Marcello Martini

In memoria di Marcello Martini

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In memoria di Marcello Martini

Franco Di Giorgi

 

Il 14 agosto si è spento a Castellamonte Marcello Martini, uno degli ultimi martiri e testimoni della Shoah, uno dei pochi sopravvissuti allo sterminio razionalmente programmato dal nazismo.

Nato 89 anni fa a Prato, figlio di un partigiano e staffetta partigiana egli stesso già all’età di 14 anni, venne catturato il 9 giugno del 1944 (era nato nel 1930).

Dapprima trasportato nel campo di smistamento italiano di Fossoli (vicino a Carpi), poi deportato in Austria, a Mauthausen (immatricolato col numero 76430), assegnato ai sotto-campi di Wiener Neustadt e di Hinterbrühl (nei dintorni di Vienna), conobbe e superò la terribile prova della marcia della morte (250 km in 7 giorni) e fu infine liberato dalle truppe americane il 5 maggio 1945.

La sua testimonianza si trova raccolta in Un adolescente in Lager. Ciò che gli occhi tuoi hanno visto (Giuntina, 2007).

Tre mesi fa, in occasione dell’incontro per la cittadinanza onoraria che l’amministrazione dello stesso comune canavesano di Castellamonte (nel quale risiedeva da circa cinquant’anni) ha voluto conferirgli (cfr. il nostro articolo: https://www.sergiodalmasso.com/09/05/2019/cittadinanza-onoraria-martini/), dopo aver avvertito i numerosi giovani (sempre presenti alle sue testimonianze) della pericolosità insita nell’indifferenza, ha aggiunto con un mezzo sorriso che avrebbe voluto cancellare dal vocabolario almeno tre parole: odio, violenza e vendetta.

Dopo l’esperienza disumana dell’annientamento progettato vissuta nei campi di lavoro, di concentramento e di sterminio nazisti ogni scampato a quel programma nutriva nel proprio animo offeso l’intenzione di abolire alcune parole nelle quali credeva si potessero individuare e sintetizzare le cause di quel male assoluto.

Anche per un’altra testimone, per Liana Millu (deportata ad Auschwitz), ad esempio, le parole erano tre: l’indifferenza, la violenza e il disprezzo.

«Oggi – ammoniva qualche anno prima della sua scomparsa, nel 2005 – sono rimasti l’indifferenza, la violenza e il disprezzo. E in mezzo a questo mondo terribile cresce la nostra gioventù.

Io oggi posso dire di avere l’autorità e il diritto di parlare dell’indifferenza, della violenza e del disprezzo, poiché ho visto tutto questo e pertanto metto in guardia perché, di nuovo, noi oggi vi acconsentiamo».

«Non si tratta di parlare di storia – ammoniva Liana, cogliendo l’essenza del nostro squallido presente –, quanto piuttosto di indicare cosa di essa è rimasto e ciò contro cui noi oggi dobbiamo ancora lottare».

Come si vede, ricorrono le stesse parole sia in Marcello sia in Liana.

L’odio è un sinonimo di disprezzo. Per quanto riguarda la vendetta, anche Liana (in un’intervista alla Rai del 2003 ma registrata nel 2002) ad essa preferiva la giustizia dagli occhi freddi.

Si deve purtroppo constatare che, anche facendo a meno delle parole che le designano, la violenza, l’odio, la vendetta e l’indifferenza restano inclinazioni costitutive dell’uomo, e non c’è testimonianza culturale, religiosa, letteraria, storica o politica che non lo sottolinei ogni volta, in ogni epoca, seppur in modalità differenti.

Tutti abbiamo appreso, a scuola e nella nostra stessa esperienza di vita, che, diceva Hegel, il Negativo è il motore della storia, intesa sia in senso fattuale e storiografico sia in senso artistico e immaginario.

Non ci sarebbe storia biblica senza il dubbio e il peccato di Adamo, l’odio di Caino e soprattutto senza la vendetta di Dio stesso.

Né ci sarebbe stato cristianesimo senza l’atto empio della crocifissione, nessun libero culto senza le guerre di religione, alcuna acquisizione dei diritti umani senza le rivoluzioni e le guerre mondiali. Impastata d’odio e di vendetta, la violenza è dunque il substrato della storia umana.

L’istinto ferino dell’«animale politico» è anteriore, predomina e condiziona la ragione e quindi l’etica; nello stesso e identico modo in cui l’inconscio, l’irrazionale, precede il conscio e il razionale. Anche questo, specialmente dopo Freud, è ormai un dato acquisito. Yahweh, tra l’altro, crea prima gli animali (e quindi il serpente) e poi l’uomo.

Il dominio umano su di essi è solo nominale, anche perché per esercitarlo deve eccitare la propria animalità.

A fare da cornice a tutto ciò è l’indifferenza di coloro che, per timore di essere stritolati da questa costitutiva mostruosità umana, si fanno da parte, assumendo in tal modo il ruolo di semplici spettatori, preferendo continuare la loro vita quotidiana anche nei pressi del luogo in cui si consuma la violenza, il sacrificio, l’olocausto o la stessa Vernichtung.

A tal riguardo, a proposito del campo di Mauthausen, si veda Gordon J. Horwitz, All’ombra della morte.

La vita quotidiana attorno al campo di Mauthausen (Marsilio, 2004, 1994).

Poiché, però, la tendenza della ragione, specie nella sua declinazione positivistica, vale a dire nella sua illimitata volontà di potenza, è, dice Hermann Broch, di tendere o di estendere all’infinito le sue possibilità conoscitive, divenendo in tal modo «ultrarazionale», finisce viceversa con l’auto-abolirsi come ragione e quindi con il convertirsi «nell’irrazionale, nel non-più-intelligibile» (I sonnambuli, Einaudi, 1997, 19601, III, p. 685).

L’unico rimedio per non far cadere la ragione nell’irrazionale sarebbe pertanto quello di evitare questo suo trascendimento nell’ultrarazionale, il quale non corrisponde affatto all’idea del sonno della ragione.

Ma l’attuale rivoluzione tecnologica, a cui volenti o nolenti partecipiamo, a cosa tende se non proprio all’ultrarazionale?

E questo, implicando e coincidendo con l’auto-abolizione della ragione, non ci riapre forse, come è sempre accaduto, la via verso l’irrazionale e l’inintelligibile, verso una nuova “morte di Dio”?

A che cosa, se non a questo irrazionale proprio della violenza diede vita ad esempio la spinta ultrarazionalista, cioè universalista e imperialista, della ragione al tempo delle crociate, delle conquiste dei nuovi continenti, dell’imperialismo colonialistico, dei totalitarismi?

Se quindi, come in un ciclo sovrarazionale, è di nuovo l’irrazionalità della violenza e dell’odio quella che ci attende con l’ultrarazionalità in corso, ben vengano i calorosi moniti dei due sopravvissuti allo sterminio pianificato, consapevoli però che sarà ben difficile eliminare sia i nomi di quegli impulsi umani sia a maggior ragione quegli stessi istinti ferali.

I fatti di questi giorni, divenuti ormai fatti di semplice cronaca, la fredda indifferenza nei confronti di esseri umani considerati solo come scarti o rifiuti, ne sono l’amara conferma.

Pur manifestando il vivo desiderio di disfarsi di quei sostantivi, il vago sorriso con cui sia Marcello che Liana accompagnavano le loro testimonianze era forse segno di quella difficoltà.

Lunedì, 19 agosto 2019

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