Attentati Sri Lanka

Gli attentati in Sri Lanka e la damnation dell’autodistruttività umana

 

di Franco Di Giorgi

Ieri (manifesto del 20 aprile 2019), con la cattedrale di Notre Dame ancora in fiamme, abbiamo espresso tutto il nostro stupore per l’ingente profferta subito sopraggiunta da tutto il mondo per la ricostruzione del tetto di quel luogo sacro: quel gesto ci aveva turbato perché ci era parso significasse che per gli uomini le cose sacre abbiano un valore superiore a quello delle stesse vite umane.

Oggi, a pochi giorni da quell’“incidente” parigino, dopo gli attentati in Sri Lanka, in luoghi altrettanto sacri ma certo meno carichi di valore simbolico, siamo costretti a rivedere e anzi a ribaltare il nostro giudizio.

Oggi crediamo che il significato di quel gesto generoso non sia del tutto infondato, proprio in ragione della distruttività e soprattutto dell’autodistruttività umana.

Infatti, mentre da un lato l’uomo, con la sua capacità distruttiva e colpevole svalorizza sia le sue stesse creazioni sia il mondo e la natura che le accoglie, dall’altro lato i luoghi del mondo, che l’uomo stesso ha reso sacri proprio in virtù delle sue credenze e delle sue creazioni, ebbene questi luoghi, in tutta la loro meravigliosa e silente innocenza, cercano al contrario di testimoniare nei secoli il valore dell’uomo.

Anche il senso della damnation a questo punto muta. Diviene molteplice: non riguarda più soltanto l’inferiorità dell’uomo rispetto alle cose, né solo la distruzione delle cose o solo l’autodistruzione dell’uomo; riguarda anche il fatto che con la sua innata distruttività, distruggendo le sue stesse opere, esso non fa altro che distruggere se stesso.

Ciò pertanto induce a rivedere anche la teoria spinoziana del conatus, secondo cui l’essenza di ogni essente consiste nello sforzo di mantenersi nel suo essere.

25 maggio 2019

 

Attentati Sri Lanka

Gli attentati in Sri Lanka e la damnation dell’autodistruttività umana

Libertà di insegnamento

icona pdfLa crisi delle istituzioni e la libertà di insegnamento

 

di Franco Di Giorgi

Libertà di insegnamento

Alle Istituzioni di un Paese alle prese con una crisi sistemica (propria cioè del sistema capitalistico) che non sa come fronteggiare e che non riesce strutturalmente a risolvere e a superare (una crisi che lo relega ormai da più di un decennio fra gli ultimissimi posti tra gli Stati membri dell’Unione europea), di un Paese che non sembra visibilmente capace di uscire dalla recessione in cui quella crisi l’ha gettata, soprattutto per l’enorme peso del debito pubblico accumulato e che continua ad accumulare; a queste Istituzioni che, proprio a causa della loro inettitudine gestionale e soprattutto progettuale, vengono da tempo irrise e sbeffeggiate sia dalle loro omologhe europee sia dalla stessa cittadinanza mugugnante di cui dovrebbe occuparsi, specie quando si atteggiano e si incarnano in figure come quella del “cavaliere della libertà” o del “capitano di ventura” e in ogni caso in quella del “Robin Hood” al contrario; ebbene, a queste Istituzioni così piene di livore verso se stesse in ragione proprio di questa loro inabilità, a cui non resta che fare i forti con i deboli, a queste Istituzioni, insomma, viene spontaneo punire la classe degli insegnanti.

Perché dopo aver ridotto quasi al silenzio operai e pensionati, con i loro rispettivi sindacati, depotenziata e impoverita la classe media, stanno tentando da un po’ di tempo a questa parte (almeno dall’inizio del nuovo millennio, piano piano, un po’ alla volta, per non lasciar intravedere il disegno demolitivo e disintegrante) di spegnere il libero pensiero critico nei giovani, nei cosiddetti “millennials”, e quindi, ovviamente, principalmente nelle scuole: stanno in altre parole cercando di cancellare quella stessa libertà di insegnamento e di formazione che la nostra Costituzione sancisce all’articolo 33.

