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Riccardo e Cecilia

Per un 25 aprile alternativo. Un contributo del professor Di Giorgi all’amico partigiano Riccardo Ravera Chion

 

Inviato da Mario Beiletti, Presidente ANPI Ivrea e Basso Canavese

Cari Riccardo e Cecilia

Riccardo e Cecilia Riccardo, Cecilia e Franco

ci piace ricordarvi sempre così, come in questa foto, scattata nell’estate di una decina di anni fa nell’ampio giardino antistante alla vostra bella e accogliente casa di Chiaverano.

Ogni volta ci riempie di orgoglio gioioso il poter rievocare assieme ad altri la vostra amabile e sorridente accoglienza fatta di premure e di affetto, di calore e di braccia aperte.

La vostra festosa ospitalità restava sempre imperturbabile e soprattutto convinta della propria vittoria, nonostante che i tempi cercassero di rimetterla in discussione.

Da voi e con voi ci si sentiva subito come a casa propria, tra persone care, specie dinanzi a un bicchiere di ottimo vino canavesano. Ci si sentiva più giovani e più ardimentosi, perché ci trasmettevate l’essenza dello spirito giovanile e rivoluzionario che muoveva il corpo e la mente dei partigiani.

Ecco perché ci facevamo latori e mediatori, vi mettevamo a confronto con i giovani di oggi: per vedere se, malgrado il mutar dei tempi, quello spirito ribelle e rivoltoso fosse in qualche modo ancora presente in essi.

I vostri racconti, così densi di avvenimenti decisivi, così pieni di vita, di dolore e di gioia estremi, ci stupivano perché ci facevano intravedere scenari che noi, dal nostro quieto e fosco presente, non avremmo mai neppure immaginato.

Eppure – ecco quanto più ci preme dire –, per quanto fossero così intrisi di sangue, di fango e di verità storiche, di verità che tutti noi abbiamo abbracciato e fatte nostre assieme alla Costituzione, questi vostri racconti ci commuovevano per la passione che trasudava dalle loro parole e per l’espressività vitale che le accompagnava.

Raccontavano di momenti decisivi della vostra vita che sono stati momenti fondativi di tutta la nostra vita associata.

Eppure lo stupefacente per noi consisteva nel fatto che azioni così nobili, importanti e pericolose fossero state compiute da persone assolutamente semplici come voi.

Ecco, più che la durezza delle difficoltà che avevate vissuto, sempre a bivaccare, in quel periodo, nel bivio tra la vita e la morte, era proprio questa vostra semplicità che destava in noi profonda meraviglia: una semplicità che per noi assurgeva subito a dignità, perché con il contributo di persone così, semplici e vere, uomini e donne dal cuore puro, e quindi naturalmente antifascisti, l’Italia era stata rifondata, era diventata una repubblica democratica.

Più che a debellare definitivamente il nazifascismo, cioè il virus della mente, con la vostra tenacia siete certamente riusciti quanto meno a resistere e a metterlo in quarantena.

Ed è sicuramente un futuro di quarantena che per noi già oggi si profila a causa dell’attuale conflitto contro il virus del corpo, il Covid-19. Virus, da vis, azione violenza, e vir, uomo (maschio).

(Franco Di Giorgi)

9 aprile 2020

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Riccardo e Cecilia Ricordo del partigiano Riccardo Ravera Chion - Franco Di Giogi

Infedeltà

icona pdfGIURAMENTO DI INFEDELTÀ ALLA COSTITUZIONE

di Franco Di Giorgi

FRANCO DI GIORGI

Alla luce della fiducia posta dal Senato al governo sul decreto ‘sicurezza bis’ (con 160 voti favorevoli, 57 contrari e 21 astenuti), sarebbe stata del tutto inutile la proposta che i padri costituenti avevano avanzato (e poi definitivamente cassato) in merito all’estensione del giuramento di fedeltà alla Costituzione anche ai deputati della Repubblica.

