Discutere e ricordare il ruolo del Sindacato nel paese

Venerdì 29 aprile 2022 alle ore 18.00 presso la Sala Riunioni “Casa del Popolo” via Parenti 24 – Genova
Introduzione di Sergio Dalmasso, segretario regionale del Partito della Rifondazione Comunista
Interviene Lucano Zappalà (SPI) esperienze sindacali da Catania a Torino e in fabbrica a Cogoleto;
ricordando Bruno e Iris Cristofanini e Clara Scanagatta “sindacalisti sempre” sul territorio del cogoletese.
Territorio che, nonostante le lotte sindacali, ha subito negli ultimi anni un progressivo annientamento dei siti produttivi.
A seguire discussione
Modera Luciana Patrone (Presidente ANPI Cogoleto)

Anpi Cogoleto - Ruolo del Sindacato

Fonte, http://www.comune.bologna.it/iperbole/asnsmp/rifondaredifficile.html

Sergio Dalmasso, Rifondare è difficile. Rifondazione comunista dallo scioglimento del PCI al “movimento dei movimenti”, Torino, Edizioni Centro di Documentazione di Pistoia e CRIC, 2002

Dieci anni dopo la nascita di Rifondazione Comunista giunge puntuale il libro di Sergio Dalmasso sulla storia del partito che ricostruisce, con la pazienza verso i fatti

che si dovrebbe pretendere sempre dagli storici, i passaggi politici più importanti di questa vicenda inserendola nella cornice nazionale e internazionale. Un’opera meritevole, la prima che affronta in termini esaurienti e complessivi l’intero percorso compiuto in questo decennio denso di avvenimenti nazionali e internazionali che hanno accompagnato la nascita e il percorso del PRC.

Poco finora si è scritto sul PRC e la sua storia, e quel poco è stato spesso stimolato da bisogni di affermare la propria identità politica che hanno stravolto quella che è la serena, per quanto possibile ai contemporanei, ricostruzione dei fatti e delle loro successioni intrinseche.

Nell’introduzione l’autore cita due di questi esempi: il libro dei fratelli Diliberto, Oliviero e Alessio, La fenice rossa (Robin, 1998), e quello di Alessandro Valentini, La vecchia talpa e l’araba fenice (Città del sole, 2000), entrambi testi di “storia militante” di una stessa corrente, quella cossuttiana, spaccatasi in due dopo la scissione operata da Cossutta e Diliberto nel 1998. L’attuale segretario del PdCI e suo fratello promettevano in quarta di copertina di svelare la “storia segreta della nascita del PRC. Gli antefatti, gli incontri clandestini, chi era dentro, chi era fuori. I documenti riservati, gli appunti dei capi”.

La pubblicazione offriva il pretesto ad Alessandro Valentini per mettere mano a carte e documenti e scrivere un saggio al fine di confutare imprecisioni, inesattezze e superficialità contenute nell’opera dei fratelli Diliberto, i quali avrebbero prodotto, secondo il parere di Claudio Grassi, “un piccolo bignami dell’opportunismo” («Liberazione», 5 febbraio 2000).

Fuori di quest’ambito, tutto interno alla ricostruzione della storia della corrente cossuttiana e del suo ruolo giocato nella fondazione del PRC, si muove il lavoro di Dalmasso che ha come scopo primo l’esposizione e la narrazione dei fatti e degli eventi. Il libro inizia delineando la crisi interna che lacera il PCI prima del cambiamento del nome, il sorgere delle correnti (fenomeno maledetto e combattuto come “frazionismo” nei decenni precedenti) che costituirono il Movimento per la Rifondazione Comunista e il PRC nel corso del primo congresso del 1991.

Prosegue analizzando il dibattito interno al partito, sempre vivace e prolifico, soprattutto in concomitanza con le varie assisi congressuali, la prima vittoria delle destre nel 1994, il passaggio da Berlusconi al governo dell’Ulivo e la desistenza elettorale praticata dal PRC nelle elezioni del 1996, la rottura successiva col governo Prodi del 1998, la scissione dei comunisti italiani, il difficile riposizionamento del partito, la seconda vittoria delle destre e al ritorno di Berlusconi a capo del governo, i fatti di Genova del luglio 2001 e, infine, il dibattito attorno alle tesi dell’ultimo congresso.

Capitolo dopo capitolo sono raccontate le vicende che hanno attraversato, tra slanci, delusioni e scissioni, la storia di questo partito nato dalla crisi del PCI e, più in generale, dei partiti italiani i quali, nel 1991, stavano per essere travolti da tangentopoli.

Il termine Rifondare connotava già fin dall’inizio l’intenzionalità dell’opera. Non si trattava di ricostruire il partito comunista, ma di rifondarlo, considerando in ogni modo conclusa quell’esperienza nata e sorta in un arco storico del secolo 900 che, con la fine dell’URSS (1991), stava esaurendosi.

La stessa chiusura della formula PCI era l’espressione delle trasformazioni strutturali, politiche e culturali della società italiana negli anni Ottanta e della crisi in cui precipitava il movimento dei lavoratori dopo l’ascesa degli anni Settanta, che si accompagnava all’inadeguatezza della strategia del compromesso storico e dei governi di solidarietà nazionale nel garantire un processo di trasformazione dei meccanismi statali e capitalistici.

Un pezzo di storia nazionale che si affiancava alla destrutturazione dell’equilibrio internazionale stabilito ai tempi della guerra fredda, provocato dalla crisi e dalla caduta dei regimi cosiddetti socialisti. Il crollo del muro di Berlino e quella dell’URSS rappresentavano per i comunisti italiani la fine di un’epoca che si era aperta a Yalta con la spartizione del mondo in zone d’influenza. Infine, si delineava una ridisegnazione del funzionamento del capitalismo internazionale che apriva la via alla globalizzazione dell’economia.

 
Per anni la politica del PCI aveva dovuto tener conto della convergenza di tre grandi variabili: la presenza dei movimenti di massa, la politica estera della direzione sovietica e gli interessi specifici di autoconservazione degli apparati di partito.

Alle soglie degli anni Novanta, la dinamicità dei movimenti di massa era molto ridimensionata, l’URSS scompariva dallo scenario internazionale, rimanevano gli interessi specifici di un ceto politico e degli apparati di partito che provavano a giocare la carta della ricollocazione in un “nuovo mercato” politico liberandosi di un nome e di una tradizione che giudicavano conclusa e ingombrante. Un’operazione non facile nel breve e nel lungo periodo, ne sono d’esempio le ultime sfortune elettorali dei Democratici di Sinistra; così come non era semplice rifondare il comunismo.

Superato, non senza difficoltà, l’atteggiamento di chi pensava che tutto fosse come prima, una volta scrollatosi di dosso la polvere provocata dal crollo del muro di Berlino, iniziava un difficile cammino in un contesto sociale e politico che non facilitava certo l’impresa.

Non a caso e opportunamente, fin dal titolo, siamo avvertiti della difficoltà insita nell’opera intrapresa; rifondare è stato ed è difficile perché il processo politico di costruzione del partito avviene in un quadro nazionale e internazionale segnato, nell’ultimo decennio, da una netta inversione dei rapporti di forza tra le classi a tutto vantaggio di quelle dominanti, sotto il segno del nuovo imperialismo nella versione modernissima della globalizzazione.

Una rifondazione che cerca di combinare resistenza e offensiva politica, che deve fare i conti con le lotte e la pratica quotidiana per tenere in vita il partito e la ricerca teorica e ideologica, indispensabile in una situazione storica e politica completamente nuova rispetto agli assetti che regolavano il mondo dopo la seconda Guerra mondiale.

Un partito e una rifondazione che hanno dovuto imparare a rapportarsi con sedimentazioni di culture politiche non sempre omogenee tra loro, perché provenienti da forme organizzative e ideologiche diverse, di cui Dalmasso segnala citando riviste e appartenenze, il contributo, a volte critico, apportato. Un processo di ricostruzione politica e organizzativa che ha comportato, in determinati e difficili passaggi, rotture, lacerazioni nei gruppi dirigenti e nella base.

Un libro da cui partire per capire la storia del PRC, riflettere sulle vicende accadute per cominciare a trarre un bilancio; un libro che si spera sia di stimolo anche alla riflessione storica, alla ricerca, alla nascita di una memoria collettiva del proprio passato, feconda di identità, solidarietà e appartenenza; in questo senso, fa ben sperare la decisione finalmente presa, come si è letto su «Liberazione» nei giorni del quinto congresso, di costituire un archivio centrale che raccolga tutti i materiali e i documenti prodotti dal partito e dalle sue varie sensibilità e/o tendenze.

