AVANGUARDIA OPERAIA

 

Volevamo cambiare il mondo

In “La Sinistra in Zona / CostituzioneBeniComuni”, Finalmente un libro su Avanguardia Operaia, 4 aprile 2021.

Volevamo cambiare il mondo. Storia di Avanguardia Operaia 1968-1977, (a cura di) Roberto Borcio e Matteo Pucciarelli, ed. Mimesis, 302 p., 2020.

E’ numerosa, anche se non numerosissima, la pubblicistica sulle formazioni della nuova sinistra (o estrema sinistra o sinistra extraparlamentare) italiana. Numerosi i testi su Lotta Continua, indubbiamente la formazione che ha maggiormente espresso, in positivo ed in negativo lo spirito del periodo storico, non pochi, soprattutto presso Derive e approdi, quelli sull’operaismo che molt* considerano la matrice più originale del neo-marxismo italiano.
Sull’arcipelago marxista-leninisita, gli studi e le testimonianze sono piuttosto datati, propri della fortuna del maoismo in Italia e nel mondo occidentale, legata alle diverse interpretazioni della rivoluzione culturale e del conflitto URSS-Cina.

Avanguardia Operaia recensione di Sergio Dalmasso
Anche su PdUP e manifesto, le formazioni che mantenevano un maggiore legame con matrici della sinistra storica e maggioritaria (ricordate i dibattiti sulla storia del PCI, su Togliatti e il togliattismo, la singolarità e radicalità della sinistra socialista, le polemiche sull’esistenza o meno di un filo rosso?) i testi più noti risalgono a decenni or sono, ma l’interesse per la figura di Lucio Magri (da Il sarto di Ulm, ad Alla ricerca di un altro comunismo, sino alla recente biografia, ad opera di Simone Oggionni), oltre al cinquantesimo del quotidiano hanno riportato alla luce alcuni temi e passaggi.

Su Avanguardia operaia, una delle maggiori formazioni dell’area e certo tra le più significative ed interessanti, mancava uno studio di insieme. Esistevano solamente qualche breve passaggio nel testo di Giuseppe Vettori La sinistra extraparlamentare in Italia (1973) e qualche memoria, oltre all’interessante studio sui CUB torinesi, frutto di testimonianze personali e di racconti di tante vite che confluivano contemporaneamente nella Torino, allora operaia.

Volevamo cambiare il mondo copre, anche se parzialmente, questo vuoto. Il merito è di Giovanna Moruzzi, moglie di uno dei fondatori di A.O, Michele Randazzo, da anni scomparso, e di Fabrizio Billi che cura l’Archivio Marco Pezzi di Bologna ed ha all’attivo numerosi studi, oltre che di Roberto Biorcio, insegnante a Milano-Bicocca e di Matteo Pucciarelli, giornalista di “Repubblica” che hanno curato il testo.

Il metodo scelto ricalca quello della storia orale e della conricerca ed è il prodotto di 110 interviste (tutte consultabili nell’archivio Pezzi), raccolte tra ex militanti e dirigenti del movimento, con una opportuna scelta “scientifica” che ha reso il campione particolarmente realistico (età, formazione, famiglia, occupazione…).

Avanguardia operaia nasce a Milano nel 1967, fra un gruppo legato alla IV Internazionale (Gorla, Vinci) e avanguardie (si diceva così) di alcune fabbriche. Autonomizzatosi dalla IV Internazionale, che, nel 1968, conosce in Italia una crisi frontale, A.O. inizia a costruire i primi CUB nei luoghi di lavoro, cresce nelle facoltà scientifiche (alla Statale l’egemonia è di Capanna), dà vita ad una rivista, inizia i collegamenti con formazioni locali affini, nell’ipotesi di costruire una struttura nazionale che si richiami al marxismo rivoluzionario, in modo non dogmatico alla rivoluzione culturale, che rifiuti lo stalinismo (da qui i dissensi con il movimento della statale e con il MLS) e lo spontaneismo di Lotta Continua.

La formazione ha una progressiva crescita, coprendo quasi tutto il territorio nazionale grazie alla confluenza di tante formazioni locali ed allargando il quadro dirigente (Corvisieri, Rieser, Pugliese…) divenendo una delle tre maggiori formazioni dell’area (con L.C. E il PdUP-manifesto). Nel 1974 nasce il “Quotidiano dei lavoratori” (vivrà circa cinque anni) che si somma agli altri due (in una breve fase anche più) quotidiani dell’estrema sinistra.

In questo periodo, si ha una oggettiva modificazione della linea politica. Se nei primi anni si ha una concezione astensionistica, se I CUB sono letti come contrapposti ai sindacati e la crescita avviene in contrapposizione alle altre formazioni politiche dell’area, ora si opera una svolta per cui si parla di area della rivoluzione, con altre formazioni anche non espressamente leniniste e si aderisce criticamente ai sindacati (CGIL, ma nella particolare situazione del momento, anche alla CISL).

Da questa scelta deriva la presentazione alle elezioni del 1975, in alcune regioni con il PdUP (sigla Democrazia Proletaria), in altre non in alleanza, con la sigla Democrazia operaia. È l’anno della grande crescita del PCI, della conquista delle “giunte rosse”.

Le liste di nuova sinistra si collocano al 2% circa. Significativo il dato di Milano, con l’elezione di tre consiglieri comunali, frutto della grande presenza sul territorio. L’anno successivo, alle politiche, la sigla D.P. raccoglie tutta la nuova sinistra, ma il risultato è modesto (1,5%). L’unità della formazione va in frantumi, davanti alla modificazione della realtà, alla caduta di speranze e di prospettive.

A.O. si divide: la “sinistra”, con parte del PdUP forma Democrazia Proletaria. La minoranza confluisce nel PdUP (segretario Magri).

I meriti del testo

Le 300 pagine del libro sono dense e ricche, anche se diseguali. La scelta è stata quella di non ripercorrere la storia in ordine cronologico, ma di analizzare i singoli temi.

Dopo l’introduzione dei due curatori e l’analisi di Biorcio circa i rapporti fra l’organizzazione, la nuova sinistra e i movimenti, Franco Calamida analizza la vicenda dei CUB, come nuova forma di democrazia (diretta) e di partecipazione dei lavoratori, Marco Paolini le lotte studentesche, Grazia Longoni il movimento delle donne e il suo impatto nell’organizzazione (conflittuale, anche se meno esplosivo che in Lotta Continua), nella messa in discussione della centralità del conflitto capitale/lavoro.

Ha suscitato grande interesse l’analisi di Vincenzo Vita sulla politica culturale, di cui fu giovanissimo responsabile nazionale. Sorprende, oggi, leggere i nomi dei/delle tant* artist*, personaggi dello spettacolo e della cultura che hanno lavorato nella commissione cultura e nelle iniziative sul tema (dalla famiglia Rossellini ad Ottavia Piccolo a Lino Del Fra…).

I due fratelli Madricardo trattano della politica sul territorio (case, affitti, bollette, carovita, costruzione dell’Unione Inquilini) e dell’intervento politico nelle forze armate che riprende la storica tradizione socialista e antimilitarista, tesa a combattere il condizionamento, la distruzione della personalità, l’autoritarismo.

Il tema più delicato è quello dell’antifascismo e del servizio d’ordine, affidato a Paolo Miggiano. Il suo saggio ha prodotto dibattito e interpretazioni anche differenziate.

Ferita ancora aperta è la morte del fascista Sergio Ramelli (si veda, di molti anni successivo, il convegno, anche autocritico, di D.P.) e il violentismo dei servizi d’ordine, indotto e dalle violenze poliziesche e dalla presenza fascista (da S. Babila ai tanti militanti di sinistra uccisi).

Da analizzare resta il rapporto fra gruppo dirigente e un relativo autonomizzarsi del servizio d’ordine (è stato sciolto dopo il caso Ramelli?)

Il libro non pretende di esaurire il tema di una storia esaustiva dell’organizzazione. Il limite di una carenza del quadro complessivo in cui si inseriscono i fatti raccontati è ovvio. Così, alcuni saggi (i lavoratori studenti…) non hanno trovato spazio. Forse altri sudi potranno coprire le parziali lacune. Ancora, non vi è una analisi delle riviste (per anni, per un vecchio principio “egualitario”, gli scritti compaiono senza firma) e del quotidiano.

Il taglio di storia orale ricostruisce il quadro di una organizzazione priva di leaderismi, di quel narcisismo tanto addebitato (ricordo l’analisi di Massimo Bontempelli). Ha il merito di dare una immagine reale della stagione sessantottesca, spesso ridotto con una voluta operazione storiografico-politica a pura violenza (la formula degli anni di piombo è l’unica usata mediaticamente.

Parla, invece, di un fenomeno di massa, della presa di coscienza di masse giovanili, della riscossa della classe operaia, piegata per decenni, della politicizzazione di ceti professionali tradizionalmente conservatori (gli anni di Magistratura democratica, di Psichiatria democratica, del movimento nelle caserme, nella polizia, tra i credenti…).