Alla fine si decise infatti che “I deputati, per il solo fatto dell’elezione, entrano con la proclamazione immediatamente nel pieno esercizio delle loro funzioni.

Tale immissione non è più subordinata alla condizione del giuramento”.

A questo giuramento rimasero invece vincolati il capo dello Stato, i membri del governo, i magistrati e le forze armate. Ecco la formula protocollare: “Giuro di essere fedele alla Repubblica, di osservarne lealmente la Costituzione e le leggi e di esercitare le mie funzioni nell’interesse esclusivo della Nazione”.

Ora, è del tutto evidente (tranne a quelli che non la conoscono e non l’hanno mai letta – ma, nel caso in specie, anche a quei ministri e a quei deputati che su di essa hanno solennemente giurato) che quel decreto (approvato dal Consiglio dei ministri a giugno e dalla Camera a luglio) non è affatto fedele alla Costituzione, poiché viola manifestamente almeno l’articolo 10, il quale al terzo comma suona: “Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge”.

Un decreto che, sul classico modello della carota e del bastone, serve solo ad alimentare e in parte anche ad appagare l’inestinguibile sete d’odio che aumenta nella maggioranza delle persone con il delinearsi sempre più netto e sconfortante del dissesto economico, sociale e politico del Paese; un decreto pertanto che sa solo parlare alla pancia degli Italiani, sempre tanto desiderosi di un uomo (e mai di una donna, almeno in questo senso) che, in qualsiasi modo, sappia assicurare loro, come un buon padre, il cibo. Un alimento, a proposito di pancia, che ha la medesima ingannevole consistenza di quello che ogni giorno viene ammannito sulla mangiatoia virtuale dalle televisioni.

Un provvedimento, pertanto, non solo illegale (non sono bastati due mesi alla Corte costituzionale per rilevarne l’illegittimità?), ma anche immorale, perché del tutto contrario al principio etico della solidarietà cui si ispira sia quell’articolo sia tutta quanta la nostra Carta costituzionale, la quale da questo punto di vista si può considerare un vero e proprio trattato di etica – così, cioè come un articolato di valori etici universali e sovrastorici, essa dovrebbe essere studiata nelle scuole.

Un provvedimento inoltre del tutto inutile, perché non risolve affatto il problema degli sbarchi (tra l’altro in diminuzione proprio in questi mesi), e utile solo come pretesto per dimostrare quanta parziale e limitata verità vi sia nell’idea dei partiti di governo.

Ma proprio in tal modo gli esponenti al governo di questi partiti derogano e hanno derogato sia al testo del giuramento di insediamento sia al comma dell’articolo 10, perché se da un lato svolgono solo in apparenza le loro funzioni “nell’interesse esclusivo della Nazione”, dall’altro anziché creare le condizioni per la realizzazione della legge enunciata da quell’articolo ne creano viceversa delle altre che rendono impossibile l’espressione dello spirito solidaristico.

La questione dei migranti, poi, per l’Italia è del tutto relativa se si pensa che nel 2018, secondo i dati dell’Unhcr, vi sono sbarcate un po’ più di 23 mila persone (il nostro ministro in una lettera a Giuseppe Conte vi fa cenno in termini di “soggetti irregolari presenti nel territorio nazionale”), mentre in Grecia le persone salvate sono state 33 mila e in Spagna 64 mila.

Paesi che, come si sa, si trovano in una situazione economica non certo migliore della nostra.

In ogni caso, lo stupore rispetto a quel decreto nasce più che altro dal fatto che nessun organo dello Stato abbia saputo constatarne tempestivamente l’illegittimità, abbia saputo in altri termini ravvisare ed eventualmente sanzionare in maniera efficace ed esemplare, nelle forme consentite dalla legge, la conclamata infedeltà di ministri e deputati alla Costituzione.