Aprile 2002

Diego Giachetti

***

Il libro è stato ristampato nel 2005 nel Quaderno CIPEC 31

Articolo di Sergio Dalmasso su Il Lavoratore di Trieste 1º aprile 2022

Anno XXII n. 3 del 1.4.2022

iL LAVORATORE Giornale fondato nel 1895

RIFONDAZIONE COMUNISTA, DAL MOVIMENTO DEI MOVIMENTI ALLA CHIUSURA DI LIBERAZIONE

 

Sta di fatto che la scelta di alterità espressa fra il 2001 e il 2003, cessa, proprio nel 2003, quando il PRC, con pochi appoggi e l’adesione tardiva della CGIL, tenta la strada del referendum per l’estensione dello Statuto dei lavoratori alle piccole imprese.
La campagna contraria è intensissima: giornali, radio, TV, partiti, lo stesso Cofferati invitano al non voto.
Partecipa un quarto dell’elettorato (il 25%). Bertinotti rifiuta la strada, impervia, del tentare di aggregare quest’area alternativa, e dichiara immediatamente che l’ipotesi di autosufficienza non può più essere percorsa.

Le istanze di movimento debbono essere portate all’interno del governo e Rifondazione ne sarà il tramite. Su questa base si va alle elezioni europee del 2004 che vedono una discreta crescita (6,1%),

Articolo completo

Dalmasso. Rifondazione Comunista. Dal movimento dei movimenti alla chiusura di Liberazione. Articolo su Il Lavoratore di Trieste aprile 2022

 

Stop the War!

An Appeal for a Europe of Peace

02/03/2022
transform! europe condanna l’attacco che la Russia, sotto il governo di Vladimir Putin, ha lanciato contro l’Ucraina. Rifiutiamo l’uso della forza militare contro uno stato sovrano, così come abbiamo precedentemente rifiutato il dispiegamento delle forze NATO nei paesi confinanti con la Russia e nei paesi dell’Asia, dell’Africa e dell’Europa. Chiediamo quindi un cessate il fuoco immediato, la fine dei bombardamenti, il ritiro delle truppe russe dal suolo ucraino e il ritorno al tavolo dei negoziati.

Allo stesso tempo, invitiamo l’UE a impegnarsi al massimo per riprendere i negoziati di pace. In questi tempi difficili, siamo al fianco del popolo ucraino che vive l’attacco russo in piena forza e le cui vite sono in pericolo. Siamo solidali con i popoli dell’Ucraina che sono costretti a lasciare le loro case e intessiamo reti di solidarietà per il loro sostegno, incluso fornendo loro riparo e sicurezza!

Siamo con i popoli in Russia che si oppongono alla guerra di Putin, nonostante l’oppressione, così come i milioni di altri europei che chiedono la pace. La soluzione a questa ingiustificata escalation di violenza militare non è più violenza, la soluzione è politica, basata sui principi di concetti comuni di sicurezza collettiva che danno priorità al benessere di tutti i popoli e al rispetto dei diritti umani e del diritto internazionale. Uniamo le forze con i movimenti pacifisti e sociali in tutto il continente per fermare questa guerra irrazionale, invitiamo i cittadini europei a scendere in piazza in nome della pace e siamo con il popolo ucraino. Le armi e le guerre dovrebbero appartenere al passato, il futuro dell’Europa e dell’umanità deve essere la pace!

L’opinione pubblica europea, come dimostra Eurobarometro in ogni sondaggio, è di gran lunga favorevole a un’Europa della pace, dei diritti umani, della democrazia e contro le armi nucleari. Più dell’85% degli europei è a favore di questi, il che rivela la contraddizione tra i desideri delle persone per il futuro dell’Europa e le decisioni dei responsabili politici. L’attuale crisi è espressione delle profonde e irrisolte contraddizioni della situazione della sicurezza europea. Dalla fine della Guerra Fredda, l’Europa è composta solo da Stati capitalisti. Ci sono contraddizioni imperialiste tra gli stati, amplificate dalla loro ineguale potenza economica e militare.

Rifiutiamo qualsiasi politica che ci restituisca una politica di blocchi e una nuova Guerra Fredda. Ci opponiamo all’espansione della NATO sul suolo europeo e alla sua retorica militare. L’Europa ha bisogno e vuole un percorso pacifico per risolvere i conflitti.

NO ALLA GUERRA MONDIALE, SI ALLA DIPLOMAZIA

La lotta per la pace è una lunga tradizione in Europa. La sinistra radicale è stata una sinistra pacifista, antimilitarista e antimperialista sin dai suoi inizi. Si oppone a tutta la propaganda sciovinista, razzista, neocolonialista e giustificatrice della guerra di governi, dei capitali e dei media. Contrastare la creazione di immagini nemiche non significa approvare la politica di un governo. Chiediamo a tutte le forze progressiste e ai cittadini di alzare la voce per una riduzione dell’escalation. Chiediamo la fine immediata della retorica conflittuale, dell’azione militare e delle minacce: continuando con queste tattiche, la guerra e il conflitto militare minacciano il nostro intero continente ed estendono la sofferenza dei popoli dell’Ucraina! La priorità dovrebbe essere sempre quella di fermare la guerra!

I popoli d’Europa sanno fin troppo bene cosa significhi la guerra e le sue terribili conseguenze. L’UE sta attualmente soffrendo a causa della devastante pandemia di COVID-19 e della sua gestione catastrofica. Piangiamo più di 2 milioni di morti negli ultimi due anni. La pandemia colpisce la vita di milioni di persone e sta rimodellando le economie. In questa congiunzione, riteniamo inaccettabile l’aumento delle spese militari, alimentato e giustificato dall’aumento delle tensioni militari e dalla retorica guerrafondaia.

È un oltraggio che durante l’attuale pandemia letale, le spese militari aumentino dall’1,63% al 2,2% del PIL globale. Il conflitto militare non è l’unica sfida alla sicurezza dei cittadini europei. Le terribili conseguenze del cambiamento climatico si fanno già sentire nel nostro continente ed entrambe queste crisi stanno amplificando le disuguaglianze strutturali nell’UE, in Europa e nel mondo. Sebbene non sia incluso nella maggior parte degli accordi ambientali internazionali, come l’Accordo sul clima di Parigi, il complesso militare-industriale è uno dei maggiori inquinatori del nostro pianeta e la guerra è l’attacco più devastante all’integrità della natura. Risorse preziose che potrebbero aiutare a sradicare le disuguaglianze nei sistemi sanitari e sociali dei paesi dell’UE, nonché il rinnovamento e la resilienza delle infrastrutture, sono spese nella prospettiva di una guerra prolungata che sarebbe dannosa per i popoli dell’UE e dell’Europa. Questo deve finire!

LA FINE DI UNA NUOVA GUERRA FREDDA PER PREVENIRE QUALSIASI GUERRA

L’opportunità che esisteva dopo la fine della Guerra Fredda per creare un sistema di pace e sicurezza paneuropeo non è stata colta. Da un lato, la NATO continua ad esistere, legando agli Stati Uniti le politiche di sicurezza e militari di 22 dei 27 membri dell’UE; e d’altra parte, strutture paneuropee e inclusive come il Consiglio d’Europa e l’OSCE sono state emarginate ed espulse dalla percezione pubblica dalla NATO, dal G-7 e dalla stessa UE. La politica di sicurezza europea è in una crisi multipla. L’Ucraina è solo uno dei numerosi punti caldi in cui il potenziale di conflitto si sta condensando e la gestione diplomatica delle singole crisi nella fase acuta non è sufficiente per disinnescarle.

L’Europa ha bisogno di un’architettura di sicurezza che tenga equamente conto degli interessi di tutti gli Stati europei. L’imminente 50° anniversario della Conferenza sulla sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE) rappresenta un’opportunità di rinnovamento e un’opportunità per adottare un Atto finale aggiornato che definisca le pietre miliari della sicurezza europea. Nel senso di diplomazia aperta, i movimenti per la pace, le ONG e la società civile di tutta Europa (e non solo dell’UE) dovrebbero essere coinvolti nella preparazione e nell’attuazione della conferenza non solo come programma di accompagnamento, ma piuttosto come partner alla pari.

Affrontare in pace le sfide del futuro sarà possibile solo se l’Europa abbandoni la logica della Guerra Fredda del passato e affronti collettivamente il futuro. L’UE deve iniziare a elaborare una nuova strategia di sicurezza indipendente che includa i suoi vicini! I costi insopportabili della guerra sono sempre pagati dalle classi lavoratrici. L’industria delle armi non deve più godere dell’impunità, guadagnando milioni di dollari mentre distrugge il pianeta e priva i giovani del loro diritto a un futuro pacifico. I giovani di Ucraina e Russia sono ora strappati alle famiglie e inviati a combattere in una guerra che serve gli interessi oligarchici e minaccia le loro vite e il loro futuro. Stiamo con le loro famiglie e i loro cari, di tutti coloro che sono stati arruolati nell’esercito a causa di questa guerra irrazionale e ci opponiamo alla mentalità patriarcale che chiama alla violenza.