Parla della crescita del movimento delle donne che chiede l’uscita da una concezione economicistica della politica. Ricorda che gli anni ’70 non sono solamente quelli dei terrorismi (la pubblicistica dimentica sempre quello di destra e il ruolo dello Stato e del quadro internazionale), ma vedono grandi riforme: ente regionale, divorzio, Statuto dei lavoratori, diritto di famiglia, “legge Basaglia”, sanità, aborto,.. e che anche i parziali spostamenti politici (crescita del PCI, giunte di sinistra) sono il prodotto della grande spinta sociale e culturale che in Italia è data dal “68 lungo”.

Ancora ne emerge il quadro di un gruppo molto attento all’organizzazione, alla formazione, allo studio, alla teoria, al confronto anche netto, con altre formazioni, sui “fondamentali”, di un impegno spesso totalizzante. Non credo sia un caso se, tra le tante (troppe) formazioni della nuova sinistra è quella che meno è stata percorsa da pentitismi, carrierismi dei/delle tant* finit* dalla certezza nella rivoluzione a scelte opportunistiche (evito un triste elenco anche parziale).

Il libro offre anche uno spaccato “sociologico”. L’età dei/delle militanti intervistat* era “allora” molto bassa, dai 20 ai 25 anni, e dai 25 ai 30, a dimostrazione di una politicizzazione molto veloce. Le famiglie di provenienza erano in maggioranza operaie o piccolo borghesi. Se forte era la presenza di genitori comunisti, fortissima è la matrice iniziale cattolica che vede una rapidissima e radicale trasformazione.

Un lavoro di cui non possiamo che essere grati a chi lo ha pensato, voluto, costruito con un lavoro certosino (110 interviste). Sarebbe opportuno che i mille filoni in cui si è divisa una storia così significativa usassero questi strumenti per una discussione collettiva, per una riflessione sulle forme di democrazia di base, del tutto in antitesi con i leaderismi populistici di oggi. La storia, in parte ancora da approfondire dell’Organizzazione comunista Avanguardia operaia merita conoscenza, studio e riflessione.

Sergio Dalmasso

Il Lavoratore

Marzo 2021, Il Lavoratore di Trieste

Il lavoratore di Trieste- Sergio Dalmasso: Quei difficili anni Ottanta del PCI

QUELLA GRANDE SPERANZA CHIAMATA RIFONDAZIONE

I difficili anni ’80 del PCI

Vi è chi dice che la fine del PCI dati dalla drammatica morte di Berlinguer (giugno 1984).

I suoi funerali, immensi e commossi, ci presentano un popolo, società nella società, che mai più incontreremo nei decenni successivi e vengono sempre paragonati a quelli di Togliatti (agosto 1964), simbolicamente fine di un’epoca.

La segreteria di Alessandro Natta si presenta come di mediazione, di continuità, ma regge con difficoltà le trasformazioni sociali e culturali, l’offensiva frontale del PSI di Craxi, segni di dissenso nello stesso partito, in cui non mancano le accuse al moralismo e alla rigidità di Berlinguer, le aperture alla socialdemocrazia europea, i primi segni di volontà di superamento di nome e simbolo.

La sconfitta elettorale del 1987 riporta il PCI ai livelli degli anni ’60, prima della ondata di lotte e spinte sociali che avevano prodotto i grandi successi del biennio 1974-1976.

Viene eletto vicesegretario Achille Occhetto che, nonostante il suo passato “di sinistra”, si caratterizza immediatamente per il “nuovismo”, per il prevalere degli elementi istituzionali su quelli sociali.

Queste caratteristiche emergono, ancora maggiormente, l’anno successivo quando Occhetto diventa segretario e imprime una forte accelerazione alle tendenze “americanizzanti” (simbolica l’attenzione mediatica alle foto in cui bacia la moglie), aprendo la segreteria a una nuova generazione.

La cornice “liberal” del nuovo partito porta a una scelta movimentista (pensiero di genere, ambiente, nonviolenza…) che supera la tradizionale attenzione alla centralità del lavoro e ai rapporti di produzione, ad una svolta storiografica che comprende un rovesciamento del giudizio sulla rivoluzione francese, una critica netta alla figura di Togliatti, ad una progressiva apertura alla socialdemocrazia.

In questo quadro, segnato da un netto tentativo di omologazione, dalla certezza che il superamento della “anomalia comunista”, potrà portare a un bipolarismo proprio degli altri Paesi europei, la caduta dei regimi dell’Europa orientale offre ad Occhetto l’occasione per bruciare le tappe.

La “svolta” della Bolognina, significativamente annunciata a partigiani, attori di una storica battaglia (così come la perestrojka fu annunciata da Gorbaciov a combattenti della seconda guerra mondiale), sembra la logica conclusione di un processo avviato da tempo, ma incontra, invece, resistenze molto maggiori e al vertice e nella base (nasce l’interessante movimento degli autoconvocati).

Se qualche opposizione alla linea maggioritaria era venuta da posizioni “ingraiane” (al congresso del 1986 gli emendamenti di Ingrao e Castellina su pace e nucleare), l’unico tentativo di opposizione strutturata e nel tempo nasce dalla componente “filosovietica” o “cossuttiana” (le virgolette sono d’obbligo).

Il primo atto è del dicembre 1981, dopo il colpo di stato di Jaruzelski in Polonia e la dichiarazione di Berlinguer per il quale si è esaurita la spinta propulsiva proveniente dalla rivoluzione sovietica. Cossutta replica: è errato porre URSS e USA sullo stesso piano e dichiarare esaurita la spinta dell’Ottobre sovietico.

Quello di Berlinguer è uno “strappo”; negli anni successivi userà l’espressione ”mutazione genetica”.

Su queste basi, nasce l’agenzia “Interstampa”, si formano nuclei consistenti in numerose federazioni, vengono presentati alcuni emendamenti al congresso nazionale del 1983, ancor maggiormente a quello del 1986, dove la componente critica lo strappo dall’URSS, la mancanza di una opzione antimperialistica, il rapporto con la socialdemocrazia.

Ha un certo seguito l’emendamento che ribadisce che i comunisti operano per il superamento del capitalismo.

La strumentazione di questa area va da riviste, “Orizzonti” che vive un breve periodo, “Marxismo oggi”(dal 1987) alla Associazione culturale marxista che raccoglie grandi figure di intellettuali, emarginati dal “nuovismo” del partito. Al congresso del 1989, per la prima volta, è presente un documento alternativo che raccoglie solamente il 4%, ma infrange l’unanimismo che ha sempre accompagnato le assisi comuniste e sindacali.

PDS e Rifondazione

Dopo la dichiarazione di Occhetto, l’opposizione nel vertice del partito è maggiore di quanto avrebbe immaginato, ma durissima è la reazione di parte della base che si sente improvvisamente privata di riferimenti, certezze. Ancor più grave è avere appreso della decisione dalla TV e dai giornali, come testimoniano le lettere all’“Unità”:

“Ho pianto tre volte, quando è morta mia madre, quando è morto Berlinguer, quando Occhetto ha detto che non dovevamo più chiamarci comunisti.”

“Il PCI non si può liquidare: per noi comunisti convinti, il comunismo è una fede radicata nella storia e se ci togliete la falce e il martello, noi lavoratori a chi potremo mai fare riferimento?”

“Cambiare nome è come cambiare pelle, corpo, cuore.” Occhetto chiede un congresso straordinario che si

svolge a Bologna nel marzo 1990: 66% dei consensi alla mozione maggioritaria che apre il processo costituente di una nuova formazione politica (la “cosa”), 30,6% alla mozione Natta, Ingrao, Tortorella, 3,4% a quella cossuttiana. Tutti i presupposti su cui scommette la “svolta” risultano erronei:

  • nella nuova formazione politica entreranno molte forze esterne, creando un partito di sinistra plurale;

  • in Italia, si formerà un bipolarismo tra una destra moderata e liberale e un centrosinistra progressista;

  • nel mondo, la fine del bipolarismo aprirà un periodo di pace che permetterà di affrontare i nodi sociali e ambientali (è noto il riferimento alla foresta dell’Amazzonia).

L’opposizione ricorda come nessuno di questi punti si stia realizzando ma, nonostante questo, il processo non si arresta. 150.000 iscritt* sfiduciati, non rinnovano la tessera e non partecipano ai congressi. Cossutta parla di “scissione silenziosa”. Il congresso di scioglimento del partito, a 70 anni dalla fondazione, si svolge a Rimini dal 31 gennaio al 3 febbraio 1991. Nuovo nome: Partito democratico della sinistra (PDS) e nuovo simbolo: una grande quercia alla base del quale vi è il tradizionale logo del PCI.

La minoranza decide di unificarsi e usa il significativo titolo di Rifondazione comunista, ma è penalizzata dai tanti abbandoni e dalla scelta per la maggioranza di Tortorella, Ingrao… che decidono di aderire al PDS (“Vivere nel gorgo”). Qualche seguito alla mozione, intermedia, di Antonio Bassolino.

Al termine del congresso, prima che venga proclamato lo scioglimento del PCI e venuti meno gli appelli all’unità e alla federazione, novanta delegat* su 1260 lasciano il salone principale, si riuniscono in un’aula laterale, colma di bandiere del vecchio PCI, dove Garavini, Cossutta, Serri, Libertini, Salvato annunciano la nascita del Movimento per la Rifondazione comunista.

Gli stessi, con Guido Cappelloni e Bianca Bracci Torsi, confermano, davanti a notaio, con atto pubblico, la continuità del partito comunista. Nessuno scommetterebbe sulle dimensioni che questa formazione assumerà.