Giacché è qui, è solo qui, nelle scuole, che nonostante tutto, nonostante cioè il loro sfascio ormai manifesto, il loro lento ma inesorabile deragliamento, è soltanto qui, nelle scuole, che sopravvive a fatica la possibilità di progettare e costruire il futuro di un qualsiasi Paese, è solamente qui che si formano individui pensanti e cittadini consapevoli.

Senza dei quali non resta che la squallida miseria del presente, che è prodotto o dell’assenza atrofica o dell’eccesso ipertrofico di memoria, è prodotto dello svuotamento dei contenuti progettuali per il futuro, cioè della stessa possibilità di concepire e di immaginare un futuro.

Le Istituzioni sanno bene dell’esistenza e delle potenzialità insite in questa libertà che la Costituzione (frutto della Resistenza) prevede e conferisce all’insegnamento e alla scuola.

Ed è per questo che, anche con il pretesto spiazzante dell’inarrestabile rivoluzione tecnologica, vorrebbero spegnerla. C’è dell’incompiuto, diremmo con Paul Ricoeur, nella nostra Resistenza, nella nostra Costituzione, come pure nel nostro ’68. Un incompiuto che andrebbe compiuto.

In questo senso, diceva, il filosofo francese, bisogna fare non solo storia, ma fare la storia: bisogna compiere la storia incompiuta.

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Articolo 33 della Costituzione:

L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento.

La Repubblica detta le norme generali sulla istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi.

Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato.

La legge, nel fissare i diritti e gli obblighi delle scuole non statali che chiedono la parità, deve assicurare ad essa piena libertà e ai loro alunni un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni di scuole statali.

È prescritto un esame di Stato per l’ammissione ai vari ordini e gradi di scuole o per la conclusione di essi e per l’abilitazione all’esercizio professionale.

Le istituzioni di alta cultura, università ed accademie, hanno il diritto di darsi ordinamenti autonomi nei limiti stabiliti dalle leggi dello Stato.

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p.s. Su “Scenari di Mimesis” potete trovare invece un mio lungo commento (in due parti) alla serata eporediese che Cacciari ha dedicato al tema dell’Europa.

 

 

 

La liberazione

La Liberazione libera anche chi ne abusa

Franco Di Giorgi

La liberazione libera anche chi ne abusa

Ivrea, partigiani in piazza di città

Senza la Liberazione dell’Italia dal nazifascismo, compiuta il 25 aprile del 1945 in virtù della resistenza e della lotta opposta da una minoranza eroica sostenuta dagli Alleati, a nessun Italiano oggi sarebbe possibile esprimersi liberamente anche contro di essa.

Ad ogni modo, proprio in quella data fondativa (che gli storici preferiscono indicare in cifre romane), la Liberazione diede la libertà a coloro che, malgrado i governi liberali di una monarchia illuminata, non sapevano nemmeno che cosa fosse, anche se, specie durante il Ventennio, ogni tanto la vivevano meravigliati in sogno o la incontravano altrettanto stupiti tra i versi di qualche poeta classico, negli sguardi e nei giochi dei bambini, oppure ne sentivano intimamente il gusto ascoltando della musica o intonando qualche motivo popolare.

Per secoli gli Italiani erano stati avvezzi alla sudditanza, e quindi all’inizio, sebbene la Costituzione parlasse molto chiaro, non sapevano come fare con quella libertà, con quella nuova possibilità esistenziale, non sapevano come approcciarla e in che misura disporne.

Ecco perché, come Adamo nell’Eden, presi dall’ingordigia, dalla tracotanza, andarono incontro ai primi erramenti, commisero le prime intemperanze, si abbandonarono ai primi eccessi.

Giacché la intesero come la libertà di dire e di fare tutto ciò che si voleva, anche, appunto, contro la stessa Liberazione.

Col rischio pertanto di perderla, come era in parte già successo circa un secolo prima ai contadini siciliani di Bronte.

La Liberazione, dunque, conferì innanzitutto ad ognuno la libertà di esprimersi liberamente, però entro una certa misura prevista dalla legge e dalla Costituzione, che è quanto di più misurato ed equilibrato un documento fondativo possa rappresentare ed esprimere. Ma non mancò subito qualche ribaldo che, approfittando delle garanzie offerte dalla democrazia, non perse tempo ad eccedere capricciosamente quella misura.