PER UNA STRATEGIA DI PACE E SICUREZZA INDIPENDENTE DELL’UE

È impossibile parlare di autonomia strategica dell’UE quando la maggioranza degli Stati membri dell’UE sono membri della NATO. Lo sviluppo di un’identità politica di sicurezza dell’UE deve andare di pari passo con lo scioglimento della NATO e il ritiro delle truppe americane e soprattutto delle armi nucleari. Per una strategia di pace e sicurezza dell’UE indipendente e quindi un’Europa pacifica, l’UE deve liberarsi dal paternalismo della politica di sicurezza degli USA. L’UE è un attore globale. Deve concentrarsi sul raggiungimento degli obiettivi climatici, condurre una transizione socialmente giusta dall’energia fossile a quella sostenibile, riallineare la sua politica commerciale verso il Sud del mondo, rispettare e attuare la Convenzione delle Nazioni Unite sui rifugiati nella sua politica sui rifugiati. Lo status dei membri neutrali e non allineati dell’UE, come esplicitamente riconosciuto nel Trattato di Lisbona, dovrebbe essere rivisto, quindi amplia le possibilità diplomatiche dell’UE per svolgere un ruolo costruttivo nelle tensioni che ora stanno aumentando.

Ci appelliamo a tornare al diritto internazionale sotto l’ONU come base per risolvere questo conflitto. La NATO è l’unico sistema di sicurezza multinazionale che agisce sulla scena internazionale in violazione del mandato esplicito della Carta delle Nazioni Unite. Questo lo rende una minaccia alla pace, come dimostrano le sue “operazioni”, in Europa, Asia e Africa, che hanno generato destabilizzazione, distruzione e battute d’arresto del pieno esercizio dei diritti sociali e umani delle persone nelle aree intervenute.

EUROPA UNA ZONA SENZA ARMI NUCLEARI

Chiediamo che tutti gli stati europei aderiscano al Trattato per la proibizione delle armi nucleari, come i popoli europei chiedono a maggioranza assoluta secondo qualsiasi sondaggio che sia stato condotto sulla questione. Inoltre, sosteniamo una zona libera da armi nucleari e militarmente sparsa in tutta l’Europa, dal Mediterraneo al Baltico e al Mare del Nord, come primo passo verso un’Europa senza armi nucleari. Chiediamo che gli Stati Uniti rientrino nel Trattato sulle armi nucleari a raggio intermedio e che sia la Russia che gli Stati Uniti si astengano dal rientrare in gare antagoniste di armamento nucleare. Un mondo senza armi nucleari è un mondo più sicuro per tutti!
In breve, chiediamo:

• L’arresto immediato dell’attacco militare russo all’Ucraina. Rispettando la sovranità dei popoli, respingiamo l’azione militare e le minacce contro uno Stato sovrano, così come qualsiasi cambiamento di confine attraverso l’aggressione militare.

• Stop immediato alla retorica e alla tattica guerrafondaia e ritorno sui tavoli diplomatici.
• La mediazione dell’OSCE e delle Nazioni Unite per fermare qualsiasi azione militare e dispiegare tutti gli strumenti diplomatici nell’ambito del quadro giuridico delle Nazioni Unite e la stesura e l’attuazione di un nuovo accordo di pace.

• L’UE a prendere l’iniziativa e proporre un’ampia conferenza paneuropea, compresa la Russia, sulla pace e la sicurezza collettiva, al fine di raggiungere una risoluzione globale della crisi in tutte le sue dimensioni. Ciò che è stato possibile durante la Guerra Fredda alla Conferenza di Helsinki è ancora più necessario oggi.

• Chiediamo che la UE riprenda i negoziati sul disarmo globale e multilaterale, comprese le armi nucleari a medio raggio.

 Facciamo appello al popolo europeo affinché sostenga saldi valori di pace e diritti umani, sapendo che difendere la pace è l’unico modo per un mondo che condivide il fatto che la guerra non risolve mai i conflitti ma ne crea di nuovi.

transform! europe condemns the attack that Russia, under the governance of Vladimir Putin, has launched upon Ukraine. We reject the use of military force against a sovereign state, just as we have previously rejected NATO forces deployment in countries bordering Russia, and in countries of Asia and Africa and Europe. We therefore call for an immediate ceasefire, stop of the bombings, the withdrawal of Russian troops from Ukraine soil and the return to the negotiating table.

At the same time, we call upon the EU to put maximum effort into reengaging in peace negotiations. In these difficult times, we stand with the people of Ukraine who experience the Russian attack in full force and whose lives are in danger. We stand in solidarity with the peoples of Ukraine that are forced to leave their homes, and weave networks of solidarity for their support, including providing them with shelter and safety! We stand with the peoples in Russia who oppose Putin’s war, despite oppression, as well as the millions of other Europeans that demand peace.

The solution to this unjustifiable escalation of military violence is not more violence, the solution is political, based on the principles of common, collective security concepts which prioritise the well-being of all peoples and the respect of human rights and international law. We join forces with the peace and social movements across the continent to stop this irrational war, we call upon European citizens to take the streets in the name of peace and we stand with the people of Ukraine that are forced to leave their homes. Weapons and wars should belong to the past, the future of Europe and humanity must be peace!

European public opinion, as Eurobarometer demonstrates in each survey, is by far in favor of a Europe of peace, human rights, democracy and against nuclear weapons. More than 85% of Europeans are in favour of these, which reveals the contradiction between people’s desires for Europe’s future and policy makers’ decisions. The current crisis is an expression of the deep, unresolved contradictions of the European security situation. Since the end of the Cold War, Europe consists only of capitalist states. There are imperialist contradictions between the states, amplified by their unequal economic and military power.
We reject any policy that returns us to a policy of blocks and a new Cold War. We oppose NATO expansion in European soil and their military rhetoric. Europe needs and wants a peaceful path to resolve conflicts.

NO TO WARMONGERING, YES TO DIPLOMACY

Fighting for peace has been a long tradition in Europe. The radical left has been a pacifist, anti-militarist and anti-imperialist left since its beginnings. It opposes all chauvinist, racist, neo-colonialist, and war-justifying propaganda of governments, capital, and media. To oppose the creation of enemy images does not mean to approve the policy of a government. We call upon all progressive forces and citizens to raise their voices for de-escalation. We call for animmediate end of confrontational rhetoric and military action and threats: By continuing with these tactics, war and military conflict threaten our whole continent and extend the suffering of the peoples of Ukraine! The priority should always be to stop the war!

The peoples of Europe know too well what war and its terrible consequences mean. The EU is currently suffering due to the devastating COVID-19 pandemic and its catastrophic management. We mourn more than 2 million dead over the last two years. The pandemic affects the lives of millions and is reshaping the economies. In this conjunction, we consider the increase of military expenses, fueled, and justified by the increase of military tensions and the warmongering rhetoric, unacceptable. It is an outrage that during the current lethal pandemic, military expenses increase from 1.63% to 2.2% of the global GDP. Military conflict is not the only challenge to the security of Europe’s people. The dire consequences of climate change can already be felt in our continent and both these crises are amplifying structural inequalities in the EU, Europe, and the world. Although not included in most of the international environmental agreements, such as the Paris Climate Agreement, the military-industrial complex is one of the biggest polluters of our planet and war the most devastating strike on nature’s integrity.

Valuable resources that could help irradicate inequalities in the health and social systems of EU countries, as well as the renewal and resilience of infrastructure, are spent on the prospect of a prolonged war that would be detrimental to the peoples of the EU and Europe. This has to stop!

ENDING A NEW COLD WAR TO PREVENT ANY WAR

The opportunity that existed after the end of the Cold War to create a pan-European peace and security system was not seized. On one hand, NATO continues to exist, tying the security and military policies of 22 of the 27 EU members to the United States; and on the other hand, pan-European and inclusive structures such as the Council of Europe and the OSCE have been marginalised and pushed out of public perception by NATO, the G-7 and the EU itself. European security policy is in a multiple crisis.

Ukraine is only one of several hotspots where conflict potential is condensing and diplomatic management of individual crises in the acute stage is not sufficient to defuse them. Europe needs a security architecture that fairly considers the interests of all European states. The upcoming 50th anniversary of the Conference on Security and Co-operation in Europe (OSCE) is an opportunity for renewal and a chance to adopt an updated Final Act setting out the cornerstones of European security. In the sense of open diplomacy, peace movements, NGOs, and the civic society from all over Europe (and not only the EU) should be involved in the preparation and implementation of the conference not only as an accompanying programme, but rather as equal partners.

Mastering the challenges of the future in peace will only be possible if Europe leaves the Cold War logic in the past and collectively faces the future. The EU needs to start elaborating a new independent security strategy inclusive to its neighbours! The unbearable costs of war are always paid by the working classes. The arms industry must no longer enjoy impunity, making millions in revenue while destroying the planet and depriving the youth of their right to a peaceful future. The youth of Ukraine and Russia are now ripped from the families and send to fight in a war that serves oligarchic interests and threatens their lives and future. We stand with their families and loved ones, of all those drafted to the military because of this irrational war and oppose the patriarchal set of mind that calls to violence.

FOR AN INDEPENDENT EU PEACE AND SECURITY STRATEGY

It is impossible to talk about the strategic autonomy of the EU when the majority of the EU Member States are members of NATO. The development of an EU security policy identity must go hand in hand with the dissolution of NATO and the withdrawal of American troops and especially nuclear weapons. For an independent EU Peace and Security Strategy and hence a peaceful Europe, the EU must free itself from the security policy paternalism of the USA.