Il gruppo dirigente PDS guarda quasi con favore il distacco dell’ingombrante ala nostalgica e filosovietica. La rottura immediata serve a negare la filiazione diretta tra PCI e PDS, a far leva sull’elemento simbolico, sul patriottismo di partito contrapposto al discorso sull’unità, sulla fiducia nel gruppo dirigente, sulla volontà di mantenere unita una comunità, usato fortemente dal gruppo dirigente.

Rifondazione nasce sulla spinta e la volontà di un popolo comunista non omologato, su esigenze anche diverse, dal ricostruire il partito di Togliatti e Berlinguer alla necessità di ricercare direttive e metodi diversi, capaci di declinare le spinte di classe con le grandi emergenze (ambientalista, pacifista, di genere, altermondialista…) e si trova, da subito, a doversi misurare con una situazione modificata in peggio da:

– crisi frontale del movimento comunista ed esaurimento della stessa socialdemocrazia;

– crisi del paradigma antifascista e della discriminante verso il MSI, a livello culturale, politico, storiografico, di senso comune;

– crollo del sistema della “prima repubblica”, con gli scandali di Tangentopoli;

– sostituzione del sistema elettorale maggioritario a quello proporzionale, giudicato responsabile di ogni difficoltà e di ogni male.

Rifondazione deve navigare tra queste difficoltà e questi problemi inediti, a iniziare dal tentato colpo di stato in Russia, nell’agosto 1991, sul quale si registrano posizioni divergenti nel gruppo dirigente, mediate da Garavini, sino alla diversa interpretazione dei rapporti con le altre formazioni di sinistra (Verdi, Rete, sinistra PDS) e dell’identità di partito.

Alcuni contrasti emergeranno nel congresso costitutivo (Roma, dicembre 1991), ma torneranno nella gestione successiva che pure produrrà risultati positivi, dalle elezioni del 1992 (5,6% alla Camera, 6,5% al Senato), alle amministrative del 1992, al tesseramento (superato il numero di 120.00 adesioni, sino alla caduta di Garavini – luglio 1993).

Questa prima fase, pur nella sua eterogeneità, resta una delle 17 migliori di Rifondazione: volontà di confrontarsi, di capire, fine delle certezze, desiderio di ricominciare, di non arrendersi, certezza di poter offrire alla sinistra, non solamente italiana, una forza politica non minoritaria, legata alla propria storia, ma non dogmatica.

Possiamo dire: Ci abbiamo provato. Nonostante tutto, proviamoci ancora. (fine della prima parte)

Articolo pubblicato nel marzo 2021 in Il Lavoratore di Trieste.

Sergio Dalmasso

Governo indecente

 

Governo indecente e altro

È stato formato un governo indecente, in cui ogni partito ha tradito il proprio elettorato:

– Mai faremo alleanze con i partiti e apriremo il parlamento come una scatola di tonno. Mai con il partito di Bibbiano. (5S)

– Mai con la sinistra “comunista” (sic!) e con l’Europa delle banche.

– Votateci per fare argine alla destra eversiva e per sconfiggere Berlusconi e Salvini (PD).

– Votateci per colorare di progressismo e di verde la sinistra (LEU).

È la più grande operazione di TRASFORMISMO, di inganno dell’elettorato. È la più grande operazione, legata all’indegno meccanismo elettorale, che fa dire: “La politica è una cosa sporca”, “sono tutt* eguali”.

Aumenteranno la disaffezione, il disinteresse (perché andare a votare? Perché partecipare?) e il successo della donna madre cristiana e fascista che si è smarcata dal coro generale.

La stessa scelta dei/delle ministr* fa temere il peggio per il pubblico impiego, per la scuola, sempre più privatizzata, per la sanità, sempre più aziendalizzata. Il mezzo milione di posti di lavoro persi in un anno rischia di moltiplicarsi.

L’UNITA’ di AZIONE di forze politiche, sindacali, associative, di singole persone che non si sentono omologate dal pensiero unico è più che mai indispensabile. Un INCONTRO on line, misto… nella forma che si vorrà definire, non può essere ulteriormente rimandato. Sarebbe opportuno un forte segnale nazionale, ma iniziamo dalle situazioni locali.

2) L’indegno pronunciamento (tra l’altro sgrammaticato e incoerente) del comune di Genova sull’anagrafe antifascista e anticomunista merita una risposta non solo con comunicati e articoli (ricordo sul “Secolo XIX l’articolo di Antonio Gibelli, la lettera del sindaco di Stazzema, l’intervista ad Angelo d’Orsi), ma richiederebbe, con i limiti imposti dalla zona arancione, un PRESIDIO davanti a Tursi.

La cosa deve essere preparata seriamente, ma è dovere collettivo organizzarla. Chi batte il primo colpo?

3) sabato 13, a Cogoleto manifestazione di protesta contro il saluto romano di tre consiglieri, nel corso di un recente consiglio comunale. Folta partecipazione. Persone arrivate anche da qualche comune vicino. Bandiere. Rabbia, sconcerto a cui si somma anche la delusione per il voto del consiglio comunale di Genova (maggioranza di destra, astenuto (sic!) il PD sull’anagrafe antifascista e anticomunista. Breve saluto della presidente locale dell’ANPI, breve discorso del sindaco, intervento del presidente provinciale dell’ANPI che, al termine dell’intervento dice: “la manifestazione è chiusa”.

A parte la sorpresa, per la manifestazione più breve della storia, si nota come la volontà di partecipazione, la rabbia, la delusione, la volontà di trovare risposte di tante perone rimanga delusa.

Timore che qualcun* ricordi la indecorosa astensione al consiglio di Genova? Preoccupazione che qualcun* ricordi come “la sinistra” sia al governo con una destra indegna e indecorosa? Timore di interventi “estremistici”?

In ogni caso, ricordiamo ancora come l’estrema destra non si affronti con discorsi più o meno retorici, ma solamente con politiche che affrontino i grandi nodi sociali (disoccupazione, precarietà, scuola laica per tutt*, questione ambientale, pace …).

Frenare o bloccare il bisogno di partecipazione e di protagonismo di centinaia di persone non è certamente la risposta migliore.

Genova, 13 febbraio 2021, ore 20:00

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Sergio Dalmasso

QUALCHE SOSPETTO NELL’ATTUALE CRISI POLITICA

Qualche sospetto

QUALCHE SOSPETTO NELL’ATTUALE CRISI POLITICA

Franco Di Giorgi

Nella storia della politica la strenua intransigenza rivoluzionaria e riformista, l’amore per la coerenza a tutti i costi, pur non volendo, ha spesso consegnato, in modi, tempi e contesti diversi, il popolo di una nazione alle forze reazionarie. Si pensi alla fine che, a partire dal 1794, il montagnardo Robespierre, l’Incorruttibile, ha fatto fare alla Repubblica francese. Oppure, alle conseguenze che ebbe la scissione del partito socialista a Livorno nel 1921. O ancora, più vicino a noi, la rottura di Bertinotti dal governo Prodi nel 1998.

Eppure oggi in Italia tutti possono vedere che si può ottenere il medesimo risultato anche con il contrario dell’intransigenza, cioè con l’inestirpabile trasformismo che, nel caso in specie, è anche impudico opportunismo politico. E ciò fino al punto di indurre un’intera classe politica ad annientare sé stessa, fino all’auto-interdizione, alla resa, a un plateale harakiri. Tuttavia, qui da noi, culturalmente poco avvezzi al senso del tragico, un Sansone non potrebbe morire mai con tutti i filistei, schiacciato sotto le colonne del palazzo del potere. Quanto accade e si ripete con una certa frequenza dalle nostre parti, soprattutto a causa di una pessima legge elettorale, induce piuttosto a pensare non già al possente eroe giudeo, ma a figure viscide come quella dello Jago shakespeariano, capaci di muoversi a loro agio nei meandri di leggi come quella, capaci come un ragno di tessere trame in grado di suscitare sentimenti deleteri e distruttivi, tali che, com’è noto, condurranno alla morte sia Otello sia l’innocente moglie di questi Desdemona.

Ma proviamo a ripercorrere per grandi linee la vicenda, prendendo spunto da alcuni momenti significativi della travagliatissima gestione del secondo governo Conte, momenti che destano qualche legittimo sospetto. Già al momento del suo concepimento, la maggioranza governativa si costituisce anzitutto grazie all’appoggio decisivo di Italia Viva. In tal modo per il segretario di questo piccolo partito si profila l’irripetibile occasione tanto attesa di usare l’arma del ricatto per poter finalmente appagare la sete di vendetta del suo ego per le battaglie politiche precedentemente perdute. In virtù di questo grimaldello, egli avanzava al governo richieste e critiche che, per quanto bizzarre, faceva discendere dal suo personale senso di responsabilità. La sicumera che sgomitando ostentava destreggiandosi impettito in queste continue e diverse richieste lasciava supporre che in sé egli maturasse un’idea delirante, quella secondo la quale così come aveva fatto nascere il governo allo stesso modo non avrebbe avuto scrupolo alcuno nel farlo cadere. E così è stato.

