Diego GIACHETTI, Il ’68 in Italia. Le idee, i movimenti, la politica, Pisa, Biblioteca Franco Serantini, 2018, pp. 218, euro 20.

Sergio Dalmasso

Il Sessantotto in Italia

Diego Giachetti ha all’attivo numerosi studi sugli anni ’60 e ’70, la stagione dei movimenti, il ruolo di operai, giovani, donne, nella conflittualità che ha caratterizzato quei decenni focali. Oltre a studi sull’autunno caldo, sulla FIAT, sul rapporto tra conflitto di genere, generazione e classe, nel 1998 ha pubblicato, sempre per la Franco Serantini di Pisa, Oltre il Sessantotto. Prima, durante e dopo il movimento.

Il cinquantesimo anniversario del mitico ’68 è stato più povero di produzioni, studi, lavori, dibattiti, pubblicazioni… rispetto a molti dei decenni precedenti. Interessanti gli inserti mensili del “Manifesto”, documentato il numero doppio di “Micromega”, antologico un libro prodotto dal Centro studi Maitan. Ha avuto successo la bella mostra pensata dall’ Archivio dei movimenti di Genova che ha prodotto anche un catalogo e un testo, forse addirittura troppo ricco di contributi, a scapito dell’approfondimento di alcuni temi specifici. Altre realtà locali hanno offerto analisi o ricerche.

La ristampa, a distanza di 20 anni, del testo di Giachetti ha il merito di rioffrirci uno strumento di analisi e di riflessione, ampliato su alcuni nodi, una sintesi fattuale, ma anche storiografica su una stagione intera che va ben al di là del semplice anniversario.

Il testo ripercorre una breve storia di un decennio, sempre intrecciandola con la riflessione storiografica ed evidenziando i problemi e i nodi che la produzione, non solamente militante, ha discusso ed affrontato nel tempo.

Esiste un prima: fermenti di dibattito, di rimessa in discussione di categorie che parevano consolidate, introduzione di tematiche e di strumenti mai toccati dal marxismo “ortodosso” iniziano dopo il 1956 e il primo bilancio di massa dello stalinismo. Riviste, sollecitazioni, crisi politiche e personali, tentativi di ricostruzione anche della storia (penso alla stagione della “Rivista storica del socialismo”). È fortissimo, nei primi anni ’60, il doppio impatto delle trasformazioni strutturali del paese, con la ripartenza delle lotte operaie e del ruolo giocato dalla Cina, la cui rivoluzione pare, a molti settori, costituire una alternativa rispetto all’ “imborghesimento” di quella sovietica e collocarsi nella spinta del terzo mondo e della decolonizzazione. Anche la sinistra italiana è toccata da queste tematiche: all’interno del PCI si formano gruppi critici, vi è una breve crescita dell’area trotskista, , sorgono gruppi “cinesi” e “operaisti”.

Il ’68 non è descritto fattualmente, ma l’autore segue alcuni temi e ripropone una discussione già comparsa sulla piccola rivista “Per il ’68” su pregi e limiti della democrazia assembleare, sull’eterna questione dell’organizzazione, oggetto di scontri e divisioni, sul rapporto con la classe operaia (si pensi all’esperienza torinese), alla nascita dei gruppi che nel “lavoro di porta” vedono la possibilità di tradurre la coscienza rivoluzionaria in processo organizzativo.

In sintesi: esiste un ’68 buono, spontaneo e di base, che si brucia in breve tempo a cui segue la cancellazione prodotta dalla nascita di tanti gruppi politici, sigle diverse e spesso concorrenti? Vi è contraddizione insanabile tra spinta di movimento e tentativo di organizzazione? E la nascita delle formazioni politiche ha il vizio profondo ed insuperabile di essere semplice richiamo ad esperienze storiche e superate di correnti del vecchio movimento operaio novecentesco (trotskiste, terzinternazionaliste, maoiste… legate a figure sconfitte ed emarginate)? È questa la tesi sostenuta da molti autori nei decenni precedenti, ma negata da Giachetti che, nel capitolo Dal movimento ai gruppi passa in rassegna, con grande attenzione, le ragioni che hanno prodotto la nascita delle tante formazioni politiche, spesso vissute come continuazione della partecipazione vissuta nel movimento, la loro composizione sociale e la nascita di un corpo politico militante.

Segue, quindi, una rassegna sintetica delle principali formazioni politiche, le cui differenze organizzative e teoriche potranno stupire il lettore di oggi, dai trotskisti ai maoisti, dagli anarchici agli “operaisti”, dall’eresia del Manifesto al PdUP, da Avanguardia operaia al Movimento studentesco della Statale di Milano. Non manca una breve rassegna sul dissenso cattolico, fenomeno di grande valenza e di lunga portata e su quello della lotta armata (o del terrorismo di sinistra) che si intreccia drammaticamente con il terrorismo di destra e con il ruolo giocato da servizi segreti, tensioni internazionali, tentativi di colpi di stato…

A parte, non manca la riflessione sul Partito radicale, per anni vicino all’area della nuova sinistra, pur con una matrice teorica e una storia del tutto diverse. Il rapporto diritti civili/ diritti sociali, libertà collettive/individuali segna nettamente il dibattito negli anni ’70.