The EU is a global player. It must focus on achieving climate goals, leading a socially just transition from fossil to sustainable energy, realigning its trade policy towards the Global South, respecting, and implementing the UN Refugee Convention in its refugee policy. The status of neutral and nonaligned members of the EU, as explicitly recognized in the Lisbon Treaty, should be revisited, hence it expands the EU’s diplomatic possibilities to play a constructive role in the tensions that are now increasing.

We appeal to come back to international law under the UN as the basis to resolve this conflict. NATO is the only multinational security system that acts on the international stage in violation of the explicit mandate of the Charter of the United Nations. This makes it a threat to peace, as demonstrated by its “operations”, in Europe, Asia, and Africa, which have generated destabilization, destruction and setbacks in the full exercise of the social and human rights of people in the intervened areas.

EUROPE A NUCLEAR WEAPON FREE ZONE

We demand that all European states join the Treaty for the Prohibition of Nuclear Weapons, as European peoples demand by full majority according to any survey that has been conducted on the issue. In addition, we advocate for a nuclear-weapon-free and militarily diluted zone in the whole of Europe, from the Mediterranean to the Baltic and the Northern Sea as the first step towards a nuclear weapons-free Europe. We demand that the USA re-enters the Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty and that both Russia and the USA refrain from re-entering antagonist nuclear weaponization races. A world without nuclear weapons is a safer world for all!

In short, we call for:
• An immediate stop of Russian military attack on Ukraine. Respecting the sovereignty of peoples, we reject military action and threats against a sovereign state, as well as any border change by way of military aggression.

• An immediate stop of warmongering rhetoric and tactics and return to the diplomatic tables.
• The mediation of the OSCE and the UN to stop any military action and deploy all diplomatic tools under UN legal framework and the drafting and implementation of a new peace agreement.

• The EU to take the initiative and propose a broad pan-European conference, including Russia, on peace and collective security, in order to achieve a comprehensive resolution of the crisis in all its dimensions. What was possible during the Cold War at the Helsinki Conference is even more necessary today.

• The EU to resume negotiations on multilateral and comprehensive disarmament, including nuclear and intermediate-range weapons.
We appeal to the people of Europe to stand with strong peace and human rights values, knowing that defending peace is the only way to a world that shares that war never resolves conflicts but creates new ones.

L’avventura dei Quaderni del CIPEC curati da Sergio Dalmasso nasce nel lontano aprile 1995 con il quaderno numero 1 dedicato a Lucia Canova. Ecco un passo di cosa racconta Lucia Canova a Dalmasso in una sua intervista trascritta nel quaderno 1 e in seguito in un video documentario dell’amministrazione provinciale di Cuneo e del Comune di Garessio, mostrato di seguito.

Lucia Canova comunistaSe mi guardo indietro e mi domando la ragione del mio essere comunista non posso attribuirla tanto alle mie letture giovanili – Marx e Gramsci li ho letti molto più tardi – quanto alla sensibilità che avevo fin da bambina di cogliere l’ingiustizia profonda che si nasconde nelle pieghe delle differenze sociali.

Nacque presto in me un senso di ribellione; volevo lottare per dare a tutti la possibilità di vivere meglio, di migliorare ed emanciparsi, di scrollarsi di dosso l’ignoranza; per me essere comunista voleva dire tutto questo“.

Lucia Canova nasce il 16 marzo del 1904 a Garessio (Cuneo). Fin dalla prima giovinezza partecipa attivamente alla vita politica del suo tempo.

Nel 1921 è al Congresso di Livorno dove avrà luogo la scissione del Partito Socialista e la fondazione del Partito Comunista Italiano a cui Lucia aderirà immediatamente. Perseguitata e imprigionata durante il Ventennio fascista, dopo l’8 settembre 1943 darà il suo contributo al CLN (Comitato di Liberazione Nazionale) locale.

Candidata alla Costituente, nel 1950 viene eletta consigliere provinciale.

Lucia Canova muore nel novembre del 1999. Per l’intensità della sua passione politica e il coraggio dimostrato durante la sua lunga esistenza viene ricordata come la “Pasionaria” dell’Alta Val Tanaro.

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Storia di Rifondazione comunista

di Diego Giachetti

Rifondazione Comunista Dalmasso

Se le memorie, i “mi ricordo” e i “secondo me” spesso non si conciliano e Libro Sergio Dalmasso sulla Storia di Rifondazione Comunistaannullano la costruzione di una conoscenza condivisa e attendibile, la storia e la storiografia possono impegnarsi a chiarire l’andamento dei fatti in tutti i loro risvolti. Non è cosa da poco, anzi è essenziale ed è ciò che Sergio Dalmasso ha fatto con questo libro sulla storia di Rifondazione comunista (Redstarpress, Roma 2021) nel decennio compreso tra l’ascesa del movimento dei movimenti e la chiusura del giornale «Liberazione» nel 2011. Una storia ancora in farsi, difatti Rifondazione comunista vive ancora e se ne trova anche traccia nelle molteplici anime sparpagliate della diaspora di quel settore della sinistra. Trent’anni di vita di Rifondazione comunista sono la sofferta verifica empirica delle difficoltà a fare i conti col fallimento dei tentativi novecenteschi dell’uscita dal capitalismo. È un problema che riguarda tutti, sia quelli “dentro” che quelli “fuori”, a testimonianza che la difficoltà non è stata superata cambiando strumento e sigla.

L’autore affronta il secondo decennio di vita di questo partito sfuggendo con eleganza alla lusinga ingannatrice del presentismo storico che ipoteca il passato nell’odierno senza divenire. Non ha voluto fare il “tifo” per questa o quella posizione, né impugnare la bacchetta del maestro che giudica e interpreta. Uno sforzo di avalutatività ammirevole da parte di chi ha partecipato alla storia narrata, per lasciare il posto ai “protagonisti” con le loro analisi, interpretazioni, strategie e tattiche politiche, così come sono emerse nel corso del farsi degli eventi raccontati.

Rifondare è difficile

Il libro si pone in continuità col precedente lavoro, pubblicato nel 2002, nel quale aveva ricostruito la storia dei primi dieci anni di vita di Rifondazione comunista, con un titolo premonitore circa le difficoltà che l’impresa incontrava e avrebbe incontrato: Rifondare è difficile (Centro di documentazione di Pistoia-Cric editrice). In quel lavoro aveva ricostruito i passaggi politici più importanti della vicenda inserendola nella cornice nazionale e internazionale: crollo del muro di Berlino (1989), fine dell’Unione Sovietica (1991), scioglimento del Pci, nascita del Partito democratico di sinistra e, per reazione contraria, costituzione del Prc. Si avviò la rifondazione mentre la storia voltava le spalle e procedeva sulla via della restaurazione neoliberista, della globalizzazione capitalistica, con la lotta di classe rovesciata dall’alto verso il basso.

Il termine “rifondazione” connotava l’intenzionalità del disegno politico. Non si trattava di ricostruire il partito comunista, ma di rifondarlo, considerando conclusa l’esperienza cresciuta in un arco storico del secolo Novecento. La fine per scelta presa a maggioranza del Pci segnava la cesura con una parte importante della storia contemporanea italiana. D’altro canto, chi non si rassegnò al progetto dei democratici di sinistra, intraprese un percorso di rifondazione in un contesto nazionale e internazionale segnato da una netta inversione dei rapporti di forza tra le classi a tutto vantaggio di quelle dominanti. Col senno di poi si può dire che allora era già in corso l’offensiva neoliberista, ma non era ancora paragonabile alla “sfacciataggine” assunta con la crisi del 2007-2008, con le relative politiche di austerità decise e invasive. Anche il movimento operaio, i suoi sindacati e la sinistra stavano mutando pelle, tuttavia ancora rimanevano parti consistenti di strutture organizzate della classe lavoratrice e la frattura tra la sinistra e vasti settori sociali non aveva ancora le dimensioni odierne. Rifondazione poteva quindi proporsi di operare per riorientare le forze del movimento operaio e rilanciare le lotte in una prospettiva antisistema, combinando resistenza e offensiva politica, costruire il partito nella pratica quotidiana delle lotte e produrre ricerca teorica più che mai necessaria per orientarsi in un contesto nuovo rispetto agli assetti geopolitici che avevano regolato il mondo dopo la Seconda guerra mondiale.

La storia continua

Il libro appena pubblicato racconta di un partito che ha dovuto rapportarsi con sedimentazioni di culture politiche non sempre omogenee tra loro, perché provenienti da forme organizzative e ideologiche diverse. Un processo di ricostruzione che ha comportato, in determinati e difficili passaggi, rotture, lacerazioni nei gruppi dirigenti e nella base, che l’autore indaga e descrive così da consentire, per chi vuole farlo, una riflessione sulle vicende accadute, trarre un bilancio e “rifondare” una memoria collettiva del proprio passato, che recuperi solidarietà e appartenenza.