Una di queste forme, anzi la forma etica per eccellenza prevista per questa legge è contenuta nell’articolo 54, al cui spirito etico si ispira esplicitamente il testo del giuramento al momento dell’insediamento, e nel quale si dice in maniera limpida: “Tutti i cittadini [oprattutto coloro che, in quanto ‘eletti’ dovranno esserlo in modo ‘esemplare’] hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi.

I cittadini [si ribadisce infatti nel secondo comma] cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge” (i corsivi sono nostri).

All’interno di uno Stato laico e repubblicano un siffatto giuramento (jus), ossia un tale senso della justitia, non può che fondarsi dunque sul dovere richiamato in questo articolo, dovere che obbliga a una fedeltà alle leggi previste dalla Costituzione e non a quelle divine che discenderebbero dalla Beata Vergine Maria (spesso evocata dal nostro ministro per rafforzare i suoi interventi e per far breccia nell’animo dei suoi fedeli).

L’assenza di decise reazioni istituzionali di fronte a questo molteplice e sfrontato atto di infedeltà costituzionale genera un vuoto surreale che amplifica l’eco di quelle evocazioni.

Ebbene, quando si tradisce la Costituzione fino a questo punto – in quel decreto si legge ad esempio che dovrà essere punito non colui che si astiene ma colui che si impegna a salvare la vita altrui – allora sì, non si può che dar ragione al presidente di Magistratura democratica, Riccardo De Vito, il quale avverte che in tal modo si ripropone, sebbene con procedure differenti, la medesima antilogica che vigeva nei Lager, in cui il mondo, come testimonia Levi, girava ‘alla rovescia’; non si può non condividere inoltre la convinzione della presidente dell’Anpi nazionale, Carla Nespolo, secondo la quale, così facendo, con quel decreto non solo si disattende il dettato costituzionale, ma viene altresì svuotato il significato della democrazia, che ha nell’eguaglianza uno dei diritti umani fondamentali.

Rispetto a ciò, ogni minimo allontanamento da questo valore prelude a una simmetrica approssimazione al razzismo, anche quando questo si presenta nella sua declinazione suprematista. “Quando si tradisce la Costituzione – afferma in particolare la presidente Nespolo – è il momento della Resistenza”.

Anche perché, come un buon nazionalsuprematista, il ministro degli Interni (che non è ancora premier, ma così lo vedono e lo chiamano già alcuni network amici) si serve dei suoi collaboratori (come ad esempio la sindaca di Monfalcone) per mettere il bavaglio a giornali (quali Manifesto e Avvenire) e a riviste (come Civiltà cattolica) che si mostrano restii ai suoi diktat e ai sui sermoni, spesso corredati da rosari e da vangeli, e fatti di battute sarcastiche tanto care alle masse sempre così bramose di divertente semplicità.

Già, di nuovo è il momento della Resistenza.

Perché l’Italia è un Paese in cui la Resistenza non si è mai potuta considerare un capitolo chiuso della storia.

Un Paese in cui alla guerra civile degli anni ‘40 è stata opportunamente applicata la sordina.

Nonostante la memoria storica e l’esperienza acquisita in passato (la storia per gli Italiani non è mai stata maestra di vita), incapaci di migliorare se stessi, sempre suscettibili di un odio vivo, preda di uno schietto entusiasmo per la violenza contro l’altro, contro lo straniero, contro il diverso, essi vivono nella costante attesa di un uomo, di un ‘duce’ scriveva già agli inizi degli anni Trenta Hermann Broch nei suoi Sonnambuli, anche solo di un ‘capitano’, che possa fungere in qualche modo da motivazione, ma anche da comoda giustificazione per possibili azioni che, “senza di lui”, sottolinea lo scrittore austriaco (che ha conosciuto la realtà del carcere nazista), risulterebbero senz’altro folli.

In tal senso non ha tutti i torti Rino Formica quando, a fronte dell’attuale “decomposizione” delle istituzioni italiane, del “deperimento anche delle ultime sentinelle, l’informazione, la magistratura”, in una recente intervista asserisce che “si sta creando il clima degli anni ‘30 intorno a Mussolini” (manifesto 8/8).