L’ultima parte del testo è la più innovativa e segna le maggiori differenze rispetto al testo del 1998. Giachetti ha, in altri testi, studiato con attenzione lo sviluppo del movimento femminista in Italia, le sue tematiche e differenze interne, il suo impatto sulla messa in discussione di pratiche politiche presenti anche nella nuova sinistra, oltre che nei partiti storici. Così pure ha analizzato in modo innovativo la contraddizione generazionale, ad esempio evidenziata dalla canzone di consumo, dalla moda, dalle piccole riviste giovanili o dalle nuove trasmissioni radiofoniche (ricordate Bandiera gialla o Per voi giovani?).

L’emersione del movimento delle donne e di una nuova soggettività giovanile sono tra gli elementi che contribuiscono alla crisi politica dei gruppi e all’emergere di nuove tematiche e modalità negli anni ’70. La sconfitta elettorale del giugno 1976, con la conferma dell’egemonia democristiana, il mancato governo delle sinistre, la nascita del “governo delle astensioni”, il debolissimo risultato del “cartello” Democrazia proletaria è periodizzante e segna la fine di una stagione. Le ultime pagine tentano un parallelo fra il movimento del ’68, internazionale, centrato sull’università, alla ricerca di un novo modo di fare politica e di un nuovo paradigma marxista che vedeva nel socialismo una prospettiva di liberazione e quello del decennio successivo, nazionale, centrato sulla tematica del personale, critico in assoluto verso la politica di cui decreta la fine, fuori e oltre il marxismo, portato a spinte violentiste. Ancora, negli anni ’80, i movimenti collettivi si sviluppano, da quello ecologista e pacifista, su obiettivi specifici e più limitati, senza l’orizzonte della trasformazione complessiva della società.

Nella scarsità di testi specifici comparsi in questo cinquantenario, quello di Diego Giachetti è da non perdere e da apprezzare per la sinteticità, la capacità di parlare a lettori/lettrici di diversa generazione, di chiarire problematiche, di riproporre nodi storiografici, anche controversi, su parti della nostra storia che solo la rimozione politico – culturale degli ultimi anni ha cancellato, ma che mantengono la loro attualità.

 

Diego GiachettiRiporto di seguito la recensione, presente su Amazon, dello storico Diego Giachetti, al mio libro:

La solitudine di un socialista luxemburghiano di Diego Giachetti

 27 giugno 2018

Il libro appena pubblicato di Sergio Dalmasso, Lelio Basso. La ragione militante: vita e opere di un socialista eretico (Roma, Red Star Press, 2018), aggiunge un Libro di Dalmasso su Lelio Bassonuovo importante tassello utile per comprendere le vicende legate alla sinistra politica e sociale italiana. Con la solita pazienza per i fatti e la documentazione che lo contraddistinguono, l’autore propone una snella e approfondita biografia politica di un protagonista del socialismo italiano, morto quarant’anni fa.

Ritrovare e ripercorrere la vita di Lelio Basso significa entrare direttamente nella storia del socialismo italiano, nel periodo che va dal fascismo alla Resistenza, al lungo dopoguerra, con i dovuti e annessi riferimenti al contesto generale della seconda metà del ‘900.

Basso ha vissuto pienamente tutti quei decenni, li ha attraversati da protagonista nel senso di un militante che ha partecipato con le proprie idee e analisi alla lotta politica fuori e dentro il partito. Lo ha fatto senza mai rinunciare alla propria indipendenza di giudizio e di critica. Che Lelio Basso fosse un uomo che amava nuotare controcorrente lo dimostra la sua scelta di iscriversi nel 1921 al Partito socialista, proprio nel momento in cui tale partito non godeva di ottima salute. Aveva appena subito la divisione dei comunisti che portò alla costituzione del Partito comunista, al quale la maggioranza dei giovani socialisti aderì. La sua giovanile adesione al socialismo comportò conseguenze repressive ad opera del regime fascista: fu arrestato, processato e confinato.

Tra azione politica e teoria

Nel corso della Seconda guerra mondiale egli esprime riserve critiche sulla politica dei fronti popolari, perché la ritiene frutto di scelte operate dai vertici di partito e incapace di stimolare e valorizzare la spinta del movimento operaio verso rivendicazioni di classe. Ugualmente critico è il giudizio sul governo Badoglio che lo porta a rompere per un breve periodo col Partito socialista, per poi rientrarvi nel 1944. Favorevole all’unità d’azione coi comunisti, segnala però gli elementi che lo separano da quel partito: il problema della democrazia interna e il fatto esso si ponga al servizio della diplomazia sovietica. A chi lo rimproverava di coltivare l’illusione dello sbocco rivoluzionario della Resistenza, Basso replicava che tra la rivoluzione socialista e l’inserimento dell’establishment conservatore, vi era tutta una gamma di sfumature non sfruttate, messe in sordina dalla svolta di Salerno che rappresentò invece l’accettazione della continuità con le istituzioni e il personale burocratico amministrativo che avevano servito il regime fascista. Eletto all’assemblea Costituente, fu uno dei principali artefici della stesura della Carta costituzionale. Divenne segretario del Psi, carica che mantenne per qualche anno. Dopo si dimise e iniziò il suo percorso minoritario all’interno del socialismo.