Alle soglie del nuovo millennio Rifondazione comunista è partecipe e protagonista del movimento altermondialista, presente nel corso delle giornate di protesta genovesi dell’estate 2001. Si intravvede la possibilità di fare un salto di qualità e quantità nella partecipazione ai movimenti contro le politiche neoliberiste e dell’Unione europea, per dare linfa a un soggetto rivoluzionario che integri le nuove forze movimentiste giovanili, nelle quali Rifondazione si qualifica per credibilità e presenza con la sua organizzazione giovanile radicata dentro il movimento dei movimenti. Partecipa attivamente ai successivi movimenti contro la guerra e non solo. Il sindacato metalmeccanici della Fiom-Cgil manifesta contro le politiche di concertazione con le scelte padronali e governative; la stessa Cgil, attaccata dal governo di centro destra presieduto da Berlusconi, organizza nel 2002 una grande manifestazione (si disse di tre milioni di manifestanti a Roma) per la difesa dello Statuto dei lavoratori. Sull’onda di queste mobilitazioni il partito promuove un referendum per l’estensione ai lavoratori delle piccole aziende delle tutele dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, che non ottiene un risultato utile perché solo il 25% degli aventi diritto va a votare.

L’insieme di questi eventi consolida nella maggioranza del gruppo dirigente la convinzione che i movimenti in atto possano giocare un ruolo nel rapporto tra il nuovo centro sinistra (Ulivo) e Rifondazione a livello programmatico e di governo. Si ripropone a livello di tattica elettorale il “vecchio” tema della scelta tra presentazione autonoma o in coalizione. Una scelta coatta, imposta da un sistema elettorale bipolare con la partecipazione ad alleanze di centro-sinistra e a governi, dimostratisi poi incapaci di produrre trasformazioni reali e sempre condizionati dai poteri economici. Scelta che si rivela inefficace, quanto quella di un posizionamento politico estraneo allo scontro fra i due poli, che porta all’esclusione dalla rappresentanza parlamentare.

L’éclatement

Nell’immediato la scelta della coalizione nelle elezioni politiche del 2006 ha un successo elettorale rilevante: 2 milioni e mezzo di voti, pari al 7,4%, 41 eletti alla Camera e 27 al Senato per Rifondazione. Un’altra volta l’esito dimostra che il partito ottiene risultati elettorali migliori quando unisce la sua partecipazione alle lotte in corso con la presenza elettorale della sinistra nel centro sinistra; era già accaduto ai tempi della desistenza. Funziona la combinazione di diversi settori di elettorato della sinistra che sottostanno alla spinta unitaria mossa dallo spauracchio del centro destra, al governo con presidenza Berlusconi. Un’esigenza avvertita che ha il suo limite nel “meno peggio”, cioè il chiudere più di un occhio verso politiche antipopolari, interne ed estere, adottate dalle forze di maggioranza del centro sinistra. Nel secondo governo Prodi che si forma, Rifondazione vi entra a pieno titolo, ma ben presto le contraddizioni tra aspettative e provvedimenti governativi stridono. È che ormai si è dentro un sistema che non nega i conflitti e le tensioni, ma li risolve al suo interno, cancellando ogni possibilità di trovare soluzioni trasformative del contesto sociale dato.

Alle elezioni politiche del 2008 la lista Arcobaleno, che riunisce Rifondazione, il Partito dei Comunisti Italiani, i Verdi ed altre forze, non supera lo sbarramento del 4%. Né vanno meglio altre due liste di fuoriusciti: Partito comunista dei lavoratori e Sinistra Critica, rispettivamente allo 0,5 e allo 0,46%.

Per la prima volta nella storia del dopoguerra la sinistra non riesce ad eleggere alcun rappresentante in Parlamento. Le ricadute sono pesanti e di lungo periodo in Rifondazione e non solo. Il gruppo dirigente si divide e il congresso del luglio 2008 conta un disaccordo quasi paritario del partito. È il tempo della demoralizzazione dei settori militanti che si erano impegnati nel progetto politico organizzativo. Calano gli iscritti: 87 mila nel 2007, 71 mila nel 2008, 37 mila nel 2009. Si prospetta una unità federativa con altre forze della sinistra radicale, si cerca di tenere assieme quel che resta dopo la sconfitta. Una parte del gruppo dirigente regge, si oppone allo scioglimento del partito, prova a ricostruire un tessuto di militanza e di partecipazione in una situazione più difficile di quella già non facile degli anni precedenti. Con la chiusura del quotidiano «Liberazione», sul finire del dicembre 2011, si conclude anche la storia di Sergio Dalmasso. Non la discussione su che cosa fare e come organizzare un soggetto politico alternativo indipendente e autonomo dal polo del centro sinistra, che prosegue e attraversa quest’ultimo decennio, per trovare una via d’uscita da una società bloccata nel cambiamento di indirizzo sociopolitico e culturale.

21 Novembre 2021

Fonte dallapartedeltorto

Confessione comunista

Confessione di un comunista

La confessione di un comunista

 

Abbiamo un GOVERNO che va da LEU (Liberi e Uguali) a Salvini, dal PD a Berlusconi, passando per i 5 stelle. Chi ha sperato in diverse politiche sociali o nella riconversione ecologica dovrebbe ricredersi.

Ci hanno detto per un quarto di secolo: “Tutt* contro Berlusconi” e con Berlusconi hanno governato tre volte (governo Monti, Letta, Draghi).

Hanno urlato contro Salvini e con lui governano.

Predicano la pace e hanno votato:

– GUERRE in Iraq

– massacro della Jugoslavia/Serbia

– guerra in Afghanistan (con i risultati che si vedono oggi)

– spartizione della Libia, consegnata ai signori della guerra

– aumento progressivo delle SPESE MILITARI

Hanno PRIVATIZZATO come non mai (non bisogna essere ideologici, ma “moderni”)

Hanno cancellato la scala mobile

Hanno massacrato lo STATUTO DEI LAVORATORI (dopo aver urlato contro Berlusconi che voleva farlo)

Hanno spezzettato il paese, con la riforma del TITOLO V e il regionalismo differenziato (e la Costituzione più bella del mondo?)

Hanno costituzionalizzato il pareggio di bilancio (idem)

Hanno finanziato le SCUOLE PRIVATE (e l’art 33?)

Hanno aziendalizzato la SCUOLA

Hanno operato tagli continui alla SANITA’ pubblica (dalla destra a Monti, da Prodi a Letta a Renzi)

Hanno accettato il peggior REVISIONISMO STORICO, sino alla equiparazione nazismo/comunismo (senza alcuna discussione sulla storia di questo)

Nessuna modificazione di esercito, forze dell’ordine la cui formazione e ideologia è sotto gli occhi di tutt* (pensate alla promozione degli autori dei fatti di Genova 2001).

Questi fatti (non continuo nell’elenco) dovrebbero implicare:

– un taglio netto con la destra, antidemocratica, populista, fascio- leghista

– un taglio netto con chi governa con lei e ne ha accettato le logiche (guerre, privatizzazioni, distruzione dell’opposizione operaia, revisionismi…)

– il tentativo di costruzione di una ALTERNATIVA credibile, unitaria, razionale che riprenda le parti migliori delle nostre storie e le coniughi con l’ecologia politica, il pensiero di genere, l’internazionalismo, l’altermondialismo.

– L’UNITA’ di AZIONE, a livello politico, sociale, culturale contro il governo delle banche e della Confindustria che unisca formazioni politiche, sociali, sindacali, ecologiste…

Questo non è accaduto. Ognun* coltiva il proprio orticello, Ognun* è più comunista, a sinistra, con il popolo, femminista, avanzat* di altri.

Quanto sta accadendo, anche in vista delle prossime amministrative del 4 ottobre, produce disperazione:

– in alcuni casi, si continua l’internità al centro-sinistra, per battere le destre, incidere sui programmi, spostare l’asse a sinistra. È comprensibile, davanti all’egemonia delle destre, ma non tiene conto di decenni di fallimenti, scissioni e del fatto che le destre crescano anche per mancanza di alternative (ricordate il Prodi 2?)

– in altri si riproduce la frammentazione demenziale che raggiunge livelli da barzelletta: Sei liste esterne al PD a Milano, otto a Roma, divisi a Bologna e Napoli. Meglio a Torino, ma con un candidato e tre liste (perché “dobbiamo contarci”).

La frammentazione politico- elettorale, come quella sindacale, non fa che rafforzare un falso realismo e la logica del “Meno peggio”).

È frutto del sistema elettorale, ma anche di ideologismi, estremismi, particolarismi che ben oltre mezzo secolo di “nuova” sinistra ha sempre assurdamente riproposto.

Ho pensato spesso che dopo il 18 aprile 1993 (referendum Segni, Pannella, Bonino, Occhetto, Fini, Bossi) sarebbe stato più saggio, leggere libri, fare viaggi e sport, sentire Bob Dylan.

Scusate la lunghezza di questa triste CONFESSIONE.

***

Caro Sergio :

Come si potrebbe uscire da questo angolo cieco ?

Sistema elettorale proporzionale, meno settarismo e autoreferenzialità in quanto resta della “sinistra”, lungo cammino, nel deserto, per anni e anni, ritorno non dogmatico ai fondamentali.