E poi, al di là di ciò e nonostante ciò, la Liberazione libera tutti. D’altronde deve essere così, se no non è libertà.

Essa ha infatti liberato sia quelli nati prima del fascismo, sia quelli nati durante sia quelli venuti al mondo dopo la dittatura fascista.

Ha persino liberato dopo quelli che prima volevano negare la libertà agli altri facendone una cosa propria.

Come pure liberò quelli che, durante, in vario modo, restarono a guardare, ad attendere, con le braccia conserte o con le mani giunte e nervose, che passasse la nottata e che uscirono solo alla fine sui balconi a salutare i giovani partigiani dal volto serio che scendevano finalmente in città lasciandosi alle spalle le vicine montagne.

La Liberazione del 25 aprile ha in altre parole amnistiato gli Italiani dal reato di minorità (di Unmündigkeit diceva Kant), emancipandoli ed innalzandoli di colpo a uno stato giuridico responsabile e di maggiore consapevolezza.

Anche se non tutti, naturalmente, raggiunsero e maturarono quella cognizione, quel senso di responsabilità, insomma quella coscienza necessaria per il giusto uso della libertà.

Non tutti riuscirono ad elevare la propria realtà umana a quell’ideale spirituale di libertà.

Come tanti piccoli e grandi Prometeo, i partigiani avevano lottato per strappare quell’ideale agli dei e ora lo recavano agli uomini, solo che non tutti ne furono all’altezza.

Essa liberò pertanto anche quelli che ne hanno abusato e libera quelli che ancora ne abusano; quelli che in generale hanno concepito egoisticamente il dono come un “condono”, perché a differenza di coloro che l’avevano sperimentato sulla propria pelle, questi altri non sanno, non hanno ancora piena cognizione di quel dolore che comporta il non essere liberi, questi ancora oggi non si sono emancipati perché, pieni e inebriati dalla propria tracotanza all’interno della stessa libertà che respirano, non hanno ancora superato quello stato di minorità.

Come i Millennials sono nati nell’epoca del web, così tutti quelli che sono nati dopo il 25 aprile del ‘45, dopo il 2 giugno del ’46, dopo il ’47 e soprattutto dopo il 1º gennaio del ‘48, sono nati alla libertà e alla democrazia.

Pur vissuti nella povertà, nei rifugi antiaereo e tra le macerie dei bombardamenti, per tutti costoro è stato e continua ad essere naturale disporre della libertà, perché la trovano come un dato naturale.

Anche perché nessuno gliene rende conto, nessuno vuole niente in cambio per essa.

Se non il giusto rispetto della legge e dei valori sanciti dalla Costituzione.

Con la libertà si ha infatti a che fare con un valore inalienabile, perché si tratta di un vero dono disinteressato ricevuto sia dai partigiani, che hanno messo a disposizione non la vita genericamente intesa ma la loro propria vita, sia dai padri e delle madri costituenti che, sebbene con visioni politiche differenti e per quanto necessitati a sedersi attorno a un tavolo sotto la grave pressione dello scontro Usa-Urss, si sono dati, sacrificati e impegnati per far sì che tutti quei loro sforzi trovassero finalmente un solco comune e sintetico (perché solo l’intelligenza è capace di sintesi), affinché quel dono spirituale prendesse forma, anima e corpo nella nuova Costituzione (che è sintesi delle sintesi) e nella Repubblica democratica (che esprime quella forza sintetica capace di conciliare gli opposti, la singola res con la pluralità del démos).

La scuola e l’istruzione, specie la disciplina della storia, hanno in particolare il delicatissimo compito di ricordare ai figli e ai nipoti dei liberati (mentre se ne servono respirandola avidamente come l’aria, come qualcosa di cui non possono più fare a meno) che la libertà di cui si giovano pur essendo un dono, una donazione, una per-donazione, non è affatto un dato naturale, bensì sempre e a qualsiasi latitudine il frutto, il risultato di una lunga e dolorosa conquista dello spirito umano.

La scuola, peraltro, ci può anche far comprendere che la libertà così acquisita può avere anche un prezzo, nel senso che può venire limitata e condizionata anche dagli stessi Alleati.

