Indifferenza e individualismo

 

L'Italia tra indifferenza e individualismo

indifferenza e individualismo

L’Italia tra indifferenza e individualismo

di Franco Di Giorgi

Articolo originale: L_Italia tra indifferenza e individualismo

Dalla minuziosa analisi di Franco Astengo delle recenti elezioni regionali risulta che, premiando più Fratelli d’Italia e meno la Lega Nord, soprattutto con il sorprendente calo del Movimento 5 stelle (nonostante la sua lotta per il reddito di cittadinanza, di cui molti italiani poveri hanno potuto usufruire), nell’elettorato, indipendentemente dalla vittoria di Bonaccini come candidato del PD in Emilia Romagna e della Santelli in Calabria come candidata di Forza Italia, si è evidenziata, grazie anche al voto disgiunto, la tendenza al bipolarismo, cioè a votare o a destra o a sinistra e non più tanto i partiti che non vogliono essere né di destra né di sinistra come appunto il M5s, o quelli di destra che cavalcano temi della sinistra, come la Lega.

In tal modo, per la famosa legge dei vasi comunicanti, riequilibrando il sistema in base alla posta in gioco nelle singole regioni, le preferenze ritornano alle loro appartenenze naturali: i voti precedentemente acquisiti dal M5s rifluiscono nel PD e quelli in precedenza conquistati dalla Lega ritornano parte in Forza Italia (in Calabria) e parte in Fratelli d’Italia (in Calabria e in Emilia Romagna).

Ciò premesso, se a due giorni dalla suddetta chiamata alle urne possono da un lato risultare comprensibili le dimissioni di Di Maio come responsabile del M5s, restano invece ancora tutte da capire o perlomeno da spiegare, dall’altro lato, le ragioni dell’affermazione al sud di un partito a naturale vocazione nordista come la Lega Nord, pur nella chiara consapevolezza che la partita per il centro-sinistra non si è affatto conclusa con la conquista dell’Emilia Romagna, giacché ora, o da qui a qualche mese, la posta in gioco si sposterà in altre regioni, soprattutto in Campania.

A tal proposito ancora più importante diventerà il movimento delle Sardine, le quali hanno infatti già dichiarato che orienteranno la loro azione coinvolgente e aggregante verso quella regione, con epicentro a Scampia.

Con questo nuovo riassestamento delle forze politiche a livello regionale, specie dopo il già ricordato risultato deludente dei Pentastellati, non potrà non risentirne anche l’equilibrio interno alla stessa compagine governativa, e quindi, di riflesso, anche l’intero paese.

Giacché proprio ora, nonostante questo parziale sommovimento politico, l’alleanza PD-M5s, sebbene differenti siano per il momento i loro giudizi in generale sull’Europa, deve tuttavia continuare a dare prova di serietà e di responsabilità con quel duro e difficile lavoro che si è impegnata a svolgere per salvare il paese non da una destra liberale e moderata, ma da una destra razzista e da un sovranismo rovinoso.

Certo, l’Italia non è il solo paese europeo a dover affrontare una tale compito, ma è forse uno dei pochi che deve farlo mentre tenta contemporaneamente di superare la crisi economica e mentre è alla ricerca continua di un sistema elettorale ad esso più confacente.

Ne viene fuori, insomma, un paese senza basi economico-politiche stabili e per di più in continua campagna elettorale. Un paese soprattutto senza idee e senza un programma organico per il futuro.

Certamente, a causa dell’ennesima crisi economico-finanziaria generata dal sistema capitalistico, di una crisi che si inanella attraverso guerre opportune con il selvaggio sfruttamento delle risorse e quindi dell’ambiente, nonché con il conseguente fenomeno migratorio, si creano le condizioni di una perfetta tempesta cosmica, per salvarsi dalla quale ogni essere vivente, ammesso che riesca a sopravvivere alle fiamme e alle inondazioni, oppure alle nuove malattie, alla povertà e alla miseria, è costretto a ricorrere al bellum omnium contra omnes, alla guerra di tutti contro tutti, all’homo homini lupus, che sono poi le massime che ritroviamo a fondamento del pensiero delle destre e delle politiche antisocialiste o neoliberiste.

Questo è il tipo di tempesta che esse cercano in tutti i modi di generare o almeno di in-generare, cioè di rappresentare e di offrire attraverso i media alla percezione condizionabile degli individui.

Infatti, malgrado un tale pericolo non si dia che nella percezione, diventa necessario per le destre ridurre il cittadino da essere sociale e politico a individuo isolato, ossia a-sociale e a-politico, in modo tale che esso possa così esperire con timore e tremore tutto il suo isola-mento e quindi tutta la sua debolezza e “prendere per vero” quello che non lo è.

Ma un tale individualismo non può realizzarsi pienamente se non quando diventa sistemico, cioè quando viene reso un fenomeno ideologico, un elemento culturale se non addirittura antropologico, quando viene fatto rientrare capillarmente nel sistema sociale, come status, come mo-dello relazionale indispensabile per il funzionamento di tale sistema.

Allorché, insomma, diventa istintivo e normale che ognuno competa e lotti solo per sé come un lupo, quando per la propria autoconservazione si è disposti a sopraffare gli altri, ecco che allora questo model-lo raggiunge la sua forma civilmente e politicamente accettabile, la quale ha però la sua forma ideale nel “sistema Lager”.

Traslato sul piano nazionale, questo individualismo ha il suo corrispettivo nell’attuale sovranismo o nel neo-nazionalismo, mentre sul piano sociale lo ha nei luoghi sempre più ristretti ed “esclusivi” che rappresentano, secondo il sociologo Alessandro Casiccia, segni di “esclusione” all’interno di società opulente e competitive, «luoghi di opulenza» o «cittadelle del privilegio», come ad esempio il modello Greenwich Village o il downtown, che marcano la loro differenza, la loro distanza dal Bronx, dalle periferie, dalle banlieue.