Ma come organizzare questa Resistenza, senza far cadere i manifestanti nelle trappole dissuasive preparate ad hoc dal ministero degli Interni con quel decreto?

Questo il compito che attende i movimenti di opposizione democratica nei prossimi giorni.

Due comunque sembrano essere le strategie per affrontare questo nuovo pericolo per la democrazia e per la Costituzione.

Una è quella che sollecita una nuova politica ‘frontista’, cioè quella che, ispirandosi allo spirito della Resistenza, pone come obiettivo primario la nascita di un fronte comune della sinistra: una sorta di “fronte umanitario” che, davanti a questa emergenza delle nuove destre, sappia riunire i partiti della sinistra o del centro-sinistra mettendo da parte le asfittiche differenze.

L’altra è quella che si pone come meta la rifondazione di un nuovo e più moderno soggetto politico che, pur non disdegnando i valori della tradizione della sinistra, sappia confrontarsi con i problemi posti dalla realtà digitalizzata e globalizzata, in cui quel pericolo si radica e si sviluppa.

Considerato il convulso precipitare degli avvenimenti, la prima auspica di raggiungere il proprio obiettivo nel breve e nel medio tempo; la seconda, con l’elaborazione di un nuovo progetto politico, prevede naturalmente tempi più lunghi.

Le due strategie sono poi reciprocamente critiche, perché mentre l’una, avendo a che fare con l’immediato e con le emergenze incalzanti del presente, non ha certo tempo da perdere nelle lunghe ed estenuanti analisi, in cui alla sinistra piace cullarsi, l’altra sottolinea il fatto che ogni tentativo di un mero assemblaggio delle forze è immancabilmente destinato al fallimento.

Per quanto metodologicamente opposte e sebbene ideologicamente convergenti, tutte e due le posizioni contengono elementi di verità.

Vero è che il pericolo è immediato e che la pianta andrebbe recisa prima del suo abbarbicarsi; ma è altrettanto vero che il problema può essere affrontato alla radice non politicamente ma culturalmente, cioè invitando gli Italiani, non solo i giovani, a studiare meno cucina e più etica, a partire soprattutto dalla lettura della Costituzione.

Perché solo così essi, non solo i cittadini comuni, ma anche quelli che essi eleggono al governo del Paese, potranno apprendere il valore etico del giuramento davanti alla Costituzione e capire cosa vuol dire, quali oneri comporta adempiere una funzione pubblica con disciplina ed onore.

Suvvia, dunque, ognuno secondo le proprie possibilità e le proprie inclinazioni, anche sull’esempio dei rilievi posti al decreto dal presidente della Repubblica, dia il proprio contributo in questo compito indifferibile, in questo nuovo progetto per un’Italia migliore.

Giuriamolo dinanzi alla Costituzione!

Venerdì, 9 agosto 2019

Libertà di insegnamento

icona pdfLa crisi delle istituzioni e la libertà di insegnamento

 

di Franco Di Giorgi

Libertà di insegnamento

Alle Istituzioni di un Paese alle prese con una crisi sistemica (propria cioè del sistema capitalistico) che non sa come fronteggiare e che non riesce strutturalmente a risolvere e a superare (una crisi che lo relega ormai da più di un decennio fra gli ultimissimi posti tra gli Stati membri dell’Unione europea), di un Paese che non sembra visibilmente capace di uscire dalla recessione in cui quella crisi l’ha gettata, soprattutto per l’enorme peso del debito pubblico accumulato e che continua ad accumulare; a queste Istituzioni che, proprio a causa della loro inettitudine gestionale e soprattutto progettuale, vengono da tempo irrise e sbeffeggiate sia dalle loro omologhe europee sia dalla stessa cittadinanza mugugnante di cui dovrebbe occuparsi, specie quando si atteggiano e si incarnano in figure come quella del “cavaliere della libertà” o del “capitano di ventura” e in ogni caso in quella del “Robin Hood” al contrario; ebbene, a queste Istituzioni così piene di livore verso se stesse in ragione proprio di questa loro inabilità, a cui non resta che fare i forti con i deboli, a queste Istituzioni, insomma, viene spontaneo punire la classe degli insegnanti.