Caro Sergio :

Che fare ?

Predicare razionalità, abbandonare settarismi… La candidatura Angelo d’Orsi per le comunali a Torino è positiva, anche se goccia nel deserto.

Facebook, 4 settembre 2021

Sergio Dalmasso

 

Eticità partita

L'eticita' di una partita. Italia Inghilterra

L’eticità di una partita

di Franco Di Giorgi

 

Italia-Inghilterra: l’abbraccio tra Mancini e Vialli, in lacrime a fine partita (FOTO Antonio Sepe)

In un suo interessante saggio, lo storico Emilio Gentile, attraverso un’amplissima base di fonti, conduce un’analisi dettagliata delle ragioni che hanno condotto alla Grande Guerra e con essa, come suona il titolo stesso dell’opera, all’«apocalisse della modernità»: ragioni non soltanto politiche e militari, ma soprattutto culturali. Tra queste emerge su tutte quella che egli sintetizza nel concetto di «eticità della guerra», consistente nella convinzione che l’idea o la realtà della guerra contengano in sé inseparabilmente un momento etico-formativo. In effetti, considerando i gravi strascichi che quel conflitto mondiale lascerà, e riprendendo una tesi di Simone Weil sulla guerra, non si può non constatare, dice ancora lo storico in un altro saggio (Contro Cesare. Cristianesimo e totalitarismo all’epoca dei fascismi), un’intrinseca parentela della statolatria fascista con la guerra, «proclamata e venerata come fondamentale esperienza di vita».

Ora, vista l’assurdità di questa credenza, non si può non essere d’accordo con la critica che la Arendt ne fa ne Le origini del totalitarismo, definendola un’interpretazione sofistico-dialettica della politica, un’acrobazia dialettica, addirittura una superstizione. L’enormità però non consiste tanto nell’eticità della guerra in sé, poiché ogni azione, persino la più brutale, nel bene o nel male (lo apprendiamo dalle testimonianze dei superstiti), è in grado di generare un momento etico-formativo. L’irragionevolezza dialettica risiede piuttosto nell’idea illogica e innaturale che un momento etico-formativo, e quindi pedagogico, non possa che generarsi dall’azione violenta, dalla guerra, e che proprio per questo essa verrà assunta dall’ideologia fascista come una fondamentale esperienza di vita propedeutica all’incontro fatidico con la bella morte. Sicché, da questa assurda prospettiva bellicista, la guerra, il pólemos, come ritenevano a loro modo Eraclito, Lutero, Hegel e Nietzsche, risulterebbe necessario o indispensabile: in ogni caso un evento imprescindibile se si deve rivelare o salvare l’anima dell’uomo, se si intende giungere a quel momento formativo, se si vuole rafforzare la coscienza e il corpo degli individui. Se assumiamo questo momento pedagogico come il “positivo”, allora l’evento guerra, per essenza “negativo” a causa della sua terribilità, non potrà che essere conditio sine qua non del positivo. E questo è assurdo, oltre che inaccettabile. La storia del XX secolo ci ha insegnato a sufficienza l’infondatezza di una tale convinzione, rivelandola, appunto, una superstizione.

Ebbene, la finale degli Europei di calcio giocata a Wembley, la partita vinta dall’Italia contro la baldanzosa Inghilterra della Brexit, proprio in quanto forma sublimata di una battle, suggerisce che anche l’esultanza, la gioia e la festa possono rappresentare un momento eticamente rilevante, un’occasione di autenticità, di identità e di appartenenza altrettanto profonda e viva quanto quella che si dà con lo stato nascente nel sentimento amoroso, o con l’angoscia della morte durante la guerra. Si pensi solo all’esperienza rigenerativa vissuta da Novalis dinanzi agli occhi infiniti della sua giovane fidanzata, o a quella del principe Bolkonskij sotto il cielo immenso di Austerlitz in Guerra e pace di Tolstoj.

Non c’è pertanto alcun bisogno di ricorrere necessariamente alla guerra per garantirsi l’esaltante esperienza di vita auspicata dal fascismo. Concezione, questa della necessità del negativo, le cui radici si possono rintracciare in quell’«ideologia della morte» che Domenico Losurdo scopre nel cuore tenebroso dell’Occidente, nell’Europa imperialista e colonialista. Nella sua forma speculativa essa è rilevabile soprattutto in Heidegger, come pure, andando a ritroso, in Patmos di Hölderlin, nella pedagogia delle dittature, ossia nel Drill, nella teologia luterana della croce come unica possibilità di salvezza, nelle Predigten di Meister Eckhart, in Agostino, in Paolo, in Gesù stesso, che doveva necessariamente sacrificarsi per il bene dell’umanità, e infine in Giobbe, nel giusto per antonomasia, la cui salvezza però non poteva essere ottenuta senza aver prima subito l’ingiusto patimento, secondo la logica tutta occidentale della necessaria priorità del negativo.

Anche il gioco, dunque, in quanto forma di contesa sublimata dall’impegno culturale, anche il ludus – come vediamo in questi giorni di genuino entusiasmo sportivo, in cui la gente, in barba alla variante delta, festeggia esultante per le strade di tutte le città italiane (e non solo italiane) –; anche il gioco può dunque suscitare entusiasmo vitale, affratellamento, senso di unità, di collettività, sentimenti che i totalitarismi sanno imporre solo con il terrore e con la coercizione. Tuttavia, a voler essere pessimisti, anche se questo ludere, se questo festeggiare, si risolvesse solo in un’illusione, non ha importanza. L’importante è che si possa continuare a giocare, a prendere sul serio il gioco e a rispettare le sue regole. Tutto, purché non si ritorni, per usare ancora qualche espressione della Arendt, a scambiare il cinismo per saggezza, a covare l’odio indefinito per tutto e per tutti, cioè il nietzscheano odio profondo e impersonale, purché insomma non si continui a pensare alla superstizione della guerra e al suo inevitabile carico di morti come sola modalità per esperire più a fondo la vita.

Ivrea, 17 luglio 2021

AVANGUARDIA OPERAIA

 

Volevamo cambiare il mondo

In “La Sinistra in Zona / CostituzioneBeniComuni”, Finalmente un libro su Avanguardia Operaia, 4 aprile 2021.

Volevamo cambiare il mondo. Storia di Avanguardia Operaia 1968-1977, (a cura di) Roberto Borcio e Matteo Pucciarelli, ed. Mimesis, 302 p., 2020.

E’ numerosa, anche se non numerosissima, la pubblicistica sulle formazioni della nuova sinistra (o estrema sinistra o sinistra extraparlamentare) italiana. Numerosi i testi su Lotta Continua, indubbiamente la formazione che ha maggiormente espresso, in positivo ed in negativo lo spirito del periodo storico, non pochi, soprattutto presso Derive e approdi, quelli sull’operaismo che molt* considerano la matrice più originale del neo-marxismo italiano.
Sull’arcipelago marxista-leninisita, gli studi e le testimonianze sono piuttosto datati, propri della fortuna del maoismo in Italia e nel mondo occidentale, legata alle diverse interpretazioni della rivoluzione culturale e del conflitto URSS-Cina.

Avanguardia Operaia recensione di Sergio Dalmasso
Anche su PdUP e manifesto, le formazioni che mantenevano un maggiore legame con matrici della sinistra storica e maggioritaria (ricordate i dibattiti sulla storia del PCI, su Togliatti e il togliattismo, la singolarità e radicalità della sinistra socialista, le polemiche sull’esistenza o meno di un filo rosso?) i testi più noti risalgono a decenni or sono, ma l’interesse per la figura di Lucio Magri (da Il sarto di Ulm, ad Alla ricerca di un altro comunismo, sino alla recente biografia, ad opera di Simone Oggionni), oltre al cinquantesimo del quotidiano hanno riportato alla luce alcuni temi e passaggi.

Su Avanguardia operaia, una delle maggiori formazioni dell’area e certo tra le più significative ed interessanti, mancava uno studio di insieme. Esistevano solamente qualche breve passaggio nel testo di Giuseppe Vettori La sinistra extraparlamentare in Italia (1973) e qualche memoria, oltre all’interessante studio sui CUB torinesi, frutto di testimonianze personali e di racconti di tante vite che confluivano contemporaneamente nella Torino, allora operaia.

Volevamo cambiare il mondo copre, anche se parzialmente, questo vuoto. Il merito è di Giovanna Moruzzi, moglie di uno dei fondatori di A.O, Michele Randazzo, da anni scomparso, e di Fabrizio Billi che cura l’Archivio Marco Pezzi di Bologna ed ha all’attivo numerosi studi, oltre che di Roberto Biorcio, insegnante a Milano-Bicocca e di Matteo Pucciarelli, giornalista di “Repubblica” che hanno curato il testo.

Il metodo scelto ricalca quello della storia orale e della conricerca ed è il prodotto di 110 interviste (tutte consultabili nell’archivio Pezzi), raccolte tra ex militanti e dirigenti del movimento, con una opportuna scelta “scientifica” che ha reso il campione particolarmente realistico (età, formazione, famiglia, occupazione…).