Ecco perché, crisi o non crisi, la formazione culturale e intellettuale, cioè non solo tecnica, dei giovani dovrebbe essere considerata dal sistema politico non come la ruota di scorta, ma come uno degli assi portanti della Repubblica.

Ma forse, nonostante i molti annunci con aumenti-elemosina da parte del ministero della pubblica istruzione, a qualcuno delle cosiddette “élites” italiche fa comodo che la scuola nel nostro Paese resti ben chiusa nel cofano del carrozzone Italia.

Ci si libera sempre in ogni caso con le proprie mani, ognuno con il proprio cric – lo sapevano bene i partigiani e tutti coloro che li hanno sostenuti – e ciò vale sia per il singolo che per i popoli.

La libertà si raggiunge solamente quando si è mossi, si viene mossi da un ideale, in ogni caso da qualcos’altro da sé, da qualcosa che avvertiamo dentro di noi e che pure ci trascende mettendo in crisi il nostro ego, la nostra esistenza buia, bassa e senza scopo.

Ecco perché essa, la libertà, in quanto frutto di una lotta di Liberazione, non è soltanto una questione politica, ma è anche e soprattutto una “questione privata”.

La prima questione è sempre intrecciata con la seconda.

Non si può difatti lottare per la Liberazione degli altri se prima non ci si è liberati del proprio egoismo, né viceversa possiamo liberarci del nostro egoismo se non facciamo l’esperienza purificante e autentificante della lotta di Liberazione per tutti gli altri. È in questo chiasmo esistenziale che matura l’auto-emancipazione dell’uomo e degli Stati.

La via che ha condotto alla libertà e che noi vediamo (quando la vediamo) sempre percorsa da un lungo e interminabile tappeto rosso, è in realtà cosparsa del sangue purpureo donato da quella minoranza di maturi e di auto-emancipati che ci ha preceduto, come pure da quegli Alleati caduti per il nostro Paese, povero ma ricco d’arte.

Quella via, per noi esseri viventi liberi, è in realtà ricoperta di morti, la cui cenere il vento ha disperso da tempo. I loro nomi tuttavia si possono ancora leggere andando per via o girovagando per le piazze.

Le loro immagini, i loro sguardi, le loro azioni e le loro parole sono ancora incise nella memoria di chi ha sentito o letto quelle parole, ammirato quelle azioni, scrutato quegli sguardi, conservato quelle immagini.

Una memoria che, per il timore di perderla, ora può venire conservata su supporti informatici, forse meno insicuri delle umane capacità ritentive.

Ad ogni modo, malgrado le sbruffonate di qualcuno che si prende e si arroga la libertà di inneggiare alla non libertà, di qualcuno che non ha ancora maturato in sé la comprensione di quello che significa non esser liberi, speriamo che in futuro non ci sia più bisogno di un’altra lotta di Liberazione (anche per noi, purtroppo, diventata pure guerra civile), intesa come ennesima lezione, come ripasso da dare agli immaturi irriconoscenti dalla coscienza inguaribilmente divisa e divisiva.

Non si può scherzare, non si può giocare infine con la libertà. E sarebbe meglio non transigere su queste irriverenti spacconate. Sebbene ne offra seriamente la possibilità, la libertà non è affatto un gioco.

Soprattutto non è un gioco solitario, individuale, perché la sua serietà presuppone sempre l’altro, tutti gli altri e quindi la solidarietà e il rispetto. O si è liberi tutti oppure nessuno lo è.

Giacché si è uguali nella libertà. Essa si realizza pertanto solo attraverso l’eguaglianza.

E quindi non ci può essere vera e concreta libertà senza uguaglianza dinanzi alla legge, senza parità di diritti, senza solidarietà.

La nostra Repubblica non deve poi aver paura di affermare con giustizia, chiarezza e rigore questi suoi valori costituzionali, questi preziosi e inestimabili doni ereditati dalla Resistenza, giacché la sua lenta e incerta azione sanzionatoria può talora essere intesa come invito a continuare ad abusare della libertà.

(27.04.2019)

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Due Rose

di Diego GIACHETTI

Una donna chiamata rivoluzione e Socialismo o barbarie

Due sono i libri che la casa editrice Red star press di Roma dedica a Rosa Luxemburg in occasione del centenario della sua morte, avvenuta nella notte fra il 15 e il 16 gennaio quando, assieme a Karl Liebknecht, fu arrestata a Berlino e trucidata dalla soldataglia.