Il secondo sospetto riguarda l’opposizione. Anch’essa non si limitava più a porre critiche legittime al governo, ma si rifiutava di collaborare nella difficile gestione della pandemia, ostacolandone sistematicamente ogni provvedimento e assumendo platealmente posizioni persino negazioniste. A fronte di quanto accadeva nelle altre nazioni, qui da noi i sovranisti impedivano l’azione di governo, sicché, ad esempio, quando si parlava di chiusura loro erano per l’apertura e viceversa. In tal modo il governo doveva far fronte a due critiche contemporaneamente, una interna e una esterna. Critiche che col passare del tempo assumevano curiosamente un’analoga forma se non addirittura la stessa tattica ostruzionistica. Infatti, pur derivando da due fazioni opposte, queste due critiche ben presto finirono con il sommarsi, formando un fronte unico e assumendo la comune strategia tesa a far cadere il governo. Come se entrambe avessero ben chiaro in mente l’obiettivo che intendevano raggiungere, avessero già in serbo una nuova figura di primo ministro. E tutto ciò nel frattempo facendo finta che la crisi pandemica, con tutto il suo pesante carico giornaliero di morti, non esistesse. Contrapposizione politica che finì inevitabilmente con il riflettersi non solo sul dolente fronte critico del rapporto Stato-Regioni, ma anche sul fronte epidemiologico, con la dialettica semiseria tra virologi ottimisti a favore dell’apertura e infettivologi pessimisti che propendevano per la chiusura, creando così ancora più incertezza nei cittadini.

Ma i sospetti cominciano a prendere corpo e a rendersi visibili dopo che il presidente ancora in carica Conte riesce a convincere l’Europa a concedere all’Italia un cospicuo fondo finanziario di 209 miliardi di euro per fronteggiare le crisi e per pianificare la ripartenza del Paese. Solo dopo aver ottenuto questo fondo – cosa che a nessuno dei politici italiani e tanto meno ai leader delle due opposte opposizioni sarebbe mai riuscita, nemmeno nei sogni –, i due Mattei secondo il loro schema tattico, cominciarono di concerto a martellare, a chiedere altro, ancora e sempre altro: ora ad esempio volevano in coro il Mes. E così, non potendolo evidentemente fare l’opposizione esterna – la quale, visti i sondaggi sul voto, continua imperterrita a chiedere elezioni anticipate –, ecco che a dare la spallata decisiva al governo è l’opposizione interna, nella persona del suo leader, che nella conferenza stampa del 13 gennaio annuncia il ritiro dei suoi ministri dal governo, aprendo così di fatto la crisi di governo. Il 18 e il 19 l’attenzione dell’intero Paese viene pertanto deviata dall’emergenza Covid all’emergenza politica. In effetti le due crisi si sommano, la pressione sull’Italia si raddoppia, assume un grave peso. A causa dunque di una mossa troppo pericolosa per non suscitare qualche sospetto sulla sua arbitrarietà, compiuta da qualcuno la cui sicumera lascia sospettare che non si muovesse affatto al buio, l’Italia sta insomma per scivolare verso qualcosa di incerto (almeno per il popolo italiano), ritrovandosi dinanzi a problemi decisivi che ancora una volta dovranno essere affrontati e risolti dal Presidente della Repubblica, a un anno esatto dalla fine del suo mandato.

Due sono a questo punto i fattori che hanno reso evidenti lo scopo e la tattica assunta dalle due opposizioni, elementi che ormai vengono fatti propri dalla quasi maggioranza dei deputati e dei senatori: uno linguistico e uno, appunto, tattico. Tranne le forze politiche che sostenevano il governo e qualche altra piccola componente parlamentare, il resto dei politici ha perlopiù adottato un linguaggio duro ed offensivo contro la figura del Presidente del Consiglio (definito “avvocato” in senso sminuente e spregiativo): un linguaggio usato come un martello al solo scopo di demolirne la resistenza. Caduto lui, a forza di martellare con parole sempre più pesanti, sarebbe caduto tutto il governo: ecco la tattica strategica. Sicché, accecati dall’ira e rassicurati dalla loro vittoria dopo le dimissioni di Conte il 26 gennaio (l’esplorazione del Presidente della Camera Fico, dal 30 gennaio al 2 febbraio, sarà solo una proforma prevista dal protocollo), era inconcepibile da loro una pur minima idea di riconoscenza per un governo che, commettendo inevitabili errori, ha dovuto sobbarcarsi la fatica e il lavoro “sporco” che l’inatteso tzunami della pandemia ha comportato.

Ma a questo punto non si può non rilevare una contraddizione nell’azione dei demolitori. Infatti, pur essendo per un governo “forte”, sostenuti in ciò sia dai media che di parte della intellighentia critica, essi vedevano nei Dpcm uno strumento di accentramento politico, l’espressione di un potere personale che non teneva conto del Parlamento. E ciò dimostra ancora una volta che gli oppositori trasformavano ogni cosa in pretesto per chiudere definitivamente i conti con il Presidente del Consiglio in carica e con il governo tutto. A proposito del sostegno dei media, questa fretta nel mettere fine alla coalizione di governo, nonché la sicumera e la sfrontatezza verbale degli oppositori risultavano a volte comprensibili dal fatto che ogni tanto, mentre il governo arrancava sotto il peso dell’impegno gravoso, qualche giornalista, con un sorrisetto presupponente, evocava il nome di Mario Draghi come di un possibile e auspicabile salvatore della patria, come di un condottiero valoroso che da qualche tempo attendeva alle porte della città per intervenire con il suo esercito nel caso fosse necessario.

Ora, a cose fatte, a crisi avvenuta, queste voci giornalistiche si possono leggere come un preannuncio, seppur vago, di quanto accadrà il 13 gennaio. Come se tra queste voci dei media, la conferenza stampa del leader di Italia Viva e l’incarico conferito il 3 febbraio dal capo dello Stato all’ex presidente della Banca Centrale Europea vi fosse un legame sottile e quasi invisibile: un preaccordo, un “piano B” una volta fallito il “piano A” riguardante il possibile terzo governo Conte. Come se il destino di quest’ultimo fosse simile a quello di Giobbe, perché, come si è detto, molti elementi lasciano sospettare che tale destino fosse già stato previsto nelle sfere iperuranie. Scenario questo in cui Renzi appare come il Satana di turno, usato anche in questo caso da Yahweh o dai Signori dell’alta finanza per mettere alla prova non solo il governo giallo-rosso, ma anche per verificare la tempra dei singoli esseri umani, per giocare insomma con le loro vite, la cui qualità esistenziale scompare ogni sera dietro l’annuncio quantitativo del numero dei morti per Covid (il cui totale ammonta ormai a quasi cento mila). Al contrario dell’Avversario biblico, che non si arroga il merito di aver messo in crisi l’Uzita e con lui l’intera città di Uz, Renzi lo rivendica e come, dicendo in giro (persino in Arabia Saudita) che lui quella crisi l’ha suscitata non per sé e per le sue mire personali, ma per senso di responsabilità, per il bene del Paese. Eppure dalla sua cieca fiducia nei confronti di tutto quello che fin qui il Salvatore si è limitato solo a sussurrare, risulta ben evidente che l’opzione Draghi soddisfaceva sia lui che l’altro Matteo, in quanto, ognuno per il proprio interesse, pensano vivamente di ottenere, con le loro esibite adulazioni, un importante incarico nel prossimo governo. Nello splendore celeste di cui questo Professore pare circonfuso essi e tutti i loro amici oppositori cercano una luce in cui poter estinguere il buio in cui si agitano gesticolando umidicci; nella sua imperturbabile placidità agognano il mare in cui annegare la loro irrefrenabile irrequietezza; nella sua inarrivabile maturità essi vorrebbero nascondere la loro evidente Unmündigkeit, la loro immaturità; nella sua estatica beatitudine sognano persi un’oasi in cui ricercare la loro felicità perduta e la loro libertà ceduta. Per questo motivo, alla fine della loro affannosa corsa, nonostante l’apparizione di santa Dorotea o di san Maturino, forse troveranno ad attenderli le bolge concentriche dell’ottavo o del nono cerchio dell’Inferno, dove Dante colloca i fraudolenti verso chi si fida, i traditori e gli arroganti. Proprio per questo, ammoniva Primo Levi, si deve sempre diffidare dei “leader carismatici”, specie di quelli che hanno facilità di parola. Essi, diceva in un intervento del 1986, pensando al duce e al Führer, «possedevano un potere segreto di seduzione che non derivava dalla credibilità o dalla fondatezza delle cose che dicevano, ma dal modo suggestivo in cui le dicevano, dalla loro eloquenza, abilità istrionica, forse innata, forse acquisita pazientemente con l’esercizio. Le idee che proclamavano non erano sempre le stesse e in generale si trattava di idee aberranti o sciocche o crudeli. Eppure erano osannati e seguiti fino alla morte da milioni di fedeli».

Ivrea, 11 febbraio 2021

Mario Draghi Presidente del consiglio italiano

Dichiarazione del Prof Mario Draghi al termine del colloqui con il Presidente Sergio Mattarella,al Quirinale
(foto di Francesco Ammendola – Ufficio per la Stampa e la Comunicazione della Presidenza della Repubblica)

L’ITALIA AL TEMPO DELLA PANDEMIA, TRA DEMOLITORI E COSTRUTTORI

Franco Di Giorgi

O Freunde, nicht diese Töne!