Avanguardia operaia nasce a Milano nel 1967, fra un gruppo legato alla IV Internazionale (Gorla, Vinci) e avanguardie (si diceva così) di alcune fabbriche. Autonomizzatosi dalla IV Internazionale, che, nel 1968, conosce in Italia una crisi frontale, A.O. inizia a costruire i primi CUB nei luoghi di lavoro, cresce nelle facoltà scientifiche (alla Statale l’egemonia è di Capanna), dà vita ad una rivista, inizia i collegamenti con formazioni locali affini, nell’ipotesi di costruire una struttura nazionale che si richiami al marxismo rivoluzionario, in modo non dogmatico alla rivoluzione culturale, che rifiuti lo stalinismo (da qui i dissensi con il movimento della statale e con il MLS) e lo spontaneismo di Lotta Continua.

La formazione ha una progressiva crescita, coprendo quasi tutto il territorio nazionale grazie alla confluenza di tante formazioni locali ed allargando il quadro dirigente (Corvisieri, Rieser, Pugliese…) divenendo una delle tre maggiori formazioni dell’area (con L.C. E il PdUP-manifesto). Nel 1974 nasce il “Quotidiano dei lavoratori” (vivrà circa cinque anni) che si somma agli altri due (in una breve fase anche più) quotidiani dell’estrema sinistra.

In questo periodo, si ha una oggettiva modificazione della linea politica. Se nei primi anni si ha una concezione astensionistica, se I CUB sono letti come contrapposti ai sindacati e la crescita avviene in contrapposizione alle altre formazioni politiche dell’area, ora si opera una svolta per cui si parla di area della rivoluzione, con altre formazioni anche non espressamente leniniste e si aderisce criticamente ai sindacati (CGIL, ma nella particolare situazione del momento, anche alla CISL).

Da questa scelta deriva la presentazione alle elezioni del 1975, in alcune regioni con il PdUP (sigla Democrazia Proletaria), in altre non in alleanza, con la sigla Democrazia operaia. È l’anno della grande crescita del PCI, della conquista delle “giunte rosse”.

Le liste di nuova sinistra si collocano al 2% circa. Significativo il dato di Milano, con l’elezione di tre consiglieri comunali, frutto della grande presenza sul territorio. L’anno successivo, alle politiche, la sigla D.P. raccoglie tutta la nuova sinistra, ma il risultato è modesto (1,5%). L’unità della formazione va in frantumi, davanti alla modificazione della realtà, alla caduta di speranze e di prospettive.

A.O. si divide: la “sinistra”, con parte del PdUP forma Democrazia Proletaria. La minoranza confluisce nel PdUP (segretario Magri).

I meriti del testo

Le 300 pagine del libro sono dense e ricche, anche se diseguali. La scelta è stata quella di non ripercorrere la storia in ordine cronologico, ma di analizzare i singoli temi.

Dopo l’introduzione dei due curatori e l’analisi di Biorcio circa i rapporti fra l’organizzazione, la nuova sinistra e i movimenti, Franco Calamida analizza la vicenda dei CUB, come nuova forma di democrazia (diretta) e di partecipazione dei lavoratori, Marco Paolini le lotte studentesche, Grazia Longoni il movimento delle donne e il suo impatto nell’organizzazione (conflittuale, anche se meno esplosivo che in Lotta Continua), nella messa in discussione della centralità del conflitto capitale/lavoro.

Ha suscitato grande interesse l’analisi di Vincenzo Vita sulla politica culturale, di cui fu giovanissimo responsabile nazionale. Sorprende, oggi, leggere i nomi dei/delle tant* artist*, personaggi dello spettacolo e della cultura che hanno lavorato nella commissione cultura e nelle iniziative sul tema (dalla famiglia Rossellini ad Ottavia Piccolo a Lino Del Fra…).

I due fratelli Madricardo trattano della politica sul territorio (case, affitti, bollette, carovita, costruzione dell’Unione Inquilini) e dell’intervento politico nelle forze armate che riprende la storica tradizione socialista e antimilitarista, tesa a combattere il condizionamento, la distruzione della personalità, l’autoritarismo.

Il tema più delicato è quello dell’antifascismo e del servizio d’ordine, affidato a Paolo Miggiano. Il suo saggio ha prodotto dibattito e interpretazioni anche differenziate.

Ferita ancora aperta è la morte del fascista Sergio Ramelli (si veda, di molti anni successivo, il convegno, anche autocritico, di D.P.) e il violentismo dei servizi d’ordine, indotto e dalle violenze poliziesche e dalla presenza fascista (da S. Babila ai tanti militanti di sinistra uccisi).

Da analizzare resta il rapporto fra gruppo dirigente e un relativo autonomizzarsi del servizio d’ordine (è stato sciolto dopo il caso Ramelli?)

Il libro non pretende di esaurire il tema di una storia esaustiva dell’organizzazione. Il limite di una carenza del quadro complessivo in cui si inseriscono i fatti raccontati è ovvio. Così, alcuni saggi (i lavoratori studenti…) non hanno trovato spazio. Forse altri sudi potranno coprire le parziali lacune. Ancora, non vi è una analisi delle riviste (per anni, per un vecchio principio “egualitario”, gli scritti compaiono senza firma) e del quotidiano.

Il taglio di storia orale ricostruisce il quadro di una organizzazione priva di leaderismi, di quel narcisismo tanto addebitato (ricordo l’analisi di Massimo Bontempelli). Ha il merito di dare una immagine reale della stagione sessantottesca, spesso ridotto con una voluta operazione storiografico-politica a pura violenza (la formula degli anni di piombo è l’unica usata mediaticamente.

Parla, invece, di un fenomeno di massa, della presa di coscienza di masse giovanili, della riscossa della classe operaia, piegata per decenni, della politicizzazione di ceti professionali tradizionalmente conservatori (gli anni di Magistratura democratica, di Psichiatria democratica, del movimento nelle caserme, nella polizia, tra i credenti…).

Parla della crescita del movimento delle donne che chiede l’uscita da una concezione economicistica della politica. Ricorda che gli anni ’70 non sono solamente quelli dei terrorismi (la pubblicistica dimentica sempre quello di destra e il ruolo dello Stato e del quadro internazionale), ma vedono grandi riforme: ente regionale, divorzio, Statuto dei lavoratori, diritto di famiglia, “legge Basaglia”, sanità, aborto,.. e che anche i parziali spostamenti politici (crescita del PCI, giunte di sinistra) sono il prodotto della grande spinta sociale e culturale che in Italia è data dal “68 lungo”.

Ancora ne emerge il quadro di un gruppo molto attento all’organizzazione, alla formazione, allo studio, alla teoria, al confronto anche netto, con altre formazioni, sui “fondamentali”, di un impegno spesso totalizzante. Non credo sia un caso se, tra le tante (troppe) formazioni della nuova sinistra è quella che meno è stata percorsa da pentitismi, carrierismi dei/delle tant* finit* dalla certezza nella rivoluzione a scelte opportunistiche (evito un triste elenco anche parziale).

Il libro offre anche uno spaccato “sociologico”. L’età dei/delle militanti intervistat* era “allora” molto bassa, dai 20 ai 25 anni, e dai 25 ai 30, a dimostrazione di una politicizzazione molto veloce. Le famiglie di provenienza erano in maggioranza operaie o piccolo borghesi. Se forte era la presenza di genitori comunisti, fortissima è la matrice iniziale cattolica che vede una rapidissima e radicale trasformazione.

Un lavoro di cui non possiamo che essere grati a chi lo ha pensato, voluto, costruito con un lavoro certosino (110 interviste). Sarebbe opportuno che i mille filoni in cui si è divisa una storia così significativa usassero questi strumenti per una discussione collettiva, per una riflessione sulle forme di democrazia di base, del tutto in antitesi con i leaderismi populistici di oggi. La storia, in parte ancora da approfondire dell’Organizzazione comunista Avanguardia operaia merita conoscenza, studio e riflessione.

Sergio Dalmasso

Il Lavoratore

Marzo 2021, Il Lavoratore di Trieste

Il lavoratore di Trieste- Sergio Dalmasso: Quei difficili anni Ottanta del PCI

QUELLA GRANDE SPERANZA CHIAMATA RIFONDAZIONE

I difficili anni ’80 del PCI

Vi è chi dice che la fine del PCI dati dalla drammatica morte di Berlinguer (giugno 1984).

I suoi funerali, immensi e commossi, ci presentano un popolo, società nella società, che mai più incontreremo nei decenni successivi e vengono sempre paragonati a quelli di Togliatti (agosto 1964), simbolicamente fine di un’epoca.

La segreteria di Alessandro Natta si presenta come di mediazione, di continuità, ma regge con difficoltà le trasformazioni sociali e culturali, l’offensiva frontale del PSI di Craxi, segni di dissenso nello stesso partito, in cui non mancano le accuse al moralismo e alla rigidità di Berlinguer, le aperture alla socialdemocrazia europea, i primi segni di volontà di superamento di nome e simbolo.