Il primo, di Sergio Dalmasso, Una donna chiamata rivoluzione, traccia un succinto e avvincente ritratto della protagonista, cogliendo e intrecciando la dimensione personale con quella pubblica.

Il secondo, curato da Nando Simeone e pubblicato in collaborazione col Centro studi Livio Maitan, riprende uno degli scritti più citati, Socialismo o barbarie, di Rosa Luxemburg, col quale è ricordato un saggio che nelle principali raccolte degli scritti della rivoluzionaria polacca appare con il nome di La crisi della socialdemocrazia e ha come riferimento la denuncia dell’atteggiamento dei partiti socialisti della Seconda Internazionale di fronte allo scoppio della Prima guerra mondiale, descritta come un vero e proprio precipitare dell’umanità in una crisi di civiltà, provocata dall’imperialismo capitalista.

Tra i classici del marxismo

Sia l’autore che il curatore tracciano un ritratto a tutto campo dei temi politici e teorici da lei trattati nel corso della sua vita. La sua opera appartiene pienamente alla definizione di classici del marxismo.

Per classici, precisa Dalmasso, sono da intendersi quei testi che davanti ai nodi dell’oggi si rivelano più vivi che mai.

Tuttavia, i suoi lavori restano ancora misconosciuti e la sua eredità a dir poco problematica, certamente però è ricca e preziosa, una miniera i cui filoni sono ancora in parte da esplorare e ancora parlano al nostro tempo.

Solo con l’impetuoso e gioioso clima prodotto dalle lotte studentesche e operaie degli anni Sessanta e Settanta e la contemporanea nascita di formazioni politiche “eretiche” alla sinistra dei partiti tradizionali, con un certo seguito soprattutto tra le fasce giovanili politicizzate, si ebbe la riscoperta del pensiero di Rosa Luxemburg, come alternativa alla deriva riformista socialdemocratica in Occidente, al socialismo reale di stato ad Oriente e allo stesso leninismo, come provò a fare Lelio Basso, sostenendo che mentre Lenin aveva concentrato il fuoco della sua battaglia sull’anello più debole della catena capitalistica mondiale, la Luxemburg invece aveva una visione meno tattica e più strategica, a lunga scadenza sui problemi di una rivoluzione in una società capitalistica altamente sviluppata.

Fu una riscoperta che faceva i conti con abiure, condanne e calunnie vere e proprie operate da politici e “storici” dei partiti comunisti a partire dall’affermazione dello stalinismo in Unione Sovietica.

Nella seconda metà degli anni Venti si coniò l’accusa di luxemburghismo, al pari di trotskismo, bordighismo, anche se meno grave, secondo il vademecum dei peccati stabiliti da Stalin; tutte però erano trattate come deviazioni tipiche dei sostenitori dei nemici della classe operaia.

CONTINUA…

in dalla parte del torto

Stupore dell’orrore

Per il centenario della nascita di Primo Levi

di Franco Di Giorgi

 

Stupore dell’orrore. Per il centenario della nascita di Primo Levi

 

 

Non aveva torto Pikolo (Jean Samuel) quando diceva che Primo Levi sarebbe divenuto lo stesso un grande scrittore anche senza l’esperienza concentrazionaria. Lo stesso Pikolo, fra l’altro, aveva ammesso di essere “diventato più sensibile alla musica dopo essere passato per Auschwitz” (Mi chiamava Pikolo, 2008).

E anche Levi ammetteva una cosa simile quando nell’Appendice a Se questo è un uomo osservava che il Lager era stato per lui una specie di università, poiché “vivendo e poi scrivendo e meditando quegli avvenimenti, h[a] imparato molte cose sugli uomini e sul mondo”.

Dal canto suo, invece, Jean Améry aveva confessato che lasciando Auschwitz non era diventato né saggio né profondo, ma solo più accorto (Intellettuale a Auschwitz, 1991).

Ora, è lecito pensare che un uomo possa definirsi ‘scrittore’ quando riesce ad esprimere il vero sé a se stesso e che ciò non dipenda tanto da quello che scrive, ma dal suo proprio stile letterario, che riflette e rivela a se stesso, come in uno specchio, quel sé.