Perché dopo aver ridotto quasi al silenzio operai e pensionati, con i loro rispettivi sindacati, depotenziata e impoverita la classe media, stanno tentando da un po’ di tempo a questa parte (almeno dall’inizio del nuovo millennio, piano piano, un po’ alla volta, per non lasciar intravedere il disegno demolitivo e disintegrante) di spegnere il libero pensiero critico nei giovani, nei cosiddetti “millennials”, e quindi, ovviamente, principalmente nelle scuole: stanno in altre parole cercando di cancellare quella stessa libertà di insegnamento e di formazione che la nostra Costituzione sancisce all’articolo 33.

Giacché è qui, è solo qui, nelle scuole, che nonostante tutto, nonostante cioè il loro sfascio ormai manifesto, il loro lento ma inesorabile deragliamento, è soltanto qui, nelle scuole, che sopravvive a fatica la possibilità di progettare e costruire il futuro di un qualsiasi Paese, è solamente qui che si formano individui pensanti e cittadini consapevoli.

Senza dei quali non resta che la squallida miseria del presente, che è prodotto o dell’assenza atrofica o dell’eccesso ipertrofico di memoria, è prodotto dello svuotamento dei contenuti progettuali per il futuro, cioè della stessa possibilità di concepire e di immaginare un futuro.

Le Istituzioni sanno bene dell’esistenza e delle potenzialità insite in questa libertà che la Costituzione (frutto della Resistenza) prevede e conferisce all’insegnamento e alla scuola.

Ed è per questo che, anche con il pretesto spiazzante dell’inarrestabile rivoluzione tecnologica, vorrebbero spegnerla. C’è dell’incompiuto, diremmo con Paul Ricoeur, nella nostra Resistenza, nella nostra Costituzione, come pure nel nostro ’68. Un incompiuto che andrebbe compiuto.

In questo senso, diceva, il filosofo francese, bisogna fare non solo storia, ma fare la storia: bisogna compiere la storia incompiuta.

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Articolo 33 della Costituzione:

L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento.

La Repubblica detta le norme generali sulla istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi.

Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato.

La legge, nel fissare i diritti e gli obblighi delle scuole non statali che chiedono la parità, deve assicurare ad essa piena libertà e ai loro alunni un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni di scuole statali.

È prescritto un esame di Stato per l’ammissione ai vari ordini e gradi di scuole o per la conclusione di essi e per l’abilitazione all’esercizio professionale.

Le istituzioni di alta cultura, università ed accademie, hanno il diritto di darsi ordinamenti autonomi nei limiti stabiliti dalle leggi dello Stato.

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p.s. Su “Scenari di Mimesis” potete trovare invece un mio lungo commento (in due parti) alla serata eporediese che Cacciari ha dedicato al tema dell’Europa.

 

 

 

Cari amici, continuiamo con la nostra opera di divulgazione culturale e riflessione politico-sociale, come da tempo stiamo proponendo con gli incontri nella Sede dell’Anpi.

Nell’avanzata delle destre, nella caduta dei valori, la nostra Associazione è impegnata nel riaffermare l’antifascismo che solo può salvare la democrazia e le nostre libertà.

Mettiamo in gioco la Memoria storica ed il valore della Costituzione.

È però indubbio che sia necessario conoscere e comprendere a largo raggio ed una buona lezione di storia non potrà che essere utile a tutti noi.

Per questo non dovete assolutamente perdere l’incontro che vi proponiamo.

Mario Beiletti.

Locandina di presentazione del libro su Lelio Basso di Sergio Dalmasso a Ivrea

Un socialista “eretico”, che pensava con la sua testa, spesso mal tollerato anche dai compagni di partito. Tanto rigoroso, spesso lungimirante, tanto da non condividere nemmeno l’unione di partiti dalle varie ideologie che confluirono nel CLN durante la Lotta di Liberazione.