La sconfitta elettorale del 1987 riporta il PCI ai livelli degli anni ’60, prima della ondata di lotte e spinte sociali che avevano prodotto i grandi successi del biennio 1974-1976.

Viene eletto vicesegretario Achille Occhetto che, nonostante il suo passato “di sinistra”, si caratterizza immediatamente per il “nuovismo”, per il prevalere degli elementi istituzionali su quelli sociali.

Queste caratteristiche emergono, ancora maggiormente, l’anno successivo quando Occhetto diventa segretario e imprime una forte accelerazione alle tendenze “americanizzanti” (simbolica l’attenzione mediatica alle foto in cui bacia la moglie), aprendo la segreteria a una nuova generazione.

La cornice “liberal” del nuovo partito porta a una scelta movimentista (pensiero di genere, ambiente, nonviolenza…) che supera la tradizionale attenzione alla centralità del lavoro e ai rapporti di produzione, ad una svolta storiografica che comprende un rovesciamento del giudizio sulla rivoluzione francese, una critica netta alla figura di Togliatti, ad una progressiva apertura alla socialdemocrazia.

In questo quadro, segnato da un netto tentativo di omologazione, dalla certezza che il superamento della “anomalia comunista”, potrà portare a un bipolarismo proprio degli altri Paesi europei, la caduta dei regimi dell’Europa orientale offre ad Occhetto l’occasione per bruciare le tappe.

La “svolta” della Bolognina, significativamente annunciata a partigiani, attori di una storica battaglia (così come la perestrojka fu annunciata da Gorbaciov a combattenti della seconda guerra mondiale), sembra la logica conclusione di un processo avviato da tempo, ma incontra, invece, resistenze molto maggiori e al vertice e nella base (nasce l’interessante movimento degli autoconvocati).

Se qualche opposizione alla linea maggioritaria era venuta da posizioni “ingraiane” (al congresso del 1986 gli emendamenti di Ingrao e Castellina su pace e nucleare), l’unico tentativo di opposizione strutturata e nel tempo nasce dalla componente “filosovietica” o “cossuttiana” (le virgolette sono d’obbligo).

Il primo atto è del dicembre 1981, dopo il colpo di stato di Jaruzelski in Polonia e la dichiarazione di Berlinguer per il quale si è esaurita la spinta propulsiva proveniente dalla rivoluzione sovietica. Cossutta replica: è errato porre URSS e USA sullo stesso piano e dichiarare esaurita la spinta dell’Ottobre sovietico.

Quello di Berlinguer è uno “strappo”; negli anni successivi userà l’espressione ”mutazione genetica”.

Su queste basi, nasce l’agenzia “Interstampa”, si formano nuclei consistenti in numerose federazioni, vengono presentati alcuni emendamenti al congresso nazionale del 1983, ancor maggiormente a quello del 1986, dove la componente critica lo strappo dall’URSS, la mancanza di una opzione antimperialistica, il rapporto con la socialdemocrazia.

Ha un certo seguito l’emendamento che ribadisce che i comunisti operano per il superamento del capitalismo.

La strumentazione di questa area va da riviste, “Orizzonti” che vive un breve periodo, “Marxismo oggi”(dal 1987) alla Associazione culturale marxista che raccoglie grandi figure di intellettuali, emarginati dal “nuovismo” del partito. Al congresso del 1989, per la prima volta, è presente un documento alternativo che raccoglie solamente il 4%, ma infrange l’unanimismo che ha sempre accompagnato le assisi comuniste e sindacali.

PDS e Rifondazione

Dopo la dichiarazione di Occhetto, l’opposizione nel vertice del partito è maggiore di quanto avrebbe immaginato, ma durissima è la reazione di parte della base che si sente improvvisamente privata di riferimenti, certezze. Ancor più grave è avere appreso della decisione dalla TV e dai giornali, come testimoniano le lettere all’“Unità”:

“Ho pianto tre volte, quando è morta mia madre, quando è morto Berlinguer, quando Occhetto ha detto che non dovevamo più chiamarci comunisti.”

“Il PCI non si può liquidare: per noi comunisti convinti, il comunismo è una fede radicata nella storia e se ci togliete la falce e il martello, noi lavoratori a chi potremo mai fare riferimento?”

“Cambiare nome è come cambiare pelle, corpo, cuore.” Occhetto chiede un congresso straordinario che si

svolge a Bologna nel marzo 1990: 66% dei consensi alla mozione maggioritaria che apre il processo costituente di una nuova formazione politica (la “cosa”), 30,6% alla mozione Natta, Ingrao, Tortorella, 3,4% a quella cossuttiana. Tutti i presupposti su cui scommette la “svolta” risultano erronei:

  • nella nuova formazione politica entreranno molte forze esterne, creando un partito di sinistra plurale;

  • in Italia, si formerà un bipolarismo tra una destra moderata e liberale e un centrosinistra progressista;

  • nel mondo, la fine del bipolarismo aprirà un periodo di pace che permetterà di affrontare i nodi sociali e ambientali (è noto il riferimento alla foresta dell’Amazzonia).

L’opposizione ricorda come nessuno di questi punti si stia realizzando ma, nonostante questo, il processo non si arresta. 150.000 iscritt* sfiduciati, non rinnovano la tessera e non partecipano ai congressi. Cossutta parla di “scissione silenziosa”. Il congresso di scioglimento del partito, a 70 anni dalla fondazione, si svolge a Rimini dal 31 gennaio al 3 febbraio 1991. Nuovo nome: Partito democratico della sinistra (PDS) e nuovo simbolo: una grande quercia alla base del quale vi è il tradizionale logo del PCI.

La minoranza decide di unificarsi e usa il significativo titolo di Rifondazione comunista, ma è penalizzata dai tanti abbandoni e dalla scelta per la maggioranza di Tortorella, Ingrao… che decidono di aderire al PDS (“Vivere nel gorgo”). Qualche seguito alla mozione, intermedia, di Antonio Bassolino.

Al termine del congresso, prima che venga proclamato lo scioglimento del PCI e venuti meno gli appelli all’unità e alla federazione, novanta delegat* su 1260 lasciano il salone principale, si riuniscono in un’aula laterale, colma di bandiere del vecchio PCI, dove Garavini, Cossutta, Serri, Libertini, Salvato annunciano la nascita del Movimento per la Rifondazione comunista.

Gli stessi, con Guido Cappelloni e Bianca Bracci Torsi, confermano, davanti a notaio, con atto pubblico, la continuità del partito comunista. Nessuno scommetterebbe sulle dimensioni che questa formazione assumerà.

Il gruppo dirigente PDS guarda quasi con favore il distacco dell’ingombrante ala nostalgica e filosovietica. La rottura immediata serve a negare la filiazione diretta tra PCI e PDS, a far leva sull’elemento simbolico, sul patriottismo di partito contrapposto al discorso sull’unità, sulla fiducia nel gruppo dirigente, sulla volontà di mantenere unita una comunità, usato fortemente dal gruppo dirigente.

Rifondazione nasce sulla spinta e la volontà di un popolo comunista non omologato, su esigenze anche diverse, dal ricostruire il partito di Togliatti e Berlinguer alla necessità di ricercare direttive e metodi diversi, capaci di declinare le spinte di classe con le grandi emergenze (ambientalista, pacifista, di genere, altermondialista…) e si trova, da subito, a doversi misurare con una situazione modificata in peggio da:

– crisi frontale del movimento comunista ed esaurimento della stessa socialdemocrazia;

– crisi del paradigma antifascista e della discriminante verso il MSI, a livello culturale, politico, storiografico, di senso comune;

– crollo del sistema della “prima repubblica”, con gli scandali di Tangentopoli;

– sostituzione del sistema elettorale maggioritario a quello proporzionale, giudicato responsabile di ogni difficoltà e di ogni male.

Rifondazione deve navigare tra queste difficoltà e questi problemi inediti, a iniziare dal tentato colpo di stato in Russia, nell’agosto 1991, sul quale si registrano posizioni divergenti nel gruppo dirigente, mediate da Garavini, sino alla diversa interpretazione dei rapporti con le altre formazioni di sinistra (Verdi, Rete, sinistra PDS) e dell’identità di partito.

Alcuni contrasti emergeranno nel congresso costitutivo (Roma, dicembre 1991), ma torneranno nella gestione successiva che pure produrrà risultati positivi, dalle elezioni del 1992 (5,6% alla Camera, 6,5% al Senato), alle amministrative del 1992, al tesseramento (superato il numero di 120.00 adesioni, sino alla caduta di Garavini – luglio 1993).

Questa prima fase, pur nella sua eterogeneità, resta una delle 17 migliori di Rifondazione: volontà di confrontarsi, di capire, fine delle certezze, desiderio di ricominciare, di non arrendersi, certezza di poter offrire alla sinistra, non solamente italiana, una forza politica non minoritaria, legata alla propria storia, ma non dogmatica.

Possiamo dire: Ci abbiamo provato. Nonostante tutto, proviamoci ancora. (fine della prima parte)

Articolo pubblicato nel marzo 2021 in Il Lavoratore di Trieste.

Sergio Dalmasso