Ammesso che una tale definizione sia condivisibile, essa senza dubbio si attaglia perfettamente allo stile, tra il sentenzioso e il profetico, dello scrittore torinese.

Questo stile si nota subito, già nel primo capitolo di Se questo è un uomo – un’opera scritta di getto, subito dopo il ritorno dal Lager, sotto l’impulso irrefrenabile del dover testimoniare.

Il capitolo s’intitola “Il viaggio”. In esso Levi ci parla del suo doppio viaggio: quello che, dopo l’arresto (13 dicembre 1943), lo portò da Torino a Fossoli (fine gennaio 1944) e quello che da Carpi (il 22 febbraio 1944) lo condusse ad Auschwitz (26 febbraio, esattamente 75 anni fa) assieme ad altri 650 deportati.

Di questi, ci informa Italo Tibaldi, in Compagni di viaggio, solo in 24 riuscirono a sopravvivere sino al momento della liberazione del campo (27 gennaio 1945).

Oltre Levi, sopravvisse anche la sua amica Luciana Nissim. Impressionanti i versi di una canzone del campo che la deportata ha posto come esergo ai suoi Ricordi della casa dei morti: O Auschwitz, ich kann dich nicht vergessen, weil du mein Schicksal bist (O Auschwitz, io non posso dimenticarti, perché sei il mio destino).

Due “vite parallele” le definisce tra l’altro Alessandra Ginzburg in un contributo per un convegno dedicato alla psicanalista (Luciana Nissim Momigliano, 2012), non solo perché entrambi furono per circa un mese nel campo di Fossoli, ma soprattutto perché pur dentro all’orrore di Auschwitz, catapultati nel mondo alla rovescia, tennero ugualmente viva la volontà di capire e di conoscere.

E poi anche perché entrambi furono “salvati dal loro mestiere”: lui chimico, lei medico.

Ad ogni modo, dopo aver appreso la testimonianza di Levi si è portati a ritenere che per ognuno di noi c’è un padre carnale e un padre spirituale. Pur ammettendo che è il primo ad averci, consapevolmente o meno, donato l’esistenza, è senz’altro al secondo che si deve il risveglio spirituale ad essa.

Non basta, infatti, il primo vagito, il primo pianto o il primo amore puro a destare l’essere umano alla vita, perché, proprio in quanto puri (e qui pensiamo esattamente al “dolore allo stato puro” provato da Levi nei suoi sogni d’angoscia subiti durante le notti di Auschwitz) essi mancano di consapevolezza.

A suscitare questa consapevolezza, a farci prendere atto dell’esistenza e del fatto che siamo coscienza, è la riflessione non già su una singola persona e nemmeno su un intero popolo, bensì sull’essenza umana.

A questa essenza si riferisce Piotr Rawicz, la quale, però, secondo lui, è rappresentata dal popolo ebraico: “il fato e la condizione del popolo ebraico – osserva lo scrittore ucraino – sono la vera essenza della condizione umana” (cfr. David Patterson, The Shriek of Silence, 1992).

Ecco, lo stile di Levi risulta sentenzioso e profetico perché è solo a quest’essenza che egli si riferisce nelle sue pagine: ad essa rivolge le sue angosciose domande con la stessa drammatica disperazione con cui Giobbe rivolge le sue a Yahweh, con essa si confronta e in essa cerca le risposte.

E quando, a causa dell’orrore e della violenza – certo più incisive della tenerezza e dell’amore – questa essenza viene destata dalla sua purezza, allora si genera quello “stupore profondo” che Levi – in sympátheia con quel “destino di massa” di cui parlava Etty Hillesum – credette di sentire assieme a tutti gli altri deportati già alla stazione di Carpi, prima di affrontare la seconda parte del suo viaggio verso Auschwitz.

Uno stupore analogo a quello che, nella sua essenza, provò Jean Améry: “Stupore per l’esistenza dell’altro che nella tortura si impone senza limiti e stupore per ciò che si può diventare: carne e morte”.

22 febbraio 2019

Manifesto affisso sul cancello del campo di Fossoli (2019)

Manifesto affisso sul cancello del campo di Fossoli (2019)

Se questo è un uomo – Primo Levi