A ragione oggi, specie nelle ore che scorrono intensamente intorno alla Giornata della Memoria, si continua a ribadire che sia proprio questo individualismo esasperato ad essere alla base del “sistema Lager”, e che esso, questo egoismo, con la sua costitutiva indifferenza, rappresenti il modo più efficace per segnare in profondità le differenze e per evidenziare le discriminazioni. Proprio la senatrice Liliana Segre, questa preziosa testimone della nostra storia, ha sempre voluto evidenziare, e non solo di recente, la pericolosità insita nell’indifferenza.

E a questo riguardo non si può non ritornare sul fatto scandaloso che proprio ad essa, a una ex deportata di Auschwitz, l’Italia, unico paese al mondo, abbia dovuto assegnare una scorta. – Vergogna!

Pur condividendo appieno le ragioni per le quali viene evidenziata e chiamata in causa, la parola indifferenza ci sembra tuttavia troppo astratta, spirituale, culturale, lontana dal suo reale significato, perché si ha come l’impressione che in qualche modo essa ne copra o ne di-storca il senso originario, più materiale e certamente più crudo, che ritroviamo invece nell’individualismo, in quell’atteggiamento che, come abbiamo visto, discende direttamente dall’istinto di autoconservazione e che prelude alla brutale lotta di tutti contro tutti. In altre parole ci pare che l’indifferenza sia un termine che veli quel “meccanismo vittimario” che in La route antique des hommes pervers (1985) René Girard ha saputo cogliere così bene, un di-spositivo, anzi una predisposizione neurologica che purtroppo non si trova già solo nella testa di alcuni individui indifferenti e razzisti, ma in quella di tutti quanti gli uomini, nel cervello dell’anthropos, dell’homo sapiens, compresa quella dell’uomo inteso biblicamente come adamàh, come terra.

Più che opportuna a tal riguardo la scelta di Beppe Casales nel suo spettacolo Nazieuropa, quando si sforza di chiamare le cose con il loro nome, cioè facendo risalire, ad esempio, l’odio razziale non tanto a un portato culturale, quanto piuttosto a una matrice neurologica, dalla quale quel portato discende e si forma.

È proprio per questa inestirpabile radice malefica dell’individualismo, tra l’altro, per questa naturale inclinazione al male che Dio stesso, nel Genesi, ebbe addirittura a pentirsi della sua creatura, vedendosi costretto a disfarsene quasi totalmente e a cancellarne ogni traccia dalla faccia della terra, sperando alla fine nella fede di un solo uomo giusto, in Noè. Ad ogni modo, quel meccanismo di Girard si rimette istintivamente in moto ogni qual volta la storia propone e spinge con violenza sulla sua scena cangiante il bouc émissaire di turno (è il titolo di un’altra opera del 1982 dell’antropologo francese), un nuovo “capro espiatorio”.

In una pagina di Linguaggio e silenzio (1967) di George Steiner, inoltre, abbiamo trovato l’espressione “nodo odioso”, con la quale lo scrittore francese tenta di definire l’ineliminabile connaturalità di un siffatto meccanismo. Si tratta dello stesso “nodo” che angosciò Jaspers quando dovette parlare non solo e non tanto della colpa dei tedeschi, della Germania, ma anche dell’uomo in generale e della colpa metafisica; una colpa che emerse quando, a suo tempo, après coup, après le déluge, il mabul, si poté prendere coscienza del fatto che era stato proprio quel maledetto/benedetto meccanismo a far sì che il capro espiatorio di turno venisse sacrificato senza che nessuno prendesse le sue difese, anche a rischio di essere annientati con lui. Raul Hilberg inquadrava questi colpevoli indifferenti nella categoria dei Bystan-ders, degli “spettatori”.

E risiedeva probabilmente sul suo insistere proprio su un tale “nodo odioso” – visto come un nodo che, specie all’epoca del nazionalsocialismo, stringeva la gola, la mente e il cuore degli europei (nello stesso modo forse in cui nell’Esodo Yahweh stringeva il cuore del faraone) – il motivo che ha deciso nel 2002 l’assegnazione del premio Nobel per la letteratura a Imre Kermesse, un altro ex deportato ungherese di Auschwitz e di Buchenwald. Il razzismo nazista, diceva infatti l’autore di Essere e destino (1975), è un prodotto della cultura e della storia dell’Europa.

E in fondo, in ultima analisi, quell’immensa e cupa vergogna che Primo Levi, costretto con molti altri a risiedere su quella soglia tra l’umano e il disumano che ben conosceva Paul Celan, al punto che non sapeva più Primo se questo era un uomo oppure no, ebbene questa tremenda vergogna che egli, per tutti noi, provò dinanzi all’“ultimo” oppositore che pendeva da una forca di Auschwitz («Kamaraden, ich bin der Letzte!»), questa vergogna forse sgorgava non solo da quel “nodo odioso”, ma anche dalla consapevolezza di un irrimediabile falli-mento dello Spirito sulla Materia, dal fatto cioè che proprio quella storia e quella cultura europea che nei secoli erano state sviluppate con il preciso scopo di sottomettere e dunque di educare l’individualismo e l’indifferentismo, alla fine non si erano dimostrate affatto all’altezza di quell’immane compito formativo, educativo, correttivo e pedagogico e che anzi, forse a loro insaputa, li avevano addirittura conservati, alimentati e rafforzati; esattamente come accade con un virus letale, che, nella sua inattesa recrudescenza, rialza la testa quando il corpo umano si indebolisce, geme e piega la schiena.

Torino, 31 gennaio 2020

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