Gli eventi del 1956 (XX Congresso del Pcus, critiche all’operato di Stalin, rivoluzione ungherese e invasione da parte dei sovietici) non lo colgono impreparato; non deve fingere il falso stupore di chi si maschera dietro il “non sapevo nulla” di quanto era accaduto sotto il regime di Stalin in Urss. La denuncia di Stalin e dello stalinismo, fatta per altro da ex stalinisti, riconferma per Basso la validità del socialismo democratico e pluralista contro il modello di partito unico, l’importanza della democrazia all’interno del partito contro il burocratismo. Denuncia quindi le deviazioni dell’Urss senza ripiegare su scelte socialdemocratiche di riformismo spicciolo. Pertanto è contrario alla politica di avvicinamento dei socialisti al governo con la Democrazia cristiana e nel 1964 aderisce al Partito socialista di unità proletaria (Psiup), formazione che raccoglie i socialisti contrari all’entrata nella maggioranza governativa.

Nel frattempo Basso prosegue e approfondisce la sua riflessione teorica, tesa a potenziare l’impianto analitico e programmatico di un progetto di trasformazione socialista della società basato sulla riscoperta di Marx, che elimini le interpretazioni socialdemocratiche attribuitegli dai teorici della Seconda Internazionale. Un Marx libero anche da Lenin. Entrambi sono indispensabili, diceva, non perché il leninismo sia il marxismo dell’età contemporanea, che ne racchiude tutta l’essenza, bensì perché Lenin costituisce la guida delle rivoluzioni negli anelli più deboli e Marx delle rivoluzioni occidentali. Mentre Lenin aveva concentrato il fuoco della sua battaglia sull’anello più debole della catena capitalistica mondiale, la Luxemburg invece aveva una visione meno tattica e più strategica, a lunga scadenza sui problemi di una rivoluzione in una società capitalistica altamente sviluppata.

Il triste esito delle speranze suscitate dalla “primavera di Praga” del 1968, conclusasi con l’intervento militare sovietico, è per Basso motivo di amarezza anche per la posizione assunta dal suo partito, che giustifica l’invasione. Non rinnova la tessera del Psiup, nel 1971 si dimette dal gruppo parlamentare perché anche in quel partito si sente ormai un corpo estraneo. Sentimento che prova anche nei confronti delle nascenti organizzazioni extraparlamentari. Il suo dissenso riguarda la concezione del socialismo e della rivoluzione, la natura e il ruolo del partito, la strategia del movimento operaio. La soluzione, ribadiva, è nel pensiero di Marx e nel ritorno a Rosa Luxemburg.

Amarezza e orgoglio

Il bilancio che egli stesso traccia di cinquant’anni di attività politica è crudo e orgoglioso. Scrive infatti che avrebbe potuto fare la politica dei favori e delle amicizie, ma non ne ha mai avuto la tentazione. Gli ripugnava. In ciò, dice, sta la causa della sua solitudine, non solo politica ma nel profondo dell’anima, senza amici costretti ad essergli fedeli per ragioni governative o sottogovernative. Nei partiti, prosegue, mi sono trovato spesso in minoranza. Ma essersi dimesso dai partiti non significa aver rinunciato alle proprie idee alle quali resta attaccato: “sono un isolato, un uomo che non ha dietro di sé alcuna forza organizzata, ma soltanto il proprio passato politico di militante, non mi è facile portare avanti questo ruolo di indipendente, ma è contro ogni mia volontà che sono stato ricacciato ai margini della vita politica e ridotto al ruolo non di protagonista, ma di testimone”. In quegli anni di “solitudine” politica, il suo impegno si consuma nell’organizzazione dei tribunali internazionali per i diritti dei popoli. È del 1966 la sua adesione al Tribunale Russell per giudicare i crimini americani nella guerra in Vietnam. Dal 1974 al 1976 promuove e presiede le sessioni del Secondo Tribunale Russell sulla repressione in America Latina. Nel 1976 fonda la Lega per i diritti e la liberazione dei popoli. Continua la sua attività di studioso del marxismo e di promotore culturale. Dal 1958 al 1976 dirige la rivista Problemi del socialismo. Nel 1969 fonda l’Istituto per lo studio della società contemporanea (ISSOCO), fornito di una preziosa biblioteca per la storia del movimento operaio.