Dopo la guerra, fu attento critico verso ogni compromesso: “Solo una politica che si presenti come alternativa alla DC è oggi una politica che corrisponde agli interessi dei lavoratori e della democrazia…”

Fu suo il progetto, purtroppo all’epoca mai realizzato, di formare una associazione per la difesa della Costituzione… Sarà l’Anpi, mezzo secolo dopo, a riprendere il tema che, già allora, era di estrema necessità, dato che: la Costituzione è (era) “come sospesa fra due crinali. Da una parte lunghi anni di inattuazione, cominciata già all’indomani della sua promulgazione…”

“Il neocapitalismo – affermava – mette in discussione ogni reale democrazia. Sul piano economico, il processo di concentrazione a livello internazionale, pone le leve della vita economica in mano ad un numero sempre più ristretto di gruppi, sul piano politico questi stessi dominano le istituzioni che agiscono scopertamente in funzione dei loro interessi. Queste stesse forze, in collegamento organico con il capitalismo di stato, tendono a raggruppare il potere nelle mani di una ristrettissima élite, svuotando la democrazia di ogni contenuto reale…”

Sempre lucido e radicale anche verso il movimento giovanile: “Nel ’68 i giovani rifiutavano il principio d’autorità, negavano l’antica logica autoritaria… ma quando dalla protesta i giovani sono passati alle proposte, organizzandosi in gruppi, circoli, movimenti, non hanno fatto altro che impadronirsi di formule vecchie, superate, logore e riverniciarle, ma senza confrontarsi con la realtà…”

E ancora: “Se le cose dovessero continuare ancora così, noi probabilmente prima della fine del secolo vedremo il mondo dominato da pochissime multinazionali immense… grandi manager sconosciuti e inconoscibili… possono fare e disfare quello che vogliono; tutti gli altri miliardi di uomini o sono complici di questi padroni, aguzzini degli schiavi, o sono schiavi…”

Situazioni che oggi verifichiamo a livello nazionale ed internazionale, e che Basso denunciava con preveggenza, inascoltato. Vale la pena parlarne e riflettere…

Un cordiale, caloroso invito

Organizzato da Anpi Ivrea e Basso Canavese

Diego GiachettiRiporto di seguito la recensione, presente su Amazon, dello storico Diego Giachetti, al mio libro:

La solitudine di un socialista luxemburghiano di Diego Giachetti

 27 giugno 2018

Il libro appena pubblicato di Sergio Dalmasso, Lelio Basso. La ragione militante: vita e opere di un socialista eretico (Roma, Red Star Press, 2018), aggiunge un Libro di Dalmasso su Lelio Bassonuovo importante tassello utile per comprendere le vicende legate alla sinistra politica e sociale italiana. Con la solita pazienza per i fatti e la documentazione che lo contraddistinguono, l’autore propone una snella e approfondita biografia politica di un protagonista del socialismo italiano, morto quarant’anni fa.

Ritrovare e ripercorrere la vita di Lelio Basso significa entrare direttamente nella storia del socialismo italiano, nel periodo che va dal fascismo alla Resistenza, al lungo dopoguerra, con i dovuti e annessi riferimenti al contesto generale della seconda metà del ‘900.

Basso ha vissuto pienamente tutti quei decenni, li ha attraversati da protagonista nel senso di un militante che ha partecipato con le proprie idee e analisi alla lotta politica fuori e dentro il partito. Lo ha fatto senza mai rinunciare alla propria indipendenza di giudizio e di critica. Che Lelio Basso fosse un uomo che amava nuotare controcorrente lo dimostra la sua scelta di iscriversi nel 1921 al Partito socialista, proprio nel momento in cui tale partito non godeva di ottima salute. Aveva appena subito la divisione dei comunisti che portò alla costituzione del Partito comunista, al quale la maggioranza dei giovani socialisti aderì. La sua giovanile adesione al socialismo comportò conseguenze repressive ad opera del regime fascista: fu arrestato, processato e confinato.