Prima di scivolare anch’esso nel nulla del tunnel dentro cui il Covid-19 ci ha risucchiati e rinchiusi, il vuoto di lunedì e martedì 18 e 19 gennaio è stato colmato dalla lunga diretta televisiva sul dibattito parlamentare in merito a quella che, a detta di molti, resta una crisi di governo “incomprensibile”.

Antonello da Messina. San Sebastiano

Antonello da Messina. San Sebastiano 1478-1479

Dopo circa un anno di enormi e straordinari sacrifici determinati dalla triplice crisi (sanitaria, economica e sociale), dopo il triplo salto mortale quasi del tutto senza rete, senza copertura, a cui ognuno di noi a causa della pandemia è stato sottoposto, anche in vista degli altri anni altrettanto difficili che nonostante il vaccino ci attendono, ebbene proprio in questo naturale momento di stanchezza e di sfinimento, dalla chiarificazione parlamentare della crisi politica (che da tempo covava come un’infezione trascurata) ci si sarebbe aspettati dei toni più pacati, più comprensivi e concilianti, soprattutto in rispetto delle oltre ottantamila vittime mietute dal Coronavirus. E invece i toni aspri e aggressivi usati dai rappresentanti dell’opposizione ci hanno oltremodo avvelenato quelle due giornate, le hanno reso ancora più grigie e amare, costringendoci più di una volta a voltarci dall’altra parte colmi di disgusto e di vergogna mandando con un gesto quei politicanti a quel paese, inducendoci non a tapparci il naso ma ad abbassare e poi a togliere il volume della televisione e qualche volta addirittura a spegnerla. Eppure sapevamo già del comportamento del tutto ingiustificato, inadeguato e ostacolante mantenuto dalle opposizioni durante l’attività svolta perlopiù in apnea dal governo nel cercare di evitare il peggio, nel chiedere e nel trovare aiuti e ricoveri all’Europa. E ci chiedevamo già allora se, in un momento simile, in cui tutto un popolo viene chiamato a compiere uno sforzo comune, era possibile accettare un comportamento così disdicevole e (esso sì) incomprensibile da parte della nostra italica opposizione, incurante del numero dei morti che cresceva ogni giorno, dapprima nel nord, nella laboriosissima Lombardia, e in seguito, dopo il primo esodo invernale e soprattutto dopo quello estivo, anche nel sud e in tutto quanto il Paese.

Insopportabile, assurdo e offensivo era ed è nel frattempo l’atteggiamento negazionistico adottato dagli oppositori (e non solo da essi, purtroppo) sia contro l’esistenza stessa del virus sia contro i numerosi Dpcm. E ciò all’unico scopo di non consentire che venisse rallentato o addirittura arrestato il veloce e vorticoso movimento generato da quel loro microcosmo industrial-affaristico, in cui gli uomini sembrano condannati a ricavare un utile sempre maggiore di quello necessario per vivere. Un microcosmo in cui anziché il bene si ricerca affannosamente il benessere; in cui tutto, come in un immenso gorgo, viene triturato e visto come occasione di investimento, di guadagno immediato, di reddito, qualcosa in ogni caso di utile, di utilizzabile. Come se il loro sordido utilitarismo li spingesse all’eccedenza e all’eccessivo, a un’avidità incoercibile, a un volere tutto di tutto e di più. Un tutto che una volta ottenuto diventa subito niente. Un utilitarismo nichilista, dunque, la cui eccessività si riflette e trova il suo immediato canale espressivo nel loro linguaggio dai toni insopportabilmente eccessivi. Un linguaggio che considera tutto alla stessa stregua, che viene usato come un’arma, perché non fa differenza alcuna, non pone limiti all’indecenza e che prova anzi piacere nell’esagerazione offensiva. Ne abbiamo avuto l’ennesima riprova durante il dibattito in Senato quando i baldanzosi esponenti della destra – dallo sguardo da ballestero, ci verrebbe da dire con Revelli – facevano a gara nel dirla più grossa, nel toccare i punti deboli, nell’offendere le persone, specie quelle che andrebbero invece massimamente rispettate per il loro passato, per la loro storia, che è la nostra storia, la storia di tutti, compresi quegli stessi deputati e senatori utilitaristi, nichilisti e negazionisti.

D’altronde è chiaro: l’esecutivo ha commesso degli errori nell’affrontare le emergenze determinate dalla pandemia. Ma è altrettanto chiaro che chi si è trovato ad operare in quei momenti difficili non poteva esimersi dal commetterne. Specie per le evidenti e pregresse carenze del sistema sanitario nazionale, sia nel settore pubblico sia soprattutto in quello privato. Tutti avrebbero potuto commetterne. Chi più, chi meno. E la sorte questa volta ci è stata clemente, perché nelle folli giravolte dei governi e dei loro fantasiosi rimpasti ci ha trovati affidati nelle mani di persone sì giovani e forse ancora inesperte, ma quanto meno responsabili e dal volto umano. Certo, compito dell’opposizione è di esprimere contrarietà, obiezioni, proporre correzioni, integrazioni, alternative, come pure di manifestare sfiducia, qualora la maggioranza governativa in carica se la meriti. Ci sono tuttavia modi e modi. I suoi rappresentanti avrebbero infatti non già potuto (perché questa possibilità è a essi negata dal loro radicato utilitarismo) ma dovuto motivare il loro disappunto usando altri toni: i toni certamente severi e risentiti della critica politica, ma espressi in maniera pacata e rattenuta, propria della serietà e della responsabilità, i toni velati della mestizia che la tragedia del momento richiede, quelli della riflessione e dell’analisi rigorosa, non quelli indignati e offensivi, livorosi e aggressivi intonati dalla voce rasposa del puro cinismo demolitore. E ciò sia da parte delle componenti maschili sia (e questo ci ha sinceramente sorpresi, costringendoci a togliere il volume alle loro voci piene di veleno) di quelle femminili, all’unico scopo, appunto, di demolire quel poco di stabilità che il governo, in carica da circa un anno e mezzo, consente.Veleno di serpenti sotto le loro labbra. Piena di maledizione e di amarezza la loro bocca. Rapidi i loro piedi a versare sangue. Distruzione e disgrazia sui loro cammini. E il sentiero della pace lo ignorarono”: queste le parole che ci venivano in mente mentre, combattuti, seguivamo quella diretta. Sono quelle che Paolo di Tarso riporta nella Lettera ai Romani mutuandole dai Salmi e da Isaia.

In questa nuova circostanza, a far da testa d’ariete per loro, per oppositori di tal risma, è proprio quella del leader di Italia viva (a cui un adulatore si è rivolto chiamandolo ancora Presidente), il quale in questa sua triste esibizione, in questo suo tanto premeditato quanto sconveniente scatto d’orgoglio, ha certamente dimostrato a tutta l’assemblea chi era, di che pasta era fatto, quanto dura fosse la sua cervice e soprattutto quanto implacata ancora fosse la sua sete di vendetta per la sconfitta subita nel 2016. Nel suo tanto atteso discorso al Senato (lungo più di 20 minuti) ha usato modi, toni e termini sorprendentemente simili a quelli utilizzati dagli sdegnosi esponenti di Forza Italia, di Fratelli d’Italia e della stessa Lega, il cui motto è ovviamente “prima l’Italia e gli Italiani”. Nel suo esordio accusatorio, ossia nella sua autodifesa o, meglio, nell’apologo di sé, in una sorta di contorsione sofistica, tanto assurda quanto tragica, in cui tentava di trasformare la sua pur patente irresponsabilità in un atto responsabile, egli diceva ad esempio che occorre un “governo forte”. E in effetti, già quella analogia terminologica, il comparire del termine “Italia” in tutte le sigle dei partiti sopra citati, prelude e lascia immaginare che una certa vicinanza, una certa affinità tra di essi già esista, nel caso un domani si volesse pensare di creare un piccola coalizione alla tedesca, un patto politico per il Paese.

