito quella naturale che,

secondo Anselmo, Dio ha voluto instillare nell’uomo affinché potesse comprenderlo, anche oggi in qualche modo quell’antica esortazione viene avvertita da coloro che, per vari motivi – perlopiù per mettere alla prova la propria persona e la propria umanità –, intraprendono il Camino per Santiago di Compostela, lungo ben ottocento chilometri.

E da un fine letterato come Giovanni Tesio il minimo che ci si potesse attendere era un resoconto di questo avventuroso viaggio a piedi, di questa lunga e severa scarpinata che egli ha voluto intraprendere nel luglio dello scorso anno assieme alla sua compagna (una vera e propria guida per lui che si avvia per gli ottanta), un diario scarno ed essenziale che quest’anno (2024) ha pubblicato presso l’editore Lindau di Torino, col titolo, appunto, Diario di un camminante sulla strada per Santiago.

Un’essenzialità peraltro voluta e ricercata (com’è d’altronde nel suo stile letterario) da cui promana tuttavia un invito a sviluppare quelle che ironicamente egli definisce “sofisticate considerazioni” e dalle quali prova una certa fatica ad astenersi.

Si tratta di un’essenzialità radicale a fronte della quale ogni cosa finisce con l’apparire inessenziale; un’essenzialità che, sulla scorta della ben assimilata lezione leviana, egli cerca di raggiungere o limando concetti e parole (si veda il suo bel sillabario di Parole essenziali, Interlinea 2014),

cioè per sottrazione, oppure ricorrendo a quella sua lingua privata o dell’intimità, vale dire il dialetto piemontese, grazie al quale, come si è già visto nel suo primo romanzo (Gli zoccoli nell’erba pesante, Lindau 2018), riesce ad esprimere quelle cose di dentro, quei segreti aporetici dello spirito che restano perlopiù negati all’ufficiale lingua italiana.

Scrive infatti il pellegrino torinese: “cerco nel Camino i segni simbolici di un’esistenza che di certo non esclude il segreto dello spirito, delle cose di dentro, di ciò che non riusciamo a spiegarci e a spiegare”.

Non per nulla in questa sua agenda di viaggio di tanto in tanto, tra una meta e l’altra,

il viandante si affida ad estemporanei sonetti in piemontese (certo, riportando in nota le opportune traduzioni) proprio per descrivere come un flâneur le sue contemplazioni esteriori e interiori o per esprimere le sue riflessioni più urgenti e a caldo, quasi con il sudore ancora gocciolante.

Sono riflessioni sul tempo e sull’eterno (“Partiamo dall’Eterno per arrivare al tempo”),

sul sublime dinamico dell’oceano, ma anche sulla tanto desiderata esistenza di un Dio misericordioso, un Dio che sappia restare vicino agli umani fragili,

caduchi e transitori mentre, eterno come la musica, ci scopre sempre imperfetti e colpevoli; sono brevi e saltuarie meditazioni sul misterioso e intimo piacere dell’abbandono delle cose vane e quindi sul congedo, sul distacco, sulla morte, sul raggiungimento di una fine,

sulla realizzazione di uno scopo, di un’opra (per ricordare il virtuoso legnaiolo leopardiano), sul conseguimento di una meta di cui proprio quel duro Camino è simbolo, metafora, sul kairós infine e sulla pazienza o sulla capacità di saper cogliere e vivere il momento felice che fugge. “Grande – davvero grande – esperienza” quella del Camino, dice Tesio alla fine del suo percorso.

Essa ha la sua unicità e la sua grandezza soprattutto nel fatto che, grazie ai silenzi dei paesaggi esterni che si riverberano all’interno come delle lamentazioni o come dei moniti che i suoi sonetti traducono immediatamente in preghiere, in lacrimose invocazioni di perdono e di accoglienza,

egli giunge all’in-essenzialità dell’io, del me e della mia stessa vita, un’in-essenzialità radicale rispetto alla quale non solo il mio corpo appare il rivestimento dello spirito, ma la mia stessa vita, la mia propria vita finisce – per evocare il Libro d’ore rilkiano – con l’assumere la consistenza di una buccia che sta attorno a un frutto, ossia intorno alla mia propria morte. Ritorna in te!

Questa sembra essere la silente esortazione che il nostro peregrino avverte durante il suo Camino.

Torna alla tua infanzia, ritorna ad essere ciò che eri.

E l’amore per Joana, per la sua guida, più volte apertamente dichiarato, non può fare altro che approfondire un tale regressus ad uterum.

Ivrea, 5 ottobre 2024 – Franco Di Giorgi