Tra azione politica e teoria

Nel corso della Seconda guerra mondiale egli esprime riserve critiche sulla politica dei fronti popolari, perché la ritiene frutto di scelte operate dai vertici di partito e incapace di stimolare e valorizzare la spinta del movimento operaio verso rivendicazioni di classe. Ugualmente critico è il giudizio sul governo Badoglio che lo porta a rompere per un breve periodo col Partito socialista, per poi rientrarvi nel 1944. Favorevole all’unità d’azione coi comunisti, segnala però gli elementi che lo separano da quel partito: il problema della democrazia interna e il fatto esso si ponga al servizio della diplomazia sovietica. A chi lo rimproverava di coltivare l’illusione dello sbocco rivoluzionario della Resistenza, Basso replicava che tra la rivoluzione socialista e l’inserimento dell’establishment conservatore, vi era tutta una gamma di sfumature non sfruttate, messe in sordina dalla svolta di Salerno che rappresentò invece l’accettazione della continuità con le istituzioni e il personale burocratico amministrativo che avevano servito il regime fascista. Eletto all’assemblea Costituente, fu uno dei principali artefici della stesura della Carta costituzionale. Divenne segretario del Psi, carica che mantenne per qualche anno. Dopo si dimise e iniziò il suo percorso minoritario all’interno del socialismo.

Gli eventi del 1956 (XX Congresso del Pcus, critiche all’operato di Stalin, rivoluzione ungherese e invasione da parte dei sovietici) non lo colgono impreparato; non deve fingere il falso stupore di chi si maschera dietro il “non sapevo nulla” di quanto era accaduto sotto il regime di Stalin in Urss. La denuncia di Stalin e dello stalinismo, fatta per altro da ex stalinisti, riconferma per Basso la validità del socialismo democratico e pluralista contro il modello di partito unico, l’importanza della democrazia all’interno del partito contro il burocratismo. Denuncia quindi le deviazioni dell’Urss senza ripiegare su scelte socialdemocratiche di riformismo spicciolo. Pertanto è contrario alla politica di avvicinamento dei socialisti al governo con la Democrazia cristiana e nel 1964 aderisce al Partito socialista di unità proletaria (Psiup), formazione che raccoglie i socialisti contrari all’entrata nella maggioranza governativa.

Nel frattempo Basso prosegue e approfondisce la sua riflessione teorica, tesa a potenziare l’impianto analitico e programmatico di un progetto di trasformazione socialista della società basato sulla riscoperta di Marx, che elimini le interpretazioni socialdemocratiche attribuitegli dai teorici della Seconda Internazionale. Un Marx libero anche da Lenin. Entrambi sono indispensabili, diceva, non perché il leninismo sia il marxismo dell’età contemporanea, che ne racchiude tutta l’essenza, bensì perché Lenin costituisce la guida delle rivoluzioni negli anelli più deboli e Marx delle rivoluzioni occidentali. Mentre Lenin aveva concentrato il fuoco della sua battaglia sull’anello più debole della catena capitalistica mondiale, la Luxemburg invece aveva una visione meno tattica e più strategica, a lunga scadenza sui problemi di una rivoluzione in una società capitalistica altamente sviluppata.

Il triste esito delle speranze suscitate dalla “primavera di Praga” del 1968, conclusasi con l’intervento militare sovietico, è per Basso motivo di amarezza anche per la posizione assunta dal suo partito, che giustifica l’invasione. Non rinnova la tessera del Psiup, nel 1971 si dimette dal gruppo parlamentare perché anche in quel partito si sente ormai un corpo estraneo. Sentimento che prova anche nei confronti delle nascenti organizzazioni extraparlamentari. Il suo dissenso riguarda la concezione del socialismo e della rivoluzione, la natura e il ruolo del partito, la strategia del movimento operaio. La soluzione, ribadiva, è nel pensiero di Marx e nel ritorno a Rosa Luxemburg.