Certo, ben altri nel recente passato sono stati gli spettacoli indecorosi inscenati dalle medesime componenti politiche in quella stessa Camera o al Senato. Ma allora nell’aria c’era odore di mortadella e dinanzi agli occhi eccitati e golosi di alcuni membri del Parlamento oscillavano corde annodate a mo’ di cappio, e in ogni caso in quel tempo di sfascio nella memoria, nell’animo di quei rappresentanti non poteva albergare lo sconforto luttuoso dell’inarrestabile e silenziosa conta dei morti di cui ogni giorno essi pur fanno esperienza. Comunque sia, in questi due giorni si è ripetuto l’identico rituale, lo stesso meccanismo vessatorio, la medesima corsa al massacro, l’incontrollabile e contagioso dare addosso a chi, pur ammettendo platealmente di aver commesso sbagli, ha tuttavia svolto un lavoro assai duro, dei cui frutti però potranno avvantaggiarsi e beneficiare tutti gli altri, anche quelli che mentre guardavano dalla finestra intanto l’ostacolavano allungando, dove possibile, una gamba per fargli lo sgambetto. Durante le loro odiose invettive, era peraltro fin troppo evidente che questi politici della demolizione potevano impostare le loro voci raspose e graffianti, rafforzare le loro lingue intrise di odio, proprio da questo vantaggio già acquisito, cioè da quel grande mucchio di denaro che, come una grande torta, l’Europa ha per la prima volta promesso all’Italia come fondo per la ripresa. Dopo essere riuscito ad ottenere questo sostegno finanziario, ora dunque, secondo i risentiti membri dell’opposizione, il capo del governo dovrebbe farsi da parte. Be’, troppo comodo. È peraltro molto probabile che senza la garanzia di questo supporto essi non avrebbero usato gli stessi toni livorosi, ma se ne sarebbero stati zitti, come in effetti hanno fatto nonostante tutto il loro incontentabile e incontenibile strombazzamento, finché non l’avesse ottenuto. Finché, diciamo così, non avesse portato a termine il lavoro difficile e pesante. Il lavoro “sporco”. A tal proposito, fra i tanti interventi efficaci emersi dai banchi dei sostenitori del governo, ha certamente colto nel segno quello in cui si precisava che mentre al governo interessava ottenere il Recovery Fund, all’opposizione strepitante importava più che altro possederlo. E in effetti, quella a cui abbiamo assistito in due giorni trascorsi davanti alla televisione, è stata una lunga, monotona e stomachevole liturgia politica, una partita di colpi e contraccolpi giocata tra demolitori e costruttori, tra chi voleva distruggere la figura tragica del capo del governo (simile in questo penoso frangente a un San Sebastiano di palazzo Chigi, santo la cui memoria per la Chiesa cattolica ricorre proprio il 20 gennaio) e chi ogni volta cercava di ricomporla. Era un dibattito che assomigliava a una simulazione di guerra. A uno scontro tra due avversari che, pur coabitando nella stessa casa, si trattavano come nemici a causa del diverso modo di impostarne la gestione. Alle sempre più scomposte e monocordi accuse degli smantellatori, il Presidente del Consiglio (a cui, per sminuirne il valore, la rabbiosa segretaria di Fratelli d’Italia, si riferiva con il semplice appellativo di “avvocato”) nella sua replica ha reagito con composte e puntuali elencazioni delle cose già fatte dal governo, non dimenticando alla fine, a proposito del ritardo nell’incarico per gli appalti, di prospettare il concreto rischio di pericolose infiltrazioni mafiose.

Il rancore verde-scuro contro questo governo giallo-rosso discende forse da due motivi. Anzitutto dall’invidia, come si è accennato, di essere riuscito, esso, ad ottenere dall’Europa quella fiducia che i precedenti governi non si sarebbero mai neppure sognati: sia quelli guidati da esponenti del centro-destra (incancellabili le pessime figure del capo condominio della Casa delle libertà al Parlamento europeo e non solo), sia quello guidato dall’ex segretario del Pd (il quale verrà forse ricordato per il suo “Stai sereno Enrico” e per aver cancellato l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori), sia infine quello giallo-verde, in cui il ministro degli Interni, in quanto sovranista, era ed è dichiaratamente antieuropeista. Ma davvero, domandava a conferma di ciò una senatrice del Pd, si sarebbe ottenuto il fondo con un governo sovranista? L’altro motivo di livore si può riscontrare nel fatto che nei gravi problemi che l’attuale esecutivo fa fatica a risolvere, gli sfascia-governi scorgono la loro stessa incapacità, rivedono cioè quegli stessi problemi che loro hanno lasciato in eredità al nuovo governo, problemi che non solo non sono stati capaci di risolvere, ma che hanno addirittura contribuito ad aggravare ulteriormente.

Ad ogni modo, i termini che in quella lunga seduta parlamentare sono filtrati con maggiore frequenza attraverso le mascherine traballanti dei depurati e dei senatori sono stati due: “incomprensibilità” e “irresponsabilità”, riferiti ovviamente alla decisione presa dal partito più piccolo della coalizione governativa. Grazie al cui contributo, tuttavia, era nato il governo Conte 2, dopo la fine del precedente esecutivo determinata dalle intenzioni esplicitamente autoritarie del segretario della Lega, il quale, si ricorderà, per poter risolvere i problemi che affliggono il Paese, e approfittando dei pur larghi consensi ottenuti sulla questione immigrati, chiedeva agli Italiani di poter avere pieni poteri.

Dell’irresponsabilità abbiamo già accennato a proposito non tanto del trasformismo politico, ma del funambolismo semantico, perché, come si è già detto, proprio uno dei sostenitori di quella scelta scellerata, di quell’azzardo politico, cioè uno degli irresponsabili, sosteneva che la loro decisione sarebbe stata dettata da un atto di responsabilità, al fine di stimolare il governo a far meglio e più in fretta. Ma il risultato, sotto gli occhi di tutti, è stato purtroppo quello di averne rallentato l’azione. Peggio ancora: è stato quello di aver distolto temporaneamente l’attenzione e con essa anche il volto dal problema principale, di fare del dibattito politico una distrazione, tanto gradevole quanto pericolosa, dal dramma della pandemia. A proposito della leggerezza con cui sono state usate le parole in quel tempio laico della parola che è il Parlamento, a un certo punto, addirittura, una senatrice di Forza Italia ha sbottato impudicamente dicendo che il Consiglio dei Ministri approfitta delle difficoltà generate dalla pandemia per restare attaccato alle poltrone. Come e quanto deve essere contorta la mente di una persona per concepire una diavoleria simile? Davvero così poco pesa la sostanza della sua coscienza? E soprattutto, si può giocare, si può speculare così con la vita e con la morte degli esseri umani? Fino a che punto si può essere insensibili alla pietà per i morti? Si tratta peraltro della stessa persona che, per rimarcare l’inesperienza politica del Presidente del Consiglio, con una metafora eccessiva e scabrosamente materiale lo definisce “vergine”. A rincarare ancora la dose, per rimarcarne il supposto trasformismo, a darle manforte un senatore di Fratelli d’Italia che definisce “liquida” la personalità del Presidente. Anche perché, aggiunge, eccedendo nei toni sprezzanti e offensivi rivolti più alla persona che alla funzione, “non è un’aquila”, ma “un’anatra zoppa”. Bene ha fatto pertanto il Presidente nella replica, rispondendo pacatamente sulla questione delle poltrone che l’importante non è tanto occuparle o mantenerle, ma sedervisi con “dignità e onore”.

Da quanto si è detto si può pertanto desumere che per la coalizione governativa la grave responsabilità degli irresponsabili azzardosi dipende da due gravi ingenuità: in primo luogo nel non essersi resi conto che l’apertura della crisi politica potrebbe mettere in serio pericolo gli aiuti europei e con ciò stesso l’intero sistema Paese; e in secondo luogo nel non prevedere che quella mossa azzardata potrebbe consegnare l’Italia ed eventualmente gli stessi 209 miliardi del Fondo nelle mani della destra, di questa destra ingorda di potere, nel malaugurato caso in cui si dovesse andare ad elezioni anticipate. Non è detto infatti che vi si vada. Ma un calcolo anche approssimativo dà subito l’idea della compattezza del centro-destra. Ecco il motivo che ha responsabilmente spinto un senatore del Psi a rompere la sua alleanza con Iv, a prendere le distanze da quello che egli stesso ha denominato “azzardo non condivisibile”, e a dare quindi il suo sostegno al governo. Anche un esponente del M5s ha definito gioco d’azzardo quello del Giamburrasca toscano (così lo definisce Augias), ma ha in più avvertito che la cooptazione dei cosiddetti “responsabili” in questa nuova guerra tra guelfi e ghibellini, tra nazionalisti e internazionalisti, tra demolitori e costruttori si potrebbe rivelare un sorta di cavallo di Troia. Nel senso che gli astiosi e astuti achei potrebbero usarli per impossessarsi della rocca di Ilio.

Quanto infine all’incomprensibilità di quella strana mossa sulla affollatissima scacchiera della politica italiana, certo del tutto indecifrabile essa è subito parsa a molti politici. Una mossa laterale e latente, tipica del cavallo, dettata da ragioni non solo politico-strategiche, ma anche psico-politiche. Non vogliamo qui tornare su queste ultime, ossia sui noti aspetti caratteriali del soggetto, del giocatore d’azzardo. Più interessante è piuttosto soffermarsi sulla trama politica che con quella manovra avrebbe voluto tessere e realizzare. Non è tanto difficile da cogliere e da comprendere. Avrebbe voluto sparigliare il tavolo del governo affinché lui, che ne ha favorito la nascita, e i componenti della sua piccola ma imprescindibile squadra, potessero avere un ruolo chiave nella gestione dell’emergenza. Perché lui, con la sua annosa esperienza politica alle spalle, fatta dei già citati momenti gloriosi, si ritiene in queste cose più capace di un semplice “avvocato”. Lui, che certamente dirà che la sua astensione è stata anch’essa motivata da un atto di responsabilità. Mentre invece non è, lo si comprende facilmente, che un modo come un altro per lasciarsi aperta una porta dalla quale potrebbe essere ripescato per via di qualche strano calcolo di palazzo. Nel caso in cui poi questa porta non riuscisse a dischiudersi (ecco un altro elemento della sua comprensibile trama), potrebbe aprirglisi, lo abbiamo già accennato, la finestra, il possibile spiraglio di un governo di solidarietà nazionale in una coalizione partitica a guida centro-destra. Col rischio, in quest’ultimo caso, che nel momento in cui si andrà alle urne, nel 2023, egli sarà costretto a ripassare all’opposizione, visto che molto verosimilmente il centro-destra riuscirà a governare con le sue sole forze. Ma chi se la sentirà, chi avrà l’ardire allora nel centro-sinistra di stipulare un nuovo patto di legislatura con questo senatore poco affidabile, con questo nuovo Don Chisciotte della politica? Egli, come si è visto, ama il rischio, l’impresa ad effetto. Anche se a rischiare non è tanto e solo lui, ma anche l’insieme dei Sancho Panza, cioè l’intero Paese. E se crede, come dice il poeta, che è dal pericolo che potrebbe nascere la sua salvezza, noi da parte nostra confidiamo che pur nella sua costitutiva balnearità questo governo parlamentare abbia comunque in sé la capacità di sottrarci alle grinfie del nulla, di portarci tutti quanti, prima o poi, fuori dal buio, lungo e noioso tunnel della pandemia. Ma questo esito positivo, ormai dovrebbe essere chiaro a tutti, dipenderà anche da noi. Soprattutto da noi.

Ivrea, 23 gennaio 2021

IL LAVORATORE

Pubblicato nel periodico di Trieste Il Lavoratore il mio scritto sul volume Lucio LIBERTINI.


In “Il Lavoratore”, dicembre 2020, Trieste.

Sergio Dalmasso, LUCIO LIBERTINI, lungo viaggio nella sinistra italiana, Milano, ed. Punto rosso, 2020.

Nei suoi ultimi anni, Lucio Libertini (Catania 1922- Roma 1993) aveva intenzione di scrivere la propria biografia politica, Lungo viaggio nella sinistra italiana.Libro di Sergio DALMASSO su Lucio Libertini

I pressanti impegni politici (tutt* ricordano la sua generosità) e la morte improvvisa (agosto 1993) hanno impedito che il testo andasse oltre le prime pagine ed un schema, scritto a mano.

Il mio libro non è una tradizionale biografia. Mancano totalmente dati sulla vita personale (ambiente famigliare, studi, adolescenza, gioventù…). Inoltre, la chiusura di biblioteche ed archivi, causa Covid, mi ha impedito, al momento della stesura definitiva, di accedere ad alcuni documenti che avrei voluto consultare.

Ho tentato di scrivere una “storia” interamente politica seguendo lo schema e l’impostazione che lo stesso Libertini avrebbe voluto offrire.

Libertini ha fatto parte, dal 1944, di molte formazioni. La prima è, per brevissimo tempo, quella dei demolaburisti (Bonomi, Ruini) di cui parlava con molta reticenza e da cui esce, dopo pochi mesi, con i giovani, vicini alle posizioni, europeiste e federaliste, del socialista Eugenio Colorni. Quindi, nel PSI, la corrente di Iniziativa socialista, che tenta con mille difficoltà e contraddizioni, di non appiattirsi sulle due opzioni maggioritarie, quella filosovietica e frontista e quella tradizionalmente riformista. L’equilibrio è difficile, contraddittorio, proprio di giovani privi di esperienza politica e schiacciati dalla morsa della bipolarizzazione del mondo e, conseguentemente, degli schieramenti politici nazionali. L’approdo è la scissione socialdemocratica di Saragat (gennaio 1947) nel tentativo di costruzione di una forza socialista autonoma fra i due blocchi.

La scelta governista e atlantista di Saragat e il suo progressivo abbandono dell’ipotesi di “socialismo dei ceti medi” e di un “umanesimo marxista”, proprio del suo pensiero negli anni ’30, produce una diaspora nel gruppo di Iniziativa. Libertini, dopo una battaglia interna che tenta di rilanciare una ipotesi autonoma, ma che è sconfitta dall’apparato socialdemocratico, lascia (1949) il nuovo partito. Dal 1951 al 1957, la partecipazione all’Unione socialisti indipendenti (USI), la formazione di Magnani e Cucchi, usciti dal PCI sulle posizioni di una “via nazionale”, considerata tradizionalmente una sorta di eresia “titina”, ma capace di posizioni originali sulla politica internazionale, l’autonomia sindacale, il rifiuto dei blocchi. Nel 1957, dopo i fatti del 1956 (denuncia del culto di Stalin, repressione dei moti ungheresi …) l’USI confluisce nel PSI. E’ la scelta per la sinistra del partito, contraria all’accordo di governo con la DC, ma soprattutto del rapporto organico con Raniero Panzieri che produce la migliore stagione della rivista “Mondo operaio” e le Sette tesi sul controllo operaio, il documento più organico di una sinistra diversa da quella maggioritaria (Togliatti e Nenni), che vede nella centralità operaia e nell’”uscita a sinistra” dallo stalinismo, il cardine per la costruzione dell’egemonia del movimento operaio, in una fase di profonda modificazione della struttura economica nazionale (inserimento dell’Italia nel capitalismo avanzato, crescita industriale, migrazione interna…). Le sue capacità giornalistiche lo portano ad essere direttore del periodico della sinistra “Mondo nuovo” (lo era stato anche del settimanale dell’USI, “Risorgimento socialista”).

L’ingresso del PSI nei governi di centro-sinistra produce una nuova scissione e la formazione del PSIUP, di cui è fondatore, dirigente e in cui assume posizioni di sinistra, critiche verso le opzioni maggioritarie (Due strategie), sia sulle ipotesi nazionali (critica frontale al centro-sinistra, alla socialdemocratizzazione, ai progressivi spostamenti del PCI), sia su quelle internazionali (critica al socialismo realizzato, attenzione alle esperienze rivoluzionarie nel “terzo mondo”).

Alla scomparsa di questo (1972), la scelta è per il PCI, formazione che maggiormente esprime istanze operaie e popolari. Non rinnega le esperienze passate, ma ne coglie criticamente, il minoritarismo, l’inefficacia. Dopo un ostracismo iniziale, in cui paga le posizioni eterodosse lungamente espresse, è vice-presidente della Giunta regionale piemontese, parlamentare, responsabile nazionale della commissione trasporti. Negli anni dell’”unità nazionale” è continua la sua preoccupazione di un progressivo distacco rispetto alle istanze di base, ai bisogni popolari che non possono essere immolati sull’altare degli accordi politici. Tra il 1989 e il 1991, l’opposizione alle scelte di Occhetto (la Bolognina) e la fondazione di Rifondazione. E’ il primo capogruppo al Senato, instancabile organizzatore. Può sembrare contraddittorio il suo avvicinamento a Cossutta, nello scontro interno che porta alla sostituzione, come segretario, di Sergio Garavini (luglio 1993).

Al di là delle banali accuse di “scissionismo”, di “globe trotter” della politica”, stupidamente presenti in molti commenti seguiti alla sua scomparsa e colpevolmente al centro di un comizio di Occhetto ai cancelli della FIAT (1992), Libertini ha sempre rivendicato una linearità e una coerenza, segnata dal rifiuto dei blocchi, dalla critica allo stalinismo, dalla ricerca di una sinistra popolare ed autonoma. Rifondazione esprimeva la continuità di un impegno, la certezza nel futuro della prospettiva comunista, oggi minoritaria, ma storicamente vincente, la possibilità di ricostruire un rapporto di massa con i grandi settori popolari, davanti al ritorno della destra e alla semplificazione autoritaria portata dal sistema elettorale maggioritario.

Il libro ricostruisce questo percorso, i suoi molti scritti, “eresie” dimenticate, dibattiti, scelte generose, anche se minoritarie, figure della sinistra maggioritaria e di un’altra, spesso emarginata (Magnani, Codignola, Maitan, Panzieri, Ferraris…), sconfitta, ma capace di contributi e di analisi sulla realtà nazionale e internazionale, le sue trasformazioni, le prospettive.

In appendice, i suoi scritti sulla rivista “La Sinistra” (1966-1967) che sarà oggetto di un mio prossimo opuscolo e una testimonianza di Luigi Vinci.

Attraverso una figura lineare e coerente, il testo ripercorre mezzo secolo della nostra storia, di successi, errori, scacchi, potenzialità, occasioni mancate dell’intera sinistra italiana.

Non è un caso che, in un supplemento di “Liberazione”, a lui dedicato, poco dopo la sua morte, il grande storico Enzo Santarelli, ne ripercorresse soprattutto le pagine meno note, ormai perse nel tempo, forse quelle, che pur non maggioritarie, meglio delineano questa personalità che il mio libro tenta di riportare all’attenzione

Spero che i mesi prossimi permettano presentazioni, discussioni, critiche, ad oggi impedite dal Covid, su queste pagine.

Sergio Dalmasso

 

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Addio Lidia

di Sergio Dalmasso

Ho incontrato, per la prima volta Lidia Menapace a Roma, nel luglio 1970, ad una delle prime assemblee nazionali del Manifesto.

Eravamo partiti da Genova, viaggiando di notte (le cuccette erano un lusso impossibile) in treno, Giacomo Casarino ed io, arrivando a Roma, morti di sonno, in una giornata caldissima di luglio.

Morta Lidia Menapace 7 dicembre 2020Ci era stata consegnata la prima stesura delle “Tesi sul comunismo”, in una assemblea che si sarebbe dovuta svolgere a piazza del Grillo, ma data la partecipazione, si svolse a Montesacro.