Amarezza e orgoglio

Il bilancio che egli stesso traccia di cinquant’anni di attività politica è crudo e orgoglioso. Scrive infatti che avrebbe potuto fare la politica dei favori e delle amicizie, ma non ne ha mai avuto la tentazione. Gli ripugnava. In ciò, dice, sta la causa della sua solitudine, non solo politica ma nel profondo dell’anima, senza amici costretti ad essergli fedeli per ragioni governative o sottogovernative. Nei partiti, prosegue, mi sono trovato spesso in minoranza. Ma essersi dimesso dai partiti non significa aver rinunciato alle proprie idee alle quali resta attaccato: “sono un isolato, un uomo che non ha dietro di sé alcuna forza organizzata, ma soltanto il proprio passato politico di militante, non mi è facile portare avanti questo ruolo di indipendente, ma è contro ogni mia volontà che sono stato ricacciato ai margini della vita politica e ridotto al ruolo non di protagonista, ma di testimone”. In quegli anni di “solitudine” politica, il suo impegno si consuma nell’organizzazione dei tribunali internazionali per i diritti dei popoli. È del 1966 la sua adesione al Tribunale Russell per giudicare i crimini americani nella guerra in Vietnam. Dal 1974 al 1976 promuove e presiede le sessioni del Secondo Tribunale Russell sulla repressione in America Latina. Nel 1976 fonda la Lega per i diritti e la liberazione dei popoli. Continua la sua attività di studioso del marxismo e di promotore culturale. Dal 1958 al 1976 dirige la rivista Problemi del socialismo. Nel 1969 fonda l’Istituto per lo studio della società contemporanea (ISSOCO), fornito di una preziosa biblioteca per la storia del movimento operaio.

Questo è il mio libro, pubblicato il 16 maggio 2018.

Lelio Basso. La ragione militante: vita e opere di un socialista eretico

 Sergio Dalmasso

Lelio Basso. La ragione militante: vita e opere di un socialista eretico

Lo si troverà in tante librerie. Oltre che online. Non perdetevelo!

Editore: Red Star Press

Isbn: 9788867181964

Roma, 2018; br., pp. 182.

 

Descrizione:

Non aveva ancora compiuto 25 anni, Lelio Basso, quando venne tratto in arresto e confinato all’isola di Ponza. La sua “colpa”, nel 1928, era quella di essere un convinto antifascista e di comportarsi come tale. Un’attitudine che, nel corso di un memorabile esame di filosofia morale sostenuto da Basso, costrinse il professore da cui era interrogato ad affermare: “Io non ho alcun diritto d’interrogarla sull’etica kantiana: resistendo a un regime oppressivo lei ha dimostrato di conoscerla molto bene.

Qui il maestro è lei. Vada, trenta e lode”.

E se allo studioso Lelio Basso si dovrà, tra le tante cose, la diffusione del pensiero di Rosa Luxemburg in Italia, fu grazie alla sua visione della lotta partigiana se la Resistenza italiana guadagnò un respiro di massa. Ancora, per comprendere la complessità e l’importanza del personaggio, è a Lelio Basso, in quanto membro dell’Assemblea Costituente, che si devono gli articoli 3 e 9 della costituzione mentre, da strenuo difensore dei diritti umani quale fu, diede un contributo fondamentale alla costituzione di organismi quali il Tribunale Russell, chiamato a giudicare i crimini statunitensi in Vietnam.

Con partecipazione e competenza, Sergio Dalmasso rievoca la vita di Lelio Basso, dà voce alle sue lotte e entra nei particolari del suo lavoro politico, spiegando la rielaborazione bassiana del materialismo storico e restituendo il giusto merito a una delle figure più importanti della storia italiana contemporanea.

Piero Calamandrei in questo memorabile discorso ai giovani sulla Costituzione cita l’articolo 3 definendolo come il più importante (Milano, 26 gennaio 1955):