Lidia era la più simpatica, la più disponibile fra i/le dirigenti che, a noi ventenni, sembravano di altra età, generazione, formazione e incutevano rispetto (Natoli, Rossanda…).

Quando si telefonava a Roma per chiedere che qualcun* partecipasse a dibattiti, incontri…arrivava sempre Lidia, puntualissima, precisissima.

Decine di riunioni della commissione scuola (ricordate le critiche ai “decreti Malfatti”?, poi il referendum per difendere il divorzio. Ancora lei, dappertutto. Ai temi usuali, il Manifesto aggiungeva tematiche insolite e originali, riprendendo riflessione dell’UDI sulla famiglia, il ruolo della donna; Lidia, per la sua formazione cattolica e democristiana era anche tramite con comunità di base, settori allora attivissimi su questo e altri temi.

Rimase stupita quando ad Alba (Cuneo), la sala prenotata si dimostrò troppo piccola per la partecipazione enorme e fummo messi in una palestra. Lo racconto sul “manifesto”.

Poi l’ennesima scissione, DP e PdUP, il suo ruolo di consigliera regionale nel Lazio, i suoi articoli e libri, le migliaia di assemblee, incontri su scuola, pace/guerra, il no al servizio militare per le donne, l’originalità e centralità della tematica di genere che spesso, a sinistra, veniva ridotta a servizi sociali, maternità, asili…

Nei primi anni di questo secolo, l’avvicinamento e poi l’iscrizione a Rifondazione. Incontri dappertutto, pur in una situazione difficilissima, partecipazione a convegni, direttorA (non voleva il termine direttrice che le ricordava le scuole elementari) della prima “Su la testa,” rivista mensile, consigliera provinciale (dopo due consigli regionali e il Senato!) a Novara, città in cui era nata.

A più di 90 anni era sempre in moto, in treno, dalla sua Bolzano nell’Italia intera per collettivi di donne, associazioni pacifiste, ambientaliste, per l’ANPI di cui era dirigente nazionale: “Sono ex insegnante, ex senatrice, ma sempre partigiana”.

Tre aneddoti:

– 2004. Abbiamo un incontro pubblico con lei, a Cuneo. Leggo su “Liberazione” della morte del marito. Le scrivo dicendole che possiamo annullarlo, che non si faccia obblighi con noi. Risposta: “Arriverò. Alla mia età, se ci si ferma, non si riparte più”.

– 2010: per le elezioni regionali piemontesi, nostra assemblea a Bra, città sede di uno dei più attivi e capaci circoli del vecchio PdUP. Era convinta che tant* sarebbero venuti a rivederla, salutarla, dopo una militanza comune, di anni. Neppure un*. Il deserto. Era rimasta molto addolorata e colpita. Non uso aggettivi e tristi considerazioni antropologiche sul settarismo di “sinistra”.

– 2016. per il compleanno di Rosa Luxemburg, a Cuneo, viene fondato un circolo Arci che prende il suo nome. Mi viene chiesta una relazione su vita ed opere. Al dibattito partecipa anche Lidia (per me un onore). Al termine mi dice di mettere per scritto quanto ho detto. Lei avrebbe aggiunto un suo testo e ne sarebbe nato un libro, a quattro mani, per l’editore Manni. Altro onore per me. Scrivo, diligentemente il mio compitino. Il suo testo non arriverà mai, nonostante, lettere, e-mail, telefonate…

Dopo due anni e mezzo alla “critica roditrice del computer”, “Una donna chiamata rivoluzione” uscirà presso la Redstarpress che ancora ringrazio.

Mesi fa se ne è andata Rossana Rossanda. Prima di lei Natoli, Pintor, Magri, vinto anche dalla sconfitta politica e da un mondo in cui non si riconosceva più. È il nostro passato che ci lascia, in una realtà sempre più drammatica.

Lidia Menapace negli anni Sessanta

Essere stato amico di Lidia e avere condiviso tratti di percorso con lei è stato per me (e non solo) molto bello ed importante.

Con affetto.

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Scuola Costituzione

L’IDEA DI SCUOLA NELLO SPIRITO DELLA COSTITUZIONE

Franco Di Giorgi

Scuola e Costituzione articolo di Franco Di Giorgi

La scuola viene generalmente considerata come una fonte inesauribile di acqua alla quale, simili a otri vuoti o ad agnelli guidati da pastori istruiti, gli studenti vengono per un certo tempo a riempirsi o a colmare la loro potenziale sete di sapere.

A distanza di qualche anno dall’insegnamento mi rendo conto però che l’avevo sempre praticata diversamente, cioè al contrario.

Ho sempre insegnato infatti nella convinzione che l’aula di una scuola fosse una conca vuota situata al centro di un’arida agorà, libera e aperta a tutti e ad ogni discussione, una sorta di bacino verso il quale studenti e docenti confluissero ogni giorno per riempirla con la propria acqua, ognuno con le proprie energie intellettuali, con i propri flussi vitali, coi i propri vissuti.

In tal modo, ciascuno, come si dice, portava acqua al mulino della scuola, dissetandosi vicendevolmente con la medesima acqua, scambiandosi talvolta i bicchieri l’uno con l’altro, acqua che nel tempo la scuola stessa distribuiva a tutti i futuri alunni e insegnanti sotto forma di esperienza didattica, competenza metodologica, ricchezza pedagogica e culturale.

Ma questo diverso modo di intendere e di praticare la scuola, non rispecchia forse l’idea che sta alla base della nostra Costituzione?

Ogni cittadino della nostra Repubblica, volutamente democratica e proprio in quanto democratica, non è forse esortato da questa Carta ad adempiere il dovere etico e quindi civico di recare allo Stato, secondo il principio della proporzionalità, il suo personale contributo sia come esborso sia come impegno che come partecipazione attiva, diretta o indiretta, alla cosa pubblica, e ciò all’unico scopo di mettere lo Stato in grado di redistribuire questi beni, acquisiti dal senso del dovere, sotto forma di diritti?

Pertanto, se oggi, in questo aspro e lungo periodo di pandemia, in attesa del vaccino salvifico e del Recovery Fund, la scuola più che un comune abbeveratoio culturale si rivela purtroppo in una delle sue funzioni più criticate, cioè quella di Recovery Place, ciò non deve indignare oltremodo, almeno o soprattutto in questo momento, poiché, pur determinando in parte un inevitabile aumento dei contagi, essa va incontro alle esigenze delle famiglie, il cui lavoro, come sappiamo, è fondamentale e quindi indispensabile sia per esse, affinché possano dare il loro doveroso contributo allo Stato, sia alla stessa Repubblica, affinché possa redistribuirli ai cittadini in forma di diritti.

Non per nulla, infatti, il lavoro compare già al primo fra gli articoli fondamentali della Costituzione.

Sicché, come ogni studente e ogni docente, al di là di ogni programma e programmazione, ha il dovere di apportare nella propria classe il proprio singolare e personale contributo spirituale, così, in quanto facente parte di uno Stato, ogni cittadino, all’interno del comune di appartenenza, acquisisce e matura diritti di cui può godere solo dopo aver adempiuto al proprio dovere.

IVREA, 10 ottobre 2020

Franco Di Giorgi docente di storia e filosofia

Le Monde

Recensione Le monde Una limpida storia minore di Alessandro Barile

Una limpida storia minore

Recensione su Le Monde diplomatique. Libro su Lucio Libertini di Sergio Dalmasso. Pubblicata una bella recensione di Alessandro Barile su Le Monde diplomatique, edizione italiana, supplemento de Il manifesto, 15 luglio 2020.

Lucio Libertini fa parte di una storia minore della sinistra italiana del dopoguerra: quella della sinistra socialista,
corrente eretica del Psi prima, protagonista della breve stagione del Psiup poi (dal ’64 al ’72), e infine confluita nel Pci una volta fallita ogni speranza di incunearsi tra i due partiti del riformismo operaio.
Una storia onorevole, dai molti meriti e con l’importante demerito di essere arrivata sempre troppo presto, o troppo tardi, agli eventi politici decisivi.
Troppo presto, ad esempio, quando nel febbraio del ’58 lo stesso Libertini e Raniero Panzieri pubblicarono
quelle Sette tesi sulla questione del controllo operaio che costituirono l’antefatto dell’operaismo italiano.
Insieme davvero a pochi altri (Fortini, ad esempio), il gruppo legato alla sinistra del Psi – tra gli altri Vecchietti, Ferraris, Panzieri, Lussu, in parte anche Lelio Basso – fu tra i pochissimi che tentò di rispondere alla “crisi
dello stalinismo” non cedendo alle ragioni della socialdemocrazia, e anzi rilanciando l’opzione del conflitto in fabbrica e tra le nuove generazioni proletarie. Continua …

Recensione Le Monde diplomatique: Una limpida storia minore

Il libro di Sergio Dalmasso è acquistabile nelle librerie servite da Edizioni Punto Rosso od online, presente su Amazon.

Libro Lucio Libertini. Lungo viaggio nella sinistra italiana di Sergio Dalmasso 2020

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Postfazione del libro Lucio Libertini. Lungo viaggi nella sinistra italiana di Luigi Vinci. In appendice vi sono alcuni articoli di Libertini usciti sulla rivista “La